Lunga è la strada e la meta sconosciuta. Si avanza
barcollando per sentieri misteriosi dove dietro ogni curva si cela una sorpresa
e l’unica guida è la speranza. Passo dopo passo si scansano gli inciampi senza
sapere il motivo del cammino. E’ faticoso trascinarsi su per quel ripido tratto
e spesso la stanchezza consiglierebbe di rinunciare, ma non si può. Non si deve
lasciare la via, non prima di averla percorsa tutta, fino alla fine. Anche se
la meta è sconosciuta e la strada lunga. Ancora avanti, con un ritmo cadenzato seguendo
gli anelli di una catena alla quale si è aggiogati, ed il fiato è corto. Forse sarebbe
il tempo di fermarsi, almeno per un po’, e riprendere le forze per proseguire:
il muschio sul masso è morbido. Per un momento si potrebbe chiudere gli occhi e
ricordare, sognare, lasciarsi trasportare dove non si è mai stati e ormai non
si andrà più. Sarebbe una vertigine di voluttà e stordimento per antiche
aspirazioni abbandonate, ma mai dimenticate. Però non si deve indugiare perché lunga
è la strada e la meta sconosciuta. Quindi si riprende ad andare aiutandosi con
un bastone o approfittando di una mano amica mentre, guardando tra le alte
fronde in cerca dell’ultimo raggio di sole, si lasciano gli acciacchi alle
spalle. Cercando di trovare il coraggio si può accennare un motivetto
fischiando sommessamente, perché la strada potrebbe essere ancora lunga e la
meta rimane sempre sconosciuta.
sabato 14 novembre 2015
sabato 26 settembre 2015
L'incubo del Parroco
Padre Biagio
era solo nella Canonica. Completate le funzioni della giornata e recitate le
ultime orazioni del vespro, spense le luci in Chiesa e chiuse il portone. Solo
le candele rimanevano ad illuminare fiocamente le ampie volte neogotiche e le
immagini sacre. Il chiarore tremolante delle fiammelle rendeva più espressivi i
volti delle statue che sembravano quasi sorridere o ammiccare con benevolenza.
Molte sere il curato si attardava seduto in un banco della navata principale e,
complici i giochi delle ombre, gli piaceva immaginare di essere al centro di
una riunione di beati che discutevano tra loro da una cappella all’altra.
L’ultima parola era sempre riservata al Crocefisso dell’Altare Maggiore sia per
la sua immensa sapienza che per il fatto di essere il Figlio del Padrone. Poi,
dopo un ultimo padre-ave-gloria, ogni volta si congedava familiarmente dalle
immagini sacre ed, imboccata una porticina laterale, si ritirava nelle sue
stanze. Tempo addietro il prevosto avrebbe trovato una bonaria perpetua pronta
a provvedere alle sue necessità, ma adesso una questua sempre più risicata non
permetteva ai religiosi che una donna a ore tre volte la settimana, giusto per
lavare e stirare il corporale, ovvero quella piccola tovaglia che si sistema
sull’altare, e qualche camicia. Ma don Biagio si accontentava: due uova al
tegame con un po’ di formaggio e un paio di pesche, oltre a un abbondante gotto
di rosso, e poi via a dormire. Il buon parroco sembrava sereno, se non felice.
Aveva investito il capitale della sua vita scommettendo di riscuotere un
generoso dividendo quando il Principale lo avesse chiamato presso di sé, e
perciò non permetteva a preoccupazioni o ansie di tormentarlo più del
necessario. In fondo lui faceva tutto il suo dovere con diligenza, e quale
datore di lavoro non sarebbe stato soddisfatto di un collaboratore tanto devoto
e obbediente? A volte, dopo aver lavato i piatti, quando la sera si stemperava
nella notte, chiudendo la finestra della cucina, lo sguardo di don Biagio si perdeva
a guardare le case del paese allineate lungo la strada principale o sparse nel
buio profondo della campagna circostante. Vedendo quelle finestre illuminate, si
immaginava le famiglie all’interno: un padre, una mamma e tanti bambini che
giocavano con un vecchio che magari avrebbe potuto somigliargli. A quei
pensieri, tra lo stomaco ed il petto, provava sempre una strana sensazione: un
malinconico languore che assomigliava tanto ad un rimpianto. Questa momentanea
debolezza gli sembrava simile ad un peccato, anche se non sapeva di quale
gravità, e quindi, per prudenza, si infliggeva una penitenza con tre Ave: non
si sa mai. Poi, chiuse le imposte, si rifugiava nel letto puntando la sveglia sulle
cinque del mattino successivo, per ricominciare la solita rassicurante routine.
Generalmente toccava il guanciale e, avvolto nel silenzio, dopo poco
sprofondava in un sonno comatoso e senza sogni. Ma quella sera non riusciva a
dormire. Aveva la sensazione di avere dimenticato di fare qualcosa in Chiesa,
che ci fosse un non sapeva cosa di fuori posto che gli dava fastidio. Doveva
togliersi il tarlo, anche se era convinto che fosse solo un’impressione dettata
dal nervosismo che qualche volta trovava in agguato nelle tenebre di camera sua.
Scese dal letto, infilandosi un accappatoio sopra il pigiama, e si diresse
verso il tempio. Entrò dalla solita porticina e, fermo sulla soglia, dette uno
sguardo panoramico tutt’intorno. Sembrava tutto a posto, il portone principale
serrato, i paramenti del Santo ben ordinati, le candele che gocciolando si
stavano esaurendo. Un momento: ai lati dell’immagine di San Nicola c’era solo
un candelabro visibile, l’altro doveva essere caduto. Padre Biagio si diresse
verso il quadro in un angolo della navata laterale. “Oh Gesùgiuseppemaria,
qualcuno ha lasciato un paio di scarpe vicino al Patrono: non c’è più religione
né rispetto!” Il prete si avvicinò chinandosi per prendere le calzature. Con
stupore notò che appresso a quelle seguiva un paio di pantaloni. Spesso il
curato aveva visto persone decedute, ma un morto sul pavimento della Chiesa…non
se lo sarebbe mai aspettato.
