mercoledì 10 maggio 2017

Il Presidente

-Non c’è stata altra scelta.
-Eppure avevamo deciso di non intervenire se non in casi estremi.
-Il nostro comando ha deciso che questa era la maniera migliore per cercare di rimettere un po’ d’ordine senza impegnare direttamente le truppe.
-Va bene, anche se continuo ad avere qualche riserva. Ma mi spieghi esattamente come sono andate le cose e come avete scelto il soggetto adatto.
_..._..._

Ancora non ci credeva neanche lui. Fino a non più di qualche mese prima, se qualcuno glielo avesse detto, si sarebbe fatto una grassa risata. Adesso stava facendo la passeggiata più difficile della sua vita. Anche se era stato sempre uno sportivo ed aveva affrontato arrampicate di sesto grado sulle Alpi e voli in parapendio, mai aveva sentito l’adrenalina scorrere nelle sue vene con tanta forza. Certo non dipendeva dallo sforzo fisico, in fondo stava solo camminando su uno spiazzo asfaltato fino alla sua meta distante non più di un centinaio di metri, ma ogni passo l’allontanava dalla sua vita precedente per avvicinarlo ad una nuova esistenza. Era di notte e non riusciva a scorgere molto attorno a lui perché grossi fasci di luce concentrati sulla sua persona lo abbagliavano sfumando tutto in un alone quasi irreale. Però sentiva. Udiva con le orecchie, ma avvertiva con tutta l’epidermide, le urla, i canti, le vibrazioni di una folla che inneggiava solo a lui, come ad un idolo pagano scelto dalla massa per guidarli. Non era insensibile né impreparato, sapeva bene delle aspettative e delle speranze che in tanti riponevano nel suo futuro operato. Per molti aspetti erano soltanto delle vane illusioni alimentate dal suo staff durante la campagna elettorale, ma avevano funzionato, e lui aveva raggiunto il suo obiettivo. Era stato eletto Presidente di una delle nazioni all'avanguardia del mondo, ed in quel momento stava raggiungendo un palco pieno di bandiere per fare il doveroso e tradizionale discorso di ringraziamento.

L’ultima programmazione era stata fatta la sera prima. Il suo modello, in realtà, non richiedeva aggiornamenti particolari, ma l’importanza e la delicatezza della situazione necessitavano di aggiustamenti al software. Avevano regolato i parametri dell’empatia, poi avevano inserito un chip di nuovissima concezione che riduceva a livelli infinitesimali i tempi di reazione agli input esterni. La cosa più difficile per gli ingegneri era stata inserire nel C.B., Central Brain, dei sofisticati programmi con specifiche di comportamento obsolete, ma ritenute indispensabili. Così avevano fatto un mashup di vecchi proclami patriottici, orgoglio nazionale e discorsi di leader storici inneggianti a pace e speranza, e poi ne avevano ricavato logaritmi caratteriali sui quali avevano ricondizionato il soggetto. Ne era risultato un lavoro abbastanza soddisfacente. L’automa si comportava come un essere umano normale avrebbe agito in una situazione simile, salvo per la fissità nello sguardo che non erano stati in grado di evitare.

La folla gridava il suo nome. Dalla tribuna poteva vedere le migliaia di persone festanti sotto di lui. Mentre suonavano le ultime note dell’Inno alla Gioia, il Presidente prese la parola.
_..._..._

-Ho capito. Mi sembra sia andato tutto liscio.
-Si, assolutamente. Ogni cosa come stabilito. Anzi, per noi che sappiamo, si può dire che c’è stato anche un aspetto comico, ridicolo perfino.
-Ovvero?
-La Piramide alle spalle del Presidente, ad esempio. Possibile che nessuno, salvo i nostri adepti, abbia mai capito come quella costruzione sia in realtà una grande antenna puntata verso il cielo? E, d’altronde, che senso avrebbe avuto altrimenti un manufatto di vetro ed acciaio proprio in mezzo ad un cortile secentesco, totalmente estraneo all’estetica del luogo? E’ chiaro che fu eretto per uno scopo differente da quello dichiarato.
-Già, senza contare la simbologia massonica, esoterica ed iniziatica, che per la prima volta lascia intendere cosa ci sia alle spalle del Potere.
-Esatto, ma non solo. Come fanno a non accorgersi di come il protagonista di tutto questo non sia altro che… come le chiamano? Una marionetta, ecco. In realtà è un androide costruito sul nostro pianeta, ma la sostanza non cambia.
-Va bene, ma la domanda resta. Perché siamo intervenuti proprio ora?
-L’Europa si stava disgregando e si prospettava un periodo di guerre che, con gli attuali armamenti terrestri, non si sapeva a cosa avrebbero portato. Noi abbiamo controllato gli Umani fin dall’inizio della vita, ma abbiamo sempre ritenuto che sarebbero stati in grado di accudire al pianeta Terra fino a quando non ne avremmo avuto bisogno e saremmo venuti a prenderlo. Però un conflitto nucleare avrebbe distrutto tutto, e noi non potevamo permetterlo. Quindi o scendevamo con l’armata, oppure trovavamo un leader che, in qualche modo, potesse rimandare l’inevitabile. Così abbiamo fatto creando il robot Presidente, dando l’illusione al popolo di eleggerlo liberamente per fargli prendere le redini dello Stato. Ovviamente sotto il nostro controllo remoto.
-Bene, ottimo lavoro. Ma ora dobbiamo andare. Comandante dia ordine di azionare il propulsore e dirigiamoci verso casa, fuori da questa galassia primitiva e caotica.
-Agli ordini!
_..._..._

Quando sulla spianata quasi tutta la gente si fu allontanata, da dietro la Piramide si intravide una luce bluastra ed intermittente levarsi verso il cielo.

