martedì 25 aprile 2023

LUCINA E IL PROFESSORE

 

Erano tanti anni che portava avanti la sua professione, spesso con passione, a volte con sacrificio, ma sempre con la massima dedizione. La missione alla quale aveva dedicato la vita consisteva nel curare il disagio mentale dei pazienti riportando, per quanto possibile, la normalità in vite sconvolte da malesseri spesso senza nome ma non per questo meno invalidanti. “Normalità”: una parola spaventosa che, pur senza significato, condanna all’infelicità chi sente di non appartenervi, a volte senza ragione. Nel corso della carriera aveva visto accomodarsi sul lettino dello studio una grande varietà di persone accomunate da un grido d’aiuto, represso o palese, che si rivolgevano a lui come l’ultimo scoglio al quale aggrapparsi prima di lasciarsi andare alla deriva. E questa responsabilità lo psicologo la sentiva tutta sulle sue vecchie spalle che ormai faticavano a portarne il fardello. Come l’artigiano che ripara gli orologi, anche il dottore smontava gli ingranaggi della mente, li ripuliva oliandoli con le sue parole e li ricomponeva per fare in modo che l’ora indicata corrispondesse a quella ci si aspettava di vedere sul quadrante. Poi, rimesso tutto in ordine, si assicurava che ogni piccola parte svolgesse il proprio compito per dare un senso al ticchettio che scandisce lo scorrere del tempo fino all’esaurimento della carica. Però il suo lavoro era più difficile, aveva a che fare col cervello, un organo che si manifesta tramite il pensiero, frutto intangibile e potentissimo di piccole sinapsi. Ovvero la materia che produce l’immateriale: una terribile meraviglia. 

Tanto amava il suo lavoro che aveva preso l’abitudine di tenere delle schede personali, oltre alle cartelle cliniche, dove a fine giornata descriveva i casi più interessanti con le caratteristiche di ognuno e l’impressione ricevuta. Questi ritratti esulavano dalla specificità medica sconfinando spesso nell’immaginazione e completando, in qualche modo, il quadro di vite raccontate in parte o intraviste oltre le parole. Lo psicologo elaborava a proprio piacimento le suggestioni che sentiva provenire dai propri assistiti facendo agire i suoi pazienti dentro scenari che andavano oltre l’oggetto della cura per farli rivivere come forse avrebbero dovuto o nella maniera in cui un destino differente li avrebbe salvati. Immaginava nuovi amori, famiglie diverse, ossessioni o fobie creando una sorta di percorso che aveva come meta una vita migliore. Mentre scriveva, sentiva di fare qualcosa di utile, ma non poteva negare anche un certo divertimento nel comporre dei piccoli racconti in uno zibaldone tra realtà e fantasia.  

Il Professor Gregori anche quella sera era seduto alla scrivania del suo studio buttando giù la descrizione dell’ultima paziente che lo aveva particolarmente colpito. Innanzi tutto il nome: Lucina. Chissà cosa avevano in mente i genitori della ragazza quando la battezzarono. Forse era il benvenuto ad un esserino che avrebbe portato una speranza nuova nella loro vita o magari un sinonimo indicante il chiarore di una stella lontana. Chissà? Si accarezzò la barba ormai completamente bianca mentre radunava i pensieri, poi cominciò a digitare sul computer. “Oggi si è presentata a studio una ragazza di circa trent’anni, gradevole nell’aspetto e ben vestita. Mi ha ricordato un po’ quella cantante francese dei miei tempi, con la frangetta e i lunghi capelli lisci e biondi. Magra, ma non esageratamente come sembra andare di moda adesso. E’ entrata…” Inaspettati due colpi sull’uscio. Lo psicologo sobbalzò stupito. L’orario delle visite era terminato e non aspettava nessuno.

-Avanti. – disse, un po’ scocciato.   

-E’ permesso, professore? – Una giovane donna si affacciò all’uscio. Il portamento timido quasi tremebondo e una grade borsa rossa al braccio. – So che non è l’ora giusta, ma le posso rubare qualche minuto? – Un professionista affermato, come in realtà era il professor Gregori, avrebbe dovuto respingere l’intrusa pregandola, in maniera ferma e perentoria, di farsi dare un appuntamento dalla segretaria, ma la curiosità, stimolata anche dalla sfrontatezza dell’intrusa, ebbe il sopravvento.

-Non potrei, ma si accomodi. Brevemente, abbia la compiacenza.

-Certo, non si preoccupi, anzi mi scusi. – La donna si sedette sul lettino. – Mi chiamo Lucina, professore. Ho bisogno del suo aiuto. – La storia che raccontò quella prima sera fu lunga e confusa. Come spesso accade nei primi incontri, la narrazione dei suoi malesseri fu più uno sfogo che un insieme di fatti da poter analizzare. Il dottore non prese neanche appunti, sapeva per esperienza che avrebbe dovuto incontrare altre volte ancora la ragazza prima di trovare il bandolo di una matassa emotiva tanto ingarbugliata. Lucina si trattenne un’oretta e poi, improvvisamente, come se le fosse venuto in mente un impegno improrogabile, si alzò di scatto dal lettino.

-Devo andare. - Disse solamente, e senza neanche salutare si diresse in fretta verso l’uscita chiudendosi poi la porta alle spalle. Di comportamenti strani erano pieni i suoi schedari e Gregori non se ne stupì più di tanto. Non le aveva dato neanche un successivo appuntamento, chissà se sarebbe tornata.

Nei giorni successivi la paziente non si fece viva e il professore catalogò nella sua mente quell’incontro come un episodio fra tanti nella sua lunga carriera, ma niente di più. In realtà, lo strano incontro l’aveva incuriosito e decise di scriverne la sera successiva nelle sue schede. “Lucina presenta una sindrome non definita, ma prima della diagnosi, vorrei descriverla.” Come al solito, si fece prendere dalla fantasia e cominciò a romanzare. “E’ una giovane di bell’aspetto, gli occhi verdi come le fronde di una foresta in primavera e le mani lunghe da pianista. Si nota la sua sensibilità, mi ha parlato di piccole cose che le hanno fatto salire le lacrime agli occhi e stava seduta protesa verso di me come stesse aspettando una sentenza, che non le impartirò mai. Deve essere agiata, indossava un abito di buon taglio e qualche piccolo gioiello forse antico. Giocava spesso con un pendente della collana che rappresentava un fiore fatto di piccoli diamanti e perle, si vedeva che ne era affezionata.” Tutti particolari inventati, ma funzionali al racconto che stava scrivendo. “…” Nuovamente dei colpi alla porta.

-Chi è? – Non c’era niente di più fastidioso che essere interrotti mentre si scriveva.  

-Sempre io, professore. Non mi cacci!

-Lucina?  Cosa ci fa lei qui? Era sparita, pensavo non le interessassero più i nostri incontri.

-No, vede professore…posso entrare? – Così dicendo la donna fece qualche passo dentro allo studio. Alla fioca luce delle abat-jour sparse nella stanza sembrava ancora più giovane. Gregori notò qualcosa di scintillante al collo di Lucina e aguzzò la vista per capire di cosa si trattasse. Il professore rimase per un momento esterrefatto ed incredulo. Si trattava di un monile corrispondente esattamente al gioiello a forma di fiore che lui si era immaginato scrivendo poco prima. Spaventato per quella inspiegabile coincidenza, gli venne spontaneo di cacciare l’intrusa per mettere ordine nelle sue idee.

-No, no. Via, via! Ho daffare, adesso non posso. Torni un’altra volta. – La ragazza si ritrasse sgranando gli occhi, non si aspettava una reazione simile, chiuse la porta e se ne andò.

La sera successiva Gregori riprese in mano la scheda della misteriosa paziente per continuare la narrazione anche in considerazione dell’ultima visita. “Lucina entrò spavalda nel mio studio quasi aggredendomi. Mi disse: lei deve ascoltarmi! Non accetto rifiuti, tenga fede alla sua missione!” Sicuramente, pensò il medico, non sono parole confacenti a quella paziente così timida ed educata, ma voleva provare, letterariamente, a modificarle un po’ il carattere. In quel momento la porta dello studio si aprì di scatto e, come una furia, Lucina si precipitò nella stanza.

-Lei deve ascoltami! Non accetto rifiuti… - Il professore cominciò a tremare come una foglia. Sembrava che le sue parole messe per iscritto creassero una realtà che si manifestava successivamente. Non rispose e chiuse gli occhi. Sentì dei passi concitati e la porta sbattere con violenza. Tornò a guardare: non c’era più nessuno e Gregori temette per la “sua” sanità mentale. Il giorno successivo lo psicologo annullò tutti gli appuntamenti, troppi pensieri gli frullavano per la testa e doveva cercare di capire se stesse impazzendo o fosse vittima della sua fantasia. Forse, dopo anni di professione, era solamente stanco e aveva bisogno di una vacanza. Ma non poteva vivere nel dubbio e quindi la sera stessa, si rimise al computer per proseguire nella scrittura. Decise di descrivere qualcosa di talmente pazzo che non avrebbe potuto in alcun modo confondersi con la realtà. “Lucina, nel quarto incontro, si presentò vestita da Guardia Svizzera…” Un leggero picchiettio sull’uscio. Timidamente la ragazza entrò senza aspettare il permesso. Era vestita con i colori blu, rosso e giallo scuro. Il professore ebbe un mancamento e si accasciò sulla scrivania.

“Strano, – pensò Lucina – forse Gregori è un po’ esaurito. Non tornerò più e non scriverò più di lui sul mio diario.” Con una alzata di spalle si chiuse ancora la porta dietro e se ne andò. In quel momento si spensero le luci e nello studio del professore non ci fu più alcuna presenza. Sulla poltrona dietro alla scrivania non sedeva nessuno, uno spesso velo di polvere apparve ricoprendo ogni cosa e tutti i diplomi appesi alle pareti si scolorirono cancellando ogni nome.   

 

giovedì 13 aprile 2023

Il Mistero Della Cabina 38

 

Stefano e sua madre arrivavano al mare sempre nella tarda mattinata. Il bambino si buttava subito in acqua tuffandosi fra le onde e sguazzando finché non gli venivano i “rughetti” sulle dita, poi con gli amici organizzava interminabili partite di pallone che duravano fino allo sfinimento. All’ora di pranzo, i suoi compagni andavano a casa per mangiare e fare il riposino mentre lui restava da solo a leggere un giornaletto sotto l’ombrellone. La mamma faceva arrivare dal bar sontuosi panini e bibite varie, ma il pasto finiva presto ed il tempo non passava mai. Nell’ora di maggior canicola, tutto si chetava e si sentiva solo la risacca in sottofondo che mormorava una nenia soporifera. Il bambino durante la siesta si annoiava mortalmente. All’epoca di questi avvenimenti e dell’avventura fantastica di cui fu protagonista, Stefano aveva all’incirca dieci anni. Andava al “Cavalluccio Marino” tutte le estati, conosceva ogni angolo della spiaggia ed aveva fatto amicizia con tutti i bagnini che lo trattavano ormai come uno di famiglia. Dalla madre aveva il permesso di girare ovunque volesse, bastava che si facesse vivo ogni tanto senza sparire per ore. Così, per passare il tempo mentre tutti dormivano, andava in esplorazione. Il territorio più interessante si trovava dietro le cabine dove una stretta lingua di sabbia divideva il retro dei casotti dalla recinzione esterna. Non c’era nessuno, i bagnanti non avevano motivo d’andarci, serviva più che altro come deposito dei rimasugli dello stabilimento. Veniva portato lì tutto quello che i villeggianti lasciavano incustodito o dimenticavano andandosene: giochi, materassini, ciambelle gonfiabili, palloni in quantità, qualche indumento e strani oggetti apparentemente inutili. Non mancavano sedie a sdraio da aggiustare, ombrelloni privi di telo e perfino un pedalò andato in pensione; insomma: un mondo da scoprire. La parete posteriore delle cabine costruite in legno mostrava spesso delle fessure, addirittura dei buchi, e anche quello era un motivo di stimolo per la curiosità del bambino. Quando Stefano, da dietro, sentiva che qualcuno stava per entrare dalla porta anteriore, si affrettava ad accostare l’occhio al pertugio, ma senza particolare malizia. Quella sarebbe arrivata qualche anno dopo, a quel tempo era divertente spiare senza essere visti facendo qualcosa di vagamente proibito. Nella penombra vedeva più che altro piedi e braccia, ma una volta scorse chiaramente il sedere di una signora, tondo e pallido come una luna piena. Lo raccontò a tutti i suoi amici, con particolari inventati non difficili da immaginare, e per un pomeriggio non parlarono d’altro.  