“Capille e
guaie nun mancano maje! Predolin vieni qua, subito! Chistu uaglione è lento
comm na lumaca. Cosa devo fare, devo mandarti un invito scritto?” Il
maresciallo Viglietti, comandato alla Stazione Carabinieri di Capalbio, non era
convinto che Garibaldi avesse unificato l’Italia. Troppe incomprensioni
esistevano ancora tra chi sapeva mettere le cose nell’ordine giusto
d’importanza, come riteneva di essere lui, e chi seguiva passo passo tutte le
benedette regole e regolamenti. In altre parole: per il maresciallo prima veniva
il caffè e poi tutto il resto, salvo partire in quarta sovvertendo le priorità
in caso di urgenza, mentre per il carabiniere, al quale si rivolgevano le sue
lamentele, scrivere un rapporto era come redigere un testo sacro: non si poteva
lasciare senza finirlo, cascasse il mondo. Il conflitto tra le due mentalità
creava spesso nervosismo nel superiore e frustrazione nel sottoposto che più
volte aveva pensato di chiedere un trasferimento dalle parti di Cavarzere, o su
di lì, per tornare a fare il proprio dovere con la serena disciplina che,
vicino all’imprevedibile maresciallo, era la cosa della quale sentiva
maggiormente la mancanza. “Comandi!” “Era ora…! Prendi la macchina che dobbiamo
andare in Chiesa.” Comandi…deve confessarsi?” “Oh mammamia, questo sembra
sempre caruto a rint o lietto (caduto dal letto). No caro, la coscienza mia è
linda e pinta come un lenzuolo fresco di bucato. Ha telefonato il parroco che
pare abbia trovato un morto ammazzato vicino all’altare.” “Maria Verzine
Benedeta!” Esclamò il carabiniere Predolin. “Esattamente. – ribattè Viglietti –
Dobbiamo andare, iamme bell!” Meno di
dieci minuti e la Benemerita si presentò sul luogo del delitto. Il Parroco,
dopo aver steso un pietoso lenzuolo sul corpo dello sconosciuto, si era
raccolto in preghiera sull’inginocchiatoio sotto al Cuore Immacolato di Maria
cercando con le sue preghiere di esorcizzare il demonio che aveva fatto
irruzione nel Sacro Luogo ed accompagnare l’anima del povero defunto. Così lo
trovarono i militari, affranto e sconvolto, ancora incredulo per ciò che era
avvenuto praticamente sotto i suoi occhi. “Buongiorno, sia lodato…e così via.”
Si presentò salutando il maresciallo, non avvezzo alle formule d’uso quando incontrava
un religioso. “Allora, cosa è successo qui?” “Maresciallo mi dispiace averla
disturbata a quest’ora di notte, ma…venga, venga a vedere!” Con aria contrita,
don Biagio condusse la piccola processione, formata da lui stesso e dai due
carabinieri, lungo la navata principale fino alla cappella laterale dove il bianco
del pietoso sudario spiccava sulla pietra rossastra del pavimento. Viglietti si
chinò per scostare il lenzuolo e scoprì il corpo. Si trattava di un uomo, della
presunta età di una cinquantina d’anni, con un abito formale che sembrava di
buon taglio e scarpe eleganti. Giaceva supino, tra la fila dei banchi ed un
piccolo altare devozionale con il quadro di un santo, con le braccia lungo i
fianchi e le gambe leggermente divaricate. La causa della morte era evidente:
il cranio risultava sfondato nella parte posteriore, ed una notevole quantità
di sangue si spandeva sotto la testa formando piccoli rivoli negli interstizi
dei lastroni del suolo. Il maresciallo controllò l’ora: le una e trenta
antimeridiane. Per fortuna (?) quella sera si era trattenuto in ufficio,
insieme all’appuntato, per completare una pratica rognosa da inviare con
urgenza al Comando quando aveva ricevuto a telefonata del prete. Così era
arrivato con la massima tempestività, dando prova della proverbiale efficienza
dell’Arma. Il maresciallo, con la punta delle dita, sbottonò delicatamente la
tasca posteriore dei pantaloni dove un evidente rigonfio faceva supporre
fossero riposti i documenti dell’uomo. Prese il portafoglio che sembrava essere
di vero coccodrillo e, dopo aver notato come fosse ben fornito di contante, ne
tirò fuori la patente e un biglietto da visita che spuntava da uno scomparto.
“Vediamo…qui dice che il tale si chiamava Pietro Lucchetti, licenza rilasciata
dalla Motorizzazione di Roma. Il biglietto da visita…uhmm…Lucchetti…AZZ!!!:
Ufficiale Prefettizio Delegato alla Provincia di Roma. Un morto eccellente!”
“Dobbiamo chiamare i ROS?” Il solerte Predolin si stava agitando per il suo primo
vero caso d’omicidio e per la figura della vittima che sembrava essere
importante. “Stai calmo. Prima avvisiamo la Centrale per avere Scientifica e
Medico Legale, poi vedremo il da farsi. Non sia mai detto che non siamo in
grado di gestire la situazione.” Con calma e autorevolezza il Viglietti dette
il via alla macchina investigativa e da lì a poco la pace della Chiesa venne
sconvolta da quello che sembrava il set di un telefilm della serie C.S.I.
Nel salone
di parrucchiere (pour dame e uomo) della Kathia la notizia di un tanto efferato
crimine, commesso a non più di cinquecento metri di distanza, rimbalzava da una
poltrona all’altra con le clienti che facevano a gara a proporre supposizioni e
domande che non potevano avere alcun riscontro. Le postazioni erano tre: la
prima occupata da una permanente e tinta, in persona della signora Tina, casalinga
di mezz’età; in quella di mezzo sedeva la signora Adele al momento impegnata da
una ceretta anti irsutismo che le ricopriva una vasta parte del volto e, nella
seduta in fondo, una rotondetta signora Clara che si era portata la fotografia,
strappata da un giornale, della cantante Amy Winehouse per far ricopiare la sua
acconciatura “a cofana”. Essendo quest’ultima di statura più che modesta,
supponeva che i capelli raccolti verso l’alto le conferissero slancio, e non
voleva assolutamente cambiare idea anche a fronte delle argomentazioni
contrarie della parrucchiera che, velatamente e con molto tatto, le aveva fatto
intendere come, insistendo con quella pettinatura, esistesse il serio rischio
di incappare nell’effetto “teiera”. “Non può essere stato uno del paese. –
Disse la Tina – Quello nessuno lo conosceva ed era chiaramente un forestiero,
magari un turista.” “Ma va’! – le rispose Adele che, essendo abbonata SKY da
molti anni, non si perdeva un telefilm poliziesco. – Pensi che sia capitato in
Chiesa per caso e abbia sbattuto la testa contro un candelabro? Sei ingenua,
secondo me è un regolamento di conti.” “Ragazze, -intervenne la Clara – tenete
presente che il morto era una personalità. Per me c’è sotto una rivalità
politica.” Ovviamente erano parole in libertà e la Kathia stava a sentire
divertita quelle che, con tutte le ragioni, le sembravano solo sciocchezze. Ma
anche nella mente della parrucchiera non mancavano gli interrogativi,
alimentati dalla sua proverbiale curiosità e dagli agganci privilegiati di cui
sapeva di poter usufruire essendo buona amica del maresciallo Viglietti.
L’omicidio era quasi una provocazione per lei che altre volte aveva contribuito
a risolvere casi di cronaca più o meno nera. Doveva andare dal militare per
convincerlo di metterla al corrente dei particolari del caso. Sapeva come fare.
Finì di lavorare sulle clienti e poi prese eye liner, rimmel e rossetto per
prepararsi a vincere un’eventuale resistenza da parte delle forze dell’ordine.