-Un fuoco d’artificio! – Disse chi se ne accorse, e forse fu un bene che nessuno capì di cosa si trattasse.

lunedì 24 aprile 2017

Don Luigi

Il buon curato uscì dalla Canonica stringendosi addosso il cappotto lungo fino ai piedi. Quando l’aveva comprato, forse trent’anni prima, la stoffa era una bella alpaca nera pelosetta e caldissima, adesso il colore era virato su un grigio topo e nei pressi dei gomiti o sul fondoschiena chiazze spelate e lucide denunciavano tutta l’età del vetusto indumento. Ma a lui non importava. Don Luigi era ancora uno di quei sacerdoti all’antica che non davano importanza all’esteriorità badando più alla pulizia delle proprie intenzioni che al nitore degli indumenti. Il vescovo l’aveva, garbatamente, ripreso più volte incitandolo ad adeguarsi ai canoni estetici di una società che sull’apparenza basa molta parte dei suoi giudizi. Gli aveva anche regalato un clergyman di una bel tessuto morbido, ma lui l’aveva riportato al negozio cambiandolo con una serie di nuovi paramenti liturgici per l’altare di Santa Marta. A volte, il vecchio prete, si sentiva un po’ retrogrado ed antiquato, ma fintanto che il suo ministero si fosse basato su un testo di duemila anni fa, non vedeva la necessità di cedere alle false tentazioni della modernità. La passeggiata che faceva ogni sera verso il tramonto e prima del frugale pasto che consumava in solitudine, era una abitudine alla quale non veniva mai meno, salvo se impedito da qualche grave motivo. La riteneva necessaria per riflettere ed interrogarsi sulle tante miserie umane delle quali veniva a conoscenza nell’espletamento del suo ufficio pastorale, così come ogni volta cercava la propria consolazione ritrovando le ragioni della fede. La sua Chiesa era ai margini di un piccolo villaggio rurale, ed i mille sentieri che s’intrecciavano nei boschi e tra i prati d’intorno, sembravano corridoi di un magnifico edificio eretto dalla potenza del Creatore. Il susseguirsi delle stagioni e delle condizioni atmosferiche modificavano l’arredamento di quell’immensa Cattedrale eretta a gloria del Signore, mentre colori e forme sempre diverse lo stupivano ogni volta, anche alla sua non più tenera età. Don Luigi pensava e pregava, ma, soprattutto negli ultimi tempi, si trovava spesso ad implorare Domineddio di mantenerlo saldo nella sua vocazione. Una volta i religiosi leggevano solamente l’Osservatore Romano, quando capitava, e il breviario o la Bibbia erano i libri da sfogliare. Poi, col progresso, il mondo si era connesso e tramite la televisione, e poi il computer, tutti, compresi i preti, si erano trovati partecipi delle immense sciagure che si abbattevano continuamente su un’umanità dolente e spesso disperata. Nel piccolo salotto della Canonica, tramite quegli apparecchi, era entrato il viso di un bambino salvato dalle macerie di un terremoto, di una donna in fuga dalla carestia con in braccio un neonato innocente ed indifeso. Don Luigi aveva visto i drammi della guerra e malati spegnersi vinti da morbi incurabili, poveri che chiedevano aiuto e vite senza speranza, e ne aveva pianto. Ma, in qualche programma, si era anche stupito di quanta apparente e vacua ricchezza fosse nelle mani di una piccola parte di un mondo egoista e sordo. Tutto l’insieme di questa ingiustizia l’aveva, ormai che era vecchio, portato a chiedersi quello che aveva paura a pensare anche sottovoce a se stesso. Dov’era la Giustizia Divina o, ancora più dolorosamente, dov’era Dio di fronte alla sofferenza dell’Uomo che Lui aveva creato? Era sicuro di commettere un peccato mortale nel dubitare della presenza dell’Essere Supremo, e nello stesso tempo non voleva porsi quelle domande che implicavano anche l’inutilità stessa della sua intera vita, se mai avessero comportato una risposta contraria ai dogmi nei quali aveva sempre creduto. Però i dubbi lo assillavano in continuazione, e le sue passeggiate finivano sempre più raramente con la serenità di un tempo. Avrebbe voluto, anche solo per una volta, avere un segno, una manifestazione, che lo rassicurasse. Gli sarebbe bastato un cespuglietto che avesse preso fuoco mentre lo guardava o un ruscello che improvvisamente avesse interrotto il suo corso.  Cosa sarebbe costato all’Onnipotente far ruotare, poco poco, il sole nel cielo o far cadere qualche fiocco di neve in agosto? Sarebbe stato un piccolo sforzo che avrebbe salvato la sua anima e gli avrebbe ridato la pace. Un miracolino l’avrebbe fatto felice, piccolo, un emolumento simbolico che don Luigi credeva anche di meritare a fronte di tutta una vita al Suo servizio.
Una sera di primavera il cielo era limpido e le prime stelle della notte brillavano spendenti nell’aria tersa ed ancora fresca. Ma Don Luigi era particolarmente angosciato e preda dei suoi demoni. Era quasi disperato sentendo che nessuno rispondeva alle domande del suo cuore e, quasi in lacrime, si fermò in una piccola radura volgendo il viso verso la volta celeste e spalancando le braccia.
-Dio, se ci sei, dammi un segno! – gridò con tutto il fiato dei suoi stanchi polmoni.

