sabato 14 novembre 2015

La Strada

Lunga è la strada e la meta sconosciuta. Si avanza barcollando per sentieri misteriosi dove dietro ogni curva si cela una sorpresa e l’unica guida è la speranza. Passo dopo passo si scansano gli inciampi senza sapere il motivo del cammino. E’ faticoso trascinarsi su per quel ripido tratto e spesso la stanchezza consiglierebbe di rinunciare, ma non si può. Non si deve lasciare la via, non prima di averla percorsa tutta, fino alla fine. Anche se la meta è sconosciuta e la strada lunga. Ancora avanti, con un ritmo cadenzato seguendo gli anelli di una catena alla quale si è aggiogati, ed il fiato è corto. Forse sarebbe il tempo di fermarsi, almeno per un po’, e riprendere le forze per proseguire: il muschio sul masso è morbido. Per un momento si potrebbe chiudere gli occhi e ricordare, sognare, lasciarsi trasportare dove non si è mai stati e ormai non si andrà più. Sarebbe una vertigine di voluttà e stordimento per antiche aspirazioni abbandonate, ma mai dimenticate. Però non si deve indugiare perché lunga è la strada e la meta sconosciuta. Quindi si riprende ad andare aiutandosi con un bastone o approfittando di una mano amica mentre, guardando tra le alte fronde in cerca dell’ultimo raggio di sole, si lasciano gli acciacchi alle spalle. Cercando di trovare il coraggio si può accennare un motivetto fischiando sommessamente, perché la strada potrebbe essere ancora lunga e la meta rimane sempre sconosciuta.  