Anche quel giorno, mentre stava facendo un sopralluogo nella “terra di nessuno” in cerca di nuovi tesori o di qualche gioco da recuperare, distrattamente fece un giro per capire se gli spogliatoi fossero occupati. Camminando, controllava i vari spiragli e con il pugno batteva sul legno, così tanto per far rumore, finché non arrivò all’ultima cabina della fila che rimaneva sempre chiusa, forse era riservata a qualcuno che non veniva mai o conteneva attrezzi da non lasciare incustoditi. Si accorse per la prima volta che, giusto all’altezza del suo sguardo, si apriva un foro abbastanza grande e ben definito, come fatto da un trapano. Era un invito imperdibile: accostò l’occhio destro.  Là dentro era tutto buio, solo un vago chiarore arrivava dall’alto, probabilmente dalla grata sopra la porta. Stava per passare oltre quando improvvisamente vide una lucetta bianca accendersi ad intermittenza: click, click, cliiiiick e buio; click, click, cliiiick e buio. Sembrava una specie di segnale che si ripeteva a distanza di pochi secondi, senza fermarsi. Stefano pensò ad un gioco lasciato in funzione dentro la cabina e guardò con più attenzione. Aguzzò la vista e mentre la piccola lampada rimaneva accesa vide che la luce proveniva da un faro in miniatura, fatto esattamente come quelli che aveva visto nelle illustrazioni di geografia: una torretta dipinta a righe orizzontali bianche e blu, con la lanterna di vetro in cima, costruita sopra una specie di scoglio. “Bellissima!” pensò e rimase incantato a guardare. Man mano che si abituava all’oscurità, riuscì a distinguere altri particolari. Si accorse che il faro era circondato da una distesa d’acqua in movimento come un mare in tempesta. La luce colpiva la superfice delle onde e bianche creste di spuma s’innalzavano rampanti come cavalli imbizzarriti. Adesso percepiva anche il rumore dei marosi mentre s’infrangevano sulla roccia, lo stridio dei gabbiani e l’ululare del vento. “No, non è possibile che dentro la cabina ci sia tutto quello, forse il buco nella parete corrisponde allo schermo di un portatile che sta trasmettendo un documentario.” Stefano si ritrasse per un momento stupito, perplesso. Non riusciva a capire cosa avesse visto esattamente, o meglio come fosse possibile che la cabina n. 28 contenesse un uragano. Doveva scoprirlo. Fece di corsa il giro della fila delle cabine e si ritrovò davanti all’ultima porta dello schieramento. Non si udiva alcun rumore provenire da dietro l’uscio chiuso e tutto sembrava rientrare nella normalità. Eppure non aveva sognato, si arrampicò sulla balaustra laterale per sbirciare all’interno da sotto il tettino. Vide quello che c’era da aspettarsi: attrezzi da giardinaggio. Balzò per terra e, sempre di corsa, tornò al buco sul retro appiccicandoci l’occhio. Il fortunale infuriava più che mai, mentre il faro lanciava i suoi segnali d’avvertimento come una sentinella a difesa dei naviganti. Stefano si accasciò sulla sabbia con la testa fra le mani. Rimase così per qualche minuto, indeciso se chiamare qualcuno o dimenticare tutto facendo finta di niente. Nessuna delle due possibilità sembrava soddisfacente: nel primo caso se avesse detto a Peppe, il bagnino, che c’era un faro in cabina non sarebbe stato sicuramente creduto, ed anzi l’avrebbe preso in giro, se invece avesse ignorato quanto era sicuro d’aver visto, sarebbe rimasto tutta la vita col dubbio di aver avuto una allucinazione o di aver mancato una scoperta. L’unica soluzione era indagare, e per un patito dei racconti polizieschi si trattava, come si suol dire, di un invito a nozze. Doveva entrare nella cabina. Non era poi così difficile, le chiavi dei vari gabbiotti si differenziavano l’una dall’altra, ma ormai da tempo aveva scoperto che ogni cinque o sei esemplari la sequenza dei dentini si ripeteva e quindi, con pazienza, si poteva trovare quella giusta per ogni porta. Andò dalla madre presso la riva e si fece dare la chiave della loro cabina per cominciare da quella. Tornò davanti alla 28 aspettandosi di dover proseguire con i tentativi ma, infilata la chiave nella toppa, la serratura scattò subito. Stefano ebbe un balzo al cuore. E’ facile fare lo spavaldo quando l’avventura è solo ipotetica, altro è varcare la soglia del mistero. Non negò a se stesso di avere paura, ma la curiosità vinse il timore e Stefano spinse l’uscio fatale. Bastarono pochi centimetri e il bambino si ritrovò dall’altra parte, ma non ebbe neanche tempo di capire cosa stesse succedendo che provò la medesima sensazione di quando affrontò il grande scivolo al Parco Giochi Acquatici: il cuore gli arrivò in gola. Si sentì cadere a tutta velocità mentre intorno vedeva luci, ombre e tutti i colori dell’arcobaleno mischiarsi come in un enorme frullato ai gusti di frutta. L’accompagnava una cacofonia strana dove riconosceva voci di parenti, il richiamo della suora a scuola, lo scoppio dei mortaretti a capodanno, la musica di un organetto e tanti altri rumori che facevano lampeggiare frammenti di ricordi. Com’era iniziato finì tutto improvvisamente con un tuffo in un mondo blu dove non c’era più ne sopra né sotto, né presente né futuro solo acqua e silenzio. Forse perse i sensi perché poi non seppe spiegare come fece a ritrovarsi a faccia in giù steso sopra una delle rocce ai piedi del faro.

-Ehi, svegliati. – Stefano sentì una mano appoggiata sulla sua schiena che lo scuoteva violentemente. – Sei morto? – Sputacchiando e imprecando il bambino aprì gli occhi.

-Nossignore, almeno non credo.

-Bene, i funerali mi mettono tristezza e poi non ho crisantemi a diposizione. – Chi parlava era un ometto piccolo e rincagnato con due occhietti vivaci e ironici che spuntavano da una massa di peli bianchi che gli ricoprivano quasi tutto il viso. Era vestito da marinaio, con una casacca logora di panno blu e un berretto con la visiera adornato da una moltitudine di ami da pesca dalle piume variopinte attaccati tutt’intorno. L’effetto era una via di mezzo tra un capo indiano e un vecchio vagabondo, ma l’odore forte di pesce lo qualificava come un uomo di mare. Intanto la bufera intorno all’isola sembrava essersi placata e le onde carezzavano le grandi pietre con una dolcezza infida ed ingannevole.

-Dove sono? Dentro la cabina? – Chiese il bambino.

-Ehh? Cosa? Quale cabina? Sei impazzito o sei stato sempre pazzo? Guarda chi mi doveva capitare, un ragazzo pazzo, un pazzo ragazzo, pazzo e ragazzo, ragazzo e pazzo. – Continuando a ripetere quella cantilena che sembrava divertirlo molto, il marinaio s’incamminò verso il faro. La torre, che dal buco sembrava piccola, in realtà doveva essere alta almeno una quindicina di metri e il fascio di luce che balenava ritmicamente era potente come un riflettore del cinema. Sulla tonda parete dell’edificio si aprivano tre finestrelle, forse in corrispondenza di alcune stanze ed una porta alla base con i battenti di quercia scura.

-Aspettami! – disse Stefano e, con un certo sforzo, verificando di non avere niente di rotto, si tirò in piedi seguendo lo strano tipo.

-Sbrigati, vieni, pazzo ragazzo, che il tè è pronto.

Il giovane entrò nella casa del vecchio marinaio e la prima cosa che notò fu l’odore. Se quello che l’uomo spandeva dalla sua persona era un olezzo marino, dentro la stanza l’aria era quasi irrespirabile per il tanfo di pesce marcio.

-Che puzza! – Se ne uscì spontaneamente il ragazzo.

-Puzza, ragazzo pazzo? Non avverto alcuna puzza, forse viene dal pozzo!  Ci saranno caduti un pezzo di pizza, una tazza di cozze o un mazzo di pezze. Non farci caso son solo frizzi e lazzi.

-Basta! Ti ha dato di volta il cervello, vecchio? Cerca di fare la persona seria e dimmi dove sono e come ci sono arrivato. A proposito, come ti chiami?

-Sono Capitan Fracassa! No, ho detto una bugia, mi piacerebbe avere un nome tanto altisonante, in verità mi chiamo Gennaro e non ho mai comandato niente. E tu come ti chiami?

-Stefano e sono capitato qui senza sapere come.

-Caro ragazzo, sicuramente avrai letto “Alice” oppure qualche romanzo di fantascienza, magari quella serie noiosissima di quel bambino sfigato, come si chiamava…Potter. Ebbene tutti i protagonisti passano attraverso un varco temporale che li collega ad un mondo parallelo. Il fatto che questi passaggi di dimensione siano descritti in tante storie, ti dovrebbe far capire che c’è un fondo di verità e che, ogni tanto, a qualcuno succede di imbattersi in questi fenomeni. Ecco, tu hai fatto questa esperienza e…plof sei giunto qui.

-Ma io non volevo.

-Questa è una scusa stupida, non me l’aspettavo da te. Intanto siediti al tavolo e bevi il tè finché è caldo, altrimenti l’infuso di alghe secche freddandosi diventa come il piscio di balena: schifoso. – Per cortesia, il ragazzo ne ingerì un sorso, non era poi così male. – Dicevo, non è corretto dire che non volevi, anzi hai fatto di tutto per entrare, non è vero?

-Si, hai ragione Gennaro. Ma adesso come faccio a tornare? Mia madre non vedendomi si preoccuperà.

-Questo è un problema secondario. Vedi, da questa parte il tempo ha un’altra valenza. Quello che di là è un minuto qui sono dieci anni e quindi puoi rimanere per un periodo anche molto lungo senza che a nessuno venga in mente di cercarti. Per quanto riguarda il tornare, beh non è così semplice. Vedremo, ma per il momento non ci pensare e facciamo amicizia, l’ultimo essere parlante che ho incontrato è stata una sirena spiaggiata sulle rocce. Carina, per carità, ma dalla vita in giù viscida e piena di squame, dalla vita in su si poteva guardare però a me le mezze cose non sono mai piaciute. Deve essere successo almeno sei o sette anni fa e da allora mai una parola con nessuno. E’ una vita dura la mia.

-Capisco. – disse il ragazzo. – Ma non sbarca proprio mai nessuno sull’isola?

-Oh, no. – rispose il guardiano. – Qualcuno in realtà viene, ma vorrei tanto non lo facesse.

-Spiegati.

-Devi saper che il mare intorno è infestato dai pirati e ogni tanto uno di loro sbarca qui alla ricerca di un bottino da rapinare. Cascano male perché da queste parti non c’è niente di valore, ma proprio l’andarsene a mani vuote li fa andare su tutte le furie e spesso sfogano la rabbia rompendo tutto o facendo danni. Io, quando arrivano, mi nascondo per non andarci di mezzo.

-Se la prendono anche con te?

-Una volta ero andato a pescare dall’altra parte dello scoglio e non li vidi arrivare, me li trovai in casa furenti e il loro capo, Abeijon, mi prese per i capelli e voleva sgozzarmi. Per fortuna successe qualcosa che lo distrasse, mi scaraventò in un angolo e se ne andò promettendo che avrebbe finito il lavoro la volta successiva. Da allora sto molto attento, ma vivo sempre con la paura.

-Che brutti ceffi! E non c’è modo di allontanarli definitivamente?

-Ah, magari! Sono alti quasi due metri e tanto grossi da passare a malapena dalla porta del faro. Hanno l’aspetto di belve feroci con gli occhi spiritati e la bava che esce dalla bocca. Grugniscono più che parlare e il sangue è la bevanda che preferiscono. Quindi è impossibile contrastarli, bisogna solo scappare, anche se così si lascia tutto a disposizione delle loro razzie. Però…

-Cosa?

-Un punto debole ce l’hanno.