“Vittorio, -
la Kathia chiamò il marito per avvertirlo – chiudo il negozio e vado fare delle
commissioni. Se faccio un po’ tardi, prepara tu qualcosa per cena. Ci vediamo
dopo.” La fedele Panda 4 X 4 condusse la parrucchiera su per i tornanti che da
Borgo Carige portavano a Capalbio, mentre la guidatrice era in dubbio se
slacciarsi anche un altro bottone della camicetta. Ma forse sarebbe stato
troppo. “Assolutamente no!” Il Maresciallo fu perentorio. “Non ti posso dire
niente. Le indagini sono in corso, c’è il segreto istruttorio e se si viene a
sapere che m’è scappata qualche notizia la mia prossima destinazione sarà la
caserma di Macomer: Sardegna profonda.” “Però, che amico…” Slash, slash: fu
questo il rumore delle ciglia sbattute con aria birichina dalla parrucchiera in
cerca di indiscrezioni. “Pensavo che tra noi ci fosse più confidenza.
Evidentemente…mi sbagliavo.” “Sì,
scusami, ma ti sbagliavi. Sai quanto mi…vabbè, ma quando la vittima è un agente
del SISDE…ecco, m’è sfuggito. Non lo dovevo dire. Hoèèè uagliona, se ti lasci scappare
una parola…” “Marescià, comm site scucciante.” Dicendo queste parole la Kathia
non potè trattenersi da mettere la mano sul fianco con aria sdegnata e, meglio
della Lollo nei confronti di De Sica, si voltò incamminandosi ancheggiando
verso la sua autovettura.
Ehhh, ma non
la conosceva. Non c’era niente di meglio che una porta chiusa per far desiderare
alla donna di sapere cosa ci fosse al di là. E poi quell’accenno ai servizi
segreti apriva una tale gamma di scenari avventurosi che improvvisamente la
Kathia si vide nei panni di Pussy Galore, Kissy Suzuki o addirittura Teresa di
Vincenzo. Per gli sprovveduti che non fossero fan di James Bond, le sopra
citate signore sono le eroine di 007, e la parrucchiera, avendo letto tutti i
libri di Ian Fleming da “Casino Royal” a “Octopussy”, aveva spesso fantasticato
di immedesimarsi in quei personaggi pieni di fascino. Ovviamente a Borgo Carige
era improbabile imbattersi in Goldfinger o nel Dottor No, ma chissà che dietro
al delitto in Chiesa non si potesse celare la mano della SPECTRE. Tornando coi
piedi per terra, la Kathia decise di fare un altro tentativo per saperne di più
sull’omicidio andando a parlare con la sola altra persona che poteva rivelarle
qualche particolare: don Biagio.
Il religioso
non sapeva come comportarsi. Nel Codice di Diritto Canonico era riportato che
se in Chiesa fosse stato commesso un atto di sangue o di violenza, La casa del
Signore doveva essere riconsacrata con l’intervento del Vescovo e, fino a quel
momento, dovevano essere sospese le funzioni pubbliche. Ma non si parlava della
somministrazione dei Sacramenti. Nell’agenda del parroco erano previsti per
quella settimana due battesimi e la cresima di un adulto che si doveva sposare.
E poi, tutte le mattine, si presentavano donne desiderose di confessarsi. Cosa
doveva fare? Sospendere tutto e magari mettere a rischio qualche anima o
continuare nel suo compito pastorale? Rimuginava tra sé il dilemma quando:
“Eccone un’altra.” Si disse vedendo una figura femminile avvicinarsi. Don
Biagio si trovava proprio vicino ad un confessionale e non aveva cuore di
allontanare quella povera pecorella che con aria tanto contrita ed un
atteggiamento di santa modestia gli si stava avvicinando. La Kathia aveva
indossato la sua gonna più lunga e si era messa un foulard sui capelli come
neanche la più beghina delle fedeli ancora usava portare. “Padre, mi devo
confessare” “Vieni figliola. Inginocchiati lì” A don Biagio sembrava di aver
riconosciuto nella donna la parrucchiera del paese, ma quella non era certo una
devota praticante e l’aria dimessa sicuramente non le apparteneva. Forse la
penombra lo aveva ingannato e si trattava di una penitente occasionale. “Da
quanto tempo…” <se glielo dico, gli prende un colpo> “Non ricordo,
Padre.” “Dimmi, per cosa chiedi perdono al Signore?” <Da dove comincio? Devo
dire tutto tutto? Andiamo per gradi.> “Non sono andata a qualche Messa, ho
detto qualche bugia, ho parlato male di qualcuno.” “Altro?” <Vabbè…> “Ho
commesso peccato di desiderio e qualche atto impuro.” “Ahhh, immaginavo. E,
figliola, quali sono stati, quanti sono stati e con quale frequenza hai
commesso questi atti impuri? Eh?” La Kathia qualcosa disse, certe cose omise e
altro sorvolò cercando di essere mediamente sincera. Mentre si confessava la
donna pensava anche a come portare il prete a parlare dei recenti avvenimenti.
Non era facile passare da un elenco di mancanze morali, o supposte tali, al
fatto di cronaca. Poi, visto il luogo santo, le venne l’illuminazione. Finito
di dire l’atto di dolore, mentre si accingeva ad alzarsi, disse buttandola lì:
“Reverendo padre, non è per caso che le seve una perpetua che le curi la casa?
Vede, mi trovo in una situazione difficile e se lei mi assicurasse un pasto
caldo al giorno io mi potrei impegnare per mezza giornata a pulire e sistemare
la canonica.” La proposta lasciò stupito il prete e gli confermò ancora una
volta di come fossero infinite le vie del Signore. “Beh figliola: si può fare.
Potresti cominciare da domattina, se per te va bene.” “D’accordo
reverendissimo. A domani.” Così dicendo la donna si allontanò dalla Chiesa
preparando i suoi piani di circonvenzione. La prima cosa era non farsi
riconoscere. Quel pomeriggio, complice la semi oscurità, era andata bene, ma
l’indomani col sole le cose sarebbero cambiate. Non a caso uno dei periodi di
maggior lavoro per la parrucchiera coincideva con la festa di Halloween. In
quei giorni c’era la fila fuori dal negozio per farsi acconciare, ma
soprattutto truccare, e tanti giovani entravano in forma umana e uscivano con
le sembianze di zombie tanto ben mascherati che erano capaci di spaventare
anche i familiari. Questa volta avrebbe provato su se stessa. Non sarebbe
arrivata al punto di sembrare uscita da una tomba, ma con una bella parrucca
bianca, rughe finte e occhiali era abbastanza certa di rendersi
irriconoscibile. Il tutto andava completato con un cuscino sotto la veste per
infagottarsi e con il fazzolettone della nonna, che aveva trovato in fondo al
canterano, a coprire metà testa: perfetto! Ci vollero tre mattinate di fatica e
chiacchere per entrare in confidenza col prete, e poi finalmente la donna,
sotto mentite spoglie, riuscì a portare il discorso dove voleva. “Certo che
ultimamente ne sono successe di cose, vè?” “Oh, cara Rina – pseudonimo assunto
dalla Kathia per recitare la sua parte – Il Signore ha voluto mettere alla
prova la mia pazienza e la mia fede. Se ti riferisci al delitto in Chiesa, in
nomine Patris et Filii…, io credo che Satana si sia manifestato.” “Mi racconti,
padre. Si sfoghi.” “Cara, carissima, cosa devo dirti? Ho solo trovato quel
pover’uomo stramazzato al suolo in un bagno di sangue.” “Ha notato qualcosa di
particolare che magari l’ha colpita?” “No figliola, ero troppo sconvolto. Anzi
ti dirò che l’impressione è stata tanta che ancora, a volte, quando la sera
vado in Chiesa per le orazioni mi sembra di vedere un’ombra tra le navate, una
specie di presenza. Controllo sempre, ma non trovo nessuno. Certamente è la mia
immaginazione o il demonio che ancora si aggira da queste parti.” “Mi dica:
quest’ombra capita spesso?” “Oh benedetta, quasi tutte le sere, ed è curioso
come sia sempre la stessa ora. Poi più niente, né prima né dopo.” La Kathia
drizzò le orecchie, eufemisticamente, e le venne un sospetto.