Non c’era una nuvola e la luna mostrava un sorriso che sembrava di compatimento. Improvvisamente un lampo squarciò l’atmosfera, senza che nessun rombo di tuono ne avvisasse l’arrivo. La splendente saetta colpì il buon curato che si accasciò a terra privo di vita. I compaesani trovarono poi il suo corpo e furono tutti stupiti da quell’evento atmosferico del tutto inusuale, ma soprattutto si meravigliarono di come sul viso del prete non ci fosse segno né di dolore né di spavento. Don Luigi sorrideva, sembrava felice: era la risposta che aspettava. 

venerdì 7 aprile 2017

Giggi er fascio e Sergio er tromba

Quasi tutti i giorni, verso metà mattinata, Sergio faceva la sua passeggiata nel parco cittadino. Entrava dalla porta dei leoni e percorreva, di buon passo, il sentiero ghiaioso fino al cancello che portava alla rotonda. Da qui, svoltando sulla sinistra, affrontava la salitina verso il tempietto greco, e ritorno. A volte si allungava fino alla terrazza panoramica, ma doveva essere una giornata nella quale la schiena non si era fatta sentire ed il ginocchio non gli doleva, e questo non era tanto frequente. All’uomo piaceva percorrere i viali alberati specialmente in autunno, quando era tutto un infuocarsi dei gialli e rossi del fogliame ed i primi freddi facevano pregustare il ritorno a casa per gustarsi un buon tè caldo e profumato. Aveva invece in antipatia la primavera. La trovava “cafona” con quel vestirsi di fiorellini variopinti come una contadina nei giorni di festa. Per non parlare dell’allergia al polline e della sensazione di essere vestito sempre in maniera inadeguata: o troppo coperto soffrendo il caldo, o quasi estivo alla mercé dei refoli più freschi. Il giardino, in quell’orario, era poco frequentato. I bambini erano a scuola e gli adulti in età lavorativa stavano adempiendo ai loro compiti. Lui era ormai in pensione da qualche anno e, con la fine della sua attività, invece di avvilirsi come qualcuno dei suoi coetanei, riteneva di aver acquisito una saggezza nuova. Aveva avuto sempre un carattere fumantino, anche troppo, e spesso si era lasciato trascinare dall’entusiasmo prendendo decisioni avventate o menando le mani invece di discutere, ma adesso si sentiva quasi “zen”, un imperturbabile asceta. Specialmente verso i vent’anni, con l’impegno politico, non c’era fine settimana che non facesse a cazzotti in nome di quella ideologia che in seguito l’avrebbe tanto deluso. Sergio era stato un “compagno” duro e puro, come si diceva allora, ed anche il bolscevico più ortodosso sarebbe sembrato pavido ed indeciso in confronto all’incrollabile fede nel comunismo del militante italiano. Se avesse dovuto fare un bilancio dei tanti anni passati in Sezione, l’entusiasmo sprecato e le botte ricevute non erano stanti neanche lontanamente ripagati dal raggiungimento di quegli ideali che sembravano allora sacrosanti. Ma era acqua passata. Adesso, scherzando, diceva che perfino il Dalai Lama sarebbe sembrato aggressivo a paragone della sua nuova serenità. Gli piaceva fare le sue passeggiate in solitudine, ed anche se incontrava qualche conoscente, spesso faceva finta di non vederlo per non dover chiacchierare.
Quella giornata di metà aprile era nata male. Sembrava che i pollini più irritanti avessero deciso di provocare le mucose del suo naso, e per Sergio era un continuo starnutire e soffiare nelle migliaia di fazzolettini di carta che gli riempivano le tasche. Non voleva darla vinta alla primavera e quindi si era avventurato lo stesso tra i platani grondati di bianchi fiocchi e le redivive graminacee pensando che, in qualche maniera, si sarebbe abituato ai fastidiosi allergeni e che, dopo l’ennesimo starnuto, la parte tanto sollecitata sarebbe diventata quasi insensibile. Ovviamente non fu così ed, ormai sfiancato dall’impari combattimento, decise di fermarsi su una panchina per chiudere gli occhi e sfiammare le pupille. Purtroppo la seduta più vicina era già occupata da un signore, più o meno della sua età, che non gli sembrava aver mai visto prima. Non ne poteva più e si accasciò vicino all’estraneo accennando un segno di saluto che era il massimo della confidenza che era disposto a concedere. Ma lui era l’eccezione. Gli altri suoi coetanei bramavano di attaccare bottone con qualsiasi persona a portata di mano, e quindi:
-Buongiorno. – disse il vecchietto arrivato prima.
-Uhmmm.
-Vedo che lei non ama la bella stagione.
-Per me non è bella, fottuta primavera!
-Ah ah ah. Vedo che lei è un fan della Goggi. No, quella era “maledetta” primavera. Scusi, sto scherzando. Mi permetta di presentarmi: Luigi de Cortes, tanto piacere.