-Ah, lo vedi? Non esiste nessuno invulnerabile. Allora perché non li colpisci lì?

-Mi sta venendo un’idea.

-Parla. – Il guardiano rimuginava tra se, sembrava perso nei suoi pensieri. Aveva cominciato ad andare avanti e indietro per la piccola stanza con la testa bassa e le mani dietro la schiena, emettendo ogni tanto strani versi e risatine. Sembrava improvvisamente in preda ad una forte eccitazione. Poi di colpo si fermò e si rimise a sedere di fronte a Stefano.

-Stammi bene a sentire, ragazzo pazzo. Ti dicevo che hanno un punto debole, eccolo: non sanno ridere. Se Abeijon ci provasse, gli verrebbero le convulsioni e forse morirebbe soffocato. La prossima volta che viene, bisognerebbe farlo ridere e sono sicuro che starebbe tanto male da scappare via o lasciarci le penne. Comunque sicuramente non si azzarderebbe più a tornare.

-Beh, fargli il solletico mi sembra alquanto difficoltoso, si potrebbe provare con qualche barzelletta. E allora fallo, no?

-Io? – Sgranò gli occhi Gennaro. - Impossibile! Quando lo vedo mi prende il panico, va via la voce e la mente mi va in pappa. Non ne sarei mai capace, però…

-Ancora co sto’: però! Però cosa? – Il vecchio prese per la maglietta il ragazzo e avvicino il viso all’altro fissandolo negli occhi.

-Lo potresti fare tu! – Gridò come colpito da una folgorazione.

-Io? Sei scemo? Contro quel, come si chiama…

- Abeijon.

-Quello! Gli dovrei raccontare una barzelletta per farlo stramazzare col rischio che se non ride sgozza anche me? Scordatelo!

-No, nessun rischio. E’ sicuro che se tu gli racconti una storiella divertente quello si scompiscia e muore: matematico! E poi, la gratitudine mi potrebbe rinfrescare la memoria e mi ricorderei come si fa a tornare indietro nel tuo mondo, così te ne potresti andare.

-Un ricatto?

-E’ piuttosto un contratto da stipulare con la soddisfazione di entrambe le parti. – Stefano si sentiva con le spalle al muro. Se non avesse acconsentito, Gennaro per dispetto non l’avrebbe fatto partire e lui ne aveva abbastanza di quella avventura. Ci pensò ancora un attimo e poi:

-Ok, hai vinto. Lo farò, ma sappi che ho una fifa fregata!

-Su, su, non c’è niente da aver paura: è matematico. – In quel momento si sentì il rombo di un cannone provenire dal mare.

-Eccoli! Sbrigati ragazzo, nasconditi dentro l’armadio e aspetta che entri Abeijon. Poi quando sta a tiro di voce, spara la prima barzelletta, vedrai che effetto avrà su di lui.

-Siamo sicuri, eh?

-Matematico! – Mentre il vecchio scappava per andarsi a rintanare chissà dove, Stefano aprì le ante di un specie di credenza e restò in attesa. Là dentro, al buio, sentiva solo il suo cuore battere all’impazzata, mentre goccioloni di sudore gli bruciavano gli occhi. Non dovette aspettare molto, dopo qualche minuto sentì provenire da fuori della porta strane parole e versi animaleschi come se ci fosse un branco di cinghiali inferociti. Battevano le mani, pestavano i piedi e, ogni tanto, si sentiva il rumore di qualche pistolettata. Era difficile capire cosa stessero facendo, perché non fossero entrati subito, forse stavano decidendo che fine far fare al povero Gennaro se l’avessero trovato.  Il ragazzo supponeva che sarebbe stata la stessa sorte che avrebbero riservato a lui e provava la voglia irresistibile di scappare o farsi piccolo piccolo nella speranza di non farsi scoprire. Ma doveva tener fede alla promessa, sia per salvare il povero guardiano che per poter tornare a casa, quindi raccolse ogni briciola di coraggio che riuscì a trovare nel suo corpo di bambino e rimase in attesa. L’uscio del faro sbatté violentemente e Stefano, dentro l’armadio, fece un salto che a momenti ruzzolava fuori.

-Sgrunt, gronf, Aspettate, entro io per primo e vedo se c’è quell’ometto. – La voce cavernosa proveniente dal centro della stanza doveva appartenere al capo dei pirati. –No, qui non si vede, il topo di fogna. Deve essersi cacciato in qualche buco, lo troveremo. – Stefano sentiva Abeijon muoversi per la stanza urtando le suppellettili e facendo versi stizziti. Era il momento! Il ragazzo prese fiato il più possibile e cominciò a gridare:

- Qual è il ballo preferito dagli scimmioni? L’orango-tango. – Ogni rumore dalla stanza si placò, ma non ci fu alcuna reazione. “Lo sapevo, non funziona!” pensò il ragazzo quasi in preda al panico. Ma insistette:

- Mamma, la liquerizia ha le zampe? – No, di certo! – Allora mi sono mangiato uno scarafaggio. - Qualcosa si agitò, Abeijon sembrava lamentarsi e questo incoraggiò gli sforzi di Stefano:

-Dottore, mi aiuti, tutte le volte che bevo il latte sento un dolore fortissimo all’occhio destro. – Ha provato a togliere il cucchiaino dalla tazza? – Una specie di ruggito e il tonfo di un corpo pesante caduto a terra. Il pirata con lo stimolo della risata, ma impossibilitato a ridere, stava soffocando. Il ragazzo aprì uno spiraglio e guardò fuori. Vide una specie di bisonte vestito con mille colori che rantolava a terra. Non ebbe pietà e continuò:

-Mangia le carote, fanno bene alla vista. – Davvero? – Certo, hai mai visto un coniglio con gli occhiali? – Questo fu il colpo di grazia. Abeijon, per non morire, si trascinò fuori della casa ed aiutato dai compagni si allontanò rapidamente imbarcandosi sulla sua nave.

Stefano uscì urlando dall’armadio: - Gennaro, Gennaro, vieni, sono scappati! – Il guardiano ricomparve saltellando e gridando dalla gioia.

-Grazie, amico mio, grazie. Mi hai salvato!

-Si, però sono esausto. Adesso mantieni la tua promessa e dimmi come si fa per tornare nel mio mondo.

-Ok, ascolta… - gli rispose il guardiano del faro.

 

Sulla spiaggia, sotto l’ombrellone:

-Stefano, amore, hai mangiato il panino?

-Si, mamma.

-Bene, mi dispiace se ti stai annoiando. Non c’è molto da fare qua, vero?

-Si, mamma – Disse Stefano, ma pensò: “a parte viaggiare in mondi paralleli, combattere i pirati e salvare vite umane” Si mise distrattamente una mano nella tasca del costume e trovò un foglietto. Lo prese, era piegato in quattro e sopra un lato c’era scritto: “Come ringraziamento per avermi aiutato, Gennaro”. Lo aprì e vide una mappa sulla quale si notava un punto con la dicitura: “tesoro”. Rappresentava una terra che non riconobbe, ma la strada per arrivarci partiva dalla cabina 28.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L'Ultimo Colpo

 

Quella maledetta pallina mi prendeva per il culo. Un ampio swing all’inizio, con la forza giusta, e lei spiccò il volo. Sembrava avesse puntato la piazzola del green e la volesse raggiungere a tutti i costi, inesorabile e determinata. Si librò alta, indifferente agli sbuffi del vento e quasi irridendo i rami protesi per ostacolarla, docile e precisa come il meglio addestrato fra i segugi. Toccò terra rotolando graziosamente come una ginnasta all’uscita di un esercizio. Le mie aspettative non sembravano in quel momento mal riposte mentre mi illudevo che il golf non fosse uno sport poi tanto difficile. Con allegrezza percorsi le poche centinaia di metri che mi separavano dal nuovo incontro con la mia piccola amica lucida e tonda. Stavo gareggiando su un par 4, mentre il sole illuminava il sentiero della prossima gloria e ondivaghi stormi di volatili canterini disegnavano forme sempre nuove su una tela dipinta di blu. Il secondo colpo fu abbastanza soddisfacente. La pallina non si rivelò altrettanto volenterosa come nel primo, ma svolse il suo compito con diligenza posizionandosi ad appena un paio di metri dalla buca. Giulio Cesare non appena varcato il Rubicone non ebbe dubbi sulla vittoria, anche se ancora non aveva combattuto la battaglia, così io mi sentivo, fiducioso e sereno, sicuro che la mia perizia unita alla benevolenza del fato avrebbero condotto al trionfo. Il mio avversario sul green, lo chiamerò fittiziamente Severiano per non urtare alcuna suscettibilità, sembrava ormai rassegnato a fare da comparsa in una recita che mi vedeva da solo alla ribalta, protagonista e mattatore. Mi avvicinai alla pallina con la ragionevole certezza di centrare un “birdie”, il primo della giornata ed anche della stagione. Chi mi conosce sa che sulle questioni importanti non mento, e se dico che postura, forza e orientamento del colpo furono quanto di meglio si richieda, mi si può credere. Impattai e lei partì. Non doveva far altro che andare dritta per una manciata di centimetri e poi lasciarsi cadere in buca come una fanciulla innamorata tra le braccia dell’amante. Ma la pallina, lo dice il nome stesso, è femmina e quindi capricciosa. Mi illuse per il primo metro rotolando composta e diligente, ma poi come una signora a passeggio lungo una via dello shopping che si accorge di una nuova borsa nella vetrina di un negozio, improvvisamente deviò il suo percorso distraendosi dalla meta. Un gentiluomo perdona sempre la propria compagna e quindi, solo leggermente deluso, mi apprestai al quarto colpo per chiudere in parità col par; andava bene lo stesso. Presi il mio tempo e andai a colpire ancora, comunque fiducioso. Severiano, appoggiato sulla spalla del caddie, guardava sogghignando. Dall’alto della sua maggiore esperienza sapeva che si stavano manifestando i prodromi del dramma e voleva goderselo tutto. La pallina sentì la carezza della mazza, ma ormai sembrava essersi innervosita e non gradì. Partì, piano piano, e si avvicinò alla buca, scarrocciò sul bordo e proseguì sul green rifiutandosi di entrare. Che avrebbe detto Giobbe? Probabilmente avrebbe alzato le spalle, si sarebbe aggiustato il berretto, una sistematina al guanto e avrebbe serenamente continuato. A me venne spontaneo un rigurgito di rabbia e, se non ci fosse stato Severiano, avrei volentieri preso a morsi la pallina, anche col rischio di compromettere il lavoro del mio dentista. Ma bisogna mostrare fair play e quindi, appena un po’ più vermiglio del solito, andai appresso alla pallina per il tiro finale. Trenta centimetri? Forse meno, questa era la distanza da coprire. Un tocchettino. Lo so, è la mia immaginazione forse esaltata da un goccio di whisky, ma mentre la fissavo per colpirla, mi sembrò che la pallina mi guardasse sfidando la mia supposta padronanza, come una suffragetta nei confronti del potere maschilista. Non si sarebbe piegata al mio volere, e infatti nonostante la poca forza, la pallina sorvolò la buca per posizionarsi dall’altra parte. Siamo uomini o caporali (cit. Totò)? Mi avvicinai a lei brandendo la mazza come un cavernicolo con la clava e, senza por tempo in mezzo colpii ancora. E ancora, e ancora e ancora. Severiano si stava sganasciando mentre il caddie segnò + 8 sul blocchetto dello score. All’ultimo colpo, con l’asta della bandierina in mano e guardando il fondo della buca dove finalmente giaceva la mia nemica, ruggii a piena voce: “Fuck!!!” Non fu una scena elegante, ma mi sembrò il minimo.

