lunedì 21 maggio 2018

“OMICIDIO, DISSE.” (Giallo in pillole per lettori svogliati. Un dose al giorno per una settimana.)


Pillola n. I



-Non ci vengo! Ho detto che non ci vengo e non ci vengo!

-Non fare il bambino. In fondo si tratta solo di una “vernice”, come mi ha detto Sandra, mica ti mangiano. – Vittorio non ci voleva andare per nessun motivo. Sapeva che in occasioni come quella si radunavano pseudo intellettuali e sbafatori di professione che, con la scusa di intervenire all’evento, facevano man bassa del buffet e lui non voleva mischiarsi a nessuna delle due categorie.

-Lo sai che con lei siamo state in banco insieme per tutte le elementari e le medie. – continuò la Kathia cercando di convincere il marito. – Poi Sandra ha frequentato il Liceo Artistico di via Ripetta a Roma ed è diventata un’artista di fama. Questa è la sua prima mostra dalle parti dove è nata, mi ha invitato ed io non posso mancare. - Ma Vittorio non voleva sentire ragioni, saldo sulle sue opinioni come raramente gli capitava. Per dipiù quando si scaldava abbandonava l’italiano ingarbugliandosi in un toscano stretto che contraddirlo diventava un problema.

-Un ci vò andare, maremma maiala! E un ci dovresti andare neanche tu che poi te tu ti trovi fori posto, maremma gane, voi venì a insegnà a me ‘ome si ‘oce la ‘arne! – E quella fu l’affermazione dirimente che fece decidere la Kathia. Vittorio glielo voleva impedire? Ovviamente lei sarebbe andata.

-Se te tu sei un orso marsicano, io no. Vado da sola: è deciso. - Così la Kathia, nei feriali parrucchiera nel borgo di Carige, si acchittò al meglio ed in una sera d’inizio estate prese il cartoncino d’invito con scritto sopra il suo nome a caratteri svolazzanti ed imboccò l’uscio di casa. Si sentiva eccitata e dispiaciuta allo stesso tempo. Non era sicura che si sarebbe divertita ed avrebbe preferito uscire insieme a Vittorio, ma un po’ per tigna e soprattutto per non dispiacere l’amica, sentiva di aver preso la giusta decisione. Quando lei scese le scale dalla camera da letto, Vittorio, sbracato sul divano nel salotto al pian terreno, fece finta di niente con lo sguardo fisso sulla televisione, come se fosse effettivamente interessato a quello che Lilli Gruber stava dicendo ai suoi ospiti. Senza voltare la testa storse la pupilla ai limiti del possibile, fino ai confini dell’occhio, per sbirciare come la moglie si fosse vestita. Gli parve d’intravedere un pizzo esposto fuori luogo e stava per balzare in piedi ruggente, ma l’amor proprio vinse sulla gelosia, il maschio evoluto e moderno prevalse sul cavernicolo e lui fece lo svedese non proferendo sillaba.

-Ciao. - Disse lei.

-Ciao. - Rispose lui e, rimanendo ciascuno fermo nella sua convinzione, per quella sera si separarono.

La mostra collettiva si teneva nei locali di Palazzo Colacchioni, il Castello di Capalbio, ed aveva come tema: “Vedute dell’anima” che, come tutti i titoli che dovevano fare da cappello ai generi più disparati, non significava niente, ma suonava bene. Sandra Perotti era forse la più conosciuta fra i sei artisti invitati, e questo dice abbastanza sul livello dell’esposizione. Il florilegio di stili spaziava dal realismo di stampo classico fino al futur/astatt/cub,ismo con sprazzi di arte concettuale e proposte fuori di ogni classificazione. Uno degli artisti esponeva una scala fissata sul pavimento, con tanto di corrimano, che sembrava condurre verso un’inesistente sottosuolo. Quando qualcuno chiedeva l’intrinseca motivazione dell’opera, l’autore spiegava che…bah: una marea di balle, ma molti alle sue parole assentivano seriamente come se essere presi in giro fosse il prezzo da pagare per apparire acculturati. La Kathia, dopo aver mostrato l’invito all’ingresso, entrò nelle sale della mostra con la titubanza tipica di chi non è avvezzo alle riunioni culturali. La sua insofferenza era inoltre accresciuta dal disagio di dover camminare su un paio di scarpe con il tacco spropositatamente alto e fasciata in un tubino nero che le era stato consigliato come un passe-partout per ogni occasione, ma che forse rivelava più di quanto lei avrebbe voluto.

-Kathia! – Si sentì chiamare.

-Sara! Che piacere rivederti. E poi qui, congratulazioni. Sapevo che ormai eri diventata un’artista famosa, ma addirittura una mostra…sei grande!

-Maddai, è solo una collettiva, troppo devo ancora faticare per affermarmi. Comunque mi fa un enorme piacere rivederti. Vieni, ti mostro le mie opere. – Kathia seguì l’amica attraverso le sale già discretamente piene di visitatori e si fermò con lei nell’ultima stanza. Non se l’aspettava. Improvvisamente la parrucchiera di Borgo Carige comprese cosa significasse “arte”. I quadri dell’amica erano delle composizioni di forme e colori che, per qualche misteriosa magia, l’emozionavano, evocavano in lei remote sensazioni, quasi la commuovevano. Alcune tele rappresentavano scene di vita comune, mentre altre erano solo delle esplosioni di pennellate senza significato, ma da ognuna le sembrava di ricevere un pugno o una carezza. Per un momento pensò di vedere addirittura l’anima dell’amica e poi si chiese quale fosse veramente la realtà oltre quella percepita quotidianamente. Insomma, venne rapita dalle opere di Sandra. La Kathia rimase fuori dal tempo in contemplazione estatica e attonita fino a quando, dalla sala accanto giunse un grido.

-Aiuto! Accorrete, presto! – La Kathia si riscosse dal sogno ad occhi aperti e si precipitò a vedere cosa fosse successo. Un uomo era steso per terra circondato da un nugolo di persone.


-E’ morto. – Disse qualcuno, ma non ci voleva molto a capirlo, visto il manico del pugnale che spuntava dalla schiena del cadavere.

SEGUE…




Pillola n. II



Il tenente Viglietti si trovava a casa guardando l’ennesima puntata dello sceneggiato “Don Matteo” con un sentimento nei confronti dei protagonisti misto tra compassione ed invidia. La sua umana solidarietà andava verso gli abitanti di Todi che, invece di venire rappresentata come la tranquilla cittadina umbra nota a tutti, sembrava essere diventata una specie di Medellin in Colombia, con un tasso di criminalità pro capite da Guinness dei primati. Nel contempo gli sarebbe piaciuto moltissimo calarsi nei panni del collega impegnato regolarmente ogni settimana in un caso d’omicidio, senza fallo risolto con onore e gloria della Benemerita. Ma quella era finzione, nella realtà presso la Stazione di Capalbio di cui aveva il comando non capitava quasi mai niente. Qualche crimine contro il patrimonio, un po’ di spaccio, infrazioni stradali, tutto per eventuali condanne entro i tre anni che non portavano mai in prigione. A volte invidiava i carabinieri in missione all’estero o nei corpi speciali e prima o poi avrebbe fatto domanda, ma quando aveva accennato il suo progetto alla madre, c’era mancato poco che la buona donna non rendesse l’anima al Creatore.

-Vulisse fazzià! – Gli aveva detto con un filo di voce e l’aria sofferente. –T’aggia miso o’ munno e tu me bbuò accide. San Gennà, aiutàm tu! – E quelle parole pronunciate nel dialetto della terra natia con tutto l’amore e la preoccupazione di una madre, l’avevano fatto soprassedere. Per il momento.

Il cellulare di Viglietti prese improvvisamente vita, nevrastenico.

-Mi scusi tenente se la disturbo, ma c’è un morto.

-Nessun disturbo, Meneghin. Riferisci. – L’appuntato fece un breve riepilogo della telefonata che era giunta poco prima in caserma.

-Pare trattasi di morto ammazzato con arma da taglio infitta nel dorso. – Disse il sottoposto scegliendo le parole. Viglietti non voleva credere alla sua fortuna: finalmente un bel caso. Con tutto il rispetto per la vittima, ovviamente.

-Vienimi a prendere subito, di corsa. Meneghin: scattare!

-Comandi! – E neanche aveva finito di dirlo, che il solerte carabiniere già imboccava sfrecciando e con le sirene spiegate la discesa di via Puccini verso l’abitazione del superiore.

La mattina dopo il negozio della Kathia registrava il tutto esaurito. Sembrava che tutte le signore di Carige avessero urgenza di una permanente ed ogni uomo della classica “scorciatina”. Già, perché l’insegna del salone diceva: “Parrucchiere pour femme e uomo” e sulle comode poltroncine in simil-pelle verdina si avvicendavano praticamente tutti gli abitanti del Borgo. La parrucchiera aveva ben capito il motivo di tanta affluenza, ma non le dispiaceva affatto. La curiosità sul fatto di sangue avvenuto al Castello montava tra la popolazione come quando si mette a bollire una pila di fagioli, in un crescente “rumble-rumble” che risuonava in piazza e nei bar. Si era sparsa la voce che la Kathia ne era stata testimone ed il popolo bramava di udire direttamente da lei tutti i particolari, meglio se scabrosi o raccapriccianti. E lei ripeteva:

-Che vi devo dire? Quando ho sentito quel grido sono corsa a vedere.

