martedì 17 dicembre 2013

Quando conobbi Jean.



“Papà, me lo tieni tu, oggi pomeriggio, Edo?” “Certamente, cara.” Risposi a Gioia, mia figlia. Vivevano in casa nostra dopo essere stati sfrattati dalla loro abitazione da un topo che, chissà come, era entrato nell'appartamento e, manifestando la sua presenza con residui organici inequivocabili, aveva fatto scappare la famiglia. Attualmente era in corso un safari tra i derattizzatori e la loro preda che, stando alle ultime notizie, sembrava essere furba, dispettosa, resistente alle trappole e, momentaneamente, vincente. Io sono, come direbbe Camilleri, un “ottantino” che vive la sua vita di pensionato con quell’atteggiamento di sereno incazzamento che è abbastanza comune tra i miei coetanei. – N.d.A. Ce l’ho fatta! Ho varato un ossimoro raggiungendo la meta più ambita da tutti gli autori sia di narrativa che di poesia. Tale locuzione grammaticale è, infatti, il massimo per impressionare il lettore e, chi non riesce ad inserirla nel testo, spesso l’evidenzia nei titoli delle sue composizioni. Quale copertina attira di più l’occhio, sugli scaffali di una libreria, che quella in cui si legge: “il ghiaccio bollente” o “la tempesta silenziosa” o “un buio luminoso”? Trucchetti da pennivendoli! Descrivendomi, immaginate giacche di tweed e cravatte con piccoli disegni, la barba sempre fatta e rifinita con lozioni profumate, capelli in ordine ed un voluto, ma non sempre raggiunto, atteggiamento da gentiluomo di campagna. E’ chiaro che, dalle tre alle cinque della domenica pomeriggio, quando gioca la “maggica”, mi dovete “lassà perde”. Ma poi ritorno in me. Edoardo, mio nipote, è un bambino di otto anni sveglio ed intelligente. Dicono che mi assomiglia nella forma della testa e negli atteggiamenti seriosi che avevo anch’io alla sua età. La differenza è che, vivendo nella realtà attuale, è molto più avanti dei bambini della mia generazione. Parla l’inglese abbastanza bene ed ha un dritto a tennis che io ho raggiunto, sfondando diverse racchette di legno, non prima dei vent’anni. La cosa che mi fa molto piacere è che, stranamente, non è schiavo della televisione. Guarda i programmi per ragazzi ma, forse anche in questo ha preso da me, ad un certo punto si annoia e preferisce distrarsi con un Topolino o cercando di coinvolgermi a Monopoli.

Quel pomeriggio, forse a causa di un po’ di solitudine o perché, mi illudo, riuscivo a divertirlo, venne da me dicendomi: “Senti, i compiti li ho finiti e poi domani abbiamo una verifica a scuola e, quindi dovevo solo ripassare. Ci facciamo un tè e mi racconti dei “tuoi tempi”?” Come si suol dire, mi “invitava a nozze”! Quale soddisfazione maggiore per una persona anziana di tornare a quello che ha vissuto e, soprattutto, di raccontarlo a un bambino? Il giovane non ha gli strumenti intellettuali di valutazione rispetto a quello che sente del passato. Questo dà modo al narratore di essere fedele agli avvenimenti nelle grandi linee, ma di infiocchettare e modificare la storia a suo piacimento.
“Bon!” dissi e, socchiudendo gli occhi, mi rammaricai di non essere seduto su una sedia a dondolo con la pipa in mano e Dorelli, in sottofondo, che canta “Carissimo Pinocchio”. Il dondolio mi fa venire le vertigini, la pipa, quando ho provato a fumarla, mi si spenge in continuazione, la canzone mi sembrava sdolcinata già quando andavo alle elementari e, quindi, rinuncio volentieri a questa immagine iconografica in favore di una più comoda seduta sul divano con Edoardo vicino a me.