Il Ragazzo Di Pietra

 

Quel ragazzo è solo, nudo come la verità e senza vergogna come l’innocenza. Ha le braccia lungo il corpo con qualcosa stretto in una mano, forse i fogli di un compito appena finito o un disegno fatto per gioco; l’attenzione del giovane adesso è rivolta ai suoi pensieri. Con la testa china, avanza a brevi passi sulle rocce di un percorso che appare impervio. Forse è l’allegoria della vita nella quale nasciamo nudi e senza averi e che dobbiamo percorrere tra inevitabili ostacoli, una strada che inizia per miracolo e finisce nel mistero. Il ragazzo è serio, non accenna ad alcun sorriso, guarda avanti di sottecchi con un’aria di sfida, tira indietro le spalle e si apre al mondo, molto più consapevole di quanto la sua giovane età lascerebbe supporre. E’ vulnerabile, a piedi scalzi si potrebbe ferire su qualche sasso, le intemperie potrebbero coglierlo senza riparo o una natura ostile potrebbe rivolgerglisi contro, ma non sembra avere paura. Non esita a proseguire seguendo un destino che per lui è già tracciato; magari viaggia nella fantasia e nella sua mente si immagina protagonista delle avventure lette nei libri di un certo Salgari che, al tempo, faceva sognare i fanciulli. Oppure l’espressione accigliata racconta di un litigio con un compagno dal quale si sta separando, le prime delusioni dell’amicizia e, in seguito, dell’amore. Ma, più drammaticamente, quell’aura di mestizia potrebbe appartenere a un piccolo profugo dolente con una carta in mano che l’accompagna attraverso frontiere fatte per escludere, che non avrebbe mai voluto attraversare e che l’allontanano da casa. O, Dio non voglia, a un giovane che fugge dalla guerra senza mostrare disperazione ma solo l’inebetita e stupefatta rassegnazione di tante piccole vittime, tanto più dolenti quanto ormai prive di lacrime. Quella scultura, anonima e senza riferimenti, probabilmente scaturì da un bel blocco di marmo, bianco come i suoi emuli più grandi che fanno mostra di loro tutt’intorno agli stadi del Foro Italico e fu poi relegata in un angolo nascosto, all’ombra di un grande edificio razionalista. Le intemperie e l’incuria hanno distribuito sporcizia e muffe sulla sua superfice e adesso si presenta ingrigita e segnata, simile allo specchio di Dorian Grey dove l’immagine veniva riflessa sempre giovane, ma il tempo lasciava il suo segno. Se ne infischia, la statua, di non essere considerata tra le attrazioni di un luogo che esalta la forza trionfante di una razza solo ipotetica, sa bene che, come Davide con Golia, la sua innocenza risulterà sempre vincente contro chi vuole prevalere con il sopruso. E, se anche non fosse vero, bisogna credere che valga comunque la pena di lottare e di ribellarsi alle ingiustizie, anche quando sembrano battaglie perse. La figura rappresenta un fanciullo dal corpo acerbo, ma nel cuore di quel fantomatico giovane c’è l’universo e la speranza per tutta l’umanità.

Il ragazzo di pietra sa bene che rimarrà nascosto in quel ritaglio di giardino, ignorato dai tifosi che vanno allo stadio, da chi da quelle parti fa qualche attività fisica e dagli scatti dei fotografi in cerca di inquadrature epiche. Forse un giorno verrà rimosso per finire in qualche magazzino, ma non se ne cura.

 

 

ENRICO E ELISABETTA

 

Il signor Enrico svolgeva lo stesso lavoro da quarant’anni. Era stato assunto appena ventenne, dopo un diploma alle Belle Arti, e aveva conservato l’impiego per il resto della vita. Forse non era quello a cui aspirava quando sognava di diventare un pittore famoso, ma finiti gli studi aveva cercato di impegnarsi in un’attività che fosse in qualche modo attinente alla sua passione. Superato un facile concorso, entrò con la qualifica di custode nella locale pinacoteca; l’occupazione doveva consentirgli di sopravvivere per un tempo che pensava breve, ma da stagionale divenne a contratto e poi definitiva. Le sue mansioni erano semplici: doveva sorvegliare le sale, verificare che tutto fosse in ordine e vigilare sui visitatori tenendoli a debita distanza dai quadri. Poca fatica e stipendio modesto. Il museo non era grande, una decina di sale, ma era stato oggetto di una donazione da parte di un industriale del luogo che le malelingue dicevano obbligata da un concordato col fisco. Il “mecenate suo malgrado” aveva specializzato la sua collezione concentrandola su un movimento pittorico particolare: i preraffaelliti. Come Enrico ben sapeva, questi erano stati un gruppo di pittori, perlopiù inglesi, che avevano operato sul finire del diciannovesimo secolo ispirandosi alle figure ed ai temi del Rinascimento italiano. Proprio su di loro il custode aveva scritto la sua tesi di diploma e ritrovarne qualche esponente sotto la sua tutela fu per lui una sorpresa inaspettata. L’innegabile fascino delle tele e l’atmosfera fuori del tempo gli fecero gradire ogni giorno di più quel lavoro che ad altri sarebbe apparso noiosissimo. Finì quindi per non cercare più un altro impiego, mentre le ore passate al museo gli sembravano più una riunione tra amici che un mero dovere. Arrivava alla mattina, faceva un giro con lo sguardo accigliato e attento, come per controllare se tutti si fossero svegliati in piena forma, e poi si sedeva in un angolo aspettando l’orario d’apertura al pubblico. Le presenze non erano mai eccessive, anzi il flusso dei visitatori risultava alquanto scarso, ed Enrico, mentre svolgeva i suoi compiti, lasciava spaziare la fantasia. Si immaginava catapultato al Greenwich Village per unirsi alla “Factory” di Wharol e poi disegnare qualche schizzo a carboncino seduto sul prato di Union Square; viaggiare nel tempo per ritrovarsi a Montmartre discutendo con Manet e Renoir sull’uso del colore e della luce, o a passeggio per le Ramblas chiedendo a Picasso il dannato motivo per il quale avesse smesso la pittura figurativa per buttarsi sul cubismo che sicuramente fu molto innovativo, ma vuoi mettere la bellezza di quell’arlecchino tutto blu? Fantasticando, il tempo passava abbastanza velocemente, l’unico inconveniente era che non scambiava quasi mai quattro parole con nessuno. Qualche indicazione a turisti distratti, una breve chiacchiera con l’altro impiegato alla biglietteria, ma nient’altro. E così, per alleviare la solitudine e trovare un po’ di svago, incominciò ad interagire con i soggetti dei quadri intono a lui. Grazie ai i suoi passati studi sapeva riconoscere le vicende raffigurate dai pittori ed anche qualche personaggio che si richiamava alla storia. Si perdeva ammaliato dalla grazia delle figure femminili, dalle loro chiome mosse dal vento e da quell’aria al tempo stesso algida e sensuale. Gli capitava di commuoversi di fronte ad una copia dell’Ofelia morente partecipando al dramma della sfortunata e romantica fanciulla. In altri gruppi, giovani donne danzanti ornate di ghirlande floreali inneggiavano alla primavera della loro vita, mentre il custode, non visto, accennava un passo di ballo per partecipare a quel gioioso girotondo. Non mancavano guerrieri con gli spadoni, ma a loro Enrico non si rivolgeva, non avevano l’animo abbastanza gentile per capire i suoi pensieri. Tra la finestra e il cantone della sala, era appeso il ritratto in primo piano di una fanciulla fulva di capelli e con gli occhi verde smeraldo, presa di tre quarti, come stesse rispondendo ad un richiamo giunto inaspettato. Il viso squadrato dagli zigomi alti, la bocca appena socchiusa forse per il breve ansimare dopo una corsa a piedi nudi. La tela finiva all’altezza della scollatura mostrando un incarnato pallido dalla cui trasparenza si intuivano le vene del collo e il battito del cuore. Una catena d’oro ornava il decolté, ma era quasi fuori posto, un manufatto greve su una pelle delicata. Lo sfondo era scuro, per far risaltare meglio la figura e contribuiva all’alone di mistero che avvolgeva la protagonista. Chi era? Da dove veniva? Sarà stata felice o avrà avuto una storia drammatica come Ofelia? Il custode si poneva queste domande ed altre senza senso, mentre diventava sempre più amico della fanciulla del quadro. Era difficile rivolgersi a lei in maniera sempre impersonale e quindi decise di chiamarla Elisabetta. Una volta battezzata, cominciarono i loro dialoghi mentali. La salutava sempre al suo arrivo e non mancava di raccomandarle la buona notte prima di andare a casa, la sera. Durante la giornata, seduto di fronte a Elisabetta, le raccontava i suoi pensieri, le domandava se le piacesse De André o scherzava chiedendole quando fosse andata l’ultima volta dal parrucchiere. Se ne innamorò. Cominciò a dedicarle poesie, che lei gradiva sempre, ogni tanto le offriva un piccolo dono che poi riportava a casa conservandolo per il futuro. Avrebbe voluto che il quadro fosse almeno a mezzo busto per vederle le mani, era sicuro che avessero le dita affusolate e gli sarebbe piaciuto tanto poterle stringere tra le sue. Chissà quanti anni avrà avuto? Elisabetta, una signora, a questa domanda non rispondeva mai, ma lo scorrere del tempo non lasciava segni sul suo volto, mentre con l’avvicendarsi delle stagioni Enrico passò la giovinezza e poi la maturità. Ormai ingobbito, le rughe e i capelli bianchi, indossava ancora, tutte le mattine, la divisa da custode e si recava all’appuntamento con la sua ragazza. L’amava come il primo giorno e nessuna donna reale aveva mai potuto competere con lei, rendendo la sua vita solitaria ma non infelice. L’ultimo dei suoi colleghi, un giovane sguaiato e ignorante, un giorno gli consegnò una busta. E’ per te, gli disse, dalla direzione. Enrico non se l’aspettava, con una certa trepidazione aprì la lettera. Congratulazioni, c’era scritto, alla fine di questo mese avrà raggiunto l’età pensionabile. L’amministrazione la ringrazia e la invita a lasciare il suo posto alla data indicata. L’uomo fece scivolare la missiva dalle mani tremanti e il collaboratore la raccolse buttando lo sguardo sul contenuto. Contento, eh? Finalmente te ne starai a casa! Enrico, con le lacrime agli occhi, andò di fronte al quadro di Elisabetta e le annunciò la novità. Le disse che avrebbe dovuto lasciarla, ma sarebbe tornato spesso a trovarla, non si preoccupasse. Gli sembrava che in quel momento l’amasse tanto intensamente quanto mai prima. Si sarebbe strappato il cuore per lasciarlo lì, vicino a lei, alla quale apparteneva.



Questa è la storia di quel vecchietto che fino a poco tempo fa si vedeva entrare tutti i giorni al museo, col vestito da festa e un mazzetto di fiori in mano. Ed è anche spiegato perché sulla sua lapide nel piccolo cimitero del paese è scritto: qui giacciono Enrico e Elisabetta, mentre tutti sanno che lui non si sposò mai.

mercoledì 2 novembre 2022

Il Cecere

 