Poteva
essere pericoloso, ma lì stava il divertimento. Padre Biagio incontrava le sue
ombre alle diciannove e per quell’ora la Kathia si nascose dietro un grande
pino che fiancheggiava il sagrato della Chiesa. Voleva verificare se quelle del
prete fossero solo paranoie o se c’era sotto qualcos’altro. In quel periodo
dell’anno la notte calava presto e, dietro l’albero, la donna, invisibile nelle
tenebre, aveva una prospettiva ideale sul portone principale del tempio e sui
dintorni. Avrebbe sicuramente visto una macchina avvicinarsi o qualcuno che si
fosse aggirato nei paraggi. La parrucchiera era sempre stata scettica riguardo
le storie di presenze soprannaturali o di sensazioni oscure. Tendeva a pensare
che se si avvertiva un’intrusione, il più delle volte era perché si era udito
un rumore o visto qualcosa. Quindi, a meno che il prete non fosse in stretto
contatto con l’aldilà, anche le sue impressioni dovevano derivare da un segnale
reale. Non dovette aspettare molto. Quasi gli sfuggiva, ma per un breve momento
si stagliò chiaramente contro il muro giallino della Chiesa una figura con una
specie di soprabito scuro che, dall’angolo dell’edificio, scivolava verso
l’entrata. “Eccoti spettro di Banquo. Puntuale e in carne e ossa. Devo
avvicinarmi.” In certi momenti l’adrenalina va alle stelle e si compiono azioni
che, ripensate successivamente, appaiono pazzie inconcepibili. La donna lasciò
il suo rifugio e, cercando di volare sul ghiaietto dello spiazzo, si accostò al
portone. Aprì di uno spiraglio la porta che, per fortuna, era oliata e
perfettamente bilanciata sui cardini in modo da non provocare alcun rumore.
Sporse la testa all’interno e vide. Non era la fantasia di don Biagio, c’era
effettivamente una persona che, china verso un pilastro della Chiesa, stava
frugando nella cassetta destinata alle elemosine. Non dava l’idea di un barbone
e non poteva essere un ladro che veniva tutte le sere per non trovare niente da
rubare. E poi il parroco non aveva mai denunciato furti di alcun genere. No,
quello cercava altro, che evidentemente non trovava, sera dopo sera.
“Insomma,
Viglietti, tu e i tuoi uomini vi appostate come ho fatto io. Prendete l’uomo e
l’interrogate. E, se fate così, non caverete un ragno dal buco. Certamente dovrà darvi qualche spiegazione, ma
non avrete uno straccio di prova che quello sia collegato al delitto. Invece,
senti un po’ che farei io al posto tuo…” Il maresciallo ebbe la saggezza e
l’umiltà di seguire il suggerimento della parrucchiera e non arrestò subito il
sospetto, ma lo fece seguire ed identificare. Venne fuori che era un addetto
all’ambasciata di un paese del sud est asiatico e che la cassetta delle
elemosine fungeva da “buca delle lettere” per i messaggi che si scambiava con i
rappresentanti di una organizzazione terroristica che si stava attivando sul
territorio. L’agente dei servizi segreti aveva scoperto tutto e, quando aveva
cercato di fermarlo, il malvivente l’aveva aggredito colpendolo a morte.
Da “Il
Tirreno” del giorno dopo: “Sgominata un’organizzazione terroristica collegata
con spie dell’est. – I Carabinieri messi sulla pista giusta dall’intraprendenza
di una nostra concittadina. – Chiarita la dinamica dell’omicidio in Chiesa –
“La Kathia gongolava ricevendo le congratulazioni dei paesani e dello stesso
Sindaco. Aveva vissuto una parte simile a quelle viste nei film e, anche se
Viglietti non si poteva paragonare a Sean Connery e lei non somigliava affatto
a Ursula Andress, il piccolo Borgo Carige per un momento si era trasformato
magicamente in Manhattan.
Don Biagio è
ancora alla ricerca di una perpetua che lavi, stiri e sappia cucinare.
L'incoscenza
C’era una
volta un filo d’erba, anzi no…una montagna con la cima innevata. Un ragazzotto
camminava su quel prato senza pensare a niente, la sua giovinezza non gli
permetteva di sentire la brina che gli bagnava le scarpe, ed una canzone in
testa lo distraeva dallo spettacolo del massiccio che racchiudeva la valle.
Anche il vento gli scompigliava i capelli senza che lui se ne rendesse conto. Il
sole gli scaldava la camicia e la fatica della passeggiata lo faceva
leggermente ansimare, ma lui non se ne curava. Fischiettava, a volte cantava
qualche parola, e quel rumore spaventava i piccoli animali del bosco che si
rintanavano aspettando di veder passare l’estraneo. Ma lui non vedeva. Allora la
natura decise di sfidarlo ed improvvisamente mise in scena il tramonto più
spettacolare che la valle avesse mai rappresentato. Una sfera di fuoco rossa si
tuffò dietro un candido ghiacciaio mentre i riflessi dei raggi del sole calante
rimbalzavano sulle nevi creando mille piccole scintille. Lame di luce si persero
tra gruppi di nuvole bianche erranti nel cielo di un azzurro profondo e sereno.
L’aria tersa esaltava i colori ed ogni minimo particolare del paesaggio
spiccava distinto e nitido fino in lontananza. La maestosità delle rocce
parlava di eternità, di ordine nel creato, di vanità degli umani assilli e
nello stesso tempo suggeriva che ci fosse un senso per tante domande che mai
hanno avuto risposta. Anche il ruscello che, al lato del sentiero, scorreva fra
rocce e felci, sembrava avesse preso vigore formando mulinelli e piccole
cascate e facendo sentire forte lo scroscio dei flutti spinti dalla corrente.
Ma il ragazzotto continuava la sua passeggiata, non vedeva, non sapeva
guardare, non capiva, non si rendeva conto di essere anche lui parte di un
creato perfetto e terribile. Finché, distrattamente, dette un calcio ad un
sasso. Sembrava piccolo e lui pensava di gettarlo lontano, ma era ben interrato
e fece ostacolo al colpo. Il ragazzotto si fece male; provò un acuto dolore al
piede e si fermò per controllare se fosse ferito o contuso. Improvvisamente, a
fronte del dolore, quella sorta di felicità di qualche attimo prima svanì. Il
ragazzotto pensò a quanto fosse stato sfortunato e, nel massaggiarsi la
caviglia, finalmente alzò lo sguardo. Era giovane, la pena passò presto.