-Piacere mio. – Rispose Sergio, anche se pensava tutt’altro. Quel signore elegante, con un bel panama bianco, gli dava particolarmente sui nervi. Sembrava agiato e compiaciuto, con l’aria di leggera strafottenza tipica dei pensionati con un cedolino di importo superiore alla media.
-Io vengo raramente in questo giardinetto. Di solito rimango in villa o vado in campagna.
-Giardinetto…è il parco cittadino. Mi sembra bello.
-Sì, abbastanza. Anche se non è particolarmente curato. Si vede che i fiori sono stati piantati a caso, senza tenere conto delle nuance di colore. Ma al giorno d’oggi…
-Cosa?
-Non c’è più il senso estetico, il gusto del bello. Tutto viene fruito dalle masse che, perlopiù, sono ignoranti e si accontentano. – Abbiamo detto che Sergio si trovava in un momento di irritazione psico-fisica, e sentir parlare male delle masse, di quelle stesse masse per le quali si era tanto speso, era come sale sulle sue ferite.
-Caro signore, non è colpa del popolo se una classe dirigente plutocratica e dittatoriale ha sempre oppresso la povera gente. Se il proletariato avesse avuto accesso ai privilegi di chi ha sempre comandato, avrebbe imparato anche a combinare i fiorellini.
-Forse. La sento particolarmente acceso sulla questione. Non mi dica che lei è un nipotino di Stalin, quello zotico marxista.
-Non ho questo privilegio, altrimenti avrei saputo come comportarmi con chi sfotte la povera gente. – Mentre andava avanti questo battibecco, nella mente di Sergio si accendevano remoti ricordi. Il suono della voce di quel tale Luigi, la sua fisionomia, anche il modo di muoversi, gli stessi occhi con quel lampo di sfida, gli evocavano qualcosa. Stette per qualche in momento in silenzio, scavando e disseppellendo nei tempi andati, e poi improvvisamente se ne uscì:
-Ecco chi sei! – Urlò in faccia all’altro. Luigi fece un salto dalla panchina degno di un uomo assai più giovane di lui e, istintivamente, mise le mani avanti per ripararsi da quella furia inaspettata.
-Chi sono?
-Sei “Giggi er fascio” che guidava un gruppo de’ disgraziati a incendiarci le vetrine fuori dalla Sezione del Partito!
-Noooo, e tu sei Sergio detto “er tromba” per come urlavi ai tuoi compagni in occasione dei comizi.
-Esatto. – Gli rispose il primo che sentiva rinascere tutte le antiche rivalità e gli incominciavano a prudere le mani. –Ecco perché sei così stronzo. Ahò, non sei cambiato per niente, non te so’ bastate tutte le mazzate che hai preso.
-Guarda, che se le ho prese le ho anche date. Mi ricordo ti inseguii col casco in mano per insegnarti a vivere. Come scappavi…
-Chi scappava? A bello, aridimmelo se c’hai er coraggio. – Urlando e sbraitando, Sergio prese l’altro per il bavero della giacca alzando il pugno pronto a calarlo con forza, ancora una volta, sull’aristocratico naso. Anche Luigi era pronto al combattimento: rosso in faccia e digrignando i denti sembrava un mastino pronto al balzo verso il collo del nemico.
In quel momento passò un bambino di circa sei anni che, vedendo i due anziani personaggi dai capelli bianchi e con le rughe sul volto in piena lite e pronti ad azzuffarsi, si fermò guardandoli stupito.
-Cosa state facendo? Ma non vedete che siete due vecchi? I nonni non possono litigare, ormai sono vecchietti.
La vocina del fanciullo paralizzò i contendenti, e quella parola: “vecchi” li schiaffeggiò entrambi con la violenza della verità. Si scostarono e si ricomposero, un po’ vergognandosi del brutto spettacolo che stavano offrendo di sé.
-Hai ragione. – disse Sergio. –Siamo vecchi ormai, e dovremmo essere saggi o quanto meno cercare di dare il buon esempio. Scusaci, ci stavamo comportando male. – Anche Luigi si rivolse al piccolo:
-Si, certo, stavamo giocando. In fondo ci conosciamo da tanti anni, abbiamo vissuto esperienze simili e tutt’e due abbiamo un lungo percorso di vita. Potremmo dire di essere quasi amici. – Riprendendo il solito aplomb, Luigi si rivolse a Sergio:
-Mi sovviene la poesia di De Filippo: “’a livella” quando dice che, di fronte alla morte, le umane passioni perdono di significato. Certamente noi ancora non siamo trapassati, ma forse dovremmo mettere tutto nella giusta prospettiva e non sottoporre le nostre coronarie ad ulteriori sforzi, nevvero? – Sergio lo guardò perplesso, ancora accaldato dal recente sforzo.
-A Luì, senza passione se more, anche se forse c’hai ragione e dovremmo prenderla con più calma. Ma poi, la morte? Come te viene in mente? E parla per te! – Con queste parole, ed un’energica grattata nelle parti basse, Sergio diede un buffetto al piccolo impiccione, si alzò e riprese la sua passeggiata. Gli rimase per sempre il rimpianto di quell’ultimo pugno non dato.