“Era la fine degli anni sessanta o i primissimi settanta. – attaccai dopo un breve momento di riflessione -Come sai, facevo l’antiquario e avevo il negozio in via dei Coronari. I miei acquisti li facevo presso i rigattieri o comprando oggetti da privati che se ne volevano disfare. Mi ero specializzato negli argenti inglesi antichi e ne possedevo una bella collezione. Ogni tanto veniva da me un amico che mi diceva come avesse trovato un calamaio Giorgio III della fine settecento su una bancarella di Portobello Road e l’avesse portato via per poche sterline suscitando la mia bonaria invidia che terminava con “Se ci fossi stato io…”.  Naturalmente il mio sogno più grande era andare nella Capitale Britannica e, guidato dalla mia esperienza, oltre che dal fiuto che mi riconoscevo, rimestare in tutti i mercatini alla ricerca di pezzi pregiati o solo curiosi e particolari.
Avevo, più o meno, trent’anni ed era ora che facessi il grande balzo verso la fonte dei mei interessi commerciali ed, anche, il luogo dove mi sentivo, elettivamente, di appartenere. Fumavo le Dunhill, l’impermeabile era rigorosamente Aquascutum, le scarpe Church, tostissime e quanto mai scomode, il cashmerino a dolce vita di Pringle e, da Castroni, compravo il tè di Fortnum & Mason. Mia moglie, tua nonna, giustificava poco questi atteggiamenti, ma quando, finalmente, presi la decisione di andare a Londra, capì e, suppongo con non poco sollievo, acconsentì alla partenza.
Oggi, se vuoi, compri, su internet, un biglietto low cost e con un piccolo zaino come bagaglio, in poche ore raggiungi qualsiasi destinazione. Alla tua età, tu hai già preso l’aereo tante volte e, credo, non ti faccia più alcun effetto. Ma quello era il mio primo volo ed ero molto emozionato all’idea. Compagnia aerea rigorosamente di bandiera e viaggio prenotato per una mattina di giugno calda e soleggiata. Mi feci accompagnare da moglie e cognati a Fiumicino e li indirizzai verso la terrazza dalla quale potevano vedere la pista sulla quale stava in attesa il reattore dove sarei salito. L’aero era visto, all’epoca, come un transatlantico del cielo tra lusso, avventura e spirito cameratesco. Si immaginava la fusoliera come un antro scuro e misterioso dove rimanere legati sulle poltrone in balia di un magico procedimento tecnologico che faceva volare l’acciaio sopra le nuvole contro ogni logica umana.”” Ma nonno – intervenne il nipotino – si sa che è la portanza dell’aria sulle ali, correlata all’ampiezza e all’angolo di incidenza, che sostiene gli aerei.” “Certo, piccolo saputello, ma fammi continuare. Venivamo accolti da odalische in divisa verde e rossa sorridenti e gentili che ti accompagnavano e rispondevano ai tuoi desideri fintanto che erano compresi nel prezzo del biglietto. “Le odalische non stanno solo nei paesi arabi?” chiese il pargolo “Figura retorica, caro giovane e puntiglioso consanguineo, vado avanti.” Riposi. “Arrivai all’aereo, a piedi dall’edificio aeroportuale, e salii la scaletta con animo coraggiosamente fatalista. Prima di passare il portellone d’entrata, mi voltai verso la terrazza dove stava la famiglia e feci, con la mano, un gesto di saluto alla maniera della regina Elisabetta dal balcone di Buckingham Palace.
Lasciavo il piccolo mondo del centro di Roma nel quale la realtà era ancora simile a quella di un paesotto dove ci si conosceva tutti, ed il ritmo di vita scandito da cappuccini e totocalcio, per gettarmi in una metropoli cosmopolita. Conoscevo un po’ la lingua, seppure in maniera alquanto scolastica, e quando atterrai ad Heathrow, non dico che mi sentivo a mio agio, ma ero pronto a conoscere quella realtà che da tanto tempo sognavo.