Riprese la sua strada ed a fischiettare la canzonetta. Dietro di lui tutto
rimase com’era, continuando nell’eterno suo ciclo. La valle presto ne dimenticò
il passaggio.
mercoledì 2 settembre 2015
Non aprire gli occhi
Non aprire
gli occhi: stai dormendo. Stai sognando, è solo un brutto sogno. Quando ti
sveglierai sarà tutto passato. Il tuo dolore, la mia paura, la tua angoscia, la
mia impotenza, svanirà tutto come la fredda brina al calore dei primi raggi di
sole. Abbandonati alle mie carezze: è la sola sensazione che devi provare. Le
mie mani sono un ponte tra i nostre anime ed il mio tocco ti darà tutto il
nutrimento che l’amore può dare. Shhh: non parlare; socchiudi le labbra solo
per sorridere e, se ti resta la forza, per darmi un bacio. Non è la prima
volta: quanti abbracci nei tanti anni vissuti insieme, ma è come se fosse una
sensazione nuova e meravigliosa, immensa come è la voglia di sfiorare le tue
labbra ancora ed ancora per tutti gli anni che ci aspettano. Perché lo sai: tu
adesso stai in un posto non tuo. Il dolore che provi e quello che ti circonda
non ti appartengono e presto li lascerai come nemici vinti e ripudiati con la
forza della tua volontà ed il sostegno di chi ti ama. Lasciati detergere il
sudore e quella piccola lacrima, non posso fare altro per te in questo momento.
Abbiamo sempre diviso tutto e vorrei che anche ora potessimo spartire il tuo
Calvario. Non è giusto che tieni per te tutta la sofferenza, lasciami parte di
questo carico che stai coraggiosamente trascinando in un freddo letto
d’acciaio. Dammi qualche tuo affanno, basta che lo accompagni con una scheggia
della tua forza d’animo. E poi cerca di uscirne al più presto che ti devo
ancora abbracciare, stringere, baciare forte ancora più di prima. Adesso sono
accanto a te, come lo sarò per sempre, e se sto nascondendo la mia pena è solo
perché in realtà questo luogo non esiste e noi non ci troviamo qua. Siamo
altrove e questo è solo…un brutto sogno. Riposati e stringi la mia mano, quando
aprirai gli occhi riderai ancora come una volta ed io rimetterò insieme i pezzi
del mio cuore.
martedì 4 agosto 2015
un biglietto per la rivoluzione
La
rivoluzione in un biglietto. Macchè Tsipras o Varufakis, io e Susy facciamo la
rivoluzione. Ce ne freghiamo di quella culona del Bundestag e voliamo in
Grecia. Forse non sarà prudente, non funzioneranno i bancomat, ci sarà qualche
disagio, ma chi se ne frega! La vampira teutonica non può succhiare il mare, le
disposizioni sul latte in polvere non renderanno insipida la feta, qualche
oliva si troverà, e a noi basta. Se andare in un’isola dove hanno soggiornato
gli dei dell’Olimpo ed il sirtaki accompagna le notti vuol dire sfidare la
sorte, ebbene andiamo sulle barricate! Alekos è mio fratello, Atina mia sorella,
il vento accompagna i nostri sogni e nella caldera di Santorini si tufferà la
nostra anima mediterranea. L’età ci impedisce di scendere in piazza, la
razionalità di brandire selci, la vergogna o il perbenismo di inalberare
cartelli, ma un’arma l’abbiamo: possiamo scegliere. Non la fredda città con una
porta ed un muro, ma l’isola con il blu infinito e Poseidone che gioca con i
delfini. Non vogliamo lo stordimento con la birra e le tristi canzoni che
abbracciati infondono forza, ci basta essere in riva al mare con due musicisti
che intonano un sirtaki, dolce e fiero. Mai violenza, alla nostra età non
possiamo permettercela, ma un gesto contro. Contro chi vorrebbe affossare la
nazione che è stata la culla della civiltà ed, appresso a questa, la nostra
Patria “sì bella e perduta”. Certo non faremo un sacrificio lasciandoci cullare
dalle onde ed assaggiando la moussaka dell’amico Nicos, ma quest’anno tutto
avrà una valenza differente. Il nostro euro sarà un mattoncino che contribuirà
a non far crollare il Partenone e la nostra presenza significherà che il grande
Mare Nostrum potrà non fare argine allo strapotere di chi il freddo lo ha nelle
ossa, ma quando dalle sue profondità emergerà un altro bronzo come a Riace o un
fauno con il suo flauto, capiremo tutti come non siamo solo degli schiavi della
partita doppia. La bellezza, come diceva Camus, è rivoluzione, e quando si
riuscirà a strappare la cancelliera dall’abbraccio degli gnomi e portarla a
sedere ad un tavolo imbandito sulla sabbia con la risacca in sottofondo, forse la
sua sturm und drang romantica la farà tornare tra di noi. Insomma, abbiamo
rispolverato le camicie a fiori, la bandana e le espadrillas. Forse è un po’
fuori tempo, ma non sfigureremo scorrazzando per le vie di Skiathos a bodo di
uno scooter, e finché i reumi non ci impediranno di saltare (si fa per dire) in
sella, faremo risorgere il nostro vecchio spirito hippy. Almeno per i quindici
giorni della vacanza.
AFTER MIDNIGHT: Il mare d'inverno
AFTER MIDNIGHT: Il mare d'inverno: “Il mare d’inverno è solo un film in bianco e nero visto alla tv” Queste parole, ritmate secondo il corrispondente motivo musicale, si ripe...
Il mare d'inverno
“Il mare
d’inverno è solo un film in bianco e nero visto alla tv” Queste parole, ritmate
secondo il corrispondente motivo musicale, si ripetevano nella testa di Vittorio
mentre, con lo scooterone, percorreva la strada di Chiarone in direzione
dell’Ultima Spiaggia. Era verso l’inizio di Novembre quando le giornate si accorciano
e la stagione non sa se virare verso l’inverno o rimanere aggrappata a
nostalgie d’autunno. Nelle prime ore del pomeriggio, in sella alla moto, l’aria
era fresca, mentre nel cielo grosse nuvole si rincorrevano lasciando scappare
sprazzi di sole subito nuovamente oscurati. In realtà non aveva nessun impegno
che lo portasse verso la costa, ma Vittorio doveva pensare. Ogni volta che gli
si presentava un problema lui cercava di isolarsi dal resto del mondo e, se
questo capitava fuori stagione, la cosa ideale era sedersi sulla spiaggia
guardando verso l’orizzonte. In quel momento gli si svuotava il cervello, e nel
nulla spesso gli appariva la risposta a quanto lo stava angustiando. Quando il
mare era agitato, con cavalloni grossi, rumorosi ed aggressivi, si sentiva
piccolo, inerme ed impotente nei confronti della maestosità della natura, in
balia di forze troppo più grandi di qualunque uomo. Questo sottrarre
responsabilità al proprio destino, riconoscere come, in fondo, tutti gli sforzi
siano vani se messi a confronto di un fenomeno semplice ma terribile, gli
infondeva un senso di serena rassegnazione che aveva il potere di consolarlo di
tutti gli affanni. Anzi, più il mare mugghiava in tempesta, il vento urlava
scatenandosi in raffiche e provocando mulinelli di sabbia e qualche scroscio di
pioggia riusciva a schiaffeggiarlo, maggiormente si lasciava andare, quasi come
fosse cullato tra le braccia di una grande madre burbera ma alla fine benevola.
