giovedì 16 febbraio 2017

Avanti popolo!





-Stocchi!

-Sì, commendatore.

-Stocchi, lei mi sta sempre distratto. Le dico di venire e venga, benedett’uomo.

-Sì, commendatore.

-Stocchi, lei è laureato in ingegneria, vero?

-Con lode, commendatore.

-E allora, Stocchi, com’è che non sa fare neanche una fotocopia? Guardi qua: il progetto Bufalotta non riporta le ultime due pagine. Lo sa, Stocchi, che in quegli appunti c’è un affare di milioni di euro per la nostra impresa? Riguarda la costruzione di un Palazzetto dello Sport alla periferia di Roma e, se verrà approvato dal Campidoglio, sarà…pane, burro e marmellata per tutti.

-Certo, commendatore.

-Certo un cavolo, Stocchi, se il dossier non è completo l’assessore potrebbe rigettarlo. Lo sa questo, Stocchi?

-Se lo dice lei, commendatore…

-Lo dico, lo dico. Vada a fare le copie di quelle pagine e le unisca alle altre.

-Si, commendatore.

-Stocchi?

-Dica?

-Di corsa! Stocchi, muoversi!

Poi mi chiamano “palazzinaro” o “trafficone”, ma sapessero che fatica trattare con impiegati che, solo perché hanno una laurea, si sentono frustrati nello svolgere compiti non adeguati al loro titolo, mentre dovrebbero essere grati di percepire tutti i mesi mille e duecento euro di stipendio, anche se non segnati. Ecchecavolo! Prendessero esempio dai miei inizi, negli anni sessanta, quando lavoravo come galoppino di un noto costruttore che, grazie ai suoi agganci politici, si aggiudicava l’appalto di quasi tutte le grandi opere in cantiere nella capitale. Non avevo un titolo di studio, ma ero sveglio, intraprendente e affamato, con la voglia di arrivare e fare soldi. Ogni affare chiuso per conto dell’impresa significava qualche “briciola” per me, che mi sudavo correndo da un ministero all’altro. Ma anche una piccola percentuale, su miliardi di lire, erano tanti soldi che poi investivo con spregiudicatezza e senza guardare troppo per il sottile. Alla lunga sono riuscito a mettere da parte un capitale che mi ha permesso di aprire una mia società che adesso è tra le più importanti nel settore. Da sempre ho capito che soldi e poteri forti vanno a braccetto, e che se avessi voluto i primi avrei dovuto corteggiare i secondi. Non mi hanno mai interessato i colori: nero, rosso, verde o “pallido” sono tutti uguali di fronte alle fette di torta, più o meno ampie, ricevute sottobanco.

-Fatto, commendatore.

-Bravo Stocchi, vede che se vuole, anche se ormai ha cinquant’anni suonati e dovrebbe avere già imparato, riesce a far bene il suo lavoro?

-Grazie, commendatore.

-Adesso vada, e mi mandi Rosetta.

-Subito, commendatore.

-Rosetta, si accomodi. Lei che è la mia segretaria da tanto tempo, si ricorda di un periodo nel quale abbiamo distribuito più “carezze” di questo?

-Commendatore, abbiamo sempre elargito “carezze”, ma anche “abbracci” e tante altre effusioni con generosità e a piene mani. E direi che tutti ce ne sono stati riconoscenti.

-Sì, certo. La mia domanda era, come si dice…pletorica?

-Pleonastica, forse?

-Bah, come vuole, comunque intendevo: superflua. Una volta ci si presentava con una bella busta gonfia al punto giusto e non c’erano telecamere nascoste o microfoni a rompere le balle. Oggi invece bisogna inventarci, come dire, una “bustarella punto due”.

-Non capisco.

-Rosetta, mi ci vede a portare nell’ufficio dell’onorevole una valigetta piena di soldi? L’ho fatto tante volte in passato, ma non c’erano controlli incrociati, verifiche bancarie o restrizioni al denaro circolante. Tutto molto più semplice e onesto, in un certo senso. Oggi sarebbe impensabile, o molto rischioso, e quindi si deve lavorare di fantasia.

-Sentiamo.

-Avrei pensato questo, mi segua bene. Al dottor XXXXXX paghiamo le rate restanti del muto che ha acceso per il suo appartamento con vista sul Colosseo; per l’onorevole YYYYYY prenotiamo una bella vacanza ai Caraibi con tutta la famiglia a spese nostre. Quando poi sarà alle Cayman intesteremo alla moglie le quote di una società “off shore” con in portafoglio una villa a Cannes.

-Ottimo, ma per il personaggio più importante? Capisce chi intendo?

-Quello è più difficile. Bisogna stare attenti perché è sotto al mirino di tutti, ma mi è venuto un lampo di genio.

-Mi illumini.

-Per lui farei qualcosa a suo beneficio, ma che non sia un arricchimento diretto. Una sorta di garanzia che gli dia la certezza che abbiamo provveduto in maniera sostanziosa, ma che non gli faccia sporcare le mani. Insomma una dazione di fondi in qualche maniera mascherata e non troppo sfacciata.

-Come si fa a dare dei soldi senza darli?