La prima volta che passeggiai per King’s Road rimasi scioccato. Io mi facevo vanto di istruire il mio sarto in via Belsiana di come montare le spalle delle giacche per avere un aspetto simile a quelle vendute in Saville Row, e là c’era una giungla di strani abitanti con i vestiti più improbabili ed un’accozzaglia di colori da far invidia a Liana Orfei ed il suo circo. Per riprendermi, andai in un pub all’angolo con Sloane Square. Mi sedetti al bancone e, poco dopo, mi si avvicinò una ragazza bellissima. Alta, un filino troppo magra ma con due occhi di un blu profondo, magnetici e grandi. “Ciao, - mi disse – sono Jean, Jean Shrimpton, faccio la modella. Posso bere qualcosa con te?” “Nonno! – interruppe il frugoletto – ti pare che una top model dell’epoca ti abbordava così sfacciatamente? Ho visto qualche tua foto di allora. Bell’uomo, ma mica Brad Pitt!” “Piccolo e già così miscredente! Lasciati servire.” Ripresi, quindi il racconto. “You’r welcome!” dissi a Jean. Bevemmo una birra e, forte del mio fascino mediterraneo, agganciai la ragazza. Più avanti nella serata lei mi propose: “Do you want…vuoi accompagnarmi ad un party da amici?” Avevo un po’ l’occhio a mezz’asta per l’ora tarda ed i beveraggi, ma per non fare torto alla nomea dei latin lovers, accettai con ben simulato entusiasmo.Giungemmo in un grande loft a Chelsea pieno di gente stralunata alle prese con bicchieri e sigarette che facevano a gara per quale fornisse il maggiore stordimento. Si sentiva musica ad alto volume galleggiando in una nebbia odorosa e tanto fitta che poteva competere con il migliore smog di Piccadilly. Fedele alla mia morigeratezza, mi sedetti su un divano all’angolo di una stanza sorseggiando l’equivalente di un Crodino. “Nonnooo. Tutte le sere ti fai un bel bicchierone di whisky con ghiaccio e ora mi dici che, in quell’ambiente, non toccasti niente di alcolico?” “Caro discendente di secondo grado, sappi che, al Circolo del Tennis, io ero soprannominato “un dito” perché quando mi offrivano qualcosa di forte, rispondevo sempre in quella maniera. Vero è che non specificavo se il dito, che indicava la quantità di bevanda etilica nel bicchiere, dovesse essere considerato in orizzontale o in verticale, ma “self control e continenza” era il mio motto. Sorvoliamo comunque su questi particolari e torniamo al nocciolo.” Le frequenti interruzioni mi stavano distraendo dalla storia e, leggermente, innervosendo. “La notte era ormai inoltrata ed io provavo qualche difficoltà a non scivolare nelle braccia di Morfeo.” “Ehhh?? C’erano pure gli omosessuali alla festa?” disse il già più che scafato prepubere che, tra scuola e internet, ben conosceva le cose della vita. “Ah, ah, ah! Che hai capito? Volevo dire che resistevo al sonno. Ma, andiamo avanti.” “Stavo lì per conto mio dopo che Jean si era alzata per salutare qualcuno o rifornirsi di qualcosa, quando la diversità della situazione mi indusse a riflettere su quello che avevo lasciato partendo. Qui c’era la trasgressione, l’avventura e la novità, ma vedevo tante facce vuote e ansiose di trovare una motivazione per la loro esistenza. A Roma mi aspettava la routine, un pizzico di noia, ma anche tanti valori e sentimenti che sono la cosa più importante per la quale vivere. Decisi di non farmi tentare da falsi paradisi, vacui ed artificiali, e rivalutai la mia vita piena del vero calore degli affetti sinceri. Un ultimo pensiero per Jean che rimase nel mio ricordo come una eterea ectoplasmatica sirena che non vinse con il suo fascinoso richiamo sulla mia ferrea odisseica volontà. Ovvero, se ne andò lasciandomi solo. Mi allontanarmi verso il mio albergo a preparare la valigia per tornare, all’indomani, a casa.” “Nonno, ma che mi dici. Stavi vivendo il tuo sogno e, di colpo, hai mollato tutto? Che avventura è?” “Senti acerbo e cinico iconoclasta, le storie sono di chi le racconta! Cogli la morale che ti insegna come chi lascia la via vecchia per la nuova eccetera, eccetera. E fidati di chi ha i capelli, pochi, ma incanutiti dall’esperienza della vita!” “Ummfff!!” fece il soldo di cacio deluso dal mancato coup de théâtre, se questa è l’espressione. “E adesso vai, esile virgulto, la narrazione è finita. Accendi quella dannata e benedetta televisione e consuma le tue diottrie scandagliando i pixel. Qualcuno più volgare di me si sentirebbe di aver distribuito perle ai porci, come suolsi dire, ma io affermo solo che un giorno capirai.” Edoardo si alzò e raccolse il mio invito lasciandomi con i miei ricordi e con una prepotente voglia per uno “shot” che mi apprestai sollecitamente a soddisfare.