  




lunedì 27 marzo 2017

Lui era diverso

Il mendicante sentì tintinnare una moneta sul selciato accanto a lui ed allungò una mano per prenderla, ma non vedeva ed, a tentoni, spazzò per terra raccogliendo solo polvere ed un altro frammento di disperazione. I viandanti gli passavano accanto con passi frettolosi in una confusione disordinata che somigliava al frenetico ronzio di un alveare quando tra le api cade un corpo estraneo a disturbarle. Nessuno si fermava, ma spesso le persone si scontravano tra loro e poi si toccavano in segno di scusa o solo per scansarsi. Anche se il negozio del barbiere lungo la via aveva esposto un cartello di chiusura in vetrina, molti uomini provavano a spingere la maniglia trovando la porta serrata. Qualcuno scendeva dal marciapiede per attraversare la strada, ma a pochi era concesso di raggiungere il lato opposto rimanendo incolume. Le macchine non si fermavano mai e la fortuna non era sempre dalla parte dei pedoni che tentavano l’avventura. Le stesse autovetture spesso cozzavano tra loro, poiché nessuno rallentava agli incroci, ed ai bordi delle carreggiate si ammucchiavano rottami e pezzi sparsi di ferraglia. Il motivo per il quale in città regnava quel caos era semplice ed evidente: tutti gli abitanti vivevano senza la testa. Non si conosceva la causa della malformazione né era spiegabile il mistero per il quale i corpi conducevano un’esistenza pressoché normale pur con quella amputazione. Sia i maschi che le femmine potevano provare dei sentimenti ed, in qualche maniera, si nutrivano e lavoravano. I bambini nascevano dalle loro unioni e crescevano, quando con molta buona sorte riuscivano ad evitare i continui pericoli. Esisteva l’amore e l’amicizia, ma tutto si esprimeva tramite il tatto, visto che sopra al collo non c’erano labbra per baciare, occhi per riconoscersi o orecchie per sentire. Era quella la normalità nella piccola città e nel resto del mondo, per quanto quegli abitanti ne sapessero. Ma la natura ogni tanto si diverte a fare degli scherzi e tanto fu lo stupore della madre di Davide quando si avvide che il figlio era nato con un cranio sviluppato. La povera donna mantenne il segreto sperando che forse, un giorno, quell’escrescenza sarebbe caduta da sola. Il ragazzo crebbe con due grandi occhi blu ed una folta chioma e, solo fra tanti, poteva udire il rumore del mare e cantare delle melodie che s’inventava, perché nessuno sapeva cos’era la musica. Era consapevole della sua diversità e un po’ se ne vergognava, ma gli altri, non vedendolo, non se ne accorgevano quasi mai. Un giorno incontrò una ragazza con appesa al collo tronco una catenina con scritto “Alice” e se ne innamorò. Lei aveva una figura sinuosa e bellissima e le sue mani, affusolate e pallide, sembravano due farfalle svolazzanti mentre cercava di farsi capire o di esprimere qualche concetto. Davide la toccò per presentarsi e guidò i polpastrelli di lei sulla sua figura per darle un’idea di sé, ma stette bene attento a non portare l’esplorazione oltre il collo per non rivelare la sua deformità. S’incontrarono più volte, dandosi appuntamento su di una panchina nel giardino comunale, ed anche se solo lui poteva sentire il profumo dell’erba o vedere il colore del cielo, nei loro cuori nacque la passione. Il ragazzo avrebbe protetto la sua innamorata e quello che lui aveva in più nei sensi, Alice l’avrebbe compensato con la dolcezza. Davide era deciso a chiederle di sposarlo e quindi, in un giorno di primavera, le diede appuntamento andandole incontro con un grade fascio di primule e giaggioli tra le braccia. Quando s’incontrarono si vedeva chiaramente, dal fremito del corpo e dalla mimica delle mani, che Alice era felicissima, e di slancio lo abbracciò. Carezzava il suo amato e lo stringeva con ardore, ma nell’entusiasmo le sue estremità salirono su per il collo di Davide. Invece di trovare un troncone, come in lei stessa ed in tutti gli altri, Alice sentì qualcosa di inaspettato: una cosa tonda piena di umidi anfratti e pelosa. Lo allontanò bruscamente ritraendosi schifata. Il suo amore era un mostro! Si spaventò moltissimo e corse via agitando le braccia disperata. Davide sentì crollargli il mondo addosso. Poteva capire la ragazza, ma lui non aveva nessuna colpa nell’essere com’era. In fondo quello che avrebbe dovuto importare era solamente il sentimento che sentiva dentro di sé e non il suo aspetto esteriore. Passò giornate piangendo e maledicendosi. Cosa contava bearsi dei tramonti o del canto degli uccelli, a cosa gli servivano queste superflue capacità se non poteva essere felice? Non dormì per molte notti interrogandosi su come avrebbe potuto convincere Alice ad accettarlo o sulla maniera di farsi in qualche modo perdonare per la bugia che le aveva detto. Era stata una piccola menzogna dettata dalla paura di un rifiuto, ma anche se lei non avesse tenuto in conto l’inganno, certamente non sarebbe mai stata in grado di vincere la repulsione nel sentire una testa quando l’avrebbe toccato. Si arrovellò ancora per giorni, finché per caso non si trovò a sfogliare un vecchio libro con delle illustrazioni che doveva appartenere ad un’altra era o ad un mondo perduto. Lì trovò la soluzione del suo problema ed il suo volto, dapprima perennemente corrucciato, si aprì in un largo sorriso. Si armò di una certa quantità di travi e di legname e si procurò gli attrezzi necessari. Passò anche dal fabbro che, pur non capendo il motivo della richiesta, gli fornì quanto di meglio aveva in bottega. Si mise quindi al lavoro di buona lena per fabbricare il macchinario che aveva in mente. Segò, piallò, inchiodò, passò funi e grasso per lubrificare ingranaggi e guide di scorrimento, e dopo un certo tempo poté finalmente rimirare la sua opera compiuta. Il manufatto era imponente e lucido di cera e vernice, e Davide lo guardò compiaciuto e soddisfatto, era sicuro che avrebbe funzionato alla perfezione. Chiuse il libro con la figura che l’aveva ispirato e lesse la didascalia scritta sotto: “ghigliottina”. Tutti i corpi di sua conoscenza vivevano senza testa e non c’era pertanto alcuna ragione che anche il suo non avrebbe fatto lo stesso, e quindi si stese sulla panca appoggiando il collo in corrispondenza della lama. In mano teneva la corda per sbloccare la caduta della mannaia, ma prima di procedere guardò per un ultima volta in direzione della finestra. In quel momento pioveva e le gocce d’acqua avevano disegnato un reticolato iridescente sui vetri, mentre uno spicchio di luna cercava di farsi largo tra le scure nubi spandendo un lattiginoso chiarore che si rifletteva sui tetti bagnati delle case. Davide era consapevole che avrebbe perso questo e tutti gli altri spettacoli della natura, ma pensando ad Alice, con un sospiro, tirò la fune e la macchina fece il suo dovere. La testa rotolò sul pavimento con gli occhi chiusi ed un sorriso sulle labbra. Dopo qualche minuto di immobilità, Davide si rialzò dal ceppo anche se un po’ malfermo sulle gambe. Barcollò in direzione della porta ed, a tentoni, trovò l’uscita dirigendosi verso l’abitazione della sua amata. Doveva abituarsi alla sua nuova condizione e spesse volte inciampò andando a sbattere contro altre persone o i muri delle case. Casualmente dette un calcio ad un bastone e lo raccolse per aiutarsi, mentre sentiva il cuore traboccante di gioia.

Lungo il corso di quella città, per molti anni a venire, due amanti senza testa passeggiarono tenendosi per mano. Lei aveva qualche fiore di primula e giaggiolo appuntato sulla veste e lui si appoggiava ad un bastone. Anche senza occhi, si vedeva che erano felici.


   

sabato 25 marzo 2017

Brahms, mi piace?