-Ecco…si potrebbe intestare al nostro amico, ufficialmente a sua insaputa, una polizza vita di un importo che non si debba dichiarare. L’assicurazione è riscattabile dopo qualche tempo e diventa quindi denaro liquido, mentre intanto si configura come il pegno per una certa somma depositata a suo favore. Come la vede?

-Geniale, commendatore, semplicemente geniale.

-Grazie, Rosetta. Ma cos’è questo rumore che viene dalla strada? Andiamo alla finestra a vedere.

Il commendatore e la segretaria si affacciarono alla finestra e videro una moltitudine di persone, con cartelli e striscioni, che urlava slogan e agitava bastoni. Qualche caporione aveva in mano un megafono e aizzava gli animi esacerbati dei manifestanti. La folla era composta da giovani che sventolavano bandiere di tutti i colori, ma anche da uomini e donne più maturi oltre che da vecchi che sembravano particolarmente arrabbiati. Erano migliaia ed occupavano tutta la piazza ed il corso adiacente e sembravano diventare sempre di più. Camionette della Polizia sostavano ai margini del raggruppamento, ma i celerini non apparivano particolarmente vogliosi di contrastare chi protestava, anzi qualcuno si stava levando il casco e le protezioni della divisa passando dall’altra parte. Ad un certo punto si vide uno che, levando la voce al di sopra del clamore, sembrò impartire un ordine. In mano brandiva il manico di un piccone. Al suo comando la folla si mosse compatta e decisa verso i palazzi del potere. Quello fu l’inizio della rivoluzione.