sabato 26 settembre 2015

L'incubo del Parroco

Padre Biagio era solo nella Canonica. Completate le funzioni della giornata e recitate le ultime orazioni del vespro, spense le luci in Chiesa e chiuse il portone. Solo le candele rimanevano ad illuminare fiocamente le ampie volte neogotiche e le immagini sacre. Il chiarore tremolante delle fiammelle rendeva più espressivi i volti delle statue che sembravano quasi sorridere o ammiccare con benevolenza. Molte sere il curato si attardava seduto in un banco della navata principale e, complici i giochi delle ombre, gli piaceva immaginare di essere al centro di una riunione di beati che discutevano tra loro da una cappella all’altra. L’ultima parola era sempre riservata al Crocefisso dell’Altare Maggiore sia per la sua immensa sapienza che per il fatto di essere il Figlio del Padrone. Poi, dopo un ultimo padre-ave-gloria, ogni volta si congedava familiarmente dalle immagini sacre ed, imboccata una porticina laterale, si ritirava nelle sue stanze. Tempo addietro il prevosto avrebbe trovato una bonaria perpetua pronta a provvedere alle sue necessità, ma adesso una questua sempre più risicata non permetteva ai religiosi che una donna a ore tre volte la settimana, giusto per lavare e stirare il corporale, ovvero quella piccola tovaglia che si sistema sull’altare, e qualche camicia. Ma don Biagio si accontentava: due uova al tegame con un po’ di formaggio e un paio di pesche, oltre a un abbondante gotto di rosso, e poi via a dormire. Il buon parroco sembrava sereno, se non felice. Aveva investito il capitale della sua vita scommettendo di riscuotere un generoso dividendo quando il Principale lo avesse chiamato presso di sé, e perciò non permetteva a preoccupazioni o ansie di tormentarlo più del necessario. In fondo lui faceva tutto il suo dovere con diligenza, e quale datore di lavoro non sarebbe stato soddisfatto di un collaboratore tanto devoto e obbediente? A volte, dopo aver lavato i piatti, quando la sera si stemperava nella notte, chiudendo la finestra della cucina, lo sguardo di don Biagio si perdeva a guardare le case del paese allineate lungo la strada principale o sparse nel buio profondo della campagna circostante.  Vedendo quelle finestre illuminate, si immaginava le famiglie all’interno: un padre, una mamma e tanti bambini che giocavano con un vecchio che magari avrebbe potuto somigliargli. A quei pensieri, tra lo stomaco ed il petto, provava sempre una strana sensazione: un malinconico languore che assomigliava tanto ad un rimpianto. Questa momentanea debolezza gli sembrava simile ad un peccato, anche se non sapeva di quale gravità, e quindi, per prudenza, si infliggeva una penitenza con tre Ave: non si sa mai. Poi, chiuse le imposte, si rifugiava nel letto puntando la sveglia sulle cinque del mattino successivo, per ricominciare la solita rassicurante routine. Generalmente toccava il guanciale e, avvolto nel silenzio, dopo poco sprofondava in un sonno comatoso e senza sogni. Ma quella sera non riusciva a dormire. Aveva la sensazione di avere dimenticato di fare qualcosa in Chiesa, che ci fosse un non sapeva cosa di fuori posto che gli dava fastidio. Doveva togliersi il tarlo, anche se era convinto che fosse solo un’impressione dettata dal nervosismo che qualche volta trovava in agguato nelle tenebre di camera sua. Scese dal letto, infilandosi un accappatoio sopra il pigiama, e si diresse verso il tempio. Entrò dalla solita porticina e, fermo sulla soglia, dette uno sguardo panoramico tutt’intorno. Sembrava tutto a posto, il portone principale serrato, i paramenti del Santo ben ordinati, le candele che gocciolando si stavano esaurendo. Un momento: ai lati dell’immagine di San Nicola c’era solo un candelabro visibile, l’altro doveva essere caduto. Padre Biagio si diresse verso il quadro in un angolo della navata laterale. “Oh Gesùgiuseppemaria, qualcuno ha lasciato un paio di scarpe vicino al Patrono: non c’è più religione né rispetto!” Il prete si avvicinò chinandosi per prendere le calzature. Con stupore notò che appresso a quelle seguiva un paio di pantaloni. Spesso il curato aveva visto persone decedute, ma un morto sul pavimento della Chiesa…non se lo sarebbe mai aspettato.
“Capille e guaie nun mancano maje! Predolin vieni qua, subito! Chistu uaglione è lento comm na lumaca. Cosa devo fare, devo mandarti un invito scritto?” Il maresciallo Viglietti, comandato alla Stazione Carabinieri di Capalbio, non era convinto che Garibaldi avesse unificato l’Italia. Troppe incomprensioni esistevano ancora tra chi sapeva mettere le cose nell’ordine giusto d’importanza, come riteneva di essere lui, e chi seguiva passo passo tutte le benedette regole e regolamenti. In altre parole: per il maresciallo prima veniva il caffè e poi tutto il resto, salvo partire in quarta sovvertendo le priorità in caso di urgenza, mentre per il carabiniere, al quale si rivolgevano le sue lamentele, scrivere un rapporto era come redigere un testo sacro: non si poteva lasciare senza finirlo, cascasse il mondo. Il conflitto tra le due mentalità creava spesso nervosismo nel superiore e frustrazione nel sottoposto che più volte aveva pensato di chiedere un trasferimento dalle parti di Cavarzere, o su di lì, per tornare a fare il proprio dovere con la serena disciplina che, vicino all’imprevedibile maresciallo, era la cosa della quale sentiva maggiormente la mancanza. “Comandi!” “Era ora…! Prendi la macchina che dobbiamo andare in Chiesa.” Comandi…deve confessarsi?” “Oh mammamia, questo sembra sempre caruto a rint o lietto (caduto dal letto). No caro, la coscienza mia è linda e pinta come un lenzuolo fresco di bucato. Ha telefonato il parroco che pare abbia trovato un morto ammazzato vicino all’altare.” “Maria Verzine Benedeta!” Esclamò il carabiniere Predolin. “Esattamente. – ribattè Viglietti – Dobbiamo andare, iamme bell!”  Meno di dieci minuti e la Benemerita si presentò sul luogo del delitto. Il Parroco, dopo aver steso un pietoso lenzuolo sul corpo dello sconosciuto, si era raccolto in preghiera sull’inginocchiatoio sotto al Cuore Immacolato di Maria cercando con le sue preghiere di esorcizzare il demonio che aveva fatto irruzione nel Sacro Luogo ed accompagnare l’anima del povero defunto. Così lo trovarono i militari, affranto e sconvolto, ancora incredulo per ciò che era avvenuto praticamente sotto i suoi occhi. “Buongiorno, sia lodato…e così via.” Si presentò salutando il maresciallo, non avvezzo alle formule d’uso quando incontrava un religioso. “Allora, cosa è successo qui?” “Maresciallo mi dispiace averla disturbata a quest’ora di notte, ma…venga, venga a vedere!” Con aria contrita, don Biagio condusse la piccola processione, formata da lui stesso e dai due carabinieri, lungo la navata principale fino alla cappella laterale dove il bianco del pietoso sudario spiccava sulla pietra rossastra del pavimento. Viglietti si chinò per scostare il lenzuolo e scoprì il corpo. Si trattava di un uomo, della presunta età di una cinquantina d’anni, con un abito formale che sembrava di buon taglio e scarpe eleganti. Giaceva supino, tra la fila dei banchi ed un piccolo altare devozionale con il quadro di un santo, con le braccia lungo i fianchi e le gambe leggermente divaricate. La causa della morte era evidente: il cranio risultava sfondato nella parte posteriore, ed una notevole quantità di sangue si spandeva sotto la testa formando piccoli rivoli negli interstizi dei lastroni del suolo. Il maresciallo controllò