Studiare gli piaceva, ma non più di tanto. Faceva i compiti diligentemente: lettura, matematica, storia e religione, ma solo il lunedì, poi metteva tutto in cartella e scendeva nel giardinetto sulla piazza. C’era sempre qualche amichetto e, a seconda del numero, si organizzavano partite a pallone o gare di nasconderella e chi s’accecava doveva contare dietro al tronco di uno dei tanti carrubi del parco. I carrubi facevano cadere in terra le carrube, una specie di grandi fagioloni dall’odore dolciastro. Si diceva che fossero commestibili, ma nessuno le aveva mai assaggiate né aveva la minima intenzione di farlo. Nel pomeriggio dei giorni feriali il giardinetto era frequentato solo da bambini accompagnati dalle madri o da qualche servetta. Le tate professionali si riconoscevano per la figura paciosa e sovrabbondante, l’immancabile collana di corallo, dono della padrona alla nascita del pargoletto, e per la “crocchia” di capelli ben stretta sulla nuca. Prevalentemente si sentiva parlare in ciociaro, ma non mancava qualche balia veneta che ogni tanto sbrodolava un’invocazione somigliante tanto a una affettuosa bestemmia. All’epoca il bambino aveva sette o otto anni e, come per tutti i suoi coetanei, il mondo gli sembrava una continua scoperta. Quell’appezzamento di prato e ghiaia ritagliato in mezzo al traffico cittadino era per lui un microcosmo. Osservava le formiche in fila con il carico di un filo d’erba o giocava con un girino nella piccola vasca della fontanella. Scopriva la ritrosia delle lumache che, toccate sulle corna, si rintanavano nella loro casetta fatta di guscio e la fatica di qualche bacherozzo intento a spingere una palla di “cacca” più grande di lui. Su qualche ramo più basso dei grandi alberi guardava i nidi degli uccelli e a volte capitava che scoprisse un passerottino caduto per terra che sembrava implorasse aiuto. Una volta ne aveva raccolto uno organizzando una specie di pronto soccorso in una scatola di scarpe, ma l’esito delle cure si era rivelato infausto per il piccolo paziente, e quindi decise di non intervenire più lasciando la natura libera di tessere i suoi disegni. Accadeva che talvolta i suoi amichetti non andassero al giardino o che dovessero tornare presto a casa, e allora lui restava solo con la tata. Si sedeva su una panchina e studiava i “grandi”. In quelle ore dedicate al lavoro, oltre alle accompagnatrici dei bambini, solo qualche persona anziana sostava nel giardino con la sporta della spesa o vecchi, più sperduti dei passerotti, con lo sguardo vacuo di chi non sa cosa fare e col dubbio se valga la pena di farlo. Ma, quasi sempre, c’era l’uomo col “cecere”. L’aveva chiesto alla tata, quell’escrescenza sul volto, prominente e pendula, si chiamava così, quasi a ricordare un cecio buttato in faccia alle persone. Era un omone, almeno per lui che era così piccolo, sempre vestito con un paltò di colore indefinito e col cappello in testa. Sedeva, leggeva il giornale, si alzava per fare un giretto, sorrideva a chi incrociava, poi si accomodava nuovamente su una panchina…col cecere pendulo. Non sembrava cattivo, forse non aveva famiglia, ma quel ciccio di carne era qualcosa che al bambino metteva i brividi. Il piccolo immaginava l’uomo farsi la barba e circumnavigare quel promontorio di carne prominente sulla guancia, con circospezione e prudenza. E poi chissà se lo strano polipo sarebbe cresciuto ancora, a dismisura, senza limiti. Forse un giorno l’uomo si sarebbe presentato ai giardinetti con delle bretelle attaccate alla nuca per sorreggere la massa estroflessa o con una carriola adatta a portare l’indesiderato peso. Magari quel cecere era il baby di una forma aliena o una specie di peste che si sarebbe trasmessa a tutto il genere umano, chissà? Il ragazzino era seriamente preoccupato e anche un po’ schifato. Finché un giorno, guardando attentamente, ma senza farsi accorgere, la guancia dell’uomo, il bambino vide che, alla base del ciccio, l’uomo aveva stretto un filo bianco, come quello da cucire. Lo sta strozzando, pensò. Sta togliendo vita all’alieno e combatte per estirpare quel parassita aggrappato ai suoi succhi vitali. Per qualche giorno l’uomo non si presentò da quelle parti, ma era comprensibile: la battaglia stava divampando cruenta e senza pietà. Poi tornò, senza cecere. Aveva avuto la meglio! Il bambino ne fu felice. Non disse niente alla tata, ma da quel giorno ebbe una preoccupazione in meno: gli umani potevano stare tranquilli, gli alieni non avrebbero vinto!

venerdì 7 ottobre 2022

Un Fiore


Mi piacerebbe che sul nostro pianerottolo ci fosse un banchetto di fiori. Fisso, ventiquattr’ore al giorno, con un omino gentile che non si stancasse mai di aspettare e rimanesse sempre disponibile per chi avesse bisogno di lui. Dovrebbe essere fornito di fresie in primavera e grandi peonie, di quelle sfumate sul colore del rosa e con l’aspetto un po’ decadente, verso maggio. Mazzi di lavanda nel mese di luglio, ciclamini all’inizio dell’inverno e rose tutto l’anno. Sotto Natale non dovrebbe offrire quelle piante rosse abbastanza banali, ma proporre composizioni di agrifoglio e bacche con rami di abete e stecche di cannella per spargere intorno l’odore delle Feste. Visto lo spazio disponibile, non mi aspetterei di trovare un vasto assortimento, ma sarebbe sufficiente che, come nei migliori negozi di alimentari, esponesse sempre delle primizie o delle ricercatezze selezionate fra le migliori sul mercato in quel momento. Il fioraio dovrebbe anche essere una persona provvista di un certo gusto estetico poiché sarebbe suo compito abbinare la tinta della carta crespa con i nastri ed fiori tra loro, in una armonica composizione di colori e profumi. A disposizione terrebbe dei semplici biglietti per accompagnare il dono floreale con brevi dediche o pensieri affettuosi. Non dovrebbero essere dozzinali, ma fatti con un bel cartoncino color crema che resistesse al tempo, magari in fondo ad un cassetto, per ricordare un momento o quella persona cara. Insomma, tutto molto curato e ben tenuto. Già, ma l’obiezione del venditore di fiori sarebbe inevitabile ed ovvia: per i miei affari non c’è abbastanza passaggio sul pianerottolo, direbbe. Ed avrebbe ragione, al nostro piano ci sono solo due appartamenti e il mio dirimpettaio ha una bella terrazza con molte piante e non credo sarebbe un gran cliente. Però, caro fioraio, io le vorrei spesso regalare un fiore quando di notte la guardo dormire, e poi quando torno a casa le vorrei portare un fiore che parlasse per me. Ancora un fiore quando, come adesso, scrivo pensando a lei, ed un altro da lasciare sul tavolo in cucina per accompagnare la colazione. Un fiore per ogni parola non detta, un fiore per ogni pensiero tenuto segreto, un fiore per ogni volta che la rivedo, un fiore per quando mi sta vicino. Ancora fiori che dicano: grazie, che dicano: il tempo non esiste, che dicano: sono qui. E poi fiori per festeggiare una ricorrenza o solo un altro giorno vissuto insieme, per rallegrare la casa o per vederla sorridere. Fiori da lasciare in un piccolo vaso di vetro sul lavandino, sulla scrivania dove lavora, da infilare tra le pagine della sua agenda fitta di impegni. Un altro fiore, solo uno, per non finire mai di darle un fiore.
Come vedi, caro fioraio, sul mio pianerottolo la clientela sarebbe sicuramente poco numerosa, ma se il tuo mestiere è anche spargere un po’ di amore, qui non ti mancherebbe il lavoro.

lunedì 29 agosto 2022

Fado el Pessoa



Quella notte era dolce a Lisbona. La luna si specchiava nel Tago e il castello dalla collina di San Giorgio come sempre rimaneva di vedetta per proteggere la città da invasori che non sarebbero più arrivati. Per le strette strade del centro un vociare di gioventù in cerca della vita e uno sferragliare di vecchi tram che rimandavano a storie di banale quotidianità. Piccoli ristoranti e bar con tavolini sulla strada spargevano spazzi di luce su marciapiedi male illuminati. Uno scroscio di risa, il richiamo di una ragazza, l’acciottolio delle stoviglie e i brindisi di qualche compagnia d’amici erano la colonna sonora di una città che si accompagnava nella notte. La locandina di un locale con la porta rossa e stretta annunciava uno spettacolo di Fado interpretato da una cantante dagli occhi tristi. Entrai e mi sedetti da solo, in disparte. Era occupata forse la metà della ventina di tavolini disposti davanti ad un piccolo palco. Coppie di amanti, forse clandestini, che si sfioravano la mano, coniugi anziani che sorseggiavano del liquore in piccoli bicchieri come stessero sorbendo una medicina e un signore con cappotto e cappello fuori stagione e gli occhiali spessi dalla montatura pesante. Chissà cosa stava scrivendo quell’uomo sul taccuino che teneva a portata di mano. Versi, impressioni poetiche o la lista della spesa? Sulla ribalta scarsamente illuminata un paio di sedie e un microfono erano in attesa dei musicisti. Avevo già sentito brani di Fado interpretati da Amalia Rodriguez, ma preferivo le cantanti di oggi. Quasi tutte con una voce calda, scura, che gorgheggiano facendo nascere suggestioni da parole gutturali con la erre arrotata. Non capivo niente di quelle rime, ma la magia della musica mi trasmetteva dolci sensazioni e una sorta di struggimento che non doveva essere molto lontano dal significato dei brani. Dalle quinte uscirono due chitarristi che presero posto sulle sedie incominciando a pizzicare le corde degli strumenti e, poco dopo, si presentò la cantante. Prima che cominciassero l’esibizione, con un cenno chiamai il cameriere e mi feci portare una bottiglia di Porto, era inevitabile. La donna, sotto a un timido occhio di bue, parlò brevemente alla sala ricevendo un applauso di cortesia e poi chinò il capo tenendo l’asta del microfono con la mano. I lunghi capelli neri le coprivano il volto e dopo un momento di silenzio, la musica attaccò. Un brano dopo l’altro, più o meno ritmato, ma sempre con una sfumatura che, in qualche maniera, mi ricordava il blues del Mississippi: un urlo del cuore di chi non ha altro per farsi sentire. Parole strane, per me senza significato, facevano brillare qualche lacrima, ma anche nelle canzoni allegre si sentiva una sorta di amara e spavalda sfida al destino, come la risata del torero nell’ora fatale. Applaudivo alla fine delle canzoni e mi rabboccavo il bicchiere. Applaudivo e rabboccavo. Alla fine dello spettacolo feci fatica ad alzarmi ma, se solo avessi potuto, mi sarei avvicinato alla cantante per abbracciarla, mi sentivo suo fratello, forse un po’ anche il suo amante. Per il tempo dello spettacolo mi aveva preso per mano e portato nel “barrio”, intorno ad un falò o sulla riva del mare. Tutto secondo la mia interpretazione, perché magari aveva cantato altro, ma non importava. All’uscita del locale vendevano dei CD dell’artista, ne comprai uno certo che l’avrei risentito provando ancora le medesime emozioni.

A casa non avevo il Porto e il CD mi sembrò una nenia, lo buttai in fondo a un cassetto e mi tenni il ricordo.

domenica 10 luglio 2022

Una Storia da Raccontare

 

Quel vecchio ha una storia da raccontare. Una storia che non sa quando ha sentito, se ha letto da qualche parte o se nasce dai suoi sogni. Una storia che narra di infiniti orizzonti, ma che non ha un inizio; una storia che descrive piccole cose, ma non ha una fine. Un racconto slegato dove tutto ha un senso, parole in libertà che si annodano con la poesia. Ce l’ha chiara, quel vecchio, la storia, ma gli mancano le parole, o forse ne ha troppe che premono per uscire dalla sua bocca, che vogliono farsi sentire o perdersi nell’aria come foglie cadute da un albero, che narrano di vita e di rimpianto. Vorrebbe raccontarla a chi vive di malizia e a chi si riscopre bambino, a chi si ferma per un attimo e a chi quell’attimo non lo trova; a chi ancora non è stanco e a chi sfoglia con curiosità, a chi chiede e a chi non ne ha il coraggio. Una storia dove non ci sono protagonisti, dove la musica parla suggerendo senza dire, che si svolge su un palcoscenico costruito sulle nuvole mentre di quinta è il cielo. Una favola o un dramma, un fatto o una fantasia, per ridere, pensare, lasciarsi andare e non piangere. Senza significato, che non sia possibile ricordare, che lasci solo una sensazione, un timido languore di angoli nascosti. Il vecchio comincia a raccontare mentre il sole tramonta, ma non dice mai “c’era una volta” e la notte amica accompagna le sue parole. A volte si ferma, ma la storia, una volta nata, non è più sua e vive come quelle piccole testarde falene che non hanno pace finché non si bruciano sulla fiamma. La fiamma di qualche anima inquieta o di una speranza celata, di un diapason all’unisono col cuore del vecchio che quella storia fa vibrare.

Quel vecchio io lo voglio ascoltare, lo conosco.  

domenica 20 marzo 2022

Alla Via Così!