lunedì 13 febbraio 2017

Wicapasaca

Voleva per forza una Mustang Cabriolet e si era attaccato al telefono per un pomeriggio intero, cercando in tutte le agenzie di noleggio, finché non aveva trovato quello che cercava. Si accordò per ritirare la macchina a Needles perché quella cittadina era la porta per il deserto del Mojave, in California. La sua intenzione era di percorrere un tratto della Route 66, che tante volte aveva sognato come meta di un’avventura americana, però voleva subito confrontarsi con la parte più dura. Non gli interessava visitare le cittadine finto-western che si snodavano lungo l’arteria d’asfalto, né far finta d’apprezzare i rimasugli dell’epoca dei pionieri, tutti falsi e messi apposta per i turisti. Non voleva attraversare paesaggi maestosi o parchi naturali, lui voleva il deserto. Quella distesa di rocce incandescenti, piante di cactus e Joshua Trees che con i loro ciuffi di foglie appuntite punteggiano un paesaggio altrimenti arido e desolato. Sentiva il bisogno di sbattersi in faccia la solitudine e meglio sarebbe stato se questa avesse comportato una certa sofferenza fisica dovuta al caldo o alla mancanza di comodità. Immaginava la macchina di cinquemila di cilindrata come l’unica sua amica in un trasferimento che odorava d’avventura. Si comprò uno Stetson dalle ampie falde e tirò giù la cappotta dell’auto, poi premette a fondo l’acceleratore godendo della risposta di tutti i cavalli nascosti negli otto cilindri del motore. La vettura, nera con gli interni di pelle rossa, fece un balzo in avanti ed a lui scappò uno “Yahooooo!” a pieni polmoni come fosse il capo carovana di un convoglio di pionieri. Sulla strada non c’era anima viva, e non doveva esserci. Con un atto irresponsabile e forse puerile, prese il cellulare dalla tasca e con tutta la forza lo buttò il più lontano possibile sentendosi libero da quel legame con il mondo dal quale voleva estraniarsi. In quel momento gli sembrò di scendere in un’arena e voleva trovare in quell’ambiente ostile qualcosa da sfidare. Avrebbe potuto essere il clima, oppure un serpente a sonagli o qualche Apache sbandato, comunque sarebbe stato l’avversario con cui si sarebbe confrontato per trovare i limiti del suo coraggio o per restare sgomento innanzi alla sua vigliaccheria. Si augurava quasi che improvvisamente finisse la benzina e lui fosse costretto a caricarsi sulle spalle lo zaino che aveva preparato per proseguire a piedi in cerca di soccorsi. Naturalmente erano tutte fantasie, ma attraversando il deserto ogni miraggio è un’illusione, e lui era lì per questo.
Si dice che la cosa peggiore che possa capitare a qualsiasi essere umano è che si avverino i propri desideri, e questo volle il destino per punire l’uomo. Un guasto al motore fermò la Mustang nel mezzo del nulla e lui, senza alcun modo per mettersi in contatto con i soccorsi, si ritrovò solo nel deserto del Mojave. Scese dall’auto inquieto, ma non ancora spaventato, in fondo si trovava in un paese civile: qualcuno sarebbe passato e l’avrebbe soccorso. Si accovacciò sul ciglio della strada e aspettò di vedere una rassicurante nuvoletta di polvere all’orizzonte. Il sole era alto nel cielo e da sotto il cappellone da cow boy scendevano gocce di sudore a bruciargli gli occhi già irritati dal riverbero della luce. Sedersi nell’auto non sembrava una buona idea, la carrozzeria scura ed i sedili in pelle l’avevano in breve tempo trasformata in una graticola, d’altronde restare fermo senza un riparo stava cominciando a diventare e insopportabile. Si guardò attorno per trovare una qualche copertura che potesse fornire un po’ d’ombra. Proprio a patire da quel punto, vicino alla strada, si snodava un sentiero battuto che sembrava portare ad una grande roccia non troppo lontana. “Sotto quel masso potrei trovare riparo almeno per le ore più calde.” Pensò, e prendendo solo una coperta ed una bottiglietta d’acqua che aveva comprato prima di partire, lasciò la Mustang incustodita incamminandosi sul viottolo polveroso. Forse i troppi film western veduti fin dall’infanzia, la musica country che spesso ascoltava in cuffia davanti al pc di casa oppure i libri di Kerouac che tante illusioni avevano fomentato in tutta una generazione, gli avevano fatto sognare quello ora stava vivendo. Ma non era una situazione così facile come aveva pensato e la sfida cominciava a diventare impegnativa per uno come lui che non aveva mai fatto neanche un solo giorno di campeggio in vita sua. “Gambe in spalla.” Si disse compatendosi per la sua stupidità e, con uno strano stato d’animo tra l’eccitazione e la paura, si diresse verso la formazione rocciosa. Questa in lontananza si presentava con una strana forma. Non era piatta in cima, come altri rilievi intorno, ma somigliava quasi ad una mongolfiera d’arenaria, una sorta di pallone oblungo, forse modellato dai caldi venti del deserto. Era partito alla mattina, non presto, e dopo che la macchina l’aveva piantato in asso aveva camminato per circa tre ore, quindi in quel momento il sole era a perpendicolo e l’ombra dell’uomo sul terreno spariva sotto le sue scarpe. Gli avevano detto che quella non era la stagione più calda ma, forse perché non abituato, gli sembrava di trascinarsi nella bocca aperta di una fornace. Doveva affrettarsi per trovare un po’ d’ombra, sentiva già girargli la testa e l’arsura stava diventando insopportabile. Si attaccò alla bottiglietta d’acqua maledicendosi per non aver preso una confezione grande, tanto sulla strada avrebbe trovato punti di ristoro. “Ma com’è che più vado avanti, più quel cavolo di montagna sembra allontanarsi?” Il calore che saliva dal suolo modificava la percezione delle distanze e l’immagine tremolante della meta sembrava voler giocare a rimpiattino, ferma tra sabbia e sterpaglie senza mai avvicinarsi. Il tempo scorreva lentamente mentre, passo dopo passo, s’inoltrava nel deserto. Ormai, voltandosi indietro, non vedeva più il nastro d’asfalto alle sue spalle e pensò a quanto stupido gli sembrasse adesso quel desiderio di solitudine espresso solo poche ore prima. Il sole s’inclinava gradualmente verso l’orizzonte facendo nascere e muovere le ombre di ogni elemento del paesaggio. Attorno agli alti cactus e vicino ai cespugli si allungavano forme di tutte le dimensioni, in un lento ed inquietante balletto che cambiava pur nella più assoluta immobilità. Anche la roccia in lontananza si mostrava diversa. Mentre prima era solo un informe grande sasso adesso, col variare della luce, i due fori e la piccola caverna che s’intravedeva alla base componevano un’immagine definita. Probabilmente sarà stato per la stanchezza che cominciava a farsi sentire, ma all’uomo quel solitario masso d’improvviso apparve come un enorme teschio con le scure orbite vuote ed una bocca sdentata spalancata ed in attesa. “Superstizione ed autosuggestione.” Si disse continuando a camminare. D’altronde non aveva molte alternative, doveva trovare un riparo dal sole e forse anche un rifugio per la notte. L’indomani si sarebbe rimesso in strada prima dell’alba ed, evitando il calore del giorno, avrebbe raggiunto una qualche zona abitata. Magari ci sarebbe stata la possibilità di incrociare qualche altro viaggiatore che avrebbe potuto soccorrerlo.