l’ora: le una e trenta antimeridiane. Per fortuna (?) quella sera si era trattenuto in ufficio, insieme all’appuntato, per completare una pratica rognosa da inviare con urgenza al Comando quando aveva ricevuto a telefonata del prete. Così era arrivato con la massima tempestività, dando prova della proverbiale efficienza dell’Arma. Il maresciallo, con la punta delle dita, sbottonò delicatamente la tasca posteriore dei pantaloni dove un evidente rigonfio faceva supporre fossero riposti i documenti dell’uomo. Prese il portafoglio che sembrava essere di vero coccodrillo e, dopo aver notato come fosse ben fornito di contante, ne tirò fuori la patente e un biglietto da visita che spuntava da uno scomparto. “Vediamo…qui dice che il tale si chiamava Pietro Lucchetti, licenza rilasciata dalla Motorizzazione di Roma. Il biglietto da visita…uhmm…Lucchetti…AZZ!!!: Ufficiale Prefettizio Delegato alla Provincia di Roma. Un morto eccellente!” “Dobbiamo chiamare i ROS?” Il solerte Predolin si stava agitando per il suo primo vero caso d’omicidio e per la figura della vittima che sembrava essere importante. “Stai calmo. Prima avvisiamo la Centrale per avere Scientifica e Medico Legale, poi vedremo il da farsi. Non sia mai detto che non siamo in grado di gestire la situazione.” Con calma e autorevolezza il Viglietti dette il via alla macchina investigativa e da lì a poco la pace della Chiesa venne sconvolta da quello che sembrava il set di un telefilm della serie C.S.I.
Nel salone di parrucchiere (pour dame e uomo) della Kathia la notizia di un tanto efferato crimine, commesso a non più di cinquecento metri di distanza, rimbalzava da una poltrona all’altra con le clienti che facevano a gara a proporre supposizioni e domande che non potevano avere alcun riscontro. Le postazioni erano tre: la prima occupata da una permanente e tinta, in persona della signora Tina, casalinga di mezz’età; in quella di mezzo sedeva la signora Adele al momento impegnata da una ceretta anti irsutismo che le ricopriva una vasta parte del volto e, nella seduta in fondo, una rotondetta signora Clara che si era portata la fotografia, strappata da un giornale, della cantante Amy Winehouse per far ricopiare la sua acconciatura “a cofana”. Essendo quest’ultima di statura più che modesta, supponeva che i capelli raccolti verso l’alto le conferissero slancio, e non voleva assolutamente cambiare idea anche a fronte delle argomentazioni contrarie della parrucchiera che, velatamente e con molto tatto, le aveva fatto intendere come, insistendo con quella pettinatura, esistesse il serio rischio di incappare nell’effetto “teiera”. “Non può essere stato uno del paese. – Disse la Tina – Quello nessuno lo conosceva ed era chiaramente un forestiero, magari un turista.” “Ma va’! – le rispose Adele che, essendo abbonata SKY da molti anni, non si perdeva un telefilm poliziesco. – Pensi che sia capitato in Chiesa per caso e abbia sbattuto la testa contro un candelabro? Sei ingenua, secondo me è un regolamento di conti.” “Ragazze, -intervenne la Clara – tenete presente che il morto era una personalità. Per me c’è sotto una rivalità politica.” Ovviamente erano parole in libertà e la Kathia stava a sentire divertita quelle che, con tutte le ragioni, le sembravano solo sciocchezze. Ma anche nella mente della parrucchiera non mancavano gli interrogativi, alimentati dalla sua proverbiale curiosità e dagli agganci privilegiati di cui sapeva di poter usufruire essendo buona amica del maresciallo Viglietti. L’omicidio era quasi una provocazione per lei che altre volte aveva contribuito a risolvere casi di cronaca più o meno nera. Doveva andare dal militare per convincerlo di metterla al corrente dei particolari del caso. Sapeva come fare. Finì di lavorare sulle clienti e poi prese eye liner, rimmel e rossetto per prepararsi a vincere un’eventuale resistenza da parte delle forze dell’ordine.
“Vittorio, - la Kathia chiamò il marito per avvertirlo – chiudo il negozio e vado fare delle commissioni. Se faccio un po’ tardi, prepara tu qualcosa per cena. Ci vediamo dopo.” La fedele Panda 4 X 4 condusse la parrucchiera su per i tornanti che da Borgo Carige portavano a Capalbio, mentre la guidatrice era in dubbio se slacciarsi anche un altro bottone della camicetta. Ma forse sarebbe stato troppo. “Assolutamente no!” Il Maresciallo fu perentorio. “Non ti posso dire niente. Le indagini sono in corso, c’è il segreto istruttorio e se si viene a sapere che m’è scappata qualche notizia la mia prossima destinazione sarà la caserma di Macomer: Sardegna profonda.” “Però, che amico…” Slash, slash: fu questo il rumore delle ciglia sbattute con aria birichina dalla parrucchiera in cerca di indiscrezioni. “Pensavo che tra noi ci fosse più confidenza. Evidentemente…mi sbagliavo.”  “Sì, scusami, ma ti sbagliavi. Sai quanto mi…vabbè, ma quando la vittima è un agente del SISDE…ecco, m’è sfuggito. Non lo dovevo dire. Hoèèè uagliona, se ti lasci scappare una parola…” “Marescià, comm site scucciante.” Dicendo queste parole la Kathia non potè trattenersi da mettere la mano sul fianco con aria sdegnata e, meglio della Lollo nei confronti di De Sica, si voltò incamminandosi ancheggiando verso la sua autovettura.
Ehhh, ma non la conosceva. Non c’era niente di meglio che una porta chiusa per far desiderare alla donna di sapere cosa ci fosse al di là. E poi quell’accenno ai servizi segreti apriva una tale gamma di scenari avventurosi che improvvisamente la Kathia si vide nei panni di Pussy Galore, Kissy Suzuki o addirittura Teresa di Vincenzo. Per gli sprovveduti che non fossero fan di James Bond, le sopra citate signore sono le eroine di 007, e la parrucchiera, avendo letto tutti i libri di Ian Fleming da “Casino Royal” a “Octopussy”, aveva spesso fantasticato di immedesimarsi in quei personaggi pieni di fascino. Ovviamente a Borgo Carige era improbabile imbattersi in Goldfinger o nel Dottor No, ma chissà che dietro al delitto in Chiesa non si potesse celare la mano della SPECTRE. Tornando coi piedi per terra, la Kathia decise di fare un altro tentativo per saperne di più sull’omicidio andando a parlare con la sola altra persona che poteva rivelarle qualche particolare: don Biagio.
Il religioso non sapeva come comportarsi. Nel Codice di Diritto Canonico era riportato che se in Chiesa fosse stato commesso un atto di sangue o di violenza, La casa del Signore doveva essere riconsacrata con l’intervento del Vescovo e, fino a quel momento, dovevano essere sospese le funzioni pubbliche. Ma non si parlava della somministrazione dei Sacramenti. Nell’agenda del parroco erano previsti per quella settimana due battesimi e la cresima di un adulto che si doveva sposare. E poi, tutte le mattine, si presentavano donne desiderose di confessarsi. Cosa doveva fare? Sospendere tutto e magari mettere a rischio qualche anima o continuare nel suo compito pastorale? Rimuginava tra sé il dilemma quando: “Eccone un’altra.” Si disse vedendo una figura femminile avvicinarsi. Don Biagio si trovava proprio vicino ad un confessionale e non aveva cuore di allontanare quella povera pecorella che con aria tanto contrita ed un atteggiamento di santa modestia gli si stava avvicinando. La Kathia aveva indossato la sua gonna più lunga e si era messa un foulard sui capelli come neanche la più beghina delle fedeli ancora usava portare. “Padre, mi devo confessare” “Vieni figliola. Inginocchiati lì” A don Biagio sembrava di aver riconosciuto nella donna la parrucchiera del paese, ma quella non era certo una devota praticante e l’aria dimessa sicuramente non le apparteneva. Forse la penombra lo aveva ingannato e si trattava di una penitente occasionale. “Da quanto tempo…” <se glielo dico, gli prende un colpo> “Non ricordo, Padre.” “Dimmi, per cosa chiedi perdono al Signore?” <Da dove comincio? Devo dire tutto tutto? Andiamo per gradi.