 

Ho deciso: sarò un vecchio molto elegante. Un tocco di gel per tenere i riccioli bianchi in ordine, senza sconvolgimenti da parte di refoli inaspettati, e il mio “Joe Malone” personalizzato spruzzato con discrezione. I jeans li lascerò ai giovinastri e solo qualche “cinque tasche” in drill di cotone potrà essere ammesso tra il casual estivo. Guiderò una macchina che, come me, non darà peso ai suoi anni ed ad ogni colpo di tosse del motore risponderò con una mia eco, in un’improbabile dialogo fra vecchi collaboratori. Non me la prenderò se uno scapestrato, inopinatamente prepotente, mi ruberà il parcheggio che avevo puntato per primo, ma lo degnerò solo di un’alzata di sopracciglio tanto schifata che parlerà per me. All’impiegata delle poste che a causa di una mia leggera vacuità uditiva si mostrerà spazientita dopo aver ripetuto per la dodicesima volta l’importo che le avrei dovuto corrispondere a fronte del suo servizio, farò un sorriso che le insegnerà della vita più di quanto abbia fatto sin’allora la sua distratta genitrice. Se la carta di credito s’impunterà ostinata su un pagamento on line chiedendomi i codici di riconoscimento di tutti i miei conviventi e parole di verifica tanto indiscrete quanto perse nei meandri della memoria, la butterò sopra la spalla sinistra come si fa apotropaicamente col sale per scongiurare ulteriori fastidi. Dispenserò perle di saggezza tanto profonde e fumose che la sibilla cumana in confronto farà la figura di una scolaretta. Ogni tanto azzarderò una burla, un calembour, un piccolo lazzo col mio solito humor apprezzato da pochi eletti, sempre meno. A tavola spiluccherò finger food, tapas o canapè accompagnati da proseccucci millesimati dal fine perlage, aborrendo le amatriciane con doppia razione di guanciale croccante. Non spero che la Roma possa vincere ancora qualche trofeo, domestico o cosmopolita, e pertanto non dovrò placare alcuna soverchiamente volgare emozione, ma mi appassionerò a gare di pesca con la mosca o a tornei di badminton tra collegiali inglesi. Insomma, blasé e snob come il portiere di un circolo per soli gentlemen della city, in attesa che il tempo sfogli a suo piacimento i giorni della vita.  

Ma questo quando diventerò vecchio, per il momento mi incazzo ancora come un picchio, mi abboffo come uno scaricatore e aspetto solo che Mourinho si azzardi a perdere un derby per...

venerdì 18 febbraio 2022

L’ETICA DEL MARPIONE, OVVERO: QUANDO UN OSSIMORO FA LA DIFFERENZA.

 

Qualche tempo fa, in treno, stavo andando a Milano per lavoro. Dopo aver occupato il posto a me assegnato, mi guardai distrattamente intorno. C’era poca gente sul vagone, ma il mio occhio insofferente alla cacofonia cromatica venne subitaneamente attirato da una sciarpa patchwork in confronto alla quale qualunque abbigliamento sfoggiato da uno zingaro in vena di eccentricità sarebbe risultato sobrio. Grande come un lenzuolo matrimoniale, più colorata del cappottino di Dolly Parton bambina, di un materiale simil-seta lucido e viscido come la pelle di un mamba africano, era annodata ad un intuibile collo di un rubizzo passeggero seduto a ore 2 rispetto alla mia postazione. L’uomo sembrava sulla mezza età; l’addome strabordante da una cintura ai limiti della resistenza ed una delicata filigrana di capillari purpurei ad ornamento del naso, testimoniavano con certezza che il verbo “continenza” si coniugava raramente nel suo lessico familiare. Anche lui mi notò e con inquietudine mi accorsi che stava dando il via ad una complessa manovra di disincagliamento dal sedile per appropinquarsi a me.

-Buonasera. – Disse con un mal addomesticato accento dal quale trapelava un retrogusto di nduja e aglio odoroso.

-Buongiorno. – Precisai, volendo sottolineare come il saluto fosse inappropriato in presenza di invadenti lame di luce fendenti dai finestrini a palese testimonianza del sole allo zenit.

-Scusate il disturbo, siete salito a Roma, nevvero? – Continuò – Mi stavo chiedendo se, per caso, voi conosciate qualcuno al Ministero dei Lavori Pubblici. – La consecutio era quantomeno labile, assumendo che l’essere partito da Termini fosse requisito sufficiente per appartenere al sottobosco della parastatalità. Come disse Totò in una famosa macchietta spacciandosi per il Pasquale che non era, “chissà questo dove vuole arrivare?” sogghignai tra me decidendo di assecondarlo.

-Beh, fra noi a Roma ci si conosce un po’ tutti. – Gli dissi per incoraggiarlo, celando la mia misantropia patologica.

-Bene. Permettete che mi presenti. – Fece il tizio coniugando il nome proprio di un patrono dal sangue ballerino con un cognome frutto della Ruota degli Innocenti. E si sedette di fronte a me.

-Molto lieto, - risposi- Mario Rossi. – In quel momento ritenni che fosse utile dire una piccola bugia da usare come preservativo nei confronti di un’eventuale contaminazione di confidenza. – Come posso esserle utile?

-Lasciate che ve lo spieghi. – Si mise comodo, per quanto il sedile gli concedesse, e prima di cominciare tirò fuori dalla tasca dei pantaloni un secondo lenzuolo king size, stavolta tutto bianco, o quasi. Tirò un respiro che avrebbe potuto competere con l’inalazione di Maiorca prima di buttarsi in apnea, e poi soffiò attraverso le narici con un impegno degno di migliore causa. La sirena del Titanic sarebbe risultata più discreta in confronto al barrito provocato, e non stetti ad indagare sulla corrispondente produzione. Poi, liberato, e felice del suo exploit, continuò. – Dovete sapere che io vengo da un paese bellissimo, vicino al mare e con tanta terra coltivata tutt’intorno. La mia occupazione è fare favori, mi piace. La gente mi vuole bene e quando qualcosa preoccupa un mio concittadino o magari ci sta qualche problema economico, io intervengo cercando di risolvere per il meglio.

-Meritorio. – Commentai “tranchant”.

-Già. – Si concesse una pausa socchiudendo gli occhi come compiacendosi per la propria munificenza forse sprecata per i villani di quel paese. – Allora, dicevo, possiedo una certa disponibilità di denaro, non molto mi dovete credere, ma abbastanza per fare del bene. Eh, intendiamoci, non sono un santo. Una piccola carezza, un leggero guadagno, me ne deve venire, altrimenti andrei presto a zappare la terra e se qualcuno mi prega di togliergli un fastidio, poi chiederò un favore, mi sembra giusto. Così come qualche soldo anticipato mi deve tornare più grasso. – Il tizio proruppe alle sue stesse parole in una risata tanto sgradevole quanto inquietante.

-Interessante, - intervenni – ma non vedo…

-Oheeee! Avete fretta? Tanto qui dovete stare, no? Allora, faciteme o’ piacere, statemi a sentire.

-Certamente, caro.

-Okkei. – Accortosi di avermi un po’ spaventato, il tizio sfoderò un sorriso da trentadue denti. O meglio, trentadue sarebbero stati se ci fossero stati, in realtà ne apparvero una quindicina ben distanziati e sui toni dell’ocra/terra di Siena. – Scusate, ma se perdo il filo… E quindi…fra le tante mie attività io sono anche un costruttore. Ho edificato una serie di palazzi da quindici piani proprio sulla costa, in prossimità del mare, che sono una bellezza! Per la verità, qualche Pretore senza gusto estetico e contrario alla modernità, provò a obiettare qualcosa, ma poi dopo che malauguratamente ebbe trovato sul proprio letto le spoglie del suo precocemente defunto animale domestico, si rese conto che nella vita ci sono cose più importanti di qualche colata di cemento qua e là.

-Eh, la libertà d’impresa viene ostacolata! – Simpatizzai con l’imprenditore.

-Esattamente! Comunque, qualche tempo fa ho ricevuto una donazione da parte di un paesano a seguito di un debito non onorato. Si tratta di un lotto di terreno di circa mille metri quadri e vorrei costruirci sopra un altro edificio sullo stile degli altri. Il vecchio proprietario ha firmato il passaggio di proprietà volentieri, anzi volentierissimo. Avreste dovuto vedere com’era contento di sbarazzarsi di quel pezzo di terra pur di allontanare la fastidiosa sensazione di freddo che avvertiva sulla tempia causata dallo strumento di lavoro di un mio socio.

-Capisco. – Ribattei io, già estremamente pentito per aver derogato dalla regola aurea che recita: “solitudo sola beatitudo”, ma incapace di svincolarmi.

-Lo vedete che mi capite? In fondo siamo tutti e due sulla stessa barca, no?

-Abbia la compiacenza, di quale barca stiamo parlando?

-Eh, caro il mio signore di Roma, voi siete un furbacchione! – Ammiccava, sogghignava e sottecchiava come un allibratore con la soffiata vincente nei confronti di uno scommettitore indeciso. – Noi uomini di mondo siamo! Comunque, torniamo al mio piccolo “bussinnesse”. A me serve qualcuno ai Lavori Pubblici che porti una strada dalla statale al mio terreno, altrimenti sarebbe difficile vendere gli appartamenti di un palazzo quasi irraggiungibile.

-Capisco, ma forse potrebbe pensare lei stesso a fare una via d’accesso. Non credo che si sia mai fatto tanti scrupoli in merito ai permessi. O sbaglio?

-Sissignore, io sono uomo di sostanza non di scartoffie. Se c’è da fare faccio e poi le cose si aggiustano.

-E allora a che le serve una concessione dal Ministero?

-Mi piacete, voi siete…un figlio ‘e ‘ntrocchia comm’amme. Avete colto il punto. Questa volta voglio fare le cose per bene perché non ci sono di mezzo solo i miei interessi. – Fui quasi stupito da questa dichiarazione di correttezza da parte di quell’uomo che fino ad allora mi era apparso così disinvolto. Forse rischiava di entrare in conflitto con qualche boss locale e aveva paura di scatenare ritorsioni o faide generazionali?

-Può spiegarsi meglio? – Sentendo le mie parole, e ricordandosi il motivo della sua titubanza, all’uomo si riempirono gli occhi di lacrime. Di conseguenza, mise la mano in tasca per riesumare il fazzolettone. Mi aspettavo di nuovo un concerto per trombone e spruzzi, ma per fortuna all’ultimo ci ripensò accontentandosi di un rapido passaggio del naso sulla manica della giacca.

-Quei poveri orfanelli! – Oggesù, pensai, vuole fare una strage! Poi continuò. – La strada dovrebbe passare attraverso la proprietà di un collegio per bambini abbandonati e io non voglio che loro subiscano un danno. Se faccio a modo mio, l’orfanotrofio perderebbe una parte del suo terreno senza avere niente in cambio, invece se interviene il Ministero con un esproprio dovrebbe risarcire quanto sottratto. In questa maniera saremmo tutti felici: io con la mia strada e gli orfanelli con un po’ di soldi.

Il ragionamento filava, ma c’era qualcosa che non mi tornava. Con la spavalderia e sprezzo del pericolo che mi sono propri, azzardai la domanda.

-Mi perdoni l’ardire, – esordii – come mai lei ha tanti scrupoli nei confronti di quei bambini quando taluno potrebbe patire la propria condizione forse a causa del suo stesso intervento?

-Non ho capito. – Disse. Presi il coraggio a due mani.

-Intendevo: perché ha tanto a cuore quelle creature quando, probabilmente, a rendere orfano qualcuno di loro può essere stato proprio lei? – L’uomo ristette serio e compunto, poi, dopo un’energica grattata sub ascellare, mi rispose.

-Io, caro signore, posso essere il peggiore degli uomini, ma non sarei un uomo se facessi del male ai piccerilli. E’ chiaro, o no?

Era un’etica di vita un po’ contorta, ma chi ero io per giudicare?

-Giustissimo. Quando torno a Roma vedrò cosa posso fare, non dubiti.

-Ehh, così mi piacete. E poi state sicuro che qualche picciolo rimarrà attaccato alle vostre dita. – In quel momento il “train manager”, ovvero il vecchio capotreno trasferito su Italo, annunciò: “Prossima fermata: Rogoredo”.

Colsi l’occasione al volo e mi scusai col mio interlocutore dicendo che ero arrivato, anche se non era vero. Scesi, ma prima di avviarmi verso un taxi, mi recai alla toilette per lavarmi le mani. Mi sentivo le dita appiccicose.