Ma Brahms mi piace davvero? Ero a Parigi per un congresso che si era rivelato noiosissimo a proposito delle nuove tecniche odontoiatriche di implantologia al titanio. Il terzo giorno non ce la feci più. Con l’animo di un liceale che fa la marachella di nascosto ai genitori, non mi presentai nell’aula dove diversi dotti conferenzieri avrebbero continuato a dibattere con pedanteria sulle più recenti scoperte per curare pazienti sempre più esigenti, destreggiandosi con abilità tra le suggestioni economiche proposte dalle case farmaceutiche e gli ultimi scrupoli della deontologia professionale. Con lo stesso vago rimorso di quando marinavo la scuola, ma con la medesima leggera ed incosciente euforia, quel pomeriggio di aprile uscii dal mio albergo di Avenue Montagne senza una meta precisa. Ero deciso a godermi la primavera parigina ed il senso di libertà che si prova quando nessuno ti conosce e non hai la responsabilità di indossare alcuna maschera. Un boulevard dopo l’altro ed, alle sei del pomeriggio, stanco della camminata, mi fermai ad un Cafè per una birra. Presi posto nella veranda, in uno dei tanti tavolinetti di ferro battuto, mentre il chiacchiericcio delle persone intorno faceva da sottofondo per una scena di vita del tutto diversa da quella a cui ero abituato. Il liquido ambrato e fresco appannava il bicchiere dandomi il sollievo richiesto dai primi caldi e dalla lunga passeggiata, e la mia mente vagava su pensieri piacevoli. Non poteva essere altrimenti in una città così bella. L’aria fresca faceva ondeggiare i mandorli già in fiore e le persone in cammino sui marciapiedi sembravano comparse di un film di Cukor. Avevo lasciato la mia famiglia lontana per il tempo di adempiere a questo noioso dovere e avevo ancora due giorni di giustificata libera uscita che intendevo godermi appieno. Intendiamoci: senza alcun fine malizioso, ma la routine quotidiana fatta di bollette da pagare, problemi sul lavoro e tutto il resto che normalmente si affronta per andare avanti, alla lunga diventano un fardello pesante da caricarsi sulle spalle.
Stavo quindi sorseggiando la mia birra con un sorrisetto sulle labbra e nel contempo osservavo i passanti, quando la mia attenzione fu attratta da una giovane signora. Molto elegante, con un grande cappello grigio a completare una mise in tinta, passeggiava lungo il marciapiede. Andava con una strana andatura claudicante che denotava una zoppia molto pronunciata o un grave problema con la sua scarpa destra. Ad un certo punto, evidentemente, la signora non ce la fece più. Si appoggiò al muro del palazzo vicino e, con molta non calanche, si tolse la calzatura. Guardò dentro con evidente fastidio, scrollò la scarpa e ne fece uscire un sassolino, al quale leverei comodamente il diminutivo. Poi, sempre con molta classe e come se fosse sola nel suo boudoir, si rimise la decolté e riprese il suo cammino. Non so perché quella scena mi affascinò tanto. Non era successo niente di speciale, e forse era proprio questo. Quella donna aveva compiuto dei gesti quotidiani, e quasi volgari, con una eleganza ed una disinvoltura che forse solo una parigina può avere. Cosa mi scattò nella mente? Certo non l’istinto predatore del pappagallo latino né, tantomeno, la voglia di una poco probabile avventura. Mi alzai dal tavolino, lasciando una cifra che probabilmente avrebbe pagato almeno cinque delle mie consumazioni, e cominciai a seguire la donna. Che intenzioni avevo? Non lo sapevo. Nessuna, se non la curiosità di vedere come si muovesse un animale tanto diverso dalla fauna alla quale ero abituato. Lei, liberata dal fastidioso impiccio, si mosse spedita verso la strada che conduceva verso l’Opera Bastille. Standole dietro non potei fare a meno di notare come il movimento dei suoi fianchi ricordasse il moto sinuoso delle onde del mare. Ciò che in un’altra donna ed in un altro posto avrei considerato voluto e civettuolo, in lei sembrava insito alla sua natura, parte del suo essere donna fatta per essere ammirata, e forse amata. Si diresse spedita verso il teatro ed entrò puntando al botteghino. Io sempre dietro, con la speranza che non se ne avvedesse. Comprò un biglietto ed entrò nella sala. Mi avvicinai alla locandina per vedere quale spettacolo fosse in programmazione. Era la sinfonia n. 3 di Brahms diretta dal Maestro Von Rischovich con l’orchestra dell’Opera di Berlino. Mi piace la musica, un po’ tutta. Dovessi fare una classifica metterei prima il rock/blues poi il pop, quindi l’opera e poi la sinfonica. Spesso, la sera, mi siedo al computer per scrivere le mie cose mettendo le cuffie dove risuonano i classici degli anni sessanta. Se proprio mi sento in vena di intellettualismi, posso mandare la quinta di Beethoven o un Mozart; raramente Chopin, troppo triste. Brahms, sinceramente: sconosciuto. Ero arrivato fino a lì, l’avventura è l’avventura: comprai il biglietto ed entrai nella sala. C’era poca gente sparsa senza un ordine preciso. Individuai subito il cappello grigio. I posti erano numerati, ma nessuno mi avrebbe detto niente se mi fossi messo dietro la signora in una poltrona libera. Così feci. Perché e con quale scopo? Non so e nessuno, con tutta sincerità. L’orchestra era schierata ed, ad un cenno del primo violino, tutti i suoi componenti si alzarono per accogliere con un applauso il Maestro. Due colpi al leggio ed il concerto iniziò. Fui rapito dai primi movimenti, ed il basso accompagnamento dei violoncelli sottolineò una melodia che mi prese con la forza che solo la musica può avere. Il cappello avanti a me ogni tanto si muoveva seguendo l’andamento del concerto, s’impennava sottolineando un rullo dei timpani o si voltava da una parte all’altra come per dare maggiore attenzione ad una parte degli strumenti. Finché non ci fu una pausa tra i due tempi dell’esecuzione. In quel momento osai qualcosa che mai avrei immaginato potesse essere nel mio carattere. Mi sporsi verso la signora avanti a me e le dissi, in inglese visto il mio scarsissimo francese:
-Mi scusi avrebbe un programma del concerto? - Lei si voltò. Le vidi, per la prima volta, gli occhi. Si dice che quello che affascinò Richard Burton fu il viola profondo degli occhi di Liz Taylor. Non saprei definire, o non ricordo, il colore dei suoi occhi, ma il suo sguardo mi inchiodò alla poltrona del teatro.
-Le piace Brahms? - mi chiese. Non seppi rispondere. La domanda era troppo difficile. Lo sguardo troppo impegnativo. Già solo il contatto verbale troppo pericoloso. Troppo, troppo di tutto. Biascicai qualcosa in risposta e mi ritrassi spaventato da una Circe che avrebbe potuto essere domata solo da un Ulisse molto più forte di me.
All’intervallo uscii dal teatro fiero di aver resistito alla tentazione di quella sirena, ma anche con un po’ di rimpianto per un’avventura non vissuta. Fui saggio o solamente pavido? Mi lasciai scappare una Leslie Caron da accompagnare al “Lapin Agile” di Montmartre? Je ne sais pas. Forse è meglio vivere con l’illusione di un sogno che si sarebbe potuto realizzare piuttosto che con il segno rosso di uno schiaffone sulla guancia. Forse.