> “Non sono andata a qualche Messa, ho detto qualche bugia, ho parlato male di qualcuno.” “Altro?” <Vabbè…> “Ho commesso peccato di desiderio e qualche atto impuro.” “Ahhh, immaginavo. E, figliola, quali sono stati, quanti sono stati e con quale frequenza hai commesso questi atti impuri? Eh?” La Kathia qualcosa disse, certe cose omise e altro sorvolò cercando di essere mediamente sincera. Mentre si confessava la donna pensava anche a come portare il prete a parlare dei recenti avvenimenti. Non era facile passare da un elenco di mancanze morali, o supposte tali, al fatto di cronaca. Poi, visto il luogo santo, le venne l’illuminazione. Finito di dire l’atto di dolore, mentre si accingeva ad alzarsi, disse buttandola lì: “Reverendo padre, non è per caso che le seve una perpetua che le curi la casa? Vede, mi trovo in una situazione difficile e se lei mi assicurasse un pasto caldo al giorno io mi potrei impegnare per mezza giornata a pulire e sistemare la canonica.” La proposta lasciò stupito il prete e gli confermò ancora una volta di come fossero infinite le vie del Signore. “Beh figliola: si può fare. Potresti cominciare da domattina, se per te va bene.” “D’accordo reverendissimo. A domani.” Così dicendo la donna si allontanò dalla Chiesa preparando i suoi piani di circonvenzione. La prima cosa era non farsi riconoscere. Quel pomeriggio, complice la semi oscurità, era andata bene, ma l’indomani col sole le cose sarebbero cambiate. Non a caso uno dei periodi di maggior lavoro per la parrucchiera coincideva con la festa di Halloween. In quei giorni c’era la fila fuori dal negozio per farsi acconciare, ma soprattutto truccare, e tanti giovani entravano in forma umana e uscivano con le sembianze di zombie tanto ben mascherati che erano capaci di spaventare anche i familiari. Questa volta avrebbe provato su se stessa. Non sarebbe arrivata al punto di sembrare uscita da una tomba, ma con una bella parrucca bianca, rughe finte e occhiali era abbastanza certa di rendersi irriconoscibile. Il tutto andava completato con un cuscino sotto la veste per infagottarsi e con il fazzolettone della nonna, che aveva trovato in fondo al canterano, a coprire metà testa: perfetto! Ci vollero tre mattinate di fatica e chiacchere per entrare in confidenza col prete, e poi finalmente la donna, sotto mentite spoglie, riuscì a portare il discorso dove voleva. “Certo che ultimamente ne sono successe di cose, vè?” “Oh, cara Rina – pseudonimo assunto dalla Kathia per recitare la sua parte – Il Signore ha voluto mettere alla prova la mia pazienza e la mia fede. Se ti riferisci al delitto in Chiesa, in nomine Patris et Filii…, io credo che Satana si sia manifestato.” “Mi racconti, padre. Si sfoghi.” “Cara, carissima, cosa devo dirti? Ho solo trovato quel pover’uomo stramazzato al suolo in un bagno di sangue.” “Ha notato qualcosa di particolare che magari l’ha colpita?” “No figliola, ero troppo sconvolto. Anzi ti dirò che l’impressione è stata tanta che ancora, a volte, quando la sera vado in Chiesa per le orazioni mi sembra di vedere un’ombra tra le navate, una specie di presenza. Controllo sempre, ma non trovo nessuno. Certamente è la mia immaginazione o il demonio che ancora si aggira da queste parti.” “Mi dica: quest’ombra capita spesso?” “Oh benedetta, quasi tutte le sere, ed è curioso come sia sempre la stessa ora. Poi più niente, né prima né dopo.” La Kathia drizzò le orecchie, eufemisticamente, e le venne un sospetto.
Poteva essere pericoloso, ma lì stava il divertimento. Padre Biagio incontrava le sue ombre alle diciannove e per quell’ora la Kathia si nascose dietro un grande pino che fiancheggiava il sagrato della Chiesa. Voleva verificare se quelle del prete fossero solo paranoie o se c’era sotto qualcos’altro. In quel periodo dell’anno la notte calava presto e, dietro l’albero, la donna, invisibile nelle tenebre, aveva una prospettiva ideale sul portone principale del tempio e sui dintorni. Avrebbe sicuramente visto una macchina avvicinarsi o qualcuno che si fosse aggirato nei paraggi. La parrucchiera era sempre stata scettica riguardo le storie di presenze soprannaturali o di sensazioni oscure. Tendeva a pensare che se si avvertiva un’intrusione, il più delle volte era perché si era udito un rumore o visto qualcosa. Quindi, a meno che il prete non fosse in stretto contatto con l’aldilà, anche le sue impressioni dovevano derivare da un segnale reale. Non dovette aspettare molto. Quasi gli sfuggiva, ma per un breve momento si stagliò chiaramente contro il muro giallino della Chiesa una figura con una specie di soprabito scuro che, dall’angolo dell’edificio, scivolava verso l’entrata. “Eccoti spettro di Banquo. Puntuale e in carne e ossa. Devo avvicinarmi.” In certi momenti l’adrenalina va alle stelle e si compiono azioni che, ripensate successivamente, appaiono pazzie inconcepibili. La donna lasciò il suo rifugio e, cercando di volare sul ghiaietto dello spiazzo, si accostò al portone. Aprì di uno spiraglio la porta che, per fortuna, era oliata e perfettamente bilanciata sui cardini in modo da non provocare alcun rumore. Sporse la testa all’interno e vide. Non era la fantasia di don Biagio, c’era effettivamente una persona che, china verso un pilastro della Chiesa, stava frugando nella cassetta destinata alle elemosine. Non dava l’idea di un barbone e non poteva essere un ladro che veniva tutte le sere per non trovare niente da rubare. E poi il parroco non aveva mai denunciato furti di alcun genere. No, quello cercava altro, che evidentemente non trovava, sera dopo sera.
“Insomma, Viglietti, tu e i tuoi uomini vi appostate come ho fatto io. Prendete l’uomo e l’interrogate. E, se fate così, non caverete un ragno dal buco.  Certamente dovrà darvi qualche spiegazione, ma non avrete uno straccio di prova che quello sia collegato al delitto. Invece, senti un po’ che farei io al posto tuo…” Il maresciallo ebbe la saggezza e l’umiltà di seguire il suggerimento della parrucchiera e non arrestò subito il sospetto, ma lo fece seguire ed identificare. Venne fuori che era un addetto all’ambasciata di un paese del sud est asiatico e che la cassetta delle elemosine fungeva da “buca delle lettere” per i messaggi che si scambiava con i rappresentanti di una organizzazione terroristica che si stava attivando sul territorio. L’agente dei servizi segreti aveva scoperto tutto e, quando aveva cercato di fermarlo, il malvivente l’aveva aggredito colpendolo a morte.
Da “Il Tirreno” del giorno dopo: “Sgominata un’organizzazione terroristica collegata con spie dell’est. – I Carabinieri messi sulla pista giusta dall’intraprendenza di una nostra concittadina. – Chiarita la dinamica dell’omicidio in Chiesa – “La Kathia gongolava ricevendo le congratulazioni dei paesani e dello stesso Sindaco. Aveva vissuto una parte simile a quelle viste nei film e, anche se Viglietti non si poteva paragonare a Sean Connery e lei non somigliava affatto a Ursula Andress, il piccolo Borgo Carige per un momento si era trasformato magicamente in Manhattan.
Don Biagio è ancora alla ricerca di una perpetua che lavi, stiri e sappia cucinare.