 

 

 

 

 

 

venerdì 28 gennaio 2022

LA PORTA GRIGIA

 

Sicuramente caricare la lavatrice non era il migliore dei passatempi, ma Giovanna lo faceva volentieri perché a lei piaceva moltissimo stendere il bucato. Dopo che la macchina aveva terminato i suoi cicli, la donna raccoglieva i panni umidi in una bacinella di plastica blu e si avviava verso la terrazza condominiale per sciorinarli al sole. Chiudeva alle sue spalle la porta dell’appartamento, prendeva l’ascensore di servizio, quindi una piccola rampa di scale e si trovava di fronte ad una porticina di ferro grigia. Posava in terra il catino e spingeva l’uscio avanti a sé fino a spalancarlo. La penombra del vano scale veniva improvvisamente inondata di luce. Nei giorni d’estate il chiarore del sole era come uno schiaffo sul volto della donna, l’accecava per un momento e poi l’abbracciava col suo calore. Ma anche quando il tempo si presentava nuvoloso sembrava di entrare in un’altra dimensione, ad un passo dal cielo. Il terrazzo era di tutti, ma siccome non c’era quasi mai nessuno, Giovanna lo sentiva esclusivamente suo. Col bucato in braccio, usciva fuori e restava per un momento ferma, incantata. Sempre. Il panorama non era mai uguale, dipendeva dalle stagioni, dal clima o dall’orario. Ogni volta cambiavano i colori mentre il cielo virava dal turchese intenso al grigio piombo. A volte veniva accolta dallo stridio delle rondini che passavano veloci a poca distanza da lei, poteva ammirare il gioco fluido degli storni che in gruppo disegnavano nel cielo figure senza senso, oppure guardare un gabbiano dalle ampie ali, così fuori posto nel suo nuovo habitat cittadino. D’autunno le nuvole galoppavano nel cielo una appresso all’altra cambiando forma come plastilina nelle mani di un bambino, mentre in estate appariva tutto immobile con i tetti delle case e le cupole che rimandavano il calore come cocci di terracotta appena sfornati. Capitava che uno sbuffo di vento la cogliesse di sorpresa alle spalle quasi la volesse spingere a volare mentre, nel silenzio di quel mondo a parte, abbandonava ogni cupo ed inutile pensiero. Si avvicinava ai fili tesi tra due spranghe e dalla tasca del grembiule recuperava una manciata di mollette. L’aveva trovate nello sgabuzzino, perdute da chissà quanto, erano ancora quelle di legno con la molla in acciaio. Usava sempre le stesse perché erano fatte con materiali provenienti dalla natura e rimandavano alla sua infanzia, quando anche gli oggetti più insignificanti venivano prodotti per durare. Stendeva le lenzuola umide aspirando l’odore del bucato, un sentore di pulito che la riportava all’innocenza. In quel momento, sulle labbra le nascevano melodie o mantra improvvisati che davano voce al suo cuore ingolfato, mentre ogni cosa riprendeva la sua giusta dimensione. Lasciava la fatica su quelle corde e, come in un rito pagano, affidava il suo lavoro al Sole perché lo purificasse e le venisse restituito sotto forma di amore. Erano sensazioni vaghe che assomigliavano lontanamente alla felicità, ma che da questa si discostavano per il pudore di vivere qualcosa di non meritato. Momenti che Giovanna aspettava come remunerazione del suo sacrificio, gemme di vita che celavano il fiore della speranza mentre ritrovava se stessa assolvendosi da nessuna colpa. Prendeva una camicetta di sua figlia e dentro di sé le sorrideva, un capo di biancheria di suo figlio e lo accompagnava con un pensiero d’affetto, una camicia del marito e ne toglieva qualche piccola piega come gli stesse mandando una carezza da lontano. Il quotidiano compito di stendere i panni durava pochi minuti, forse un quarto d’ora, poi Giovanna riprendeva la bacinella azzurra ormai vuota, la metteva sotto al braccio e tornava verso la porticina di ferro grigia. L’apriva superandola e poi la richiudeva alle sue spalle lasciando la luce per immergersi nella penombra delle scale condominiali. Sarebbe tornata l’indomani e chissà per quante altre volte ancora. O forse no. 

 

venerdì 21 gennaio 2022

Una Breve Amicizia

 Bruno era un uomo metodico. Si alzava la mattina sempre alla stessa ora e, dopo aver indossato una lunga vestaglia di lana scozzese, si preparava un caffè ristretto e molto zuccherato. Poi, si avvicinava alla finestra che dava sul terrazzo per decidere come si sarebbe dovuto vestire per affrontare la giornata compatibilmente con le condizioni meteorologiche. Il terrazzo era un po’ lo specchio del suo carattere: ordinato, ben curato, con piantine di geranio in fiore scelte perché economiche, colorate e anti-zanzare. Tutto pensato a dovere, senza slanci di fantasia ma con piante robuste e resistenti. Non mancava un albero di ulivo piantato in un grande vaso che occupava buona parte dello spazio. Era stato comprato presso un vivaio vicino alla casa di Bruno qualche anno prima scegliendolo con cura secondo i parametri dell’arborescenza, della vetustà e della robustezza, oltre naturalmente all’adeguato rapporto qualità-prezzo. Poi l’aveva fatto sistemare vicino al parapetto in corrispondenza della porta finestra in modo che l’estate proiettasse un po’ della sua ombra verso la casa e d’inverno muovesse la visuale con lo stormire delle fronde. Una mattina, mentre soffiava nella tazzina del caffè, notò che sul ramo più basso dell’ulivo c’era un ospite inaspettato. Un uccellino paffuto e arruffato, forse un passerotto dal colore marroncino stinto, zampettava su e giù come per capire dove fosse capitato. A Bruno l’animaletto fece subito simpatia e si fermò a guardarlo. Anche il volatile sembrò accorgersi dell’uomo e smise di agitarsi. Piegò il capino scuotendo le ali e poi, con un piccolo scatto, si rimise sull’attenti puntando il suo ospite con gli occhietti neri e vivaci.


-Cirp! - esclamò, come saluto al suo nuovo amico. Il ragioniere sorrise e agitò la mano in segno di benvenuto, un gesto tanto irrazionale quanto inaspettato da uno come lui. Poi si voltò e riprese la sua giornata. La mattina dopo Bruno si alzò dal letto chiedendosi se avrebbe ricevuto ancora visite e quindi si affrettò a prepararsi il caffè. Si avvicinò alla finestra e vide che Angelo – così aveva deciso di chiamare il passerotto – era presente nel medesimo posto del giorno prima. Sembrava trovarsi bene, senza più alcuna timidezza, faceva brevi svolazzi per tornare a posarsi nel punto di partenza e si guardava intorno come se stesse prendendo le misure della sua nuova residenza. Vide l’uomo:

-Cirp! - strillò con cordialità e Bruno rispose con un “Ciao!” che non poteva essere sentito al di là dal vetro, ma che sicuramente l’uccello notò. Il ragioniere decise che, tornando a casa, si sarebbe fermato al supermercato per comprare un sacchetto di mangime da spargere sul tronco per l’animaletto. Così fece e quella sera uscì sul terrazzo per disporre sul ramo dell’ulivo una manciata di semini per Angelo. Il mattino seguente, con la tazzina fumante in mano, si affacciò per vedere se il suo nuovo amico gradisse la colazione. Il passerotto doveva aver già mangiato perché non degnava i granelli di uno sguardo, anzi sembrava che gli desse fastidio vedere sporcato il suo ramo. “Scusa” pensò Bruno rivolto mentalmente al passero “non pensavo di farti un dispetto. Non mi disturberò più, stai sicuro.” Per uno stano effetto ottico, quel giorno l’uccello appariva cresciuto, più in forma, sicuro di se. Forse era anche telepatico perché sembrò aver captato il pensiero di Bruno e si voltò di scatto puntando gli occhietti neri verso l’uomo con la fronte aggrottata.

-Cirp! - pronunziò, e Bruno capì perfettamente quello che intendeva. Secondo lui, e secondo l’interpretazione dell’uomo, il mangime non era di buona qualità e comunque, prima di prendere iniziative che riguardassero la persona del volatile, Bruno avrebbe dovuto consultarlo.

-D’accordo. - assicurò il padrone di casa. -Vai a fare del bene ai passeri…

-Cirp!

-Ho capito. Non c’è bisogno di essere sgarbati. Comunque, adesso vado a lavorare, ci vediamo domani. – Angelo si scosse facendo un’alzata di quelle spalle che non aveva e si voltò sul ramo dando la coda all’uomo come per intendere che l’udienza era finita ed adesso aveva qualcosa di meglio da fare.

-Cirp! – Il passeraccio, che sembrava più grande del giorno prima, accolse spazientito il ragioniere quando la mattina successiva l’uomo si affacciò alla finestra.

-Che ti prende oggi?

-Cirp, cirp, cirp!

-Addirittura? E che ci posso fare io?

-Cirp!

-Non è colpa mia. Lo so, è sbagliato, ma parlo con te perché non ho amici e tu lo hai capito bene. Però sei cattivo, non mi trattare male. – Angelo non sentiva alcuna compassione per quell’uomo piagnucolante. Era un essere falsamente superiore, in realtà un poveraccio che si nascondeva alla vita.

-Ci vediamo domani, se vuoi. – Bruno quasi scappò a vestirsi.

Quella notte l’uomo dormì male. Gli tornò in mente sua madre che lo rimproverava, un vecchio amico che lo prendeva in giro e suo fratello che non vedeva da vent’anni. Ripensò a quell’unico grande amore che finì senza neanche iniziare lasciandogli una strana nostalgia per quello che non aveva vissuto. Si alzò dal letto controvoglia, ma non poteva mancare all’appuntamento con Angelo.

-Ciao.

-Cirp!

-Ho capito che ce l’hai con me! Ho fatto quello che ho potuto, ma adesso sono solo. Pensavo di aver trovato in te un amico.

-Cirp! – Angelo fiammeggiava dagli occhietti neri e puntava il becco in direzione di Bruno come un dito accusatore di tutte le mancanze che l’uomo si riconosceva. Era chiaro che non aveva alcuna intenzione di essere accondiscendente, anzi sembrava goderci nel vederelo crollare davanti a lui. Bruno quel giorno non andò al lavoro, ma la mattina seguente tornò al cospetto dell’uccello.

-Sono qui, che mi devi dire?

-Cirp!

-Lo so, sono un fallito e non mancherò a nessuno. Vado in cucina. Dicono che il gas addormenta e poi tutto si risolve. Sei d’accordo?

-Cirp!

La polizia trovò il corpo dell’uomo senza vita e con la testa nel forno. Aveva lasciato un biglietto con sopra scritto: “E’ stata colpa dell’uccello.” L’ispettore che lo lesse si stupì moltissimo, non avrebbe mai creduto che quell’individuo in apparenza tranquillo e per bene nascondesse attività erotiche estreme. “Dove andremo a finire?” Pensò e, sbuffando una nuvoletta di fumo dell’ennesima sigaretta, archiviò il fascicolo che parlava di Bruno.

giovedì 16 dicembre 2021

Un Babbo Stanco

Se si fosse lasciato crescere la barba non avrebbe avuto bisogno di mettere sul viso quel cespuglio di finti ricci bianchi, di plastica. Gli entravano nel naso, nella bocca ed anche negli occhi mentre l’elastico gli segava dietro le orecchie, ma era un accessorio indispensabile. Sulle sopracciglia, fino a qualche anno prima, aveva tamponato un po’ di talco, ora non ce n’era più bisogno: il passare degli anni aveva provveduto. Il tunicone rosso era grande anche per lui che certo non poteva ritenersi esile, e questo era un vantaggio. Nel complesso si trattava di un armamentario di scarsa qualità destinato a creare un’illusione nella quale nessuno credeva più. Potrebbe essere l’allegoria del tempo che viviamo dove l’apparenza non inganna, ma fornisce il pretesto per sentirsi diversi.