venerdì 17 marzo 2017

Il futuro è cambiato



-Vedi caro, il futuro è cambiato.
-Ma nonno, come è possibile che cambi qualcosa che non è ancora avvenuto?
-Non te lo so dire, nipote mio, ma quando avevo intorno ai dieci anni, più o meno la tua età, nel domani che immaginavo c’era il cielo solcato da macchine volanti con alla guida personaggi vestiti con tute attillate dai colori sgargianti. Anche i giornali e la televisione raccontavano di imminenti meravigliose scoperte che avrebbero migliorato la vita sulla Terra. Una cagnetta era già stata lanciata nello spazio per verificare se un essere vivente sarebbe sopravvissuto e ben presto anche un uomo avrebbe avuto la possibilità di arrivare su altri pianeti.
-Beh, a parte i dischi volanti, poi in realtà gli astronauti sono scesi sulla Luna, no? E quindi quel futuro si è in parte avverato.
-In un certo senso, ma il sogno della conquista dello spazio era legato al progresso scientifico per migliorare la vita degli uomini, e questo è avvenuto solo marginalmente.
-Ho capito, ma forse quella storia era il vero futuro d’allora.
-Certo, ma era un inganno.
-Che vuoi dire?
-Quando diventai più grande, diciamo intorno ai vent'anni, dell'avventura spaziale erano rimasti solo alcuni sassi nelle teche di qualche museo e poco altro. La Luna era tornata nella sua silenziosa solitudine e chi si era confrontato nella conquista del cosmo si concentrò solo nella corsa agli armamenti. L’immagine del futuro dei giovani come me, allora si modificò. Non più proiettati in scenari fantascientifici, ma impegnati nel cambiare la società qui sulla Terra.
-Facevate bene, vero nonno?
-Diciamo che le intenzioni erano buone, nipotino mio, ma le illusioni di una generazione si scontrarono con la realtà. Noi volevamo la pace nel mondo, la fratellanza tra gli uomini e qualcuno immaginava addirittura una nuova era. Si diceva che la forza di una rivoluzione non violenta avrebbe portato ad una società più giusta e libera per tutti.
-Sarebbe stato bellissimo.
-Dici bene: sarebbe. Perché non andò così, ed anzi le guerre continuarono un po’ dappertutto, in maniera esplicita o sotterranea, e neanche uno dei peccati dell’umanità fu redento. E il nostro futuro cambiò ancora. Forse perché le nostre aspettative si dimostrarono campate in aria, o per il fatto che cominciammo ad invecchiare, lasciammo i canti di protesta per intonare la marcia dei sette nani: “andiam, andiam, andiamo a lavorar…”
-Ah, ah, ah! In miniera?
-No caro, più che altro in Borsa. Ovvero pensammo che visto che non avevamo potuto sovvertire il “sistema” l’avremmo sfruttato per fare soldi. Se vogliamo trovare l’aspetto umanitario, potremmo dire che si cercava un benessere diffuso, anche se dai risvolti edonistici.
-Edo…che?
-Goderecci, materialistici, prosaici? Fatti tu un’idea, anche se non capisci. La voglia era di fare crescere i consumi con la speranza che la festa non sarebbe mai finita. Ma finì, e il futuro cambiò ancora.
-In meglio?
-Bambino mio, fu una culata, con rispetto parlando. Avevamo vissuto spinti a comprare qualsiasi prodotto perché questo faceva girare l’economia, ma in realtà erano solo debiti che poi avrebbero presentato il conto. Venne quindi la “crisi”. In sé questa non è una brutta parola perché significa soltanto un punto di svolta, ma dopo ci deve essere una ripartenza. Purtroppo, invece, è stato come salire su una scala mobile in senso opposto al movimento degli scalini. Fai tre passi veloci e ti sembra di andare avanti, ma il meccanismo ti riporta indietro dove stavi prima, se non più giù. E devi stare attento a non fermarti o a distrarti perché altrimenti rischi il capitombolo.
-Eh?
-Voglio dire che da quel periodo viviamo preoccupati più che altro di tirare avanti, senza grandi prospettive né speranze. Il futuro è ancora cambiato.
-Mamma mia, nonno! Anch’io dovrò andare su e giù per la scala mobile?
-Tu che pensi?
-Non lo so, ma quando dormo sogno un prato senza confini dove corro felice. La giornata è piena di sole e mi viene voglia di cantare a squarciagola. Poi vedo un amico, ci mettiamo a giocare e siamo felici. Non ci sono persone tristi e io sogno…sogno che può essere vero. Sarà così il mio futuro?
-Nipotino mio, sarà sicuramente così. Perché il futuro è dei sognatori e saranno loro che salveranno il mondo. Devi sognare la felicità ed inseguire i tuoi sogni, e se sarai bravo ad acchiapparne anche uno solamente avrai cambiato la tua vita. Un vecchio scienziato intelligentissimo, si chiamava Einstein, disse che solo quelli che sono abbastanza folli da pensare di cambiare il mondo lo cambiano davvero, ed i sogni fanno parte della follia.
-Sì, nonno. Io sarò un sognatore e cambierò anche il tuo futuro.
-Ne sono certo. Vieni qui, abbracciami.