L'incoscenza

C’era una volta un filo d’erba, anzi no…una montagna con la cima innevata. Un ragazzotto camminava su quel prato senza pensare a niente, la sua giovinezza non gli permetteva di sentire la brina che gli bagnava le scarpe, ed una canzone in testa lo distraeva dallo spettacolo del massiccio che racchiudeva la valle. Anche il vento gli scompigliava i capelli senza che lui se ne rendesse conto. Il sole gli scaldava la camicia e la fatica della passeggiata lo faceva leggermente ansimare, ma lui non se ne curava. Fischiettava, a volte cantava qualche parola, e quel rumore spaventava i piccoli animali del bosco che si rintanavano aspettando di veder passare l’estraneo. Ma lui non vedeva. Allora la natura decise di sfidarlo ed improvvisamente mise in scena il tramonto più spettacolare che la valle avesse mai rappresentato. Una sfera di fuoco rossa si tuffò dietro un candido ghiacciaio mentre i riflessi dei raggi del sole calante rimbalzavano sulle nevi creando mille piccole scintille. Lame di luce si persero tra gruppi di nuvole bianche erranti nel cielo di un azzurro profondo e sereno. L’aria tersa esaltava i colori ed ogni minimo particolare del paesaggio spiccava distinto e nitido fino in lontananza. La maestosità delle rocce parlava di eternità, di ordine nel creato, di vanità degli umani assilli e nello stesso tempo suggeriva che ci fosse un senso per tante domande che mai hanno avuto risposta. Anche il ruscello che, al lato del sentiero, scorreva fra rocce e felci, sembrava avesse preso vigore formando mulinelli e piccole cascate e facendo sentire forte lo scroscio dei flutti spinti dalla corrente. Ma il ragazzotto continuava la sua passeggiata, non vedeva, non sapeva guardare, non capiva, non si rendeva conto di essere anche lui parte di un creato perfetto e terribile. Finché, distrattamente, dette un calcio ad un sasso. Sembrava piccolo e lui pensava di gettarlo lontano, ma era ben interrato e fece ostacolo al colpo. Il ragazzotto si fece male; provò un acuto dolore al piede e si fermò per controllare se fosse ferito o contuso. Improvvisamente, a fronte del dolore, quella sorta di felicità di qualche attimo prima svanì. Il ragazzotto pensò a quanto fosse stato sfortunato e, nel massaggiarsi la caviglia, finalmente alzò lo sguardo. Era giovane, la pena passò presto. Riprese la sua strada ed a fischiettare la canzonetta. Dietro di lui tutto rimase com’era, continuando nell’eterno suo ciclo. La valle presto ne dimenticò il passaggio.