venerdì 13 dicembre 2013

Baba Bakuzie

Il mio nome è Baba Bakuzie e sono uno Gnomo. Siamo rimasti soli, io ed il mio amico Okina Bobim, dopo che gli altri componenti del nostro clan hanno migrato verso la Terra del Nord. L’Assemblea degli Anziani decise di andare via quando, per due inverni di seguito, l’innalzamento della temperatura non consentì al lago di ghiacciarsi ed alla neve di coprire le radici degli alberi. Siccome noi, come popolo, siamo abituati al freddo, convennero tutti che bisognava trasferirsi laddove il clima fosse stato più adatto al nostro modo di vivere. Io e Okina rifiutammo perché eravamo stufi di spazzolarci sempre le barbe per togliere i ghiaccioli e soffiarci in continuazione il naso afflitto da un perenne raffreddore. Qualche grado in più non ci dispiaceva. E poi qui abbiamo il nostro rifugio e la coltivazione di mirtilli e ribes. L’attività è stata avviata da pochi anni e già riusciamo a raccogliere tanti frutti da fare marmellate e succhi in quantità e, quindi, lasciare tutto ci dispiaceva troppo. In fondo siamo giovani, io ho appena compiuto centoventisei anni ed il mio amico centocinquantasette e abbiamo ancora tanta forza per sopportare qualche disagio e molti anni davanti a noi per estendere le coltivazioni. Abitiamo insieme tra le radici della Grande Quercia dove abbiamo scavato un’apertura di tre palmi di altezza che introduce in un vasto spazio pieno di ogni comodità. Anche se noi siamo più alti della media degli Gnomi, sfiorando entrambi i venti centimetri, sotto le accoglienti e sicure propaggini dell’albero, viviamo felicemente e non ci manca niente. C’è da dire anche che siamo molto curiosi. Questa è una caratteristica comune della nostra razza, ma noi, forse, lo siamo un po’ di più degli altri. Quando, appena fuori dal bosco un umano costruì una fattoria, l’interesse per questa novità ci convinse ancora maggiormente a rimanere. Infatti un nostro sogno ed un progetto del quale discutevamo spesso, era quello di andare a vedere cosa succedesse nella abitazione di quel contadino e della sua famiglia. Come vivono gli uomini così alti e strani? Cosa mangiano che manda, dal camino della loro cucina, un odore tanto forte e repellente? Perché le donne gridano sempre e i maschi vanno a lavorare sbuffando e imprecando, come se fosse una pena, e non cantando come facciamo noi? E poi, gli uomini si tagliano la barba. Che senso ha se poi ricresce? Le umane, come le Gnome, fanno le torte che poi mettono a freddare sulla finestra, ma perché danno schiaffi ai loro piccoli se cercano di prenderne un pezzetto? Insomma le domande erano tante e più osservavamo i loro comportamenti, più quesiti ci ponevamo.