-Cosa? – Quasi fossero il coro di una tragedia greca, prefiche e aedi stimolavano il racconto con domande o versi d’interessamento.

-Il morto ammazzato!

-Ohhh – A Kathia non mancava il piacere dell’effetto teatrale e nell’essere al centro dell’attenzione ci sguazzava con gusto.

-Il cadavere era steso nello sgabuzzino della Galleria d’Arte. – Continuò la parrucchiera. –Una donna delle pulizie, dovendo prendere uno straccio, aprì il ripostiglio e là, riverso sul pavimento, rinvenne il poveretto stecchito e con gli occhi sbarrati. Immediatamente…. – Pausa.

-Cosaaa?

- “Ahhhh!!” – Fece la Kathia imitando a tutta voce l’urlo dell’inserviente mentre il pubblico sobbalzava. – La signora corse verso di noi con le mani nei capelli ed agitando le mani come se avesse visto il diavolo.

-Poverina, poveretta, che spavento, poverella…- Commentò il coro.

-Esattamente. – Proseguì la donna. –Sapete che io non mi impressiono facilmente ed allora, mentre tutti si tenevano a debita distanza, presi il coraggio a due mani e mi chinai sul cadavere.

-Ohhhh!!

-Il coltello gli spuntava dalla schiena e la faccia era girata verso la parete. Vi dico, mi si è stretto il cuore quando ho riconosciuto quel viso.

-Sei sicura che fosse lui?

-Certissima. La vittima era Giambattista Dondi.

-Il conte?

-Già, il proprietario della tenuta “La Querceta” nonché patron della locale squadra di calcio e sponsor delle feste di piazza del paese. Lo conoscevo, buon’anima, era una: “sfumatura bassa e basette lunghe” quindicinale. Non meritava quella fine. O forse sì?


-Rumble-rumble – fece l’audience.



SEGUE…



Pillola n. III



Viglietti era affacciato alla finestra del suo ufficio presso la Stazione dei Carabinieri. Sembrava che stesse fissando la bamboccia danzante con gli spruzzetti in testa al centro della fontana nella piazzetta di fronte alla trattoria di Maria, ma in realtà lo sguardo era perso ed i pensieri vaganti. Questo caso non sapeva proprio da che parte prenderlo. La scientifica aveva espletato i rilievi di routine ed il medico legale si era espresso, con riserva, sull’ora della morte. Un dato era certo: si trattava di omicidio, punto. La vittima sicuramente non era morta di raffreddore né poteva essersi accoltellata da sola fra le scapole, quindi si trattava di un bell’assassinio a tutti gli effetti. Il risultato delle analisi stimava che il decesso fosse avvenuto all’incirca sei ore prima il ritrovamento del cadavere, escludendo in tal modo tutti i visitatori della mostra come potenziali sospetti. C’era da domandarsi come la vittima fosse entrata nella Galleria, in quanto Il portone era stato aperto poco prima dell’orario d’inizio dell’evento dall’inserviente che poi si era fermato all’entrata. Comunque questi erano particolari, il vero indovinello era un altro.

Dal verbale dell’interrogatorio della donna delle pulizie.

Viglietti: -Mi dica, a che ora e perché si recò nel locale servizi?

Donna delle pulizie: -Saranno state circa le nove. Siccome avevo visto delle carte per terra nella prima sala, volevo prendere lo scopettone e la paletta per raccoglierle.

V. -Bene, quindi andò e aprì la porta della stanzetta?

d.d.p. –No.

V. –Come: no?

d.d.p. –Nossignore, cercai di aprire la porta, ma era chiusa a chiave.

V. –E’ normale?

d.d.p. – Era stranissimo. Nessuno chiude mai quella porta. Nello sgabuzzino non c’è niente di valore e non ha senso chiuderlo. Addirittura non ricordo di aver mai visto nessuna chiave nella toppa, tanto non ce n’è alcun bisogno.

V. –Allora cosa fece?

d.d.p. –Le dico: rimasi un po’ perplessa, ma non detti particolare importanza alla cosa. Non sapevo cosa fare, ma poi pensai che probabilmente la chiave poteva trovarsi nell’ufficio della direttrice della Galleria in un quadro insieme alle altre. Però lei non era in sede, così presi il telefono e la chiamai per avere il permesso di entrare nel suo ufficio e cercare la chiave.

V. –Dove si trovava la direttrice?

d.d.p. – A Ma-Mò, o qualcosa di simile, forse in Svezia, o Norvegia, bah. Comunque su al settentrione per motivi di lavoro. In ogni modo, rispose al cellulare e mi disse di fare come mi pareva.

V. –Quindi?

d.d.p. –Per farla breve, trovai la chiave e tornai allo sgabuzzino. Ma, gira che ti rigira, la chiave faceva scattare la serratura, ma la porta non si apriva se non per uno spiraglietto. Allora, capisce tenente, divenne una questione di puntiglio. Dovevo entrare in quello sgabuzzino, anche perché sarebbe servito più tardi per le pulizie serali. Il locale non ha finestre e quindi non è possibile accedere per nessun’altra via. Io sò tignosa e decisi di passare alle maniere spicce. Chiamai il sorvegliante e gli chiesi di dare una spallata. C’era qualcosa di pesante che faceva resistenza. Dopo qualche bella botta, finalmente la porta si aprì di quel tanto per farci passare. Vedemmo che dietro l’uscio c’era appoggiata una vecchia cassapanca ma, spingendola in due ed a fatica, riuscimmo a spostarla. Fu allora che mi accorsi che, steso a terra, giaceva un uomo: morto.

V. –Mi sta dicendo che il mobile che teneva ferma la porta l’avrebbe potuto posizionare solo chi si fosse trovato all’interno?

d.d.p. – Proprio così, tenente. E dentro la stanza c’era solo la povera vittima.

Ecco, questo era quello che mancava a Viglietti per fargli fumare le meningi: un bel “delitto della porta chiusa” come nel più classico dei romanzi polizieschi. Solo che Sherlock Holmes era indisponibile e quindi sarebbe toccato a lui risolvere il mistero.




SEGUE…



Pillola n. IV



Cascasse il mondo, la Kathia non rinunciava mai al caffè ed alla sigaretta di metà mattina. A meno che non diluviasse, verso le undici, usciva dal negozio e si sedeva in beata solitudine sulla panchina sistemata nello spiazzetto di fronte alla sua bottega. La prima delle tre Marlboro giornaliere accesa tra le dita e una tazzina fumante nell’altra mano, faceva il punto della sua vita senza essere disturbata da nessuno. Per prudenza rimaneva a tiro di voce dall’Antonella, la sua apprendista-aiutante, ma la giovane sapeva che avrebbe dovuto vedere tutti i phon andare a fuoco contemporaneamente, o qualcosa di simile, per potersi permettere di chiamare la titolare. Come un guru indiano la Kathia si astraeva dal contingente elevando la mente verso piani astrali superiori, almeno così sembrava, ma chi avesse potuto leggerle nei pensieri si sarebbe accorto che i problemi sui quali rifletteva erano più o meno sempre gli stessi. In ordine di frequenza vinceva per distacco la figlia che, in età adolescenziale, era docile e prevedibile come un gatto in calore in una sera di luna piena. Negli ultimi giorni, tra gli affari di casa e i problemi del lavoro, spesso s’intrufolava il viso angosciante del povero Dondi, morto ammazzato nello sgabuzzino della Galleria. Non si può dire che lo conoscesse bene, ma quell’inaspettato dramma squarciava il velo della tranquilla routine paesana rivelando un mondo nascosto di malvagità e disperazione. Fra di loro c’era un assassino e questo non poteva di certo farla rimanere tranquilla.

-Disturbo? – Assorta in scene truculente, al richiamo di una voce da dietro le spalle, la Kathia fece un balzo in alto come quello di un popcorn quando si schiude nella pentola. Si voltò di scatto e vide il ghigno divertito del tenente. Ovviamente l’aggredì:

-Che sei matto? Mi vuoi far prendere un accidente?

-Scusa, non volevo spaventarti. – Ma gli occhi ridenti di Viglietti dicevano tutt’altro. I due si conoscevano da quando lui, qualche anno prima, si era insediato nella Stazione di Capalbio. S’incontravano spesso in paese e, quando capitava, prendevano volentieri un caffè insieme scambiando quattro chiacchere in una costante tenzone di battute che mettevano in competizione l’arguzia toscana con l’ironia partenopea. Insomma si divertivano e, sotto sotto, lei velatamente civettava e lui, discretamente, ci provava. Non per niente la prima impressione del carabiniere quando conobbe la parrucchiera fu: “Una bella ciaciona sfruculiosa” e non aveva mai cambiato parere.

-Che ci fai da queste parti? – Chiese la Kathia.

-Passavo…

-Sai, stavo pensando proprio a te, indirettamente.

-Oh, ne sono lusingato, madame.