Arrivato in prossimità dello
stabilimento balneare, abbandonato e chiuso con assi di legno, lasciò la moto
nel parcheggio avviandosi sulla passerella di legno che portava all’arenile. Lo
spettacolo che gli si parò innanzi dopo pochi passi era degno di un Dies Irae:
mare e cielo confusi in un grigio striato di schiume e nuvolaglie biancastre,
qualche lampo spettacolare e tutt’intorno la desolazione di non vedere anima
viva. Perfetto. Era proprio quello che ci voleva per riflettere sugli ultimi
avvenimenti di casa.
Veronica era
tornata dalla scuola in lacrime come raramente prima d’allora. “Che succede?”
Kathia, vedendo la figliola con gli occhi gonfi di pianto e singhiozzante, si
allarmò subito. “Ti è successo qualcosa? Dimmi!” “No a me niente, ma il mondo è
marcio e ingiusto!” Questo tranquillizzò la madre che però continuava a non
capire il motivo della tragedia. “Si, direi che sono d’accordo. Te ne sei
accorta adesso, ma tanto, prima o poi, la vita te l’avrebbe insegnato. Cos’è
che ti ha sconvolto tanto?” La ragazza era nella fase della prima pubertà,
quando i sentimenti ed i valori hanno tutti la lettera maiuscola: Amore,
Amicizia, Sincerità e gli avverbi di tempo sono sempre superlativi: per sempre,
mai più. Ogni bugia di un’amica era un Tradimento, qualsiasi promessa mancata
dai genitori una Delusione ed ogni canzone di Laura Pausini: Mitica. Con la
maturità avrebbe scoperto il relativismo e sarebbe diventata, come tutti, un
po’ più cinica. “No, non puoi capire. (Quasi tutti i discorsi rivolti al padre
o alla madre cominciavano così.) E’ successa una cosa tremenda.” “Parla,
cercherò di sforzarmi per comprendere” Kathia non voleva prendere in giro la
figlia, ma tante volte le rispostine gliele strappava. “Allora, sai quel
ragazzo di colore che sta nella mia classe? Beh, è stato sospeso. Sospeso,
capisci? E’ l’anticamera della bocciatura, se non peggio. I genitori vogliono
ritirarlo dalla scuola e portarlo via da qui.” “Perché, che ha fatto?” “NIENTE
ha fatto! E’ solo nero di pelle, extracomunitario e povero. Queste sono le sue
colpe. Non è giusto!” “Aspetta. Va bene il colore e tutto il resto, ma per
adottare un simile provvedimento ci devono essere gravi motivi.” Veronica fece
uno sbuffo ad indicare come fosse inutile quella conversazione con chi non era
in grado di immedesimarsi nel dramma. “Adesso ti spiego. Nel cortile di scuola,
da qualche tempo, spariscono le biciclette. Sono legate con lucchetti e stanno
parcheggiate nelle ore di lezione, ma sono tante e incustodite. Lo spiazzo sta
nel retro dell’edificio ed un muro cieco è stato attrezzato con tubi di ferro
per dar modo di incastrare la ruota anteriore delle bici. Siccome quasi tutti
andiamo con quel mezzo, non ti dico che ce ne staranno centinaia, ma svariate
decine sicuramente.” Kathia interveniva con piccoli grugniti di comprensione ed
incitamento al racconto. “Ok, quindi?” “Da qualche tempo, al momento di tornare
a casa, qualcuno non ha più ritrovato il suo mezzo. Ma il fatto che ha
scatenato l’ira del preside è stato che pochi giorni fa hanno rubato anche la
sua Bianchi nera con filettini dorati che lui tanto amava e teneva come un
gioiello.” “Va bene, a quanto dici, tutto succedeva nelle ore di lezione, e
quindi il tuo compagno stava in classe. Non può essere stato lui.” “Brava
mamma! E’ esattamente quello che diciamo noi, ma il Consiglio d’Istituto
afferma che, pur non avendo prove certe, altrimenti sarebbe partita una
denuncia ai Carabinieri, sono convinti che Yussef sia coinvolto nei furti. Ai
ragazzi non vogliono dare spiegazioni dettagliate trincerandosi dietro la
motivazione della privacy e per non screditare ulteriormente il mio compagno,
ma così non vale!” “Non vale?” “No, che non vale. Non possono rovinare la vita
alla gente senza dirlo chiaramente. Ho parlato con lui a ricreazione e mi ha
confidato che il padre vuole mandarlo a lavorare. A fare il suo lavoro: il
vucumprà sulle spiagge.” Su quest’ultima affermazione Veronica non poté
trattenere un singhiozzo e riprese a versare calde lacrime buttandosi tra le
braccia della madre. “Su, su, dai. Facciamo così: diciamo a tuo padre di
parlare con il signor Alfonso, il suo amico che fa parte del Consiglio, e di
farsi spiegare il perché di quel provvedimento. In questa maniera avremo tutto
più chiaro e comprensibile.” Si vedeva che Veronica non era convinta. “Papà?
Sei sicura, mà? Quello con l’Alfonso si mettono a parlare di macchine e non
arriviamo a niente.” “Oh, bimbina, rispetto per tuo padre! Mica l’è un grullo.
Quando deve parlare di cose serie lo fa’.” “Va bene, mammina.” E sbattendo gli
occhioni umidi, con un’espressione tenerissima che di colpo l’aveva riportata a
quella bambina che in realtà era, Veronica scoccò un bacio sulla guancia della
madre. Poi corse verso camera sua dove, forse, avrebbe ripreso quel pianto che,
nella disperazione, le dava anche tanta soddisfazione.
“E’
semplice: vai dall’Alfonso e ti fai spiegare che c’hanno contro quel ragazzino.
Poi torni e riferisci. Và!” Nella maniera in cui un generale comanda un
sottoposto, così la Kathia istruì il marito con ordini precisi e perentori. A
Vittorio sarebbe venuto spontaneo un “sissignora”, magari accompagnato dallo
sbattimento dei tacchi, ma quando vedeva negli occhi della consorte il cipiglio
decisionista, capiva che non era il momento di scherzare. Era ancora indeciso
se rispondere con “obbedisco” o con “veni, vidi, vici” quando la moglie,
vedendolo titubante, lo incitò mellifluamente dolce: “Amore, c’è qualcosa che
non ti è chiaro?” Rotti gli indugi, Vittorio partorì uno stentoreo “OK!”.