mercoledì 2 settembre 2015

Non aprire gli occhi

Non aprire gli occhi: stai dormendo. Stai sognando, è solo un brutto sogno. Quando ti sveglierai sarà tutto passato. Il tuo dolore, la mia paura, la tua angoscia, la mia impotenza, svanirà tutto come la fredda brina al calore dei primi raggi di sole. Abbandonati alle mie carezze: è la sola sensazione che devi provare. Le mie mani sono un ponte tra i nostre anime ed il mio tocco ti darà tutto il nutrimento che l’amore può dare. Shhh: non parlare; socchiudi le labbra solo per sorridere e, se ti resta la forza, per darmi un bacio. Non è la prima volta: quanti abbracci nei tanti anni vissuti insieme, ma è come se fosse una sensazione nuova e meravigliosa, immensa come è la voglia di sfiorare le tue labbra ancora ed ancora per tutti gli anni che ci aspettano. Perché lo sai: tu adesso stai in un posto non tuo. Il dolore che provi e quello che ti circonda non ti appartengono e presto li lascerai come nemici vinti e ripudiati con la forza della tua volontà ed il sostegno di chi ti ama. Lasciati detergere il sudore e quella piccola lacrima, non posso fare altro per te in questo momento. Abbiamo sempre diviso tutto e vorrei che anche ora potessimo spartire il tuo Calvario. Non è giusto che tieni per te tutta la sofferenza, lasciami parte di questo carico che stai coraggiosamente trascinando in un freddo letto d’acciaio. Dammi qualche tuo affanno, basta che lo accompagni con una scheggia della tua forza d’animo. E poi cerca di uscirne al più presto che ti devo ancora abbracciare, stringere, baciare forte ancora più di prima. Adesso sono accanto a te, come lo sarò per sempre, e se sto nascondendo la mia pena è solo perché in realtà questo luogo non esiste e noi non ci troviamo qua. Siamo altrove e questo è solo…un brutto sogno. Riposati e stringi la mia mano, quando aprirai gli occhi riderai ancora come una volta ed io rimetterò insieme i pezzi del mio cuore.   

martedì 4 agosto 2015

un biglietto per la rivoluzione

La rivoluzione in un biglietto. Macchè Tsipras o Varufakis, io e Susy facciamo la rivoluzione. Ce ne freghiamo di quella culona del Bundestag e voliamo in Grecia. Forse non sarà prudente, non funzioneranno i bancomat, ci sarà qualche disagio, ma chi se ne frega! La vampira teutonica non può succhiare il mare, le disposizioni sul latte in polvere non renderanno insipida la feta, qualche oliva si troverà, e a noi basta. Se andare in un’isola dove hanno soggiornato gli dei dell’Olimpo ed il sirtaki accompagna le notti vuol dire sfidare la sorte, ebbene andiamo sulle barricate! Alekos è mio fratello, Atina mia sorella, il vento accompagna i nostri sogni e nella caldera di Santorini si tufferà la nostra anima mediterranea. L’età ci impedisce di scendere in piazza, la razionalità di brandire selci, la vergogna o il perbenismo di inalberare cartelli, ma un’arma l’abbiamo: possiamo scegliere. Non la fredda città con una porta ed un muro, ma l’isola con il blu infinito e Poseidone che gioca con i delfini. Non vogliamo lo stordimento con la birra e le tristi canzoni che abbracciati infondono forza, ci basta essere in riva al mare con due musicisti che intonano un sirtaki, dolce e fiero. Mai violenza, alla nostra età non possiamo permettercela, ma un gesto contro. Contro chi vorrebbe affossare la nazione che è stata la culla della civiltà ed, appresso a questa, la nostra Patria “sì bella e perduta”. Certo non faremo un sacrificio lasciandoci cullare dalle onde ed assaggiando la moussaka dell’amico Nicos, ma quest’anno tutto avrà una valenza differente. Il nostro euro sarà un mattoncino che contribuirà a non far crollare il Partenone e la nostra presenza significherà che il grande Mare Nostrum potrà non fare argine allo strapotere di chi il freddo lo ha nelle ossa, ma quando dalle sue profondità emergerà un altro bronzo come a Riace o un fauno con il suo flauto, capiremo tutti come non siamo solo degli schiavi della partita doppia. La bellezza, come diceva Camus, è rivoluzione, e quando si riuscirà a strappare la cancelliera dall’abbraccio degli gnomi e portarla a sedere ad un tavolo imbandito sulla sabbia con la risacca in sottofondo, forse la sua sturm und drang romantica la farà tornare tra di noi. Insomma, abbiamo rispolverato le camicie a fiori, la bandana e le espadrillas. Forse è un po’ fuori tempo, ma non sfigureremo scorrazzando per le vie di Skiathos a bodo di uno scooter, e finché i reumi non ci impediranno di saltare (si fa per dire) in sella, faremo risorgere il nostro vecchio spirito hippy. Almeno per i quindici giorni della vacanza.   

AFTER MIDNIGHT: Il mare d'inverno

AFTER MIDNIGHT: Il mare d'inverno: “Il mare d’inverno è solo un film in bianco e nero visto alla tv” Queste parole, ritmate secondo il corrispondente motivo musicale, si ripe...