Dopo un tempo che gli sembrò interminabile, finalmente arrivò nei presi della formazione rocciosa. Si fermò a qualche metro di distanza e guardò il masso con attenzione. “Sembra proprio un cranio umano piantato sulla sabbia. Mi sembra di ricordare che, da queste parti si trova la Roccia del Teschio, un luogo magico e sacro per gli indiani. Chissà, forse è proprio questa. Comunque quella grotta dovrebbe fare al caso mio.” Mise piede dentro all’anfratto alla base della montagnola e, per prima cosa, si accertò che non ci fosse qualche animale selvatico. Non trovò coyote, puma o serpenti ad aspettarlo, e per questo fu grato al cielo. “Grazie, Signore. O forse dovrei rivolgermi a Manitù, la divinità dei nativi americani che probabilmente abitarono questo sito tanti anni fa.” Con una frasca trovata nei pressi dette una ramazzata in terra per togliere i sassolini e creare uno spiazzo dove sedersi. Disturbati dal prepotente intruso, una frotta di insetti di genere assortito, scorpioni, millepiedi e piccole altre cose striscianti, corse via sparpagliandosi verso ogni direzione. “Via di torno!” La stanchezza si faceva sentire, e l’uomo stese la coperta che aveva portato con sé accucciandosi con la schiena appoggiata alla parete per riposarsi un po’.
Il sonno vinse sulla fame e la sete, e l’uomo scivolò in uno stato d’incoscienza popolato da visioni di cieli infiniti percorsi da stormi di bianchi uccelli in volo verso sud, ma anche da incubi spaventosi dove enormi cobra, con i denti appuntiti e la lingua sibilante, soffiavano veleno verso di lui. Smaniava e si lamentava, mentre fuori della grotta la notte stendeva il suo sudario trapunto di pagliuzze d’oro su un mondo nuovo che si destava nell’oscurità. Quello stordimento fu la sua salvezza perché gli impedì di pensare a cosa si muovesse intorno a lui e di come, nella sua vulnerabilità, avrebbe potuto facilmente essere preda della natura ostile. Nel dormiveglia gli apparve un coyote che ululava alla luna e, con sua grande meraviglia, lui capì quello che l’animale stava implorando. “Oh Pah, placida Signora, che spargi il latte dei tuo raggi sul mondo e consoli le vergini, - diceva l’animale allungando il collo verso il cielo - guarda benevola l’uomo bianco nella bocca di Wicapasaca e proteggilo in quella che non è la sua casa.” Poi improvvisamente gli si parò innanzi il volto di un vecchio indiano. La faccia, avvizzita e rugosa, mostrava tutto il passare degli anni ed ogni piccola piega era la testimonianza di un dolore vissuto e di una saggezza acquisita. Segni colorati gli attraversavano la fronte e le gote ed uno strano copricapo, fatto di penne, sonagli e piccoli teschi, lo adornava come la divisa piena di medaglie di un soldato reduce da mille conflitti. Legato al collo portava un laccio di cuoio con un piccolo turchese, incastonato d’argento, dov’era incisa l‘immagine di un’aquila con le ali spiegate.
-Perché sei venuto? -Chiese il pellerossa.
-Non lo so più. – Rispose l’uomo. – Ero partito con la speranza di ritrovarmi ed adesso ho paura di essermi perso.
-Vuoi davvero vedere dentro di te?
-Non so rispondere, non più. – Fu l’improvvisa paura di conoscersi a fondo e la certezza che quel vecchio sciamano avrebbe potuto penetrare dentro le remote pieghe della sua anima mostrandogli il risultato, che spaventò l’uomo. L’indiano lo guardò a lungo in silenzio e poi cominciò a dondolare la testa avanti ed indietro in un movimento lento ed ipnotico. Una nenia antica cantata senza voce si diffuse intorno ed il suono di lontani tamburi riempì il silenzio della notte.
-Il Grande Spirito ti ama, o hai fatto qualche buona azione che ti sta ricompensando, perché vedo che ancora non sei pronto per cavalcare nelle praterie del cielo. Però devi imparare da questa esperienza. Ascolta attentamente e ricorda. Non chiedere se non sei pronto a sentire le risposte. Non sfidare se non sei pronto a soccombere. Non tentare la fortuna se non sei disposto a perdere tutto. Vai nel deserto, o percorri la vita, con un fardello leggero, ma non dimenticare le cose veramente importanti. Ad un certo punto dovrai lasciare la vecchia strada, dritta e comoda, per un percorso ignoto e scomodo, ma se non lo farai qualcun altro percorrerà il sentiero che, per paura, non avrai imboccato e ti rimarrà il rimpianto. Oggi hai sofferto, ma hai avuto la visione. Non hai penato invano, e questo t’insegni che la sofferenza può dare tanto quanto toglie, se la sai accettare. – Dopo queste parole, il vecchio sciamano riprese il suo canto muto e, lentamente, la sua immagine si sfocò confondendosi tra i fumi e le melodie di una danza sacra.
L’uomo si agitò per tutta la notte in preda a visioni oniriche di ogni genere finché una mano robusta non lo scosse per la spalla.
-Sveglia, signore.
-Chi siete?
-Polizia di Stato. Abbiamo visto la macchina ferma sul ciglio della strada e, pensando che qualcuno potesse avere bisogno d’aiuto, abbiamo seguito le orme sul sentiero. Si sente bene?
-Si, si grazie. – Rispose l’uomo felice di poter tornare alla sua vita e di lasciarsi alle spalle la caverna con tutti gli strani sogni della notte. Era ancora turbato dalle visioni fantastiche che l’avevano perseguitato durante il sonno. Come a volte succede, faceva fatica a tornare del tutto alla realtà, ma un caffè versato dal thermos del poliziotto lo aiutò a chiudere la pagina di quella strana avventura. Si alzò aiutato dall’agente e fece qualche passo barcollante, ma si sentiva tutto intorpidito, quasi non si reggeva in piedi. Aveva le mani serrate a pugno, forse come reazione al freddo o alla tensione delle ultime ore. Stese le dita e qualcosa cadde a terra. Pensò ad un sassolino e stava per andare via quando un riflesso di luce lo fece chinare per vedere di cosa si trattasse. Raccolse un piccolo pendaglio d’argento con incastonato un turchese sul quale era incisa un’aquila. Lasciò la bocca del teschio stringendo in mano il ricordo di un sogno che forse non aveva solamente sognato.