Sbuffava davanti allo specchio del bagno mentre infilava le braghe di panno scarlatto sopra i suoi pantaloni e la giacca bordata di bianco sopra la camicia. Il cuscino per la finta pancia lo poteva evitare, madre natura gli aveva fornito un succedaneo che ora gli tornava comodo. Finalmente era quasi pronto, mancava solo il cappello a cono col pon pon e le soprascarpe – finto stivale. Un ultimo sguardo per vedere se fosse tutto a posto.
La luce del bagno risultava, come al solito, impietosa. Chi era quel pagliaccio dagli occhi tristi riflesso sopra al lavandino? E che senso aveva quella maschera ridicola indossata sopra un’altra maschera ed a tante altre che ogni giorno infilava per affrontare la vita? Qual era il motivo per far rivivere un personaggio da pubblicità della Coca Cola ormai tanto lontano dalla favola di San Nicola, quanto una bibita gassata da un bicchiere di vino? L’aveva fatto tanti anni prima con i suoi figli e loro ricordavano ancora uno strano personaggio che li andava a salutare quando ormai erano a letto, facendosi intravedere nella semioscurità della loro cameretta. Rammentò gli occhi sgranati e sospettosi dei bambini che avevano la paura e la voglia di incontrare quello straniero che avevano visto nelle illustrazioni dei libri. Poi, una volta cresciuti, aveva lasciato perdere relegando il magico benefattore nel ruolo che gli competeva insieme ai Pulcinella e gli Arlecchino: la rappresentazione di qualche virtù o di alcuni vizi che accomunano l’umanità. Qualcosa a cui dare un’importanza folkloristica, tanto per fare festa. La piccola messa in scena a loro non era mancata, ma per il padre quella sera si collegava idealmente con le notti in cui lui era bambino e provava le stesse emozioni dei suoi figli. Quando arrivarono i nipoti cercò di riprendere l'antica usanza, ma ormai era vecchio, le false risate suonavano sempre più false e gli pareva quasi che la sua pantomima fosse accettata per fare un piacere a lui più che per sbalordire i bambini. In un mondo di telefonini, ci vuole altro. E quindi, davanti a quello specchio, si sentiva stanco e un po’ stupido. Aveva senso? Sentiva che i suoi ricordi stavano svanendo e con loro la commozione e il mistero. Centocinquanta, duecento euro e un ragazzo, forse un disoccupato, avrebbe rinunciato a passare la festa in famiglia per prendere il posto del nonno svogliato ed esporsi al ridicolo in sua vece. Per i piccoli sarebbe stato lo stesso. L’anziano personaggio, di tutto vestito, era immobile nel bagnetto, mentre qualche goccia di sudore imperlava la fronte rugosa sotto il cappello 100% poliestere. Aveva comprato il travestimento con entusiasmo perché era lui che voleva crederci, era pronto a fare il vocione e scampanellare come da copione, ma aveva paura che i suoi occhi l’avrebbero tradito. Era stato bello far finta che le favole potessero non essere bugie e mantenere almeno una illusione dopo tutte quelle che aveva visto svanire come nebbia al sole durante gli anni della sua vita, ma forse era arrivato il momento di smetterla. Babbo Natale non esiste, e mentre se lo diceva guardandosi nello specchio, sentì qualcosa spengersi dentro di sé come l’ultimo guizzo di fiamma di una candela ormai consumata.
 
Prese in mano il pon pon del berretto per strapparselo via e ritrovare la sua presunta rispettabilità.
-Nonno, nonno, dove sei? Vieni che sta per arrivare Babbo Natale! – Sentì, oltre l’uscio, la vocina di suo nipote che tradiva l’eccitazione e l’aspettativa, o forse lui volle intenderla così. Come il soffio di un alito gentile su una brace affievolita, quelle poche parole piene d’emozione rianimarono la magia del Natale. Il vecchio capì che il rischio di mostrarsi stravagante era un prezzo che avrebbe pagato volentieri per trasmettere ai suoi familiari il piacere di una tradizione e, soprattutto, la voglia di continuare a sognare e di credere nell’impossibile. Si aggiustò la barba sputacchiando, prese il sacco con i regali e aprì piano la porta del bagno. In corridoio non c’era nessuno e la luce del salotto era spenta con tutti radunati in attesa.
 
-Oh, Oh, Oh! - Disse Babbo Natale, mentre col suo vocione chiamava i bambini accanto a sé. Al vecchio brillavano gli occhi.

venerdì 23 aprile 2021

Al di là dello specchio

 


La sera era stanco. Dopo un po’ di televisione gli veniva una sorta di torpore nervoso che non si tramutava in sonno ma gli impediva di occupare la mente con letture impegnate. Aveva iniziato almeno una mezza dozzina di libri sperando che una trama avvincente vincesse la fatica di prestare l’attenzione dovuta, ma poi li aveva lasciati tutti sul comodino con un’orecchia sulla pagina a segnare dove aveva decretato la propria resa. Però in qualche maniera doveva scavallare il crinale dell’insonnia per scivolare nell’incoscienza di sonni sempre agitati, e allora si rivolse a quell’infida finestra sul mondo che con pochi comandi digitali catapulta ovunque, anche dove non si è preparati ad andare: Il computer. Strumento pericolosissimo, subdolo alter ego di false identità, amicizie farlocche e notizie nate per confondere. Però dipende da come lo si usa, si dice, facendo il paragone col coltello che può ferire una mano o tagliare il pane a secondo delle intenzioni, ma non è corretto. Il coltello, infatti, non possiede alcun fascino. Lo si può fissare a lungo e, tranne che per Uri Geller, non si muove, non dice niente, annoia. Invece nel momento in cui s’illumina lo schermo di un pc sembra di attraversare lo specchio di Alice. Improvvisamente si viene a contatto con l’universo, non si sa quanto reale, ma sicuramente colorato e coinvolgente. Si naviga, e già solo questo termine affascina facendo supporre avventure per i sette mari, lontano dalla scrivania come corsari nel web. Interessa qualcosa? Pronti: musica, gossip, scienza o donnine? Tutto “a disposizione”, come diceva Totò in un film che non a caso parlava di truffe. E allora, imprudenti e audaci come mai, si va, sapendo di poter sempre premere il tasto che spenge tutto, salvagente che all’occorrenza trascina fuori dal gorgo cancellando sirene e cantastorie.

Così anche lui cominciò a leggere le notizie on line, ascoltare vecchie canzoni e vedere qualche frammento di spettacoli che si era perso in televisione. Sui “social” non si divertiva, non sapeva mai cosa dire e si sentiva un po’ come un avventore seduto al bancone di un bar che guarda altre persone discutere sedute ad un tavolino dove lui non era stato invitato. Qualche “like” qua e là, ma ne usciva presto. Una sera vide: burraco on line, e volle provare. A volte, alla domenica, faceva una partita con gli amici e, anche se non era un campione, vinceva di frequente con una soddisfazione spropositata all’importanza della competizione. Fece correttamente tutte le manovre per essere accreditato ed entrò nel sito. La prima partita da “farfalla” fu veloce e vincente e così anche la seconda e le seguenti, mentre il suo status passava da “lupo” a “pantera” fino ad arrivare a “drago”. A quel punto venne catturato dalla smania di giocare e dal prestigio di una classifica che non aveva mai raggiunto in nessun altra attività della sua vita. La sporadica partitina delle prime sere divenne in breve un appuntamento quasi obbligato. Come in tutti i giochi dove entra la fortuna, a volte perdeva, ma continuava a giocare fino a rifasi guadagnando altri gradini verso la vetta di una graduatoria forse senza fine. Lasciando il computer a notte fonda, andava a letto soddisfatto, come se avesse veramente vinto una gara sportiva o fatto bene un lavoro. Si organizzò: un bicchiere dall’altra parte del mouse con due dita di quello buono, una luce soffusa e un po’ di musica in cuffia e, dopo aver scrocchiato le dita, si buttava nella mischia. Appena il programma distribuiva le carte, dimenticava le rogne dell’ufficio, i problemi in famiglia e le bollette sul tavolo dell’ingresso sentendosi finalmente realizzato dall’alto del suo prestigioso avatar del quale era orgoglioso come fosse stato un blasone nobiliare. Divenne esperto ed a fronte di poche inevitabili sconfitte, inanellava lunghe serie di vittorie con un numero maggiore di punti al suo attivo e la voglia di continuare ancora ed ancora.

Andava a dormire sempre più tardi e la mattina faticava ad alzarsi per andare al lavoro. Il viso segnato da occhiaie perenni mostrava di frequente un’espressione stolida ed assente, si sentiva stanco e privo d’interesse, in attesa di tornare alla sera davanti al computer. Dopo qualche tempo fu richiamato dai suoi capi e poi, inevitabilmente, licenziato, ma non fu un dramma. Possedeva una piccola rendita che gli avrebbe consentito di sopravvivere e quindi, sollevato nel lasciare un’attività che gli serviva solo per decenza, si rifugiò in casa. Espletò i piccoli riti propedeutici e propiziatori e sedette alla sua postazione di battaglia. Cominciò a giocare e non si fermò più. Si concedeva brevi pause solo per qualche necessità fisiologica, ma poi tornava innanzi allo schermo prendendo parte a qualche altro tavolo virtuale. Non curava più la sua persona e l’aspetto trasandato ben s’intonava con gli occhi dall’espressione spiritata. Deperiva, tra sacchetti di patatine, bibite gassate ed altro cibo che non richiedeva la perdita di tempo per cucinarlo, ma la sua graduatoria saliva inesorabilmente. Sul sito non era scritto quale fosse il gradino più alto e per lui non era mai abbastanza.

Lo ritrovarono accasciato sulla tastiera mentre lo schermo del computer mandava lampi con la scritta: “Complimenti campione! Sei il primo in classifica.” Morì da vincitore, col sorriso sulle labbra e l’animo in pace. Fu meglio di quanto successe a Napoleone ed in fondo non fu una brutta fine.


Periferia

 



Che senso ha ancora un romanzo d‘amore di periferia? Quella storia dove i sentimenti cozzano con la realtà, dove la tenerezza del cuore fa a pugni con la durezza del quotidiano. Quando un sentimento dolce nasce inaspettato come un fiore su una scarpata ai lati della ferrovia. Dove una gentilezza è frenata dalla paura di manifestarsi come una debolezza, dove un’esitazione è spesso scambiata per timore. Eppure niente cambia per due cuori amanti, come dicono i vecchi cantanti di trite melodie. E la ruota gira. L’organetto ripropone sempre la stesa musica che suggerisce felicità, anche se poi si rivelerà un sogno irraggiungibile. Marco voleva possederla, ma non come diceva con gli altri, non gli interessava farci l’amore. O forse solo un po’. Voleva dirle: sei mia, e tirarla fuori dal gruppo di amici che erano tali solo perché nati nella stessa strada. Avrebbe dato qualsiasi cosa per prenderla da parte e difenderla. Da cosa? Beh, c’era solo l’imbarazzo della scelta. Dagli sguardi della compagnia, dalle angherie dei genitori, dalla scuola che non la capiva, dalla vita che ancora non l’aveva accettata. E lui si sentiva in grado di farlo. O meglio, sperava di esserne all’altezza, in fondo la giovinezza era un handicap che dovevano scontare insieme. Sognava di presentarsi sotto casa sua in sella ad una bella moto, di farla scendere accogliendola tenendo fra le mani quella borsa che avevano visto su instagram e giudicato come la luna: irraggiungibile. E poi correre insieme verso il mare e tuffarsi tra le onde per sentirsi più vicini in un mondo che era fatto per i pesci e non per gli uomini. Dopo, stanca, farla addormentare col capo appoggiato alla sua spalla per sentire il profumo dei suoi capelli, per scoprire quanto può essere liscia la pelle di chi ami. S’immaginava di provare quella strana sensazione in bilico tra le lacrime ed il riso, tra la felicità e l’angoscia più profonda. Tra la paura di perdere una fortuna immerita e la speranza che il fato non si accorgesse di una fatale combinazione di anime tanto rara da far invidia agli angeli. Ma in quelle strade si nasce scontando una condanna immeritata, bisogna scegliere. Sarebbe stato più semplice adeguarsi all’ambiente, come quegli animali che si salvano grazie al loro mimetismo, confondendosi col nulla per sembrare nulla. Dimostrare di essere forti oltre la propria forza e fare del cinismo lo scudo per non essere feriti, lasciando scorrere via le piccole preziose gemme che la vita offre, come sabbia tra le dita di un bimbo. Oppure sentirsi diversi. Ma forse tutti sarebbero uguali se ne avessero il coraggio, perché l’amore è uguale per tutti, quello che cambia è l’ardire di viverlo. Aspettò alla fermata del bus. Si fece largo a spintoni per salire, non fece la figura dello sfigato obliterando un biglietto che nessuno comprava e scese alla fermata più vicina alla casa di lei. Una passeggiata per arrivare al suo portone, mentre la mente componeva frasi sempre troppo complicate per esprimere un sentimento tanto semplice. Al citofono:

-Scendi?

-Arrivo.

Ecco: la felicità!