-Indirettamente, ovvero stavo pensando al delitto. In fondo è successo praticamente sotto al mio naso. Ci sono novità?

-Niente di definitivo. Stiamo indagando sulla figura del conte e su eventuali zone d’ombra nella sua vita, ma non risulta niente di particolare. Non aveva problemi economici, anzi l’azienda agricola pare che vada abbastanza bene, non era sposato e abitava da solo in compagnia di quattro labrador e una coppia di domestici.

-Non è possibile che abbia vissuto in maniera tanto piatta. Nei vecchi romanzi si diceva che quando non si trova il bandolo di qualche matassa bisogna “cherchez la femme”. Voi l’avete cercata?

-In realtà sì, e sono qui anche per sentire il tuo parere.

-Mio?

-Eggià. Risulta che il Doni avesse una relazione, che portava avanti in maniera molto discreta, con una compaesana.

-Ma va’? E io la conosco?

-uesta signoraQkozxgdd1dd23dcQuesta signora avrebbe anche avuto l’opportunità di commettere il delitto, anche se non ne abbiamo alcuna prova.

-Non tenermi sulle spine, chi è?

-La tua amica pittrice, Sandra Perotti. Con la scusa di voler sistemare le sue opere in tranquillità, pare che si fosse fatta dare dal custode una chiave per accedere nelle sale della mostra in qualunque momento, anche fuori orario d’apertura. Questo spiegherebbe perché la vittima è stata trovata proprio lì e la maniera in cui sarebbe entrata. La Perotti avrebbe potuto dare un appuntamento all’amante in quel luogo dove sarebbero stati da soli, aprendogli con la sua chiave e richiudendo poi il portone. Quindi, chissà, un litigio o altro potrebbe aver scatenato la furia omicida della donna. Peraltro, questo è l’unico collegamento tra i vari elementi del delitto che abbiamo trovato finora. Tu che ne pensi?

-Penso che ti sei bevuto il cervello, Viglietti. Sandra non farebbe male ad una mosca, la conosco bene. – Ma la Kathia era turbata. Come poteva affermare di conoscere bene l’amica visto che in realtà la vedeva assai di rado? Inoltre Sandra non aveva avuto nemmeno la gentilezza di lasciarsi andare ad una piccola confidenza con la sua vecchia compagna di banco a proposito del suo amore segreto. Doveva andarci a parlare.




SEGUE…



Pillola n. V 


Il tramonto calava sull’Hotel Valle del Buttero mentre un paio di stanchi camerieri sbrigavano le ultime incombenze intorno alla piscina ormai deserta. Chiudevano gli ombrelloni, vuotavano i posacenere e raccoglievano qualche asciugamano abbandonato dai clienti sul prato all’inglese. A quell’ora anche il più caparbio dei bambini che voleva sempre fare un ultimo tuffo che ultimo non era mai, aveva ceduto alla stanchezza e tutti gli ospiti si erano ritirati nelle loro camere per prepararsi alla cena. Ma nel piccolo terrazzino sopraelevato, sotto un ulivo che sembrava abbracciarla con le sue fronde, una donna sedeva sopra un lettino inumidito dalla brina serale. Le sue spalle erano scosse da silenziosi singhiozzi ed i lunghi capelli biondi ne coprivano il volto e le gote rigate da rivoli di pianto.

-Sapevo che eri scesa qui e Riccardo, alla reception, mi ha detto che ti avrei trovato in piscina. –Kathia si era avvicinata con circospezione alla sua amica Sandra per cercare di consolarla in quel difficile momento. Non voleva disturbarla, ma non si sentiva di lasciarla sola ad elaborare un lutto che sembrava tanto improvviso quanto inspiegabile. –Vuoi parlare un po’, ti vuoi sfogare? – Sandra tirò su col naso e si strofinò gli occhi per cercare di frenare il fiume in piena del suo dolore poi, abbozzando un timido sorriso per nulla convincente, riprese un minimo di controllo.

-Grazie cara, sei un’amica. Però, vedi, è difficile affrontare tutto questo e poi così…senza senso. Fino a qualche giorno fa mi sembrava di vivere una vera storia d’amore ed oggi mi ritrovo di nuovo sola e senza un futuro. Avevo tanti progetti, sogni, e immaginavo di costruire finalmente una famiglia con l’uomo che amavo, e poi…niente. Una sola maledetta, tragica sera e come in un perverso gioco dell’oca inventato dal maligno, mi ritrovo alla casella di partenza della mia vita, con tutto un tabellone da scalare. Non ce la faccio, sento di non farcela più. – Sandra era sull’orlo di un burrone di disperazione e Kathia si sentì in dovere di fare di tutto per trattenerla dal caderci dentro.

-Devi farti forza ed essere razionale, specialmente adesso. Giambattista ha ancora bisogno di te, anche se non c’è più. Tu, forse più di ogni altro, puoi aiutare le forze dell’ordine a capire come siano andate le cose. Capisco, questo non te lo riporterà, ma penso che lui non vorrebbe vederti così disperata, anzi sento che solo tu puoi dare pace alla sua anima cercando di individuare la mano che ha spezzato il filo della vostra storia.

-Ma cosa dovrei fare? I carabinieri hanno la necessità di trovare un colpevole ed io sono l’indiziato più comodo. Ero presente sulla scena del delitto e forse ero la sola che aveva un legame con la vittima. Vedi: perfetto, non devono faticare più di tanto. Chi sa, secondo loro, quale movente avrei mai avuto, ma non credo che gli interessi molto. Sono un facile imputato e presto mi incrimineranno. E, ti dirò, neanche mi importa. – Sandra sembrava non reagire, ma l’amica non aveva intenzione di arrendersi.

-No, non credere, Viglietti non accuserà qualcuno senza solide prove. A parte il vostro rapporto, non ci sono altri indizi a tuo carico, e non se li possono certamente inventare. Io naturalmente sono sicura di te, ma dobbiamo convincere il tenente. Per questo è necessario che non ti abbatta, cercheremo insieme la verità.

-E come?

-Incominciamo a capire come vivesse il Dondi, ovvero se effettivamente fosse così trasparente come sembra. Voi non abitavate insieme, vero?

-No, lui non aveva mai voluto. Ci vedevamo quasi tutti i fine settima qui oppure a casa mia, a Roma. A me andava bene così, ciascuno manteneva la propria autonomia con i rispettivi amici ed il lavoro. Progettavamo, prima o poi, un figlio e questo avrebbe cambiato le cose, ma il momento giusto per concepirlo non arrivava mai, specialmente per lui.

-Bene, quindi diciamo che c’era una larga parte della sua vita di cui tu non sapevi niente se non quello che ti raccontava. – Chissà perché quello era un aspetto della relazione con Giambattista che Sandra non aveva mai considerato appieno. Ne era sicuramente consapevole, ma aveva fiducia nel suo uomo e mai aveva sospettato che quando le diceva che la sera sarebbe rimasto a casa, in realtà si sarebbe potuto comportare diversamente. Se si instillava il dubbio, si aprivano scenari inaspettati.

-Potresti avere ragione. – Disse la pittrice, e la sua espressione finalmente più presente a se stessa fece capire a Kathia di aver raggiunto lo scopo di scuoterla dal commiserarsi.

Dalla porta dell’albergo famigliole schiamazzanti uscivano a gruppetti inerpicandosi allegre sulla salita verso il centro del paese. Quella serenità suonava quasi offensiva nei confronti delle due donne che, da lontano, guardavano le persone vivere indifferenti del dolore altrui. Ma non era giusto biasimare, nessuno conosce cosa si nasconde nel profondo dell’anima di chi gli sta accanto e tutti sono soli nell’ingannare il senso della propria vita. Solamente le stelle non soffrono, ma restano a guardare fredde e lontane.




SEGUE…



Pillola n. VI



-Prima di cominciare, vorrei chiarire che la Kathia partecipa solo in qualità di amica della signora Perotti e pertanto viene pregata di non intervenire né di conferire in alcun modo con la convocata. Nel verbale non risulterà presente, e tale deve dimostrarsi. Siamo d’accordo?

-Sì, signor tenente. – Risposero entrambe le donne. Sandra era stata invitata a presentarsi negli uffici della Stazione dei Carabinieri per un interrogatorio informale nel quale non era prevista la presenza di un avvocato. La donna aveva pregato l’ufficiale di poter essere accompagnata ed il tenente, un po’ per bontà d’animo e molto per non dover litigare successivamente con la Kathia, aveva acconsentito. L’intenzione dell’investigatore era di cercare qualche spiraglio che facesse avanzare le indagini al momento arenate e senza grandi sbocchi in vista.

-Bene. – Disse Viglietti, serio ed in perfetta uniforme, con alle spalle gli occhi severi del Capo dello Stato e del Comandante Generale dell’Arma entrambi ritratti in una foto ufficiale che serviva a ricordare come l’Autorità guarda, sorveglia e scruta. –E allora torniamo sulla scena del delitto. Farò una ricostruzione come appare dalle nostre evidenze e, se ritiene qualche elemento inesatto o vuole fare delle precisazioni, può interrompermi pure. – Il tenente si rivolgeva esclusivamente a Sandra, l’altra era ufficialmente trasparente.