L'Addio al Celibato

Carlo era incaricato di organizzare l’addio al celibato. E questo era preoccupante, molto preoccupante. La festa per Antonio si sarebbe dovuta tenere in un noto ristorante specializzato in piatti a base di pesce ed era riservata ad una quindicina di amici, ovviamente solo maschi. Erano tutti oltre la cinquantina e non certamente di primo pelo. Qualcuno aveva già attraversato le forche caudine del matrimonio rimanendoci scottato, altri erano più o meno felicemente ancora uniti con le rispettive consorti e solo il festeggiato si presentava vergine di tale esperienza all’appuntamento davanti all’Ufficiale di Stato Civile. Il programma era stato a lungo studiato dal manipolo dei più scapocchioni che si erano incontrati per diverse sere con il pretesto di discutere un eventuale viaggio insieme, ma in realtà per pianificare e rendere indimenticabile l’avvenimento. C’era chi suggeriva di far arrivare al ristorante una danzatrice del ventre che dimenasse l’ombelico di fronte all’ospite d’onore per vedere fino a quale gradazione di rosso fuoco sarebbero potute arrivare le sue gote. Un certo Felice propose di tassarsi ognuno di una certa somma e d’ingaggiare un corpo di ballo formato da ballerine di can-can che sventolassero trine e mutande nella sala del banchetto. Il peggio venne da Luca che lanciò l’idea di contattare una Drag Queen di sua conoscenza. Asseriva che quella artista fosse identica (e confermava: proprio identica) a Monica Bellucci e siccome sapeva come raggiungerla, senza rivelare il perché, avrebbe potuto proporle (gli) di trovarsi al ristorante in un tavolo vicino facendo finta di essere lì per caso. Quella (quello) avrebbe dovuto flirtare a distanza con Antonio il quale, incitato da tutti gli amici, si sarebbe sentito in dovere di prendere l’iniziativa. Lei (lui) avrebbe quindi accettato le avance e sarebbe finito (a) sulle ginocchia del futuro sposo, manifestando in quel momento la “sorpresa” tra l’ilarità generale.
-Ottimo. - Dissero tutti. -Ma ancora non ci siamo. - Qualsiasi iniziativa girava intorno a protagoniste di sesso femminile, o parvente tale, ed allora chi meglio di Carlo, riconosciuto “tombeurdes femmes” del gruppo, avrebbe potuto avere lo spunto vincente? Mai disturbare il cane che dorme, stuzzicare il leone o sfruculiare qualsiasi altro animale pericoloso in momentaneo letargo! Fuor di metafora zoofila, si può senz’altro affermare che dare spazio alla sua iniziativa fu come accendere una sigaretta vicino ad un deposito di fuochi pirotecnici: divertente per lo spettacolo ma pericoloso.
-Ragazzi, - esordì Carlo nell’ultima riunione –ho deciso! Questo – disse tirando fuori un foglio di carta protocollo – è un documento regolarmente bollato nel quale si dovrà attestare l’idoneità al matrimonio di Antonio. Come vedete, attualmente non c’è scritto niente, ma dopo un accurato test, sarà la patente che darà il via libera al nostro amico per affrontare il gravoso compito che l’aspetta.
-Deve fare i compiti? – Chiese Silvio che era notoriamente il meno sveglio del gruppo.
-Taci! – Fu il coro di risposta. – Vai avanti, capo! La leadership del gruppo era stata chiaramente assegnata.
-Amici, compagni, sodali. – S’infervorò l'oratore. – Come ogni passaggio importante della vita, anche il matrimonio richiede preparazione e consapevolezza e tali attitudini devono essere riconosciute da un’Autorità Competente.
-Giusto.
-Giusto!!!
-GIUSTOOOO!!!! In varie gradazioni, si dichiararono tutti d’accordo.
-Quindi – riprese il “Lider Maximo” (o novello “Duce”, come forse a lui sarebbe piaciuto di più.) – andrò da Mara e Gina presso il loro luogo di lavoro sito in Viale Tiziano, angolo Via Dorando Pietri, secondo platano a sinistra, ed ingaggiandole ci avvarremo della loro professionalità.
-Dobbiamo prendere appuntamento?
-Zitto Silvio, non è cosa per te.
Cento euro a testa e la cena compresa fu la parcella delle dottoresse che si presero l’impegno di verificare reattività, riflessi e funzionalità muscolari, sia consapevoli che involontari, dell’ancora ignaro paziente. Al fine di garantire che i corretti input emozionali scatenassero le corrispondenti risposte fisiche, le esperte (mooolto esperte) s’impegnarono a mettere in atto, al meglio delle loro capacità, quanto appreso in anni di duro lavoro ed esperimenti su una quantità di cavie consenzienti.
Quando gli amici furono tutti seduti al tavolo del ristorante, si abbassarono le luci e contemporaneamente i commensali alla destra ed alla sinistra di Antonio si alzarono lasciando vuote le sedie. Al loro posto si accomodarono Mara e Gina, mentre il festeggiato si trovò a boccheggiare stupefatto, imbarazzato ed emozionato dalle esuberanti vicine.
-Ma no, perché? Chi… Eh, siete sempre i soliti… Non posso…Eddaiiii!!!
Anche le donne cominciarono a divertirsi e lo champagne, versato generosamente nei bicchieri, contribuì a sciogliere gli ultimi freni inibitori rimasti.
Per i posteri si dovrebbe stilare una cronaca puntuale degli avvenimenti, ma forse dovrebbe avere il pallino rosso del “parental control”. Basti accennare che ad un certo punto Antonio scivolò su un collant finendo sotto al tavolo, Silvio si mise ad urlare: “l’ho vista, l’ho vista!!!” e Mara se ne uscì con un: “Ragazzi, cinquanta euro in più altrimenti non se ne fa niente.” La cosa importante è che, debitamente incorniciato, dietro la scrivania, accanto alla Laurea ed al Diploma dell’MBA, chi entrasse nello studio di Antonio oggi potrebbe vedere l’attestato per il quale lui va’ più fiero concesso con un bel 110 cum laude, bacio, abbraccio ed altro (accademici, s’intende).