Il mare d'inverno

“Il mare d’inverno è solo un film in bianco e nero visto alla tv” Queste parole, ritmate secondo il corrispondente motivo musicale, si ripetevano nella testa di Vittorio mentre, con lo scooterone, percorreva la strada di Chiarone in direzione dell’Ultima Spiaggia. Era verso l’inizio di Novembre quando le giornate si accorciano e la stagione non sa se virare verso l’inverno o rimanere aggrappata a nostalgie d’autunno. Nelle prime ore del pomeriggio, in sella alla moto, l’aria era fresca, mentre nel cielo grosse nuvole si rincorrevano lasciando scappare sprazzi di sole subito nuovamente oscurati. In realtà non aveva nessun impegno che lo portasse verso la costa, ma Vittorio doveva pensare. Ogni volta che gli si presentava un problema lui cercava di isolarsi dal resto del mondo e, se questo capitava fuori stagione, la cosa ideale era sedersi sulla spiaggia guardando verso l’orizzonte. In quel momento gli si svuotava il cervello, e nel nulla spesso gli appariva la risposta a quanto lo stava angustiando. Quando il mare era agitato, con cavalloni grossi, rumorosi ed aggressivi, si sentiva piccolo, inerme ed impotente nei confronti della maestosità della natura, in balia di forze troppo più grandi di qualunque uomo. Questo sottrarre responsabilità al proprio destino, riconoscere come, in fondo, tutti gli sforzi siano vani se messi a confronto di un fenomeno semplice ma terribile, gli infondeva un senso di serena rassegnazione che aveva il potere di consolarlo di tutti gli affanni. Anzi, più il mare mugghiava in tempesta, il vento urlava scatenandosi in raffiche e provocando mulinelli di sabbia e qualche scroscio di pioggia riusciva a schiaffeggiarlo, maggiormente si lasciava andare, quasi come fosse cullato tra le braccia di una grande madre burbera ma alla fine benevola.  Arrivato in prossimità dello stabilimento balneare, abbandonato e chiuso con assi di legno, lasciò la moto nel parcheggio avviandosi sulla passerella di legno che portava all’arenile. Lo spettacolo che gli si parò innanzi dopo pochi passi era degno di un Dies Irae: mare e cielo confusi in un grigio striato di schiume e nuvolaglie biancastre, qualche lampo spettacolare e tutt’intorno la desolazione di non vedere anima viva. Perfetto. Era proprio quello che ci voleva per riflettere sugli ultimi avvenimenti di casa.
Veronica era tornata dalla scuola in lacrime come raramente prima d’allora. “Che succede?” Kathia, vedendo la figliola con gli occhi gonfi di pianto e singhiozzante, si allarmò subito. “Ti è successo qualcosa? Dimmi!” “No a me niente, ma il mondo è marcio e ingiusto!” Questo tranquillizzò la madre che però continuava a non capire il motivo della tragedia. “Si, direi che sono d’accordo. Te ne sei accorta adesso, ma tanto, prima o poi, la vita te l’avrebbe insegnato. Cos’è che ti ha sconvolto tanto?” La ragazza era nella fase della prima pubertà, quando i sentimenti ed i valori hanno tutti la lettera maiuscola: Amore, Amicizia, Sincerità e gli avverbi di tempo sono sempre superlativi: per sempre, mai più. Ogni bugia di un’amica era un Tradimento, qualsiasi promessa mancata dai genitori una Delusione ed ogni canzone di Laura Pausini: Mitica. Con la maturità avrebbe scoperto il relativismo e sarebbe diventata, come tutti, un po’ più cinica. “No, non puoi capire. (Quasi tutti i discorsi rivolti al padre o alla madre cominciavano così.) E’ successa una cosa tremenda.” “Parla, cercherò di sforzarmi per comprendere” Kathia non voleva prendere in giro la figlia, ma tante volte le rispostine gliele strappava. “Allora, sai quel ragazzo di colore che sta nella mia classe? Beh, è stato sospeso. Sospeso, capisci? E’ l’anticamera della bocciatura, se non peggio. I genitori vogliono ritirarlo dalla scuola e portarlo via da qui.” “Perché, che ha fatto?” “NIENTE ha fatto! E’ solo nero di pelle, extracomunitario e povero. Queste sono le sue colpe. Non è giusto!” “Aspetta. Va bene il colore e tutto il resto, ma per adottare un simile provvedimento ci devono essere gravi motivi.” Veronica fece uno sbuffo ad indicare come fosse inutile quella conversazione con chi non era in grado di immedesimarsi nel dramma. “Adesso ti spiego. Nel cortile di scuola, da qualche tempo, spariscono le biciclette. Sono legate con lucchetti e stanno parcheggiate nelle ore di lezione, ma sono tante e incustodite. Lo spiazzo sta nel retro dell’edificio ed un muro cieco è stato attrezzato con tubi di ferro per dar modo di incastrare la ruota anteriore delle bici. Siccome quasi tutti andiamo con quel mezzo, non ti dico che ce ne staranno centinaia, ma svariate decine sicuramente.” Kathia interveniva con piccoli grugniti di comprensione ed incitamento al racconto. “Ok, quindi?” “Da qualche tempo, al momento di tornare a casa, qualcuno non ha più ritrovato il suo mezzo. Ma il fatto che ha scatenato l’ira del preside è stato che pochi giorni fa hanno rubato anche la sua Bianchi nera con filettini dorati che lui tanto amava e teneva come un gioiello.” “Va bene, a quanto dici, tutto succedeva nelle ore di lezione, e quindi il tuo compagno stava in classe. Non può essere stato lui.” “Brava mamma! E’ esattamente quello che diciamo noi, ma il Consiglio d’Istituto afferma che, pur non avendo prove certe, altrimenti sarebbe partita una denuncia ai Carabinieri, sono convinti che Yussef sia coinvolto nei furti. Ai ragazzi non vogliono dare spiegazioni dettagliate trincerandosi dietro la motivazione della privacy e per non screditare ulteriormente il mio compagno, ma così non vale!” “Non vale?” “No, che non vale. Non possono rovinare la vita alla gente senza dirlo chiaramente. Ho parlato con lui a ricreazione e mi ha confidato che il padre vuole mandarlo a lavorare. A fare il suo lavoro: il vucumprà sulle spiagge.” Su quest’ultima affermazione Veronica non poté trattenere un singhiozzo e riprese a versare calde lacrime buttandosi tra le braccia della madre. “Su, su, dai. Facciamo così: diciamo a tuo padre di parlare con il signor Alfonso, il suo amico che fa parte del Consiglio, e di farsi spiegare il perché di quel provvedimento. In questa maniera avremo tutto più chiaro e comprensibile.” Si vedeva che Veronica non era convinta. “Papà? Sei sicura, mà? Quello con l’Alfonso si mettono a parlare di macchine e non arriviamo a niente.” “Oh, bimbina, rispetto per tuo padre! Mica l’è un grullo. Quando deve parlare di cose serie lo fa’.” “Va bene, mammina.” E sbattendo gli occhioni umidi, con un’espressione tenerissima che di colpo l’aveva riportata a quella bambina che in realtà era, Veronica scoccò un bacio sulla guancia della madre. Poi corse verso camera sua dove, forse, avrebbe ripreso quel pianto che, nella disperazione, le dava anche tanta soddisfazione.
“E’ semplice: vai dall’Alfonso e ti fai spiegare che c’hanno contro quel ragazzino. Poi torni e riferisci. Và!” Nella maniera in cui un generale comanda un sottoposto, così la Kathia istruì il marito con ordini precisi e perentori. A Vittorio sarebbe venuto spontaneo un “sissignora”, magari accompagnato dallo sbattimento dei tacchi, ma quando vedeva negli occhi della consorte il cipiglio decisionista, capiva che non era il momento di scherzare. Era ancora indeciso se rispondere con “obbedisco” o con “veni, vidi, vici” quando la moglie, vedendolo titubante, lo incitò mellifluamente dolce: “Amore, c’è qualcosa che non ti è chiaro?” Rotti gli indugi, Vittorio partorì uno stentoreo “OK!”.  
Alfonso era un giornalista che in quell’Istituto aveva due figli in due “plessi” differenti. Scrivendo da casa in modalità “free lance”, ovvero precaria, disponeva di molto tempo libero che, per loro disgrazia, occupava interessandosi di ogni aspetto della vita dei ragazzi, ad iniziare dalla scuola. Per essere ancora più addentro alle vicende scolastiche, aveva brigato e fatto una vera e propria campagna elettorale per essere nominato a fianco dei docenti come membro degli organi consultivi stabiliti dal Ministero della Pubblica Istruzione. In quella posizione si sentiva un novello Mazzarino che, con i suoi pareri, riusciva ad influire sul governo di quell’istituzione. Con Vittorio si incontrarono per un aperitivo al bar di fonte alla Chiesa e, dopo i doverosi commenti sull’ultima campagna acquisti della Fiorentina, finalmente affrontarono la spinosa questione. Il colloquio si protrasse per più di un’ora. Alfonso mise al corrente l’amico sulla vicenda di Yussef, ma non solo. Gli disse anche tutto quello che succedeva nella scuola, e specialmente tra i ragazzi dell’età dei loro figli, senza tacere neanche di quello che il corpo docente supponeva accadesse pur non avendone le prove certe. Fu quest’insieme di rivelazioni che sconvolse Vittorio spingendolo a disertare il pranzo a casa ed a scappare verso il mare. Sperava che, come spesso era successo, avrebbe ritrovato la necessaria calma per tornare da Kathia e condividere con lei quanto aveva saputo. Dopo un abbondante dose di iodio carpito all’aria salmastra ed aver ritrovato una parvenza di serenità, verso le quattro del pomeriggio, Vittorio si presentò alla porta del negozio di parrucchiere della moglie. “Puoi uscire un momento?” disse alla Kathia affacciandosi alla porta. “Cosa c’è?” Rispose la donna stupita nel vedere il marito a quell’ora e con la faccia stravolta. Sembrava un mascherone di carnevale: gli occhi allucinati, i capelli arruffati dal vento e incollati in ciocche, sbaffi grigiastri di sale rappreso sulla pelle di un pallore innaturale. Se non lo avesse conosciuto così bene avrebbe pensato che si fosse fatto qualche sostanza, ma lui non era il tipo. “Dimmi è successo qualcosa?”  “No, niente. Però vieni fuori che ci fumiamo una sigaretta.” Una sigaretta? Ma il marito aveva smesso di fumare da più di cinque anni e spesso la rimproverava perché lei ancora indulgeva in quel vizio. Doveva trattarsi di qualcosa di importante. Kathia posò le forbici con le quali stava lavorando, passando le consegne all’Antonella, e raggiunse l’uomo già seduto sulla panchina antistante la sua bottega. “Ho parlato con Alfonso.” “Ebbene?” “Poi ti dirò del ragazzino e delle biciclette, ma sai che mi ha raccontato sulla scuola?” “Parla!” “Sembra che nei bagni del piano dove sta la classe di Veronica, abbiano trovato residui di spinelli! Non solo, mi ha detto che hanno distribuito tra gli studenti dell’età di nostra figlia un questionario, al quale si poteva rispondere anonimamente, per conoscerne le abitudini ed i problemi. Per fartela breve, pare che sia risultato che i primi approcci sessuali le ragazze li abbiano già intorno ai dodici anni e che il rapporto vero e proprio avvenga in media all’età di quindici anni.” “Vai avanti.” “Come: vai avanti?” Vittorio era quasi scioccato nel constatare come la moglie non fosse sconvolta quanto lui. “Non capisci? Pare che i compagni di Veronica, intendo i suoi coetanei, si droghino e facciano sesso! Alla loro età! Con mia figlia! La mia bambina! Non ci posso credere. Quel disgraziato dell’Alfonso mi deve aver detto una marea di cazzate. Bisogna fare qualcosa!  Andare dal Preside, da Provveditore, dal Ministro o dal Papa, non lo so, ma dobbiamo prendere provvedimenti.” La Kathia non aveva mai visto il marito in quello stato. Si rese conto che Vittorio aveva improvvisamente realizzato come la figlia non fosse più una bambina, che stava affrontando la vita nella stessa maniera di tutti gli altri ragazzi della sua età, e che forse si era trovata anche in situazioni per lui inimmaginabili. “Stai calmo, per me non è una novità.” “Pure…” “Vedi, è normale che una figlia si confidi più facilmente con la made che con il padre. Veronica mi aveva informato del questionario ed anche dei risultati che, peraltro, erano stati discussi in un’assemblea tenuta a scuola. Il sesso e la droga sono argomenti comuni tra gli adolescenti. L’importante è che i ragazzi sappiano che non li devono affrontare come un gioco, che gli stupefacenti sono un veleno pericoloso e che le prime esperienze possono essere bellissime o traumatizzanti a seconda di come vengono vissute.” Vittorio avrebbe voluto non essersi alzato quella mattina e che tutto quel giorno potesse essere cancellato come un file venuto male in una play list di preoccupazioni. “Allora…” provò a dire balbettando senza sapere neanche lui cosa volesse esprimere. “Allora – riprese la Kathia – te ne devi fare una ragione. La bambina sta crescendo e sta a noi, come genitori, starle vicino non nascondendo le brutture del mondo, ma dandole gli strumenti per difendersi. Stai tranquillo: lei è una ragazza con la testa sulle spalle.” Kathia accompagnò queste parole con una carezza sull’ispida guancia di Vittorio, intenerita nel vedere quell’uomo tanto spaventato e preoccupato. “Adesso veniamo all’altra parte della tua conversazione con Alfonso.” Proseguì la parrucchiera per sviare la conversazione e far tornare un po’ di serenità. “Si, certo, i furti.” Vittorio si prese qualche secondo per riordinare le idee dopo quella tempesta. “Dicevo: i furti. Ecco, in poche parole, hanno sospeso Yussef perché il Preside, un giorno che il ragazzo si presentò in ritardo alle lezioni, lo trattenne nel suo ufficio. E’ abitudine del dirigente chiedere agli scolari in punizione di vuotare le tasche per vedere se hanno qualcosa di proibito. Spesso ha ottenuto risultati soddisfacenti sequestrando sigarette “strane”, coltelli o altra roba vietata. Quando Yussef mise sulla scrivania i suoi averi, insieme ad altra paccottiglia, il Preside riconobbe il lucchetto della sua Bianchi. Pare fosse, come la bici, un modello antico, bello ma facilissimo da aprire, assolutamente originale e non confondibile con quelli moderni. C’era anche un foglietto pubblicitario con la réclame di un rivenditore di biciclette nuove, usate e pezzi di ricambio. I due elementi combinati convinsero il dirigente che il ragazzo fosse coinvolto nel traffico illecito, e quindi decise il provvedimento disciplinare.” “Beh, non aveva tutti i torti. – disse la Kathia – Certo non c’è la prova che lo studente abbia rubato, ma che ne sia in qualche modo implicato, mi sembra evidente. Mi piacerebbe parlare con lui e sentire le sue ragioni.” Così, ognuno con i suoi pensieri, i coniugi si presero per mano e si avviarono insieme verso la Panda 4X4 che li aspettava per riportarli a casa.  
Yussef sentiva tutto il peso del mondo gravare sulle sue gracili spalle di tredicenne. Aveva la strana sensazione da una parte di essere messo ai margini della società e, dall’altra, di venire tenuto sotto osservazione come un virus che potesse diffondersi infettando gli organismi sani. Non si sentiva mai al posto giusto. Da alcuni professori veniva interrogato troppo spesso come per vedere se si impegnasse veramente, da altri era quasi ignorato con un senso di sopportazione. Lui avrebbe voluto essere trattato come Rosselli o Manzotti o chiunque altro perché era un ragazzo come loro, ma forse avrebbe potuto essere così solo se tutti quelli intorno a lui fossero stati ciechi. Anche i compagni di classe, a parte qualche bullo che aveva convinto usando le mani, non gli erano ostili, ma neanche amici. Non era entrato in confidenza con nessuno e si guadava bene da far capire che gli sarebbe piaciuto moltissimo ricevere un invito per andare al cinema insieme o a prendere un gelato. Lo abbracciavano solo quando segnava un gol da centravanti della squadra di calcio, ma si rendeva conto che erano slanci di entusiasmo, non certo d’affetto. Adesso ci mancava pure questo guaio delle bicilette. Si era fidato di qualcuno perché, come ad un gatto randagio al quale si porge una ciotola di latte, lo aveva avvicinato offrendogli quello che lui cercava: considerazione e amicizia. Ma, per la sua ingenuità, lo avevano incastrato addossandogli colpe che non aveva. Ancora una volta, forse, perché era comodo indicare il diverso come la mela marcia. Yussef si sarebbe potuto discolpare facilmente, ma questo avrebbe significato tradire il suo unico amico. Non l’avrebbe fatto mai.
“Vengo vicino a te, devo ragionare a voce alta.” Disse la Kathia sedendosi sul divano accanto al marito che stava guardando la televisione. “Ti disturbo?” “Stai scherzando? Sto vedendo Fiorentina – Spartak Praga per i quarti di finale di Coppa UEFA. Parla pure quanto vuoi.” La moglie non colse il leggero velo di disperazione insito in quelle parole e, con gli occhi rivolti al soffitto, incominciò ad elucubrare. “Riepilogando la dinamica dei furti delle biciclette, possiamo escludere come colpevole Yussef perché era sempre presente in classe. Però, anche se il luogo è incustodito, è difficile possa essere stato qualche ladro occasionale. Da mesi spariscono un paio di bici a settimana, con regolarità, senza che mai nessuno abbia mai notato movimenti strani intorno al parcheggio. Improbabile che un ladruncolo sia tanto fortunato da non incrociare mai testimoni. E poi che senso ha questo stillicidio di pochi pezzi a volta? Se un malvivente avesse voluto impossessarsi delle bici, forse sarebbe stato più comodo e meno rischioso fare un bel colpo, magari caricandone una quantità su un camion, tutto in una volta. Non credi?” “Eh? Si, si eh come no? Azz…e passa quella palla!” “Mi stai ascoltando?” “Attentamente!” “Bene, e quindi diciamo che, probabilmente, il colpevole deve essere interno alla scuola. Se così fosse, conoscerebbe i momenti in cui le classi sono al lavoro e gli insegnanti impegnati, quando c’è l’uscita o se qualcuno si deve assentare andandosi a riprendere la sua bici. Il tipo, tenendo tutto sotto controllo, potrebbe regolarsi ed agire con tranquillità. Inoltre il fatto stesso che rubi poco e spesso denota una frequentazione ed una conoscenza approfondita del luogo. Giusto?” Vittorio capì che un’altra volta si richiedeva il suo intervento e ribatté prontamente: “Giusto!” anche se che cosa fosse giusto gli sfuggiva del tutto. “Vedi che mi dai ragione anche tu? – riprese la Kathia- E allora andiamo per esclusione. Gli alunni non sono stati, i professori li eliminiamo, non rimane che il personale non docente. A questo punto dobbiamo chiamare Viglietti.” “Chi? Ah, sì: il maresciallo. Chiamalo pure, ma non ti sembra un po’ tardi?” “La giustizia non ha orari!” La donna prese il cellulare nel quale aveva memorizzato il numero del militare ed inviò la chiamata. Il carabiniere, riconoscendo il mittente, rispose prontamente. “Ciao Viglietti, - incominciò la Kathia – ti devo vedere subito…..Non fare lo stupido, per lavoro…..Non da te, da me…..Si c’è…..No, non posso…..Ma che ti sei messo in testa?......Insomma, vuoi venire o no?......Ti aspetto.” Dopo poco il maresciallo arrivò a casa della parrucchiera e venne messo al corrente della teoria di Kathia e pregato di svolgere delle indagini. Se ne andò assicurando l’interessamento dell’Arma, ma un po’ deluso dalla freddezza di quella “ciaccona sfruculiosa”, come aveva soprannominato l’amica parlandone con gli amici.
Le indagini durarono poco. Il maresciallo, che al di là della maschia esuberanza, conosceva bene il suo mestiere, non ebbe difficoltà ad individuare nel bidello della scuola l’autore dei furti che fu prontamente arrestato. Yussef aveva trovato in lui un amico con il quale parlare durante le ore di ricreazione e che lo stava a sentire quando aveva la necessità di sfogarsi con qualcuno. Nel tempo il loro legame era diventato stretto e, solo per simpatia, il bidello aveva regalato quel maledetto lucchetto al ragazzo come augurio per l’acquisto di una bicicletta tutta sua. A questo proposito gli aveva dato anche il foglietto con l’indirizzo di una negozio dove gli avrebbero fatto uno sconto. Certamente se lo potevano permettere perché erano quelli ai quali il bidello portava le bici rubate che rivendevano a prezzi stracciati o smontavano per i pezzi di ricambio.
Yussef fu riammesso a scuola e scagionato da ogni sospetto. Anzi, agli occhi dei compagni, divenne quasi un eroe. Si era opposto al “Potere” non tradendo un amico. Divenne un fulgido esempio di lealtà e coraggio e, da quel momento, i ragazzi lo vollero tra le loro cerchie e le femmine lo guardarono con occhi diversi. La sua vita cambiò. Tutto questo, diciamolo, per merito della Kathia.
Quando tornò a casa, sul letto, la Kathia trovò un bacio Perugina ed cartoncino rosa così concepito: “Mamma, sei grande! T.V.T.B, tua figlia Veronica.” Sì, perché il padre non aveva fatto niente? Vittorio, letto il biglietto, non se ne ebbe a male, anche se si sentiva un po’ trascurato. Così è la vita, prese la Gazzetta dello Sport, inforcò lo scooterone e si diresse verso il mare.