La donna fece un cenno di assenso, mentre Meneghin prendeva appunti.

-La vittima fu rinvenuta dalla addetta alle pulizie nello sgabuzzino-spogliatoio facente parte dei locali della mostra. – Cominciò il carabiniere. – Questa è una stanza di media grandezza alla quale si accede solo dalla porta sull’atrio non avendo finestre né altre uscite. E’ arredata con panche e ganci per appendere gli abiti da lavoro degli inservienti lungo un lato, mentre su un’altra parete sono attaccate quattro mensole con sopra prodotti da pulizia di vario genere. Poi, sul lato stretto vicino alla porta, c’è un armadietto largo circa cinquanta centimetri contenente scope, spazzoloni e simili. Il pavimento è in cemento pieno trattato, senza tappetini o coperture. Non ci sono altri mobili ad eccezione di una antica cassapanca inchiavardata che, hanno dichiarato gli addetti, contiene vecchi documenti e cataloghi delle esposizioni passate. Faremo aprire anche quella quando tornerà la direttrice dal viaggio di lavoro. Il cadavere, è bene sottolinearlo, era all’interno della stanza chiusa a chiave e con la cassapanca addossata alla porta nel lato interno. Questo vuol dire che solo il Dondi o il suo assassino avrebbero potuto sistemare il tal modo quel mobile. Poi però, dopo aver commesso il crimine, il colpevole non sarebbe più potuto uscire senza sportalo né, tantomeno, avrebbe potuto rimetterlo come l’abbiamo trovato. E qui, non le nascondo, non siamo riusciti a capire la concatenazione dei fatti. Però lasciamo perdere per il momento la storia della porta sbarrata dall’interno e soffermiamoci su due aspetti: le chiavi e il luogo. Mi segue signora?

-Sì, tenente, vada avanti.

-Bisogna considerare che il delitto, secondo la perizia legale, fu compiuto verso le tre del pomeriggio, e quindi mentre la mostra era chiusa. E allora ci domandiamo: come entrò il Dondi? Perché si trovava nella Galleria d’Arte? Chi aveva la possibilità di accedervi? In assenza della direttrice solo il custode poteva aprire con la sua chiave, ma dopo che lei, signora Sandra, glielo aveva chiesto insistentemente, l’uomo, conoscendola da tanti anni, si era lasciato convincere a darle una copia. Pertanto, limitatamente a quei giorni, oltre al vigilante unicamente lei poteva andare e venire a suo piacimento dai locali della mostra. Corretto?

-Credo di sì.

-Bene. La motivazione della presenza in loco del Dondi è evidente: era il suo amante, avevate un appuntamento clandestino e lei lo fece entrare aprendo con la sua chiave.

-No! Non è così, avrei potuto vedere Giambattista altrove, se avessi voluto.

-Forse, ma ci risulta…- Viglietti fece una pausa per dare più peso alle sue parole e scrutare meglio l’effetto che avrebbero avuto. - …che ultimamente avevate avuto delle discussioni e che lui non voleva più vederla, infatti da tempo lei non frequentava più la villa. Questo si evince dalle deposizioni dei domestici del Dondi. Lo conferma? – Sandra era impallidita ed anche Kathia sobbalzò sulla sedia nell’apprendere quello che l’amica aveva tralasciato di dirle.

-Sì, cioè: no. Non esattamente. E’ vero che stavamo vivendo una specie di “pausa di riflessione”, ma il nostro rapporto era solido e quello non era che un litigio come tanti.

-Va bene, signora Perotti, prendiamo per buona questa spiegazione, ma le chiavi?

-Su questo non ho niente da dire.

-Procediamo: il movente. Gelosia, paura di essere abbandonata, rabbia? Ce lo dica lei, signora, cosa la spinse ad uccidere il suo amante?

-Basta! – Sandra balzò in piedi. – Non sono stata io. – E, nascondendo il volto tra le mani, crollò di nuovo sulla sedia. – Il tenente non voleva mollare l’osso.

-E’ inutile che neghi. C’è il movente e l’opportunità, ed inoltre non ci sono altri indiziati. Tutto porta a lei. Confessi, che le conviene. – La tensione, nell’ufficio del tenente si tagliava a fette, se questa similitudine non fosse inappropriata parlando del caso di un morto accoltellato. Viglietti era rosso in faccia a causa dell’impeto accusatorio, Sandra era in lacrime e Meneghin sudava copiosamente per riuscire a stare dietro a tutte le battute da scrivere nel rapporto. Solamente la Kathia sembrava calma ed assorta nei suoi pensieri. Non aveva detto una parola, ma era rimasta in ascolto attentamente e c’era qualcosa che le suonava strano. Improvvisamente si riscosse e, disobbedendo alla promessa, si rivolse al tenente.

-Eppure, Viglietti, ci potrebbe essere un’altra spiegazione e mi meraviglio che tu, e tutta la combriccola, non l’abbiate presa in considerazione. – Il tenente la guardò furibondo, incerto se incriminarla per oltraggio a pubblico ufficiale o sbatterla direttamente fuori.

-Allora parla, sentiamo. – La sfidò l’investigatore. La Kathia prese fiato e cominciò ad illustrare la sua ipotesi.




SEGUE…





Pillola n. VII (Ultima.)



-Ancora non capisco come ci sei arrivata. – Se fosse passato di là il suo superiore, per non dire quello che lo guardava sempre dalla foto dietro la scrivania, Viglietti forse non sarebbe stato degradato sul posto, ma ci sarebbe andato molto vicino. Infatti portava la cravatta della divisa allentata con il bottone del colletto slacciato, fra le dita stringeva una strana sigaretta di colore scuro e dal fumo aromatico ed era spaparanzato sulla panchina di fronte al negozio della Kathia come un clochard sui gradini di una chiesa. Si sentiva rilassato e soddisfatto per aver risolto un caso che all’inizio si presentava nel peggiore dei modi. Era stato proposto per un encomio ufficiale, il “Tirreno” l’aveva definito: “un paladino dell’ordine col fiuto di un segugio” ed aveva ricevuto più caffè offerti al bar in quei giorni che in tutto il tempo da che si trovava a Capalbio. Ma il tenente sapeva bene che il merito di aver intuito il meccanismo del delitto, e quindi aver scoperto chi fosse il colpevole, non era del tutto suo. La Kathia, che in quel momento divideva con lui la panchina, era stata la vera chiave di svolta del caso, ma lei non aveva voluto apparire lasciando al militare tutta la gloria e la ribalta della cronaca.

-Sai, non è stato difficile. – Rispose la parrucchiera. - Spesso guardando i problemi dall’esterno e non essendo coinvolti direttamente, si vedono le soluzioni con maggior chiarezza, e così è stato per me. I dati erano evidenti, bastava ragionare senza paraocchi. Inoltre io, al contrario di te, avevo una certezza dalla quale partire. Per me non poteva essere stata Sandra perché la conosco e non avrei mai creduto che avrebbe potuto rivelarsi tanto fredda e crudele al punto di uccidere. Ma tu, bel carabiniere mio, non potevi avere questa presunzione “ad excludendum”, se mi consenti la finezza, e quindi hai imboccato la strada più semplice.

-Già, che stupido, vero?

-No, non proprio, diciamo che una cassapanca non può essere spostata da un morto e che non ci si può suicidare accoltellandosi nella schiena. Invece di buttarti subito sulla indiziata più evidente, avresti dovuto focalizzare questi elementi e chiederti come fosse possibile che in quella stanza chiusa dall’interno fosse presente la vittima ma non il suo carnefice.

-Ma quando aprì la porta, la donna delle pulizie non trovò nessun altro oltre al cadavere.

-Vero, ma immagina lo stato d’animo della povera inserviente. Doveva essere sconvolta e sicuramente non pensò di ispezionare il locale con attenzione. Vide il morto, si spaventò e scappò via urlante.

-Però lo stanzino non era grande e se ci fosse stato qualcun altro oltre al morto, certamente lei l’avrebbe visto.

-Ecco, questo è il classico esempio di una deduzione sbagliata basata sull’apparenza. In realtà, come hai capito dopo, c’era qualcun altro.

-L’ho capito grazie a te.

-Ci saresti arrivato ugualmente, anche senza il mio aiuto. Forse. – Alla Kathia piaceva prendere un po’ in giro il tenente e si sentiva di poterlo fare grazie alla loro amicizia. Ma lui, pur riconoscendo i meriti della parrucchiera, non ci stava.

-Certamente prima o poi avrei capito tutto. Ma aspetta, come mi hai chiamato poco fa: “Bel carabiniere mio”? Allora vulisse addicere cà te piacc nu poc? O’ Vero?

-Uè, uagliò, stai calmo. Era così, per dire, non ti mettere in testa idee.

-Vabbuò, ma mi piace sentirti. Andiamo avanti con la ricostruzione, facciamo finta che io non sappia niente, spiegami tutto, ciaciona mia. - La donna vedeva chiaramente che la sigaretta fumata dal militare stava facendo il suo effetto e che lui un po’ era presente e un po’ vagava tra le nuvole, ma era orgogliosa della sua perspicacia e riparlare dei fatti non le dispiaceva.