domenica 29 gennaio 2017

Al Cafè Louise

Il “Cafè Louise” è su Rue Croix des Petits Champs, all’angolo con Rue du Pelican. E’ un piccolo bistrot, molto ben tenuto da madame Paulette, una bella donna sulla sessantina che si dice abbia aperto il locale dopo aver smesso la professione più antica del mondo. Forse è un pettegolezzo, ma ogni tanto capitano al bar strani personaggi, con occhi imploranti, che fermano la proprietaria e si mettono a parlare con lei sottovoce agitando le mani come per cercare di convincerla su qualche argomento. Lei scuote sempre la testa con un sorriso cortese e, dopo aver loro offerto una birra, li allontana con gentilezza. Poi, sbuffando e parlottando tra sé, riprende in mano lo straccio che aveva momentaneamente posato e, chissà perché, trova qualsiasi pretesto per rimproverare il povero Pierre, dietro al bancone, urlandogli contro improperi irripetibili in un patois incomprensibile. Il tavolino fuori, sotto l’arco di foglie d’edera, è il mio. Intendiamoci, non ho nessun accordo che mi dia il diritto di sedermi costantemente allo stesso posto, ma sono un cliente abituale e arrivo sempre presto alla mattina. Se il garçon può, cerca di dirottare gli altri avventori altrove affinché io possa accomodarmi nella la mia postazione abituale. Questo privilegio mi costa una mancia equivalente ad un modesto affitto, ma mi fa sentire a casa mia pure in una città dove non sono nato. Sul tavolino tondo in formica color legno, apro il mio portatile avendo cura di lasciare spazio per il piattino con il croissant fragrante e per la tazza colma di un buon cafè au lait bollente. Sono ormai due anni che vivo a Parigi, inviato dal giornale per il quale lavoro, ed in qualsiasi stagione, salvo non piova a dirotto, chi vuole può trovarmi sempre là. Normalmente raccolgo le idee e butto giù un pezzo da trasmettere a Roma, ma capita spesso che mi fermi a guardare la vita dei parigini che passano per strada o entrano nel locale, immaginando le loro storie, oppure che mi perda in pensieri nostalgici o sognanti. A volte torno la sera e quell’angolino al buio, rischiarato solo da una fioca luce e da un piccolo moccolo sul tavolo, diventa un rifugio nel quale scaricare le tensioni della giornata o dove volare in mondi migliori di questo.
-Pierre, un Pernod, si vou plait. - Chiesi al cameriere in una fredda sera di marzo, intabarrato nel mio vecchio giaccone foderato di pelo. A quell’ora un piccolo beveraggio alcolico ci stava bene ed il freddo giustificava un apporto calorico e consolatorio. La giornata era stata pesante, tra le mille rotture di scatole che un inviato straniero doveva sopportare nella giungla dei corrispondenti esteri in concorrenza per giungere per primi sulle notizie più importanti, ed avevo intenzione di rilassarmi per ricaricare le batterie. Cominciai a fantasticare. “Quante donne avrò avuto? Bon, – sorrisi tra me – non quante Julio Iglesias, ma neanche quante Alvaro Vitali, forse. Ricordo quella brunetta che piangeva quando facevamo l’amore e la bionda che era ferma nella convinzione di non doversi concedere prima del matrimonio. Poi ci fu il periodo dell’Università dove i Collettivi erano il pretesto per qualsiasi forma di scambio, diciamo così, culturale. Una certa Ambra aveva un curioso modo di concepire una conoscenza, o forse prendeva tale termine in senso strettamente biblico. Claudia, invece, era una gourmet. Quando andavamo a ballare col gruppo d’amici, lei faceva un giro con tutti. All’epoca si usavano ancora i lenti e la “studiosa” si stringeva al maschio di turno per sentire quanto e come lui reagisse alla sua presenza ed, in base all’entità della reazione, concedeva la sua confidenza. Quante donne hanno forgiato la mia età e quante invece mi hanno lasciato lì a metà. Alcune mi hanno detto “amore mio” altre mi hanno fatto perdere tempo e denaro. Quella con gli occhioni neri e quella che mi dava un po’ di pazzia; quella che aveva “sentimenti veri” e quella che con la quale bevevo bicchieri di vino. E quella che non ho baciato mai.
-Pierre, cambia il bicchiere e portami una bottiglia di champagne, sempre si vou…eccetera. – Una sorta di dolce euforia pretendeva di essere festeggiata.
-Bravo, versa e lascia qui. – Riempii un calice, e poi un altro, brindando al passato ed assolvendomi per tutte le piccole e grandi mancanze che mai erano giunte al punto di diventare peccati. Faceva freddo, si era alzata una nebbia fatta di goccioline d’umidità e le strade sembravano essersi svuotate, o forse la vita si era nascosta. Non importava, fu una bella serata in compagnia della vedova Clicquot e di tanti ricordi di un tempo ormai passato.   