“Baba – mi disse un giorno Okina – oggi ho fatto una follia.” “Dimmi” risposi all’amico “sono andato fino alla fattoria e mi sono avvicinato sotto alla finestra.” “Sei pazzo?” feci io spaventato da tanto ardire. “Ho guardato bene intorno – proseguì lui- e, non vedendo nessuno, mi sono arrampicato sui rami dell’edera, che sale sulla parete esterna, e ho spiato attraverso i vetri” “Uahhoo! E che hai visto?” “Una cosa incredibile. Hanno tagliato un albero della foresta e, invece di farne legna per il camino, lo hanno piantato in mezzo alla stanza” “Maddai? E perché avrebbero fatto una cosa simile?” “Non lo so, ma aspetta: non è tutto.” Okina aveva ancora gli occhi sbarrati per lo stupore come se stesse rivedendo quello che gli era apparso. “Non ci crederai – continuò – ma ai rami dell’abete hanno appeso mele, pupazzetti e candeline accese e, sotto le fronde, ci sono alcuni fagotti come se fossero delle offerte fatte all’albero.”” Straaano!” dissi io ripetendo l’aggettivo più comune per descrivere i nostri vicini.
Si stava avvicinando il solstizio d’inverno quando la notte è la più lunga dell’anno e tutto si ferma incantato ad aspettare il sorgere del sole che, come sempre, vincendo sulle tenebre, riporterà luce e vita. Noi Gnomi, in questa occasione, facciamo una bellissima festa. Ci raduniamo intorno ad un fuoco e cantiamo le vecchie canzoni bevendo grandi boccali di idromele. Mangiamo a crepapelle i funghi ripieni con muschio e bacche, le verdure stufate con l’aceto e le grandi torte di farina di castagne. Insomma tutto quello che è tradizione ed anche le leccornie che troviamo nel sottobosco o che abbiamo conservato dall’estate. Poi ci prendiamo per mano e, con la testa leggera per effetto della bevanda alcolica, balliamo in tondo intorno alle braci fino a crollare a terra sfiniti. Quell’anno pensare alle celebrazioni ci metteva un po’ di tristezza per il rimpianto degli amici lontani. “Non ci badiamo. – dissi – Facciamo lo stesso tutti i preparativi e poi balleremo e berremo insieme io e te.”” Come vuoi” rispose Okina, ma vedevo che stava rimuginando qualcosa. I giorni passavano, la festa si avvicinava e notavo, sempre più spesso, il mio amico accigliato e pensoso. Alla fine sbottai: “Dimmi: che c’è? Che ti frulla nel cervello?” “Senti Baba, sai quanto ti voglio bene, ma il pensiero di passare la Lunga Notte soli noi due, vicino al fuoco, mi incupisce. Mi ricordo delle altre veglie e di quanti sono andati via.” “E allora?” chiesi. “Dobbiamo fare qualcosa di eccezionale che non ci faccia pensare al passato e che sia veramente importante.” Capendo che Okina aveva in mente un piano, non vedevo l’ora di conoscerlo. “Vai avanti!” lo spronai “Ebbene – se ne uscì lui guardandomi fisso negli occhi con un’espressione eccitata ed impaurita nello stesso tempo – quella sera, invece di stare qui, realizzeremo il nostro vecchio progetto ed entreremo nella casa dell’uomo. Finalmente lo vedremo da vicino insieme a tutti i suoi familiari.”” Ti sei scolato tutta l’idromele? Sei impazzito? Vuoi che quel bestione ci trovi e ci schiacci come due noci tra le sue manone? Gli Gnomi, fin dai tempi dei primi germogli, non hanno mai avuto contatti con gli umani e se, qualche volta, un uomo ci ha visto è stato preso per pazzo e deriso dai suoi simili.” “Ma noi staremo nascosti senza farci vedere. Finalmente avremo una risposta alle tante domande che ci siamo fatti e, magari, potremo anche scoprire qualche segreto che ci potrebbe essere utile.”” Mai!” Affermai categorico e, come spesso mi accade, immediatamente ci ripensai. L’avventura era pericolosa al limite della pazzia, ma la curiosità è come una febbre che, salendo, ti fa delirare e compiere gesti imprevedibili. “Va bene.” Mi contradissi e, per non darla del tutto vinta a Okina, aggiunsi: “Però dobbiamo preparaci bene e con prudenza.”