-Partiamo dal presupposto che i fantasmi spaventano, ma non uccidono. Pertanto l’assassino doveva essere per forza nello sgabuzzino insieme al cadavere. Ma dove? Ho rivisto mentalmente la stanza: pareti senza uscite, nessun armadio adeguatamente capiente, pavimento e soffitto solidi e senza botole. Sembrava un rebus inestricabile tanto che a quel punto ho pensato pure che il Dondi fosse un contorsionista con istinto suicida o che ci fosse un meccanismo tipo balestra, azionato da lontano, che lanciasse coltelli a comando. Ma naturalmente erano solo fantasie, la realtà era molto più semplice e coincideva con l’unico elemento che non è stato preso subito nella dovuta considerazione.

-Come parli bene, starei qui a sentirti fino a stasera. Meglio del rapporto scritto da Meneghin, continua.

-Tutti l’hanno toccata, spostata e ci si sono seduti sopra. Aveva due caratteristiche: era pesante e inchiavardata. Nessuno voleva forzarne la serratura finché non fosse arrivata la direttrice della Galleria con la chiave perché si tratta di un pezzo d’antiquariato e non volevano rovinarla. Di cosa si tratta?

-Della cassapanca!

-E bravo il tenentino. Esatto! Era poggiata alla porta dall’interno, ma solo la dichiarazione degli impiegati affermava che dentro ci fossero libri e documenti, in realtà conteneva qualcosa di altrettanto pesante ma assai più pericoloso: l’assassino.

- Azzz!!!

-Proprio così.

-Vabbuò, ma dal capire dove si fosse nascosto ad indovinarne l’identità, come ci sei arrivata?

-Questa è stata la parte più facile. Come hai contestato tu a Sandra, in pochi avevano libero accesso nei locali della mostra. Per l’esattezza: la mia amica, il custode e…

-Sembrava nessun altro.

-Sbagliato. E’ stato detto chiaramente che oltre a quei due solamente un’altra persona poteva disporre delle chiavi. Orsù, diciamolo in coro! – Ed insieme, come due ragazzini, urlarono:

-La direttrice! – Antonella si affacciò sulla porta del negozio sentendo una sonora risata provenire dalla panchina antistante la bottega, per poi ritornare al lavoro con un’alzata di spalle quando riconobbe la sua titolare insieme al militare. “Bah!” Pensò, ma non andò oltre. Quindi la Kathia concluse la sua dotta disquisizione.

-Proprio lei. Poteva andare e venire e siccome ufficialmente si trovava all’estero, nessuno l’aveva considerata nelle indagini. Ti ho passato questo suggerimento e poi non c’è voluto molto per trovare il movente.

-Sì. – Confermò Viglietti. – L’abbiamo arrestata proprio qui a Capalbio, in casa sua. Si era nascosta facendo finta di partire per la Svezia. Non ha retto all’interrogatorio ed ha confessato il delitto. Il Dondi le aveva prestato una forte somma per ripianare dei debiti di gioco ed insisteva già da tempo nel rivolerla indietro con i dovuti interessi. Aveva detto alla donna che la sua pazienza si era esaurita e che se non l’avesse pagato, avrebbe reso nota la vicenda ai suoi superiori al ministero. La direttrice non poteva far fronte al debito, ma neanche rischiare che si venisse a conoscenza del suo vizio nascosto. Se il Dondi avesse parlato, lei avrebbe rischiato di perdere la sua reputazione ed anche il posto di lavoro per ottenere il quale aveva tanto penato. Doveva farlo tacere, per sempre. L’occasione della Mostra le sembrò una perfetta opportunità: era presente Sandra, che sapeva essere la sua amante, ed inoltre poteva agire in un luogo che conosceva a perfezione. Dette appuntamento all’uomo con la scusa di rimborsarlo e, con fredda premeditazione, aspettò il momento buono per piantargli un coltello nella schiena. Poi si chiuse nella cassapanca e, quando passò la buriana dopo il ritrovamento del cadavere, ne uscì fuori senza essere vista da nessuno. Aveva le chiavi e quindi si allontanò dalla Galleria richiudendo tutto dietro di lei, esattamente come era stato lasciato in precedenza.

Soddisfatti, si poteva senz’altro affermare che il carabiniere e la parrucchiera fossero proprio soddisfatti.

Vittorio gliel’aveva detto: un ci doveva andare alla “vernice”. Lui se lo sentiva: quando si vole fare… che dopo invece…e quindi però…ecco! A lui andava bene tutto: l’amica pittrice, le comari pettegole, il paese che mormora, ma quel bacherozzo col pennacchio che girava intorno alla Kathia proprio non lo sopportava. Poi dice che uno…maremma maiala!



FINE



venerdì 13 aprile 2018

Pensieri


Prendo un giornale, accendo la televisione. Sono le otto, sullo schermo appaiono e si sovrappongono volti, macerie, calciatori e parolai, tutto in un guazzabuglio di immagini che hanno il solo scopo di confondere. Mi siedo sul divano ed inforco gli occhiali. Scorro i titoli del quotidiano con poca attenzione e meno curiosità. In casa c’è un velo di polvere dove prima tutto brillava di pulito e nell’aria resta sempre l’odore delle sigarette al posto del profumo che mi piaceva tanto. Ormai è così da tempo e così lo voglio lasciare, nessuno mi rimprovererà. Aggiusto i cuscini, lascio da parte il giornale e stendo le gambe sul tavolino basso. Nel bicchiere si scioglie lentamente il ghiaccio rompendosi con piccoli schiocchi. Chiudo gli occhi.
-E tu che ci fai qui?
-Anche se sembri dimenticarlo, ci sono anch’io oltre alla tua donna.
-Va bene, fammi compagnia. Bevi qualcosa?
-Dai, ho solo vent’anni, non mi tentare. E poi non mi va il whisky.
-Ok, come sei morigerato…
-Almeno uno di noi due deve restare lucido.
-Com’è andata all’università?
-Oh, beh, economia e commercio: una palla! Te l’avevo detto che non ci capisco niente di matematica e statistica. Invece con i diritti vado come un treno. Avrei dovuto fare Giurisprudenza.
-Già, i primi ripensamenti. Ma sei ancora in tempo per cambiare.
-Ma che dici? Ho i miei binari ben chiari davanti. Laurea e poi il lavoro, una famiglia e soldi in tasca.
-E la motocicletta?
-La venderò con la nascita della prima figlia.
-Il coast to coast negli Stati Uniti?
-Lo farò. A cinquant’anni, forse.
-Quella smania di avventura di cui mi parlavi?
-Adesso non ho tempo. Più in là, si vedrà.
-No, caro, non ci siamo. Bisogna avere il coraggio di scommettere, innanzi tutto su se stessi, e poi prendere la vita per le corna, come un toro a Pamplona.
-Tu l’hai fatto?
-Sto parlando di te. Riempimi il bicchiere e ascolta. E’ vero che si può trovare sempre una Harley che ti aspetta a Chicago pronta per lanciarsi sulla route 66, ma bisogna decidere di prenderla. Il giubbotto di pelle con le frange sta bene su un ragazzo o su un giovane uomo, ma un vecchio cow boy improvvisato è spesso solo una maschera patetica di perdute illusioni. Lo stesso vale per qualsiasi altro sogno. La giovinezza è un alibi che giustifica la pazzia, ma la pazzia non è un alibi per la perduta giovinezza.
-Che vuoi dire?
-Voglio dire che ogni epoca della vita ha una cornice ben definita che delimita i comportamenti e rinchiude in un quadro di doveri. Solo quando si è giovani la tela è ancora bianca e si può sporcarla con qualsiasi colore. Dopo: si deve, bisogna, tocca e qualsiasi altro verbo abbia a che fare con il concetto di responsabilità ti tarperà le ali creando una sorta di ragnatela dalla quale non sarà possibile districarti. E, ti dirò di più, ne sarai contento.
-Sarò contento di essere prigioniero?
-Si, caro. Sarà una gabbia fatta da tante cose a cui terrai con affetto, amore o addirittura passione, ma comunque resterà una gabbia. Come nella sindrome di Stoccolma, t’innamorerai di quelle cose che ti imprigionano e ti sembrerà assurdo solo il pensiero di poterne fare a meno.
-Non capisco. Se sei felice di quello che hai, perché rimpiangi quello che non hai? Mi sembra un atteggiamento sciocco e, soprattutto, ansiogeno.
-No, chiariamoci: nessun rimpianto o, tantomeno, rimorso. Solo qualche sogno che è rimasto nell’aria e la rabbia di non poter fermare questo treno del quale incomincio ad intravedere la stazione.  
-Quindi che mi consigli?
-Consigli? Nessuno, non ne sono in grado. Anzi, solo uno: resta accanto a chi ti vuole bene.
La televisione continua nel suo monologo in sottofondo mentre sul divano, vicino a me, non c’è nessuno.


venerdì 6 aprile 2018

Frida



L’appuntamento era per le cinque del pomeriggio in un villa alla periferia di Ginevra. Dovevo intervistare la principessa per un giornale per il quale lavoravo. Nelle cronache mondane si parlava spesso della ancora invidiabile avvenenza della anziana signora, della sua ricchezza discretamente ostentata e di quella che era ritenuta, da tutti, una vita da favola. Le mie affezionate lettrici erano avide di entrare, anche solamente tramite le pagine patinate, in casa della nobildonna e quindi il direttore decise di organizzarmi un incontro da pubblicare tra le ultime nozze reali e le passerelle dell’alta moda. Mi presentai puntuale al cancello e, dopo essermi annunciato ad un videocitofono dall’occhio inquisitore, attesi che le grandi inferriate si spalancassero invitandomi ad entrare. Percorrendo il lungo il viale che portava all’ingresso dell’antica dimora, in lontananza, scorsi la sagoma della signora che mi stava aspettando accanto alla porta aperta. Affrettai il passo e finalmente giunsi al cospetto della padrona di casa.