giovedì 26 gennaio 2017

Abbandono

-Non c’incontreremo più, devo partire. Il lavoro mi porta all’altro capo del mondo, e non voglio rinunciarci. Sono anni che fatico per diventare quello che sono e non posso lasciarmi scappare questa occasione.
-E noi? – disse lui.
-Noi ci siamo incrociati. Abbiamo unito per un po’ le nostre vite e ci siamo dati reciprocamente quello che potevamo. Ma la vita va dove vuole e noi non possiamo opporci, o forse non sarebbe giusto. – Gli rispose.
-E’ stato uno sbaglio o un capriccio?
-No, nessuno dei due. E’ stato un magnifico incontro, lo sfioramento di due stelle che però hanno orbite diverse. E’ l’universo che gira senza che noi lo si possa fermare o modificare in alcun modo. Non devi essere triste, pensa ai momenti vissuti insieme che non avremmo avuto se non ci fossimo incontrati.
-Ma ci siamo amati.
-Certamente, per un attimo io ti ho accarezzato e tu mi hai stretto a te. In quel momento abbiamo fuso i nostri cuori con la massima sincerità e con slancio, ma è stato solo un lampo di felicità che ha brevemente illuminato le nostre vite. Adesso devo andare.
-Ti ho stretto a me, abbiamo dormito insieme, ci siamo svegliati baciandoci: tutto questo non conta niente?
-Hai toccato il mio seno, ho sentito il tuo profumo. Hai bevuto il mio amore e ho preso la tua passione, ed è stato bellissimo. Lo porterò sempre con me.
-E se ci ritroveremo?
-Non ti preoccupare, non ci sarà niente di imbarazzante. Sarà un ricordo, un bel souvenir di attimi vissuti intensamente.
-Va bene, se hai deciso così. Ma non scorderò le mie dita tra i tuoi capelli e le nostre labbra che si sfioravano. Quando ballavamo stretti in camera mia al suono di quella canzone di tanti anni fa che facevo girare su un vecchio disco in vinile. Le risate guardandoci dritti negli occhi e la fame dopo l’amore. Le passeggiate che finivano nel giardino del vecchio marinaio, e poi l’erba umida sotto i nostri corpi. E tu che mi sussurravi parole in lingue sconosciute che dicevano sempre la stessa cosa, ed io che mi perdevo in te. Le colazioni in quel ristorantino in riva al mare e la pensione con le lenzuola che odoravano di lavanda. Ed io che avevo quasi paura di sfiorarti e di scoprire i mille paesaggi nascosti del tuo corpo, mentre come con un divino strumento, le mie dite toccavano la tua pelle facendo nascere melodie inebrianti. Non dimenticherò mai cosa mi dicevi dopo, mentre cancellerò subito questo nostro ultimo incontro.
-Non fare…
-Non ti preoccupare. Non puoi togliermi il ricordo di quando ti sentivo piccola tra le mie braccia e del tuo languido abbandono. Di come mi sembrava che unendoci ci fondessimo nei corpi e con lo spirito. Soprattutto mi rimarrà il tuo sapore mentre ti baciavo e l’odore del tuo respiro che si confondeva col mio.

Lei allungò la mano per un ultimo saluto. Lui le prese il palmo e, delicatamente posò un bacio sulla tenera carne dentro il pugno. Una vergognosa lacrima le scese sul volto e, di slancio, lo abbracciò. Non si erano ancora lasciati.