Alfonso era
un giornalista che in quell’Istituto aveva due figli in due “plessi”
differenti. Scrivendo da casa in modalità “free lance”, ovvero precaria,
disponeva di molto tempo libero che, per loro disgrazia, occupava
interessandosi di ogni aspetto della vita dei ragazzi, ad iniziare dalla
scuola. Per essere ancora più addentro alle vicende scolastiche, aveva brigato
e fatto una vera e propria campagna elettorale per essere nominato a fianco dei
docenti come membro degli organi consultivi stabiliti dal Ministero della
Pubblica Istruzione. In quella posizione si sentiva un novello Mazzarino che,
con i suoi pareri, riusciva ad influire sul governo di quell’istituzione. Con
Vittorio si incontrarono per un aperitivo al bar di fonte alla Chiesa e, dopo i
doverosi commenti sull’ultima campagna acquisti della Fiorentina, finalmente
affrontarono la spinosa questione. Il colloquio si protrasse per più di un’ora.
Alfonso mise al corrente l’amico sulla vicenda di Yussef, ma non solo. Gli
disse anche tutto quello che succedeva nella scuola, e specialmente tra i
ragazzi dell’età dei loro figli, senza tacere neanche di quello che il corpo
docente supponeva accadesse pur non avendone le prove certe. Fu quest’insieme
di rivelazioni che sconvolse Vittorio spingendolo a disertare il pranzo a casa
ed a scappare verso il mare. Sperava che, come spesso era successo, avrebbe
ritrovato la necessaria calma per tornare da Kathia e condividere con lei
quanto aveva saputo. Dopo un abbondante dose di iodio carpito all’aria
salmastra ed aver ritrovato una parvenza di serenità, verso le quattro del
pomeriggio, Vittorio si presentò alla porta del negozio di parrucchiere della
moglie. “Puoi uscire un momento?” disse alla Kathia affacciandosi alla porta.
“Cosa c’è?” Rispose la donna stupita nel vedere il marito a quell’ora e con la
faccia stravolta. Sembrava un mascherone di carnevale: gli occhi allucinati, i
capelli arruffati dal vento e incollati in ciocche, sbaffi grigiastri di sale
rappreso sulla pelle di un pallore innaturale. Se non lo avesse conosciuto così
bene avrebbe pensato che si fosse fatto qualche sostanza, ma lui non era il
tipo. “Dimmi è successo qualcosa?” “No,
niente. Però vieni fuori che ci fumiamo una sigaretta.” Una sigaretta? Ma il
marito aveva smesso di fumare da più di cinque anni e spesso la rimproverava
perché lei ancora indulgeva in quel vizio. Doveva trattarsi di qualcosa di
importante. Kathia posò le forbici con le quali stava lavorando, passando le
consegne all’Antonella, e raggiunse l’uomo già seduto sulla panchina antistante
la sua bottega. “Ho parlato con Alfonso.” “Ebbene?” “Poi ti dirò del ragazzino
e delle biciclette, ma sai che mi ha raccontato sulla scuola?” “Parla!” “Sembra
che nei bagni del piano dove sta la classe di Veronica, abbiano trovato residui
di spinelli! Non solo, mi ha detto che hanno distribuito tra gli studenti
dell’età di nostra figlia un questionario, al quale si poteva rispondere
anonimamente, per conoscerne le abitudini ed i problemi. Per fartela breve,
pare che sia risultato che i primi approcci sessuali le ragazze li abbiano già
intorno ai dodici anni e che il rapporto vero e proprio avvenga in media
all’età di quindici anni.” “Vai avanti.” “Come: vai avanti?” Vittorio era quasi
scioccato nel constatare come la moglie non fosse sconvolta quanto lui. “Non
capisci? Pare che i compagni di Veronica, intendo i suoi coetanei, si droghino
e facciano sesso! Alla loro età! Con mia figlia! La mia bambina! Non ci posso
credere. Quel disgraziato dell’Alfonso mi deve aver detto una marea di cazzate.
Bisogna fare qualcosa! Andare dal
Preside, da Provveditore, dal Ministro o dal Papa, non lo so, ma dobbiamo prendere
provvedimenti.” La Kathia non aveva mai visto il marito in quello stato. Si
rese conto che Vittorio aveva improvvisamente realizzato come la figlia non fosse
più una bambina, che stava affrontando la vita nella stessa maniera di tutti
gli altri ragazzi della sua età, e che forse si era trovata anche in situazioni
per lui inimmaginabili. “Stai calmo, per me non è una novità.” “Pure…” “Vedi, è
normale che una figlia si confidi più facilmente con la made che con il padre.
Veronica mi aveva informato del questionario ed anche dei risultati che,
peraltro, erano stati discussi in un’assemblea tenuta a scuola. Il sesso e la
droga sono argomenti comuni tra gli adolescenti. L’importante è che i ragazzi
sappiano che non li devono affrontare come un gioco, che gli stupefacenti sono
un veleno pericoloso e che le prime esperienze possono essere bellissime o
traumatizzanti a seconda di come vengono vissute.” Vittorio avrebbe voluto non
essersi alzato quella mattina e che tutto quel giorno potesse essere cancellato
come un file venuto male in una play list di preoccupazioni. “Allora…” provò a
dire balbettando senza sapere neanche lui cosa volesse esprimere. “Allora –
riprese la Kathia – te ne devi fare una ragione. La bambina sta crescendo e sta
a noi, come genitori, starle vicino non nascondendo le brutture del mondo, ma
dandole gli strumenti per difendersi. Stai tranquillo: lei è una ragazza con la
testa sulle spalle.” Kathia accompagnò queste parole con una carezza
sull’ispida guancia di Vittorio, intenerita nel vedere quell’uomo tanto
spaventato e preoccupato. “Adesso veniamo all’altra parte della tua
conversazione con Alfonso.” Proseguì la parrucchiera per sviare la
conversazione e far tornare un po’ di serenità. “Si, certo, i furti.” Vittorio
si prese qualche secondo per riordinare le idee dopo quella tempesta. “Dicevo:
i furti. Ecco, in poche parole, hanno sospeso Yussef perché il Preside, un
giorno che il ragazzo si presentò in ritardo alle lezioni, lo trattenne nel suo
ufficio. E’ abitudine del dirigente chiedere agli scolari in punizione di
vuotare le tasche per vedere se hanno qualcosa di proibito. Spesso ha ottenuto
risultati soddisfacenti sequestrando sigarette “strane”, coltelli o altra roba
vietata. Quando Yussef mise sulla scrivania i suoi averi, insieme ad altra
paccottiglia, il Preside riconobbe il lucchetto della sua Bianchi. Pare fosse,
come la bici, un modello antico, bello ma facilissimo da aprire, assolutamente
originale e non confondibile con quelli moderni. C’era anche un foglietto
pubblicitario con la réclame di un rivenditore di biciclette nuove, usate e
pezzi di ricambio. I due elementi combinati convinsero il dirigente che il
ragazzo fosse coinvolto nel traffico illecito, e quindi decise il provvedimento
disciplinare.” “Beh, non aveva tutti i torti. – disse la Kathia – Certo non c’è
la prova che lo studente abbia rubato, ma che ne sia in qualche modo implicato,
mi sembra evidente. Mi piacerebbe parlare con lui e sentire le sue ragioni.” Così,
ognuno con i suoi pensieri, i coniugi si presero per mano e si avviarono
insieme verso la Panda 4X4 che li aspettava per riportarli a casa.