- Buongiorno, sono Anni-Frid Ruzzo Reuss von Pauen, benvenuto. – Si presentò la principessa, anche se non ce ne sarebbe stato bisogno. Dissi il mio nome perdendomi per un momento in quegli occhi verdi velati di tristezza che avevano affascinato tanti ammiratori. Dopo qualche convenevole, ci accomodammo in un salottino confortevole, ma un po’ anonimo. Era tutto molto ordinato, ninnoli di Meissen e Sevres, piccoli argenti e fiori distribuiti armoniosamente sopra bassi tavolinetti; paesaggi fiamminghi e nature morte alle pareti; sete sui toni caldi del beige drappeggiate ai lati delle grandi finestre e sui divani. Di gran gusto, ma in qualche maniera impersonale. Si notava la mancanza di quello che tutti raggruppano negli angoli più intimi della propria casa: non c’era neanche una fotografia incorniciata.

-Mi scusi principessa per l’intrusione. Lei sa che i nostri lettori gradiscono sempre avere sue notizie e la curiosità, in questo caso, è solo la manifestazione dell’affetto con il quale la seguono da tanto tempo.

-Capisco, e la ringrazio. Cosa voleva chiedermi?

-Beh, niente in particolare. Si conosce tutto della sua vita pubblica ma, se vuole, sarebbe interessante conoscere il risvolto privato di Frida.

-Bene, ma non sono tutte rose e fiori, anche se può sembrare il contrario.

-Cominci da dove vuole.

-Non saprei, nella mia vita ci sono state tante cose. Andrò per grandi tratti e lei mi interromperà dove riterrà opportuno.

-Perfetto.

-Ebbene, già la mia nascita fu molto particolare. Infatti io non sono frutto dell’amore, come succede per la quasi totalità degli esseri umani, ma sono il risultato di un esperimento. La conseguenza di uno scellerato programma che usava gli uomini e le donne come cavie, o meglio come animali da riproduzione, senza il loro consenso. Un atto bestiale dove non era contemplato alcun sentimento, tranne la folle brama di onnipotenza da parte di chi comandava.

-Può spiegarsi meglio?

-Sono nata a Ballangen, durante l’occupazione nazista della Norvegia. Mia madre, Synni, fu selezionata per il piano Lebensborn, il progetto eugenetico nazista di riproduzione e selezione delle nascite. Questo programma prevedeva di far congiungere carnalmente alcuni ufficiali dell’esercito, solo quelli di provata ascendenza ariana, con ragazze dalle caratteristiche fisiche corrispondenti, allo scopo di creare la razza perfetta e di sovrappopolare la Germania. I figli nati da tali unioni sarebbero rimasti alle madri o educati direttamente dalle organizzazioni naziste, ad insindacabile giudizio del Reich.

-I padri non restavano accanto ai figli una volta nati?

-No, quasi mai. I soldati dovevano fungere solo da inseminatori e, una volta espletato il loro compito, tornavano nei ranghi senza curarsi di altro.

-Quindi lei non ha conosciuto suo padre?

-Non ho saputo chi fosse fino al 1977, quando il settimanale tedesco Bravo fece delle ricerche e lo scovò. Si chiamava Alfred Haase ed era un ufficiale tedesco della Wehrmacht già sposato. Non l’ho voluto incontrare, per me non significava niente. Sono cresciuta credendolo morto e la mancanza della sua figura mi ha accompagnato per tanto tempo, finché non sono diventata madre a mia volta. Bella storia, eh? – Disse Frida scuotendosi da quei ricordi dolorosi.

-Impressionante, direi. Se vuole continuare…

-Certo. Alla fine della seconda guerra mondiale, insieme a mia madre e mia nonna, dovetti rifugiarmi in Svezia per paura di rappresaglie. Eravamo state marchiate come traditrici della patria proprio per la partecipazione al Lebensborn, anche se non avevamo avuto scelta. Dovemmo fuggire altrimenti, come altri bambini nati da padri tedeschi, sarei stata rinchiusa in un collegio o in un sanatorio mentale. A tredici anni cominciai a lavorare in un locale notturno come cantante Jazz e, dopo molta gavetta, nel 1967 vinsi una competizione canora televisiva. In quell’occasione incontrai Benny Andersson che da poco aveva fondato un gruppo che poi si chiamo gli ABBA. Nel 1978 lo sposai e in quegli anni ci fu l’enorme successo del quartetto che divenne un fenomeno a livello planetario. Conobbi la fama e la ricchezza, oltre che una vita da pop star. Le basti solo sapere che gli ABBA, al culmine delle vendite, fatturavano più della Volvo ed erano una delle maggiori risorse per la Svezia. Ma ci furono anche molte incomprensioni con Agneta e delle brutte storie tra di noi che portarono prima al mio divorzio e poi allo scioglimento del gruppo. Dopo qualche anno incontrai il mio secondo marito, il principe tedesco Reuss von Plauen, che morì di cancro all’età di quarantanove anni. Ma non fu l’unico dolore, due anni prima morì anche mia figlia in un incidente automobilistico. Infine mi sono ritirata qui, in Svizzera, dove vivo con molti ricordi, belli e brutti.

Rimasi molto colpito da quel racconto, e mi resi conto di qualcosa di molto banale ma che spesso tendiamo a dimenticare. Una persona può apparire felice, fortunata, a volte magari oggetto di invidia o ammirazione, ma nessuno mai sa cosa si cela veramente dietro la maschera indossata tutti i giorni per vivere. Non bisogna giudicare, mai.

Quanto raccontato di Anni Frid Lyngtad, la Frida degli ABBA, è una storia vera.