sabato 21 gennaio 2017

Del terzo Tipo

Un racconto di fantascienza oggi? Impossibile! E’ stato scritto tutto sugli extraterrestri, sui mondi al di fuori del sistema solare e sugli alieni in visita sulla Terra. Che mai ci si può ancora inventare proiettato nel futuro che sia improbabile ma plausibile? Niente, assolutamente niente. Questo fu il pensiero di Quentin quando venne chiamato dal direttore di “Cronache dal futuro”, un magazine di racconti che perlopiù riproponeva i racconti di Asimov o trame basate sui vecchi romanzi pubblicati da “Urania” di Mondadori. Eppure il dispotico capo pretendeva un qualcosa di originale da presentare ai lettori stufi di rileggere sempre storie che già conoscevano. Lui, che pagava le bollette e parte dell’affitto con le dieci cartelle dattiloscritte consegnate settimanalmente, non poteva permettersi il lusso di rifiutare l’incarico. Si versò un’abbondante dose di bourbon, che pensava potesse aiutare la sua immaginazione, e ponderò i diversi scenari che avrebbero potuto fare da sfondo ad una avventura nell’ignoto avvenire.
-Partiamo dai protagonisti. – pensò – Un extraterrestre simpatico ed antropomorfo, è stato sfruttato mille volte. Ai nostri giorni un tipo come ET meriterebbe la cittadinanza onoraria, se non altro perché, pur essendo un extracomunitario, non vuole fermarsi dove è arrivato ma fa di tutto per tornarne a casa sua. Di omuncoli con testone e occhi da mosca è pieno il web e se venissero incontrati al bar sotto casa, sarebbero amabilmente presi in giro senza alcuna paura. Quale altra forma aliena potrebbe essere inventata che i vari “Man in Black” 1,2,3 etc.… non abbiano già immaginato? Nessuna, praticamente il cinema ha tarpato la fantasia degli scrittori. Vabbè, immaginiamo un astronauta in missione verso una galassia distante anni luce e che si perde nel cosmo. “Odissea 2001”, “Lost in Space” e “The Martian”: tutti su questo tema, non se ne può più. Vabbè, ma la fantascienza vale anche per il passato, vedi Jules Verne e “Ritorno al Futuro”, ma anche “A Spasso nel Tempo” con De Sica e Boldi: non si può, mi rifiuto!
Quentin era praticamente disperato. Qualcosa che, teoricamente, avrebbe dovuto essere una miniera senza fine di idee, in realtà presentava un filone sfruttato fino all’esaurimento, e lui non sapeva dove sbattere la testa.  Tante volte era stato salvato dal foglio bianco. Si metteva davanti al word del pc, con la schermata vergine, e le dita incominciavano a vagare sulla tastiera, come dotate di una vita autonoma. Il fenomeno era affascinante: gli sembrava che dentro di lui, vivesse un’entità indipendente, con idee e fantasie slegate dalla sua personalità che prendevano vita solo quando una pagina bianca richiamava la sua attenzione. Ma in questa occasione il suo “query” sembrava non sortire effetto alcuno. Chiamò il suo migliore, o forse unico, amico:
-Se non presento un racconto di almeno duemila parole entro giovedì prossimo, posso considerarmi disoccupato. Tu che mi consigli?
-Tranquillo – rispose un certo Allyson, addetto ad un distributore di benzina sulla A1 – La fantascienza è un campo che non ha limiti. Basta che, con la fantasia, ti posizioni un passo oltre alla realtà, e quello che razionalmente sembra impossibile, diventa plausibile in un universo dove ci sono più cose tra il cielo e la terra di quante l’immaginazione non possa concepire. Dunque prendi come punto di partenza, chessò, Alfa Centauri e buttati oltre. L’universo è tanto più grande delle nostre miserie!
Ci mancava un benzinaio filosofo! Ma come dargli torto, e Quentin si mise al lavoro con lena e buona volontà. “Il propulsore a ioni di idrogeno improvvisamente collassò. La ridondanza dei sistemi ausiliari di comando prese il sopravvento ed il colonnello Armaduk, del Gruppo interforze della Milizia Extraplanetaria, si inserì nel sistema individuale di percezione per tranquillizzare tutti i membri dell’equipaggio.” Beh, non sembrava male come “incipit” per un racconto, e lo scrittore si tirò su le maniche per essere più comodo nel battere sulla tastiera del personal computer. Come spesso succedeva, la sua mente si perse nei mondi dell’immaginazione, ma improvvisamente il campanello della porta del suo appartamento squillò richiamandolo alla realtà. Non voleva alzarsi dalla postazione di lavoro, ma l’ansia di immaginare il portiere con una cartella esattoriale da consegnargli, lo fece decidere ad andare ad aprire.  
-Chi è?
-Umph. Xxxczzrrye!
L’acufene lo condizionava, così, anche senza aver capito la risposta, aprì.
Fu stupito nel vedere un blob verde con antenne oculate ed estremità palmate nel vano della porta, ma prese l’occasione al balzo e condusse il nuovo arrivato vicino al computer.

L’editore fu enormemente soddisfatto da quel racconto di fantascienza che sembrava proprio uscire da un’esperienza personale.  

sabato 14 gennaio 2017

Quarant'anni fa.

C’è qualcosa che non invecchia con gli anni. Il cuore sembra sempre sveglio ed irrequieto e non si rassegna alla sua età. Oggi, in gran segreto, m’ha ricordato una ragazza di quaranta anni fa. Nel millenovecentosettantasette, vestita con un abito a disegni floreali e con delle margherite nei capelli, io la incontrai anche se non ricordo dove. Forse fu in un negozio, oppure la notai mentre ballava da sola sulla pista di quel locale notturno che frequentavo, non so. Ricordo solo gli occhi cerchiati dalla matita blu ed il suo sguardo nel quale mi persi fin dal primo momento. Le giurai eterno amore e lei mi disse il suo nome, che non ricordo più. Andammo insieme…dove non saprei dire e lei mi sussurrò…chissà cosa. Il mio cuore la cerca ancora, come se non fossero passati tanti anni, e rimpiange quella ragazza di quarant’anni fa. Ripenso al primo bacio che le diedi, tremando di emozione e di passione, un bacio posato su quelle labbra dolci e tenere. Poi, partimmo, ma per dove chi lo sa. E lei mi disse…non so più. Ecco, adesso mi ricordo, si chiamava con un nome lungo e breve: giovinezza.