Yussef sentiva
tutto il peso del mondo gravare sulle sue gracili spalle di tredicenne. Aveva
la strana sensazione da una parte di essere messo ai margini della società e,
dall’altra, di venire tenuto sotto osservazione come un virus che potesse
diffondersi infettando gli organismi sani. Non si sentiva mai al posto giusto.
Da alcuni professori veniva interrogato troppo spesso come per vedere se si
impegnasse veramente, da altri era quasi ignorato con un senso di
sopportazione. Lui avrebbe voluto essere trattato come Rosselli o Manzotti o
chiunque altro perché era un ragazzo come loro, ma forse avrebbe potuto essere
così solo se tutti quelli intorno a lui fossero stati ciechi. Anche i compagni
di classe, a parte qualche bullo che aveva convinto usando le mani, non gli
erano ostili, ma neanche amici. Non era entrato in confidenza con nessuno e si
guadava bene da far capire che gli sarebbe piaciuto moltissimo ricevere un
invito per andare al cinema insieme o a prendere un gelato. Lo abbracciavano
solo quando segnava un gol da centravanti della squadra di calcio, ma si
rendeva conto che erano slanci di entusiasmo, non certo d’affetto. Adesso ci
mancava pure questo guaio delle bicilette. Si era fidato di qualcuno perché,
come ad un gatto randagio al quale si porge una ciotola di latte, lo aveva avvicinato
offrendogli quello che lui cercava: considerazione e amicizia. Ma, per la sua
ingenuità, lo avevano incastrato addossandogli colpe che non aveva. Ancora una
volta, forse, perché era comodo indicare il diverso come la mela marcia. Yussef
si sarebbe potuto discolpare facilmente, ma questo avrebbe significato tradire
il suo unico amico. Non l’avrebbe fatto mai.
“Vengo
vicino a te, devo ragionare a voce alta.” Disse la Kathia sedendosi sul divano
accanto al marito che stava guardando la televisione. “Ti disturbo?” “Stai
scherzando? Sto vedendo Fiorentina – Spartak Praga per i quarti di finale di
Coppa UEFA. Parla pure quanto vuoi.” La moglie non colse il leggero velo di
disperazione insito in quelle parole e, con gli occhi rivolti al soffitto,
incominciò ad elucubrare. “Riepilogando la dinamica dei furti delle biciclette,
possiamo escludere come colpevole Yussef perché era sempre presente in classe.
Però, anche se il luogo è incustodito, è difficile possa essere stato qualche
ladro occasionale. Da mesi spariscono un paio di bici a settimana, con
regolarità, senza che mai nessuno abbia mai notato movimenti strani intorno al
parcheggio. Improbabile che un ladruncolo sia tanto fortunato da non incrociare
mai testimoni. E poi che senso ha questo stillicidio di pochi pezzi a volta? Se
un malvivente avesse voluto impossessarsi delle bici, forse sarebbe stato più
comodo e meno rischioso fare un bel colpo, magari caricandone una quantità su
un camion, tutto in una volta. Non credi?” “Eh? Si, si eh come no? Azz…e passa
quella palla!” “Mi stai ascoltando?” “Attentamente!” “Bene, e quindi diciamo
che, probabilmente, il colpevole deve essere interno alla scuola. Se così
fosse, conoscerebbe i momenti in cui le classi sono al lavoro e gli insegnanti
impegnati, quando c’è l’uscita o se qualcuno si deve assentare andandosi a riprendere
la sua bici. Il tipo, tenendo tutto sotto controllo, potrebbe regolarsi ed
agire con tranquillità. Inoltre il fatto stesso che rubi poco e spesso denota
una frequentazione ed una conoscenza approfondita del luogo. Giusto?” Vittorio
capì che un’altra volta si richiedeva il suo intervento e ribatté prontamente:
“Giusto!” anche se che cosa fosse giusto gli sfuggiva del tutto. “Vedi che mi
dai ragione anche tu? – riprese la Kathia- E allora andiamo per esclusione. Gli
alunni non sono stati, i professori li eliminiamo, non rimane che il personale
non docente. A questo punto dobbiamo chiamare Viglietti.” “Chi? Ah, sì: il
maresciallo. Chiamalo pure, ma non ti sembra un po’ tardi?” “La giustizia non
ha orari!” La donna prese il cellulare nel quale aveva memorizzato il numero
del militare ed inviò la chiamata. Il carabiniere, riconoscendo il mittente,
rispose prontamente. “Ciao Viglietti, - incominciò la Kathia – ti devo vedere
subito…..Non fare lo stupido, per lavoro…..Non da te, da me…..Si c’è…..No, non
posso…..Ma che ti sei messo in testa?......Insomma, vuoi venire o no?......Ti
aspetto.” Dopo poco il maresciallo arrivò a casa della parrucchiera e venne
messo al corrente della teoria di Kathia e pregato di svolgere delle indagini.
Se ne andò assicurando l’interessamento dell’Arma, ma un po’ deluso dalla
freddezza di quella “ciaccona sfruculiosa”, come aveva soprannominato l’amica
parlandone con gli amici.
Le indagini
durarono poco. Il maresciallo, che al di là della maschia esuberanza, conosceva
bene il suo mestiere, non ebbe difficoltà ad individuare nel bidello della
scuola l’autore dei furti che fu prontamente arrestato. Yussef aveva trovato in
lui un amico con il quale parlare durante le ore di ricreazione e che lo stava
a sentire quando aveva la necessità di sfogarsi con qualcuno. Nel tempo il loro
legame era diventato stretto e, solo per simpatia, il bidello aveva regalato
quel maledetto lucchetto al ragazzo come augurio per l’acquisto di una
bicicletta tutta sua. A questo proposito gli aveva dato anche il foglietto con
l’indirizzo di una negozio dove gli avrebbero fatto uno sconto. Certamente se
lo potevano permettere perché erano quelli ai quali il bidello portava le bici
rubate che rivendevano a prezzi stracciati o smontavano per i pezzi di ricambio.
Yussef fu
riammesso a scuola e scagionato da ogni sospetto. Anzi, agli occhi dei
compagni, divenne quasi un eroe. Si era opposto al “Potere” non tradendo un
amico. Divenne un fulgido esempio di lealtà e coraggio e, da quel momento, i
ragazzi lo vollero tra le loro cerchie e le femmine lo guardarono con occhi
diversi. La sua vita cambiò. Tutto questo, diciamolo, per merito della Kathia.
Quando tornò
a casa, sul letto, la Kathia trovò un bacio Perugina ed cartoncino rosa così
concepito: “Mamma, sei grande! T.V.T.B, tua figlia Veronica.” Sì, perché il
padre non aveva fatto niente? Vittorio, letto il biglietto, non se ne ebbe a
male, anche se si sentiva un po’ trascurato. Così è la vita, prese la Gazzetta
dello Sport, inforcò lo scooterone e si diresse verso il mare.
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