venerdì 16 marzo 2018

Un testimone casuale


Capita, a volte, di essere involontari e casuali testimoni di avvenimenti che poi si riveleranno epocali. Pensiamo, ad esempio, a quel tipo di Pompei che, mentre stava beatamente nelle sue faccende affaccendato, improvvisamente si vide sommerso da cenere e lapilli. Lui sicuramente non ne era consapevole, e forse si trovava solamente di passaggio nella cittadina partenopea, ma il suo calco con il pugno alzato ed il pollice all’infuori è rimasto come prova evidente di una tragedia di portata storica. L’ignoto autostoppista fu spettatore e partecipe di un evento che è poi rimasto nei libri di scuola, anche se suppongo ne avrebbe fatto volentieri a meno. L’esempio è lugubre, ma rende l’idea. A proposito, Giacobbo sta preparando un Voyager nel quale spiegherà perché ci fosse un autostoppista a Pompei, si parla di alieni viaggiatori nel tempo: imperdibile. Voglio dire che tutti i giorni ci corre accanto la vita, ma talvolta si può incontrare anche la storia. Così mi accadde in una mattinata uggiosa di qualche decennio fa. E vado a raccontare, con permesso.
Nell’inverno del ’69 mi trovavo a Londra per una vacanza/studio che sarebbe dovuta terminare alla fine di dicembre per poi tornare a casa. Con la scusa, ben motivata, che l’apprendimento dell’inglese era di gran lunga più importante del seguire le lezioni a scuola, convinsi i miei a posticipare il ritorno di altri due mesi. Tanto, dissi, con qualche ripetizione, il pagamento puntuale della retta e magari una generosa donazione per le opere di carità del preside, da consegnare nelle sue mani in contanti ed in un luogo appartato, l’Istituto non avrebbe creato difficoltà e non avrei compromesso l’esito dell’anno scolastico. Così fu, ed anche se ho sempre raccontato di aver vissuto un periodo gramo di studio e solitudine, in realtà, come diceva il buon Oliver Hardy, a Londra mi sentivo come un pisello nel suo baccello. E’ comprensibile: ero capitato nel cuore della “swinging town”, e mi piaceva tutto. Mi affascinavano i colori sgargianti indossati dai teen-ager incontrati per strada, ma anche le strane bombette sul capo degli indaffarati uomini della city; le minigonne e gli impermeabili Aquascutum. Non mi disturbava il traffico caotico del centro e godevo del silvestre silenzio dei parchi rotto solo dal chiacchiericcio di qualche “nanny” con relativa “Silver Cross” a traino e dallo starnazzare di brevi processioni di anatre schiave dell’imprinting verso la prima della fila. Era “cool” anche la puzza. L’odore acre della gomma bruciata all’entrata delle stazioni della metropolitana, il tipico afrore dei frequentatori dei rossi bus a due piani che sembrava disprezzassero deodoranti e saponette, oppure i miasmi che sbuffavano fuori dai ristoranti a poco prezzo nelle stradine intorno a Leicester Square. Cioè: un sacco bello! Ma sto divagando.
Ogni mattina prendevo al volo prima un bus e poi la Northern Line del tube per andare da casa della mia cordialmente odiata “landlady”, la signora Rowling, fino ad una scuola di lingue vicina a Baker Street. Il trasferimento durava, tra un mezzo e l’altro, quasi un’ora e per me, affezionato utente Vespa abituato a slalom spericolati nel traffico di Roma, rappresentava un sacrificio al limite del martirio. Quel fatidico 30 gennaio mi svegliai starnutendo e con un fastidioso pizzicore in gola. Avevo la fronte calda e l’occhietto lucido, sintomi inequivocabili di un’alterazione febbrile che stimai in un abbondante 36,8. Costretto dal morbo, traccheggiai sotto le lenzuola oltre l’orario normale dei giorni feriali. Fui tentato di girarmi dall’altra parte ed ignorare le lame di luce che filtravano dai tendaggi, ma sapevo che se la padrona di casa non mi avesse visto scendere, sarebbe salita irrompendo in camera mia senza creanza alcuna. Già la immaginavo sbraitante in uno slang incomprensibile intercalato da qualche “Stefàno!!” pronunciato con un tono di schifata riprovazione e con l’accento irrimediabilmente sbagliato. Era già successo e non avevo alcuna intenzione di rivivere la traumatizzante esperienza. Pertanto stabilii di uscire, ma siccome avevo fatto tardi, nei confronti della scuola d’inglese mi esercitai nella materia che mi riusciva meglio: l’assenza.  Marinare le lezioni non mi aveva mai causato alcun senso di colpa poiché ritenevo che l’insegnamento della strada fosse assai più formativo delle aride lezioni ex cathedra. Almeno questo fu quello che, compuntamente serio e di fronte a tutta la classe, dissi all’Ispettore scolastico quando mi interrogò sul motivo di tanta latitanza. Ovviamente la giustificazione fu accolta da un boato di risate e da un timido appaluso, subito spento dall’occhiataccia del professore che mi scrisse sul registro una nota di biasimo tanto lunga che la dovette suddividere in capitoli. A me sembrò di affermare una cosa al contempo saggia e paracula, e i miei compagni approvarono.  Quindi quella mattina, per passare il tempo, decisi di fare una passeggiata in centro. Metropolitana fino a Piccadilly, puntatina a Carnaby Street per cercare una camicia a fiori, possibilmente senza pinces, e hot dog sulla panchina del piccolo Golden Square Park. Poi a zonzo senza meta. Lungo Regent Street c’era troppa gente e pertanto deviai nelle stradine laterali alla ricerca di posti nuovi dove scoprire lo spirito della beat generation. Improvvisamente mi accorsi di un comportamento strano delle persone per strada. Sembravano muoversi come gli storni nel cielo di Roma: prima si radunavano a gruppetti, poi si dirigevano da una parte, ci ripensavano e partivano verso un’altra direzione. Ma la cosa più curiosa era che stavano tutti col naso all’insù, guardando verso i tetti delle case. Non sapevo se unirmi e chiedere spiegazioni, oppure lasciare gli eccentrici londinesi ai loro oscuri riti, quando mi giunse netto il suono di un basso. Le note profonde rimbalzavano sulle facciate ravvicinate della stretta Savile Row ed era quello che si sentiva più distintamente, ma poi ecco lo schiocco della batteria e le secche pennate di una chitarra. Finché non si unì una voce che conoscevo benissimo esortare un tale Jojo di tornare indietro. “Get back” cantava Paul nel concerto tenuto sulla terrazza della sede della Apple Records in quella che fu l’ultima esibizione in pubblico dei Fab Four. Come Sara, la moglie di Lot, mi voltai anch’io e rimasi di sale, impietrito. A pochi metri da me si stava compiendo l’atto definitivo di una storia che aveva rivoluzionato il mondo e fatto impazzire milioni di giovani. Ed io ne ero il casuale testimone.



domenica 11 marzo 2018

Peter Camenzind ③




E finalmente l’inverno. Peter Camenzind era stanco, le ossa gli dolevano ed ogni passo portato avanti su quel sentiero voleva dire una piccola vittoria della volontà sugli acciacchi degli anni. Quanti ne aveva? Più o meno ottanta, e li ricordava tutti, forse un po’ confondendoli, con l’ondivaga memoria della vecchiaia che si aggrappa ai rimasugli del passato per non perdere il contatto con la realtà. Camminava ancora lungo lo stesso sterrato percorso innumerevoli volte dove, col tempo, ogni albero era diventato un suo amico, ogni roccia il suo sostegno e ciascun piccolo sasso il suo compagno di giochi. Da tempo si era ritirato dall’insegnamento e di tutti gli anni passati a scuola, chino sui libri, sembrava non gli fosse rimasto niente. Facendo un bilancio con schiettezza, doveva ammettere di non essere diventato né più saggio né più sapiente di quando era giovane, anzi gli sembrava di avere perso qualcosa di cui, in partenza, era ricco. Lungo la strada aveva, poco per volta ma ineludibilmente, smarrito l’entusiasmo, la curiosità e perfino la speranza. Era inquieto, da giovane. Pensava che la ricerca interiore fosse altrettanto importante di quella scientifica, che in quegli anni stupiva il mondo, e si vedeva come un esploratore dell’anima tanto audace ed intrepido quanto Amundsen al Polo Nord. Non aveva la necessità di andare lontano, ma si tuffava fiducioso ed avido nei libri come un minatore dentro le grotte profonde ed oscure alla ricerca di qualche pepita. Aveva letto fino a stancarsi gli occhi e la mente e poi aveva cercato i sapienti per confrontarsi con loro e trovare, o quantomeno approssimarsi, alle risposte che da sempre l’uomo si pone per giustificare la propria esistenza. In qualche circostanza, accanto ad un asceta o godendo di una poesia, gli era parso di trovarsi vicino alla verità, ma l’esperienza della vita l’aveva ogni volta, bruscamente, dissuaso. Si sentiva deluso e vinto. Deluso dalle troppe aspettative mal riposte, dalle vane promesse, dagli orizzonti intravisti e mai raggiunti. Deluso dagli uomini che continuano a ripetere, da sempre, gli stessi errori e non riescono ad accettare di essere mortali, credendosi padroni del proprio destino mentre altro non sono che marionette tirate dal fato. Deluso dall’avidità del niente che sono i beni materiali, dalla gelosia del possesso, dalla cecità di fonte all’odio ed alle guerre. Deluso dai sentimenti che regalano brevi momenti di felicità e si tirano appresso un bagaglio sempre pieno di lacrime. Deluso da un Dio sordo, dai falsi profeti di previsioni sballate, dagli imbonitori di un mondo oltre la morte che vendono una merce che nemmeno loro hanno mai visto. Infine deluso da se stesso, estraneo al giovane che ricordava percorrere quello stesso sentiero sicuro che la vita fosse nelle sue mani e la felicità ad un tiro di schioppo pronta per essere ghermita. E quindi, vinto. Con le armi deposte ai piedi di una barzelletta, di uno scherzo nella mente di un Essere Superiore sadico e dispettoso che si diverte in un gioco senza vincitori e senza scopo dove, come un moscone nel bicchiere, bisogna volare senza stancarsi, col solo risultato di sbattere in continuazione la testa. Forse prenderne coscienza è lo scotto da pagare dopo una lunga vita che solo verso la fine si svela per quello che è, anch’essa stanca di continuare l’eterno inganno. Ma come una vecchia tartaruga la sua pelle si era inspessita ed ormai nessun dardo riusciva più a trafiggerlo.
Sebbene quella mattina facesse freddo, Peter non aveva voluto rinunciare alla quotidiana passeggiata. La foresta d’intorno non era che un intrico di rami secchi ed adunchi dove il grigio del cielo si confondeva con il colore delle cortecce e della terra spoglia. All’uomo sembrava di essere l’unica cosa viva, e l’assurdità di questo pensiero lo faceva sorridere tra sé. Non si scorgeva traccia di animali e solo qualche sporadico frullio d’ali tra le fronde spezzava il silenzio di un paesaggio assopito ed immobile. Ancora davanti vide la svolta dalla quale, tanto tempo addietro, aveva sentito provenire la voce di Maria, e si fermò. Tese le orecchie e nel vecchio volto rugoso si riaffacciò il viso del giovane che fu. Era sicuro che avrebbe udito il familiare: la, la, la di una antica canzone cantata nelle aie dai contadini. Si aspettava che comparisse la figura amata di una vita e che ancora lo rimproverasse per averla lasciata da sola. Ma gli istanti passavano e non succedeva niente. Peter provò una fitta di delusione nel suo cuore stanco e malandato e, come d’incanto, in quel momento l’anima si librò leggera lasciando per terra un inutile sacco. Peter Camenzind raggiunse la sua Maria ed insieme, per sempre, cantarono la loro canzone.  