giovedì 9 marzo 2017

L'appuntamento

“Buuzzz – buuzzz – buuzzz” Lo smart phone sul comodino improvvisamente s’illuminò di luce propria e, seppure con la suoneria disattivata, si agitò emettendo una vibrazione tanto fastidiosa quanto penetrante. Anche se erano appena le sei del mattino, quello che anticamente si chiamava telefono e che ormai era diventato quasi un alter ego per tutti gli schiavi di una connessione globale forzata, non lo trovò impreparato. Aveva puntato la sveglia per essere sicuro di alzarsi all’ora giusta, ma un chiodo fisso nella mente gli aveva fatto passare una notte agitata tra brevi periodi di sonno e lunghi momenti di veglia. Accolse quindi come una liberazione il richiamo isterico del cellulare e, come fanno i cani uscendo dall’acqua, scrollò la testa per liberarsi dalle scorie dei sogni che ancora gli frullavano dentro. Poi tirò fuori le gambe e mise i piedi sul pavimento in cerca delle pantofole. Quella mattina aveva molto lavoro da fare e tante cose alle quali dedicare la sua attenzione, ma non riusciva a cancellare l’idea che lo stava perseguitando dalla sera prima. Ne era stato tanto colpito perché forse, finalmente, avrebbe potuto dare una svolta alla sua vita. Erano anni ormai che subiva un sopruso dietro l’altro e la sua pazienza era giunta al limite. Sentiva che se non avesse fatto qualcosa nel più breve tempo possibile, sarebbe esploso come una pentola a pressione con la valvola tappata, ma fino a quel momento non aveva avuto ben chiaro cosa avrebbe dovuto fare. L’ennesima notte insonne aveva finalmente portato il proverbiale consiglio, ed ora si sentiva lucido e determinato come mai prima nella vita. L’avrebbe ucciso. Adesso comprendeva la ragione per la quale aveva sempre tenuto ben oliata la Beretta che suo padre aveva lasciato nel cassetto della scrivania. Non era mai andato a sparare, ma tenere in efficienza l’arma gli era sempre sembrato come un atto di doveroso rispetto nei confronti del defunto genitore e poi perché sentiva che, in qualche modo, il proprio destino era legato a quell’oggetto tanto inquietante quanto rassicurante. E quindi era giunto il momento: gli avrebbe sparato. Si vedeva nell’atto di togliere la sicura del revolver, puntare e tirare il grilletto. Uno sbuffo di fumo sarebbe uscito dalla canna ed una detonazione l’avrebbe assordato mentre, come in un film al rallentatore, avrebbe visto la pallottola uscire per raggiungere il bersaglio. Si sarebbe goduto quei millesimi di secondo con l’ansia del primo appuntamento d’amore, quando l’attesa dell’avvenimento era tanto eccitante quanto lo stesso incontro. E poi avrebbe visto nascere un fiore rosso sulla fronte della vittima ed il suo sguardo spengersi con un’espressione mista di stupore ed ammirazione. Certo, ammirazione per il coraggio che lui avrebbe dimostrato nell’eseguire il suo compito e per la fredda determinazione nel rendersi protagonista di un atto che con un solo colpo avrebbe cambiato irrevocabilmente il destino di due persone. Era curioso di verificare se avrebbe provato compassione, ma non lo riteneva probabile. Si sentiva un po’ come l’aquila che ghermisce il coniglio, senza cattiveria ma senza neanche pietà, assassina solo per la necessità di farlo. Non c’era scampo: l’avrebbe ucciso. Cosa gli aveva fatto per meritarselo? Lo sapeva lui cosa gli aveva fatto, e questo era sufficiente. Tra i due, il succube era senz’altro chi in quel momento giocava il ruolo del carnefice. L’assassino poteva essere boia per un momento, ma la vittima era stata un aguzzino per tutta la vita ed adesso era giunta la sua ora. Senza esitazione: l’avrebbe ucciso. Fece una telefonata al lavoro per dire che non sarebbe andato, si vestì con cura ed uscì dall’appartamento assicurandosi di aver spento tutte le luci. Nella tasca del soprabito avvertiva il peso dell’arma che lo faceva sentire meno solo e sicuro di sé come mai prima gli era successo. Si diresse a grandi passi dove sapeva l’avrebbe trovato. L’immaginava di spalle, forse stava parlando ad altre persone, con la solita aria spavalda ed ignaro di stare pronunciando le sue parole finali e di cachinnare per l’ultima volta. L’avrebbe chiamato, per farlo voltare, e poi…l’avrebbe ucciso. Non avrebbe detto niente perché lui sapeva, e se non si fosse reso conto, sarebbe stato uguale. Dopo pochi isolati entrò nel bar senza aver perso niente della sua determinazione. Il locale era affollato da impiegati in pausa pranzo che flirtavano con segretarie dai tacchi alti e da mangiatori compulsivi di hamburger e patatine. La sua vittima era là, lo sentiva. Era pronto: l’avrebbe ucciso. Aveva soltanto ancora un ultimo dubbio da risolvere, ma in fondo non era importante. Mentre puntava l’arma si chiese chi, fra quella massa di sconosciuti, sarebbe stato il predestinato. In quel momento una tra le persone appoggiate al banco del bar si voltò casualmente ed il suo sguardo incrociò quello del giustiziere. L’uomo con la pistola in mano s’illuminò di un sorriso soddisfatto: il destino glielo aveva indicato. Se Pietro avesse seguito il consiglio della moglie e non fosse uscito quella sera, se il bar fosse stato chiuso, se lui avesse accettato l’invito a giocare al biliardo, se…Ma l’appuntamento era al bancone del bar con un bicchiere in mano e la Morte non l’avrebbe perdonato se l’avesse mancato. Se a Carlo fosse tremata la mano, ma la Morte non l’avrebbe perdonato se avesse esitato. In fondo, andò tutto come era previsto e tutti giocarono il ruolo in commedia per il quale erano giunti a quel punto. E’ un universo ordinato. Può essere una consolazione.