Passammo diverse sere programmando e discutendo finché non arrivò la fatidica data.
Il sole era tramontato da un pezzo e noi, approfittando delle tenebre, lasciammo il sicuro riparo degli alberi del bosco e ci avvicinammo alla casa. Già da lontano si vedeva che tutte le luci, all’interno, erano accese e anche all’esterno c’erano fiaccole e tralci di abete che ornavano la facciata. Si capiva, dai rumori e dagli odori che arrivavano fino a noi, che in cucina la donna stava preparando e cuocendo qualcosa. Ci avvicinammo, di soppiatto, correndo da un cumulo di neve all’altro per non farci vedere. Gli ultimi metri, prima di arrivare alla fattoria, erano i più pericolosi poiché non offrivano ripari. Ci buttammo pancia a terra e, scivolando sul ghiaccio, finalmente arrivammo vicino all’uscio della casa. Eravamo bagnati dalla neve, affannati e col fiato corto sia per la fatica del percorso sia, soprattutto, per l’ansia e la paura. La porta era chiusa e, quindi, ci addossammo al muro e, con la massima cautela, raggiungemmo i rami dell’edera. Come già aveva fatto Okina, scalammo il rampicante e giungemmo alla finestra. “Baba, – mi sussurrò il mio amico – appoggiamoci all’intelaiatura e, attenti a non farci scoprire, cerchiamo di capire che sta succedendo là dentro.”  La finestra dava su una camera che doveva essere il salotto e sala da pranzo. Vedevamo, oltre all’albero che aveva descritto Okina, una grande tavola imbandita con piatti, bicchieri, cesti di frutta e di pane e brocche colme di un liquido ambrato. Non c’erano persone ma, da una porta aperta in fondo alla stanza, vedevamo passare la donna e due bambini che la seguivano e sembravano giocare intorno a lei. “C’è l’umana con i piccoli.” Analizzai io a favore di Okina.” Ma i maschi dove sono?” Non dovemmo aspettare molto e, dalla scala che portava al piano di sopra, vedemmo scendere l’uomo con un altro bambino. Attraversarono la sala e raggiunsero gli altri in quella che doveva essere la cucina. “Adesso. E’ il momento giusto! - esclamò Okina - Spingiamo il vetro, cerchiamo di entrare e andiamo a nasconderci da qualche parte.” Per nostra fortuna le ante non erano del tutto serrate e, appoggiandoci e premendo con le spalle, cercammo di aprirle a sufficienza per farci passare. “Ohhh, issa! Spingi! Ohhh, issa! Spingi! Ohhh, issa! Spingi!” Al terzo tentativo la finestra si aprì di colpo e noi ruzzolammo sul pavimento all’interno della casa. Allarmatissimi per il rumore che avevamo fatto, ci rialzammo e, con tutta furia, corremmo a nasconderci sotto al tavolo da pranzo dove la tovaglia, che arrivava fino a terra, offriva un rifugio abbastanza sicuro. “Mamma mia, che spavento. Ci avranno sentito?” chiesi io. In quel momento udimmo delle voci venire dalla cucina. “Ingrid, un rumore! Deve