F I N E

sabato 10 marzo 2018

Peter Camenzind ②




Peter Camenzind aveva viaggiato molto durante gli anni della sua formazione. Aveva studiato prima a Dresda e poi a Lipsia sfiancando la sua salute sui libri per passare dalle materie del “trivium”, grammatica, retorica e filosofia, a quelle del “quadrivium”, più prettamente scientifiche, tra cui la geometria, l’astronomia e la musica. Tanta fatica era stata premiata ed adesso, a ventinove anni, finalmente aveva conquistato una cattedra che gli assicurava prestigio e sicurezza economica. Ma appena gli impegni glielo consentivano tornava sempre al paese natio, ed ogni volta non mancava di fare lunghe passeggiate sullo stesso sentiero della sua infanzia. La natura d’intorno non cambiava mai, se non col trascorrere delle stagioni, e questa immutabilità era fonte di serenità e pace. Era come un punto fermo nel caos del mondo flagellato, in quei primi anni del novecento, da venti di rivoluzione e di guerra tanto violenti ed incontrollabili quanto sanguinosi e pieni d’incognite.  Anche in quel giorno di fine estate Peter percorreva di buona lena lo sterrato mentre, con lo stecco di bambù dal pomo d’argento, scostava piccoli ciottoli dal suo cammino e, con l’altra mano sprofondata in tasca, faceva risuonare qualche pfennig di rame. Seguendo gli insegnamenti del buddha, di cui era diventato recente discepolo, cercava di fare il vuoto nella mente per librarsi in una saggia meditazione ma, quasi fosse un riflesso involontario, gli rimbombava in testa quel: zumpa, zumpa, zumpa,pà, che l’accompagnava da bambino, facendolo sentire felice e stupido. Il fine settembre nella foresta era come la festa di fine corso delle matricole quando stanno per lasciare una vita spensierata per affrontare il mondo, un passaggio necessario ma spaventoso che si deve esorcizzare con l’allegria. Le foglie allora si tingono dei colori più belli e gli arbusti più sfrontati si ammantano di un rosso acceso, come le meretrici che indossano quel colore per attirare gli sguardi prima che il tempo avvizzisca la loro bellezza. Era un tripudio presago dell’inverno e per questo allegro e triste nel contempo.  
All'improvviso il suo incedere solitario fu distratto da un canto melodioso proveniente da dietro la curva innanzi a lui. Peter riconobbe le parole di una vecchia canzone che i contadini cantavano nelle aie durante le notti d’estate, e si rallegrò nell’udire quella voce conosciuta e cara. Dopo poco, vide venirgli incontro Maria, con lo stesso passo ed i biondi capelli della bambina di tanti anni prima. Non indossava più il vestito a fiorellini, ma era diventata una giovane signora che in grembo portava il bambino concepito dal loro amore.
-Peter! – Lo chiamò agitando una mano. – Sempre da solo e con la testa tra le nuvole. – L’uomo accettò il bonario rimprovero come da lei accettava quasi tutto perché porto con il cuore.
-Eccomi! Quindi mi hai inseguito fino a qui? Non si può stare senza gente intorno neanche mezza giornata. Cosa vuoi? – Il sorriso negli occhi di Peter smentiva le parole uscite dalla bocca e Maria non si offese per il tono brusco della voce.
-In realtà, niente. Mi ero stancata di aspettarti in casa e sapevo dove trovarti. Non credere che sia facile portare appresso questo pancione con dentro un piccolo Camenzind che scalcia e si agita come il padre.
-Non dovresti affaticarti nelle tue condizioni. – Maria assentì, ma in quel momento il viso le si contrasse in una smorfia e la donna si piegò in avanti con le mani premute sul ventre.
-Cosa c’è? – La domanda era un grido di paura.
-Non so, una fitta. – Il bel viso di Maria si era fatto pallido e madido di piccole stille di sudore. In quel momento, da lontano, dietro le montagne, un rombo di tuono rotolò nella valle ed una folata di vento gelido si infilò violenta ed inaspettata sollevando mulinelli di polvere e foglie morte. Nel cielo arrivarono al galoppo nuvole nere e basse, mentre la luce calava come un sipario sulla rappresentazione di una commedia ormai alla fine.
Peter prese sottobraccio la moglie e la sostenne sulla strada del ritorno verso casa. Molte volte ancora, nel corso della vita, si sarebbero aiutati a vicenda incuranti della tormenta.


venerdì 9 marzo 2018

Peter Camenzind ①



Peter Camenzind camminava sfrontato, fiero ed inconsapevole dei suoi otto anni, lungo il sentiero che dalla fine del paese portava all’incrocio con la strada carraia. Marciava impettito, con la schiena dritta, slanciando le gambe tese in un passo alternato come fanno i militari. Le braccia dondolavano in sincrono e dentro il pugno chiuso della mano destra stringeva un bastone lungo e dritto che doveva rappresentare una minaccia per il nemico. Nella testa gli risuonava ossessivamente una marcetta, zumpa – zumpa – zumpa,pà, simile a quelle che aveva sentito suonare dalla banda degli Ussari in piazza la domenica precedente. O Forse era la fanfara dei dopolavoristi delle ferrovie? Non importa, comunque portavano la divisa ed avevano un aspetto marziale e tanto bastava per accendere la fantasia del ragazzino. Quel giorno cadeva il genetliaco dell’Imperatore e la scuola era rimasta chiusa per festeggiare la ricorrenza, così Peter si era precipitato fuori casa godendo dell’inaspettata vacanza. Il suo programma prevedeva di raggiungere un amico che abitava in una contrada a poca distanza dal paese e poi organizzare una caccia alle lucertole con la fionda, sport nel quale si sentiva un campione. Era la fine di un Marzo che aveva fatto onore alla sua fama di mese pazzerello. C’erano stati giorni nei quali sembrava di essere ancora in pieno inverno, con acqua a catinelle e freddo intenso, ed altri in cui il sole aveva vinto sulle nuvole splendendo alto e caldo, presagio di un’estate tanto attesa. E così era quella mattina, senza una nuvola in cielo e con la terra che sembrava risvegliarsi colorando di un bel verde intenso i prati e le valli. Le piante distendevano le foglie accartocciate, gli insetti volavano operosi alla ricerca delle prime corolle dei fiori già schiuse e tutto sembrava rinvigorito ed allegro, come un inno alla vita che si rinnova. Il ragazzo procedeva felice, senza vergognarsi di sfoderare un sorriso dove le finestrelle dei denti persi occhieggiavano nella chiostra ancora da latte.
Improvvisamente il suo incedere solitario fu disturbato da un rumore, anzi da un canto. Proveniva da dietro la svolta del sentiero innanzi ai suoi passi e sembrava una voce femminile che, gioiosa quanto lui, stava intonando una canzone di quelle che si suonavano nelle aie. Peter abbandonò il suo portamento inamidato e si fermò in ascolto, esitante. Era un ragazzo spavaldo, ma timido e, specialmente con le donne, di qualsiasi età, si trovava sempre impacciato, incerto su cosa dire e come comportarsi. Inoltre gli succedeva una strana reazione fisica, assolutamente incontrollabile e imbarazzantissima. Quando una ragazza lo guardava, e magari gli rivolgeva un saluto, subitaneamente gli s’infiammavano le guance e la lingua sembrava diventare di felpa. Sebbene gli amici a volte lo rimproverassero per la sua ininterrotta parlantina, in quelle occasioni diventava muto, o al massimo balbuziente, facendo regolarmente delle figure meschine. Per questo, in vista di un incontro con una canterina inaspettata, si trovò perplesso sul da farsi. La ragione gli suggeriva di continuare per la sua strada e, nel caso, proseguire ed andare oltre, ma il sistema neurovegetativo già si stava allertando con la comparsa dei primi sintomi di ingiustificata vergogna. Il suo corpo, quindi, decise per lui e Peter si diede precipitosamente alla fuga verso il primo tronco d’albero sufficientemente grande per poterlo nascondere. Lei sbucò dalla curva dopo pochi secondi. Era una bambinetta più o meno dell’età del ragazzo, con le trecce bionde d’ordinanza e un vestitino a fiori. Veniva avanti saltellando e cantando a tutta voce un motivetto con le parole inventate sul momento e tanti: la-la-la. Peter la spiò dal suo nascondiglio, come un soldato che vede il nemico avanzare, e non poté fare a meno di pensare quanto fosse graziosa e diversa da lui. Ancora una volta il suo corpo reagì, ed il cuore prima gli si fermò per un momento e poi partì al galoppo. Peter ne fu spaventatissimo anche perché, alla vista della fanciulla, provò uno strano languore alla bocca dello stomaco, dalle parti della pancia. Pensò di stare male, di avere un “deliquio” come quello che, ogni tanto, affliggeva sua sorella più grande. La bambina sfilò e lui si acquietò. Ripensando a quegli strani sintomi non li riconobbe in nessuna delle malattie che aveva avuto fino ad allora, ma decise che sarebbe passato tutto con un buon panino al formaggio da mettere sotto ai denti. Lasciò il rifugio e corse verso casa.