essere caduto qualcosa in salotto. Vado a vedere. Tieni con te Billo, Grolla e Olaf che in cucina fa’ più caldo.” “Va bene, Gunnar. Dimmi cosa si è rotto.” Avevamo appreso come era composta la famiglia e i nomi dei suoi componenti. Alzammo un pochino la tovaglia e vedemmo entrare in sala il padre, Gunnar, che si guardava attorno cercando i danni. “Non è niente, Ingrid. Era soltanto la finestra che, forse per un colpo di vento, si è aperta sbattendo.” “Va bene – rispose la moglie – siediti a tavola che fra poco è pronto.” Il marito si accomodò e, poco dopo fu raggiunto dai bambini che presero il loro posto. “Okina, – dissi a voce bassa- siamo bloccati qui. Che facciamo?” “Tranquillo. - mi rispose lui – Guardiamoci intorno.” Aguzzammo la vista nel buio sotto la tovaglia e, quasi in corrispondenza del centro del tavolo, per terra, vedemmo un luccichio. “Guarda: un anello!” Okina si avvicinò al gioiello e lo raccolse. “E’ bellissimo. Con una pietra rossa e tutto d’oro!” Non avevo mai visto un oggetto tanto bello. In quel momento, da fuori si sentì: “patatraaaakkk!!!” Uno schianto tanto forte da far tremare il pavimento. Gunnar e Ingrid si alzarono insieme dirigendosi verso la porta. Anche i bambini li seguirono curiosi di vedere cosa fosse successo. Non so che mi prese, ma non pensando e sovraeccitato per la situazione, affascinato dal monile, afferrai l’anello e corsi fuori da sotto il tavolo verso l’angolo più lontano del salone, dietro una tenda. Okina non se lo aspettava, ma mi vide e, senza perdere tempo, mi seguì. “Hai visto, Gunnar? Sotto il peso della neve ha ceduto un grosso ramo dell’albero di fronte. E’ caduto sul sentiero, ma, per fortuna, non ha rotto la recinzione.” “Va bene, Ingrid. Domani sistemerò tutto. Adesso mangiamo. Anzi, prima di iniziare, indossa, per favore, l’anello che ti ho regalato che mi fa piacere vedertelo al dito.” Oh caro, certamente. Lo vado a prendere.” La donna andò verso la cucina ma, poco dopo, tornò quasi in lacrime. “Non trovo più l’anello! Cerchiamolo dappertutto!” Gunnar, Billo, Grolla e Olaf si alzarono e si misero a frugare in ogni luogo con sempre maggiore frenesia. Dopo una buona mezzora il capo famiglia esclamò con voce roboante ed alterata dall’ira: “Basta! Ecco come tratti i miei regali! Significa che non te ne importa niente! Tutti i miei sforzi per mettere da parte il denaro e comprare l’anello non sono stati apprezzati. Non ti donerò più niente e per me questo Natale finisce qui! Me ne vado a letto!” Ingrid scoppiò a piangere: “Aspetta! Non roviniamo la Festa! Non è colpa mia, forse l’avranno rubato!” “Chi vuoi che venga da queste parti? – disse sempre più alterato Gunnar – sei tu che non ti curi dei mei regali e di me!” Sbattè il tovagliolo sul tavolo e si diresse verso la scala.
“Baba hai sentito? E’ successo un macello! Non hanno trovato il gioiello che hai preso tu e adesso sono tutti tristi ed arrabbiati. Gli abbiamo rovinato la festa.” “Ma io non volevo. – risposi – Non so neanche perché l’ho preso. Non avevo intenzione di fare del male a nessuno!” “Beh, il risultato è questo. Adesso che facciamo?” “Senti Okina, non possiamo lasciare che questa famiglia viva in tristezza la notte di Natale che è così importante per tutti. Mi dispiace molto di quello che ho fatto e, adesso, per rimediare alla mia colpa, dovrò restituire l’anello alla donna.” “E come pensi di fare? Non sai che quando gli uomini ci vedono pensano che noi siamo malvagi e cercano di eliminarci? Ti ricordi dei tanti racconti che ci facevano da piccoli dove un uomo cattivo dava la caccia agli Gnomi? Se ci scoprono, come minimo, ci schiacciano con una zoccolo!”” Non importa – ripesi io – tu, se vuoi, resta nascosto, ma io devo rimediare al mio malfatto.” Avevo deciso: a rischio della mia incolumità dovevo ridare il monile ad Ingrid per farla riappacificare con il marito. Tremavo dalla testa ai piedi. Mai nessuno Gnomo aveva preso l’iniziativa di farsi vedere e, addirittura, parlare con un uomo. Era pericolosissimo, ma vedere quei bambini adesso silenziosi e con gli occhi malinconici ed anche la mamma quasi disperata, non poteva lasciarmi indifferente. “Vado!” dissi ad Okina e raccogliendo tutto il mio coraggio, presi l’anello, uscii dal riparo della tenda e mi avviai verso il tavolo dove ancora stavano seduti i commensali. “AHHHHH!! Un topo!!” gridò Ingrid vedendomi. Offeso, mi venne la tentazione di voltarmi e scappare via. Invece, alzando il più possibile la voce per farmi sentire, mi rivolsi alla donna: “Signora! Sono un componente della gloriosa e nobile tribù degli Gnomi del Bosco della Terra di Mezzo. La prego di ascoltarmi. Ho trovato io il suo anello. Lo prenda e faccia pace con suo marito.” Ingrid strabuzzò gli occhi. I bambini si strinsero fra loro con un “Ooohhhh…” di meraviglia e la bocca spalancata dallo stupore. “Piccolo amico – disse la donna ripresasi dello spavento – ti ringrazio per il tuo gesto che riporta la pace nella mia famiglia.” Allungò la grande mano ed io vi deposi il gioiello evitando il contatto con la sua pelle. “Gunnar! – chiamò la donna rivolta verso la camera dove si era chiuso il marito – Vieni, abbiamo ritrovato l’anello!” L’uomo scese subito e notò gli Gnomi che, vicino al tavolo, aspettavano di ricevere quello che la sorte aveva a loro riservato. “Questi chi sono?” chiese stupito. “Sono due gentili Gnomi che hanno ritrovato il mio anello e con ciò ti dimostro che non l’avevo smarrito, ma mi era solamente caduto e come io ci tenga a te, al tuo amore ed alla nostra unione.” Gunnar capì di avere esagerato e, vedendo quel piccolo essere, tremante ma fiero, che aveva salvato il Natale della sua famiglia e, forse, il suo matrimonio, si intenerì e con un gran sorriso abbracciò la moglie. I bambini scoppiarono a ridere e, nuovamente, tornò l’atmosfera della festa. Io e Okina, vedendo che nessuno faceva più caso a noi, quatti quatti, ci avviammo verso la porta per uscire dalla casa. “Fermi! Dove andate?” Tuonò Gunnar. Sentendolo, un brivido mi percorse dalla base del collo alla pianta dei piedi immobilizzandomi. Mentre aspettavo che l’uomo mi ghermisse per infliggermi chissà quale punizione, lui continuò: “Vi devo ringraziare. Siete stati coraggiosi a mostrarvi e, per merito vostro, passeremo serenamente questa Santa Notte. Adesso, vi prego, accettate il nostro invito e festeggiamo insieme. Venite a spartire con noi il pasto e le buone intenzioni. Conosciamoci e sono sicuro che le nostre diversità non saranno di ostacolo alla nostra amicizia ma, anzi, porteranno un reciproco arricchimento.”” Si, si. Gli Gnomi restano a cena con noi. Evviva, evviva! Che meraviglioso Natale!” gridarono in coro i bambini.
I qui presenti Baba Bakuzie e Okina Bobim si onorano di essere stati i primi Gnomi a vivere, insieme con gli Uomini, il Natale e ad abbattere la barriera di diffidenza tra i nostri due popoli. Speriamo di essere di esempio per le tante discriminazioni che ancora ci sono nell’ambito della stessa razza umana.