La finestra
della sua stanza si affacciava su un campo grande, vasto come il mare. Spesso
si domandava perché il destino l’avesse legato a quel letto, ma dentro di sé sapeva
che quella non era la fine. Guardava spesso attraverso i vetri e si beava del
cielo azzurro e delle mille sfumature di verde che rendevano viva quella
pianura fatta d’erba e radi alberi. C’era un casolare piantato solo in mezzo
alla campagna e lui poteva vederne in lontananza i muri rossi e le finestre
chiuse come gli occhi di un bel volto assopito. Ogni tanto una delle imposte si
schiudeva ed una donna si affacciava poggiandosi sul davanzale. Era sempre la
stessa e sembrava fosse l’unica abitante della cascina. Poteva avere una
trentina d’anni, o forse più, ma questo non aveva importanza per lui che, non
visto, ne spiava la vita. Maria, così si immaginò di chiamarla, apriva i vetri
per fumare una sigaretta con aria pensosa e lui la vedeva scuotere la testa e
scostarsi dal viso i lunghi capelli neri. Forse voleva scacciare i cattivi
pensieri, e lui avrebbe voluto esserle accanto per condividerli. Altre volte invece poggiava solo le mani sulla
cornice della finestra, tendeva le braccia e fissava fuori, come se avesse
avuto la voglia di saltare giù e scappare, anche se non poteva. Come gli sarebbe
piaciuto porgerle la sua di mano ed aiutarla ad evadere, ma lui stesso era prigioniero
ed impotente in quella stanza troppo piccola per la sua fantasia. E sognò la
libertà, e sognò di andare via, via. E un anello vide già sulla mano di Maria.
I mesi e poi gli anni passarono lenti ed uguali finché la sua costrizione finì
a causa di un miracolo o per uno scherzo del destino. Con i capelli ormai
bianchi, ma col cuore gonfio delle mille speranze dei tanti giorni passati nei
solitari colloqui con lei che non c’era mai stata, raccolse tutto il suo
coraggio ed andò a bussare alla porta della cascina. La chiamò: “Maria!”, ma
ormai da tempo quelle finestre non si aprivano più, anche se lui non se n’era
mai accorto. E fu solo, mentre cadeva la prima neve sulle sue spalle e sul
tetto del rosso casolare.
sabato 3 febbraio 2018
venerdì 15 dicembre 2017
Harraseeket Inn
La neve
scendeva lenta e grave, nell’aria ferma di una serata di metà inverno. Con
delicatezza, ma inarrestabile, pian piano si posava lungo le strade deserte,
sulle pensiline degli autobus e sopra le auto parcheggiate. Soffici guanciali spuntavano
sopra i tavolini dei bar lasciati all’aperto, mentre una bianca galaverna
scintillante si aggrappava precaria ai rami spogli degli alberi.Nel silenzio
ovattato si udiva solamente il suono chioccio delle gocce d’acqua che cadevano
ad intermittenza dalle stalattiti di ghiaccio appese alle grondaie delle case,
ed ogni forma di vita sembrava sospesa, bloccata in un’istantanea scattata dal
freddo. Alti lampioni in fila lungo la strada, come immobili sentinelle del
Generale Inverno, spandevano una luce fioca, appena sufficiente ad illuminare
la Main Street, dall’indiano in legno alto tre metri all’ingresso del paese
fino alla fine della strada, verso nord. Forse il sole all’indomani avrebbe
risvegliato la natura, o un vento improvviso avrebbe scosso il paesaggio, ma in
quel momento tutto era congelato in una sorta di fatalistica attesa. L’ultimo
locale prima che la statale si rituffasse nel buio in direzione del Canada era il
Bistrò del “TuscanBrick” che prometteva di servire una cucina italiana, anche
se di toscano aveva soltanto giusto un mattone. Qui sorseggiò ancora un caffè
prima di presentarsi all’appuntamento.
Aveva
scoperto la costa nord orientale degli Stati Uniti in un fine settembre di
qualche anno prima quando capitò da quelle parti per lavoro. Guidando lungo la
A1, rimase colpito dal paesaggio pennellato nei toni del rosso e del giallo, in
un miscuglio di colori che ricordava la tavolozza di un pittore espressionista.
La tiepida brezza che entrava dai finestrini aperti si alternava a gelidi
refoli d’aria proveniente dalle zone artiche, mentre la combinazione tra il
sole, testimone di un’estate trascorsa, ed il freddo, ambasciatore dell’inverno
ormai prossimo, lo fecero sentire stranamente vivo. Percorrendo la strada
fiancheggiata da alberi d’acero e querce che portava al Wolf Neck, abbandonò improvvisamente
dietro di sé i chilometri ed i foschi pensieri immergendosi nel tripudio di una
natura trionfante. In quel momento ritrovò una parvenza di serenità, e niente
avrebbe potuto desiderare maggiormente di quanto gli era spesso sembrato
irraggiungibile.
Una volta
tornato a casa non dimenticò quella sensazione di pace e di soffocata allegria
che di solito si trova solamente in fondo ad un bicchiere. Quando casualmente
intercettò sul web l’annuncio per un lavoro da svolgere in una piccola città nel
Maine, ci pensò a lungo ed alla fine decise di buttarsi nell’avventura.
Freeport era
un paesotto in stile nuova frontiera: una lunga strada principale con ai lati
una spruzzata di graziose casette costruite in legno e qualche albergo a
conduzione familiare, il mare ad est e la campagna tutt’intorno. Un luogo
dall’anima schizofrenica, tanto calmo e poco popolato nei giorni feriali,
quanto caotico e pieno di gente nei fine settimana e durante le festività,
quando una marea di compulsivi schiavi dello shopping arrivava a bordo di
qualunque tipo di mezzo di trasporto per approfittare dei tanti negozi “outlet”
per i quali la cittadina era famosa. Gli venne da sorridere la prima volta che
vide i visi arrossati, eccitati ed avidi dei visitatori che scrutavano le
vetrine. Pensò che assomigliassero a quelli incontratiad Amsterdam, nella zona
a luci rosse. L’unica differenza era che nella città olandese i richiami
sollecitavano la lussuria ed invece in quel paese si stuzzicava la cupidigia, ma
le espressioni vogliose di chi desiderava senza poterselo permettere erano più
o meno le stesse. L’affollamento durava dall’orario di apertura degli esercizi
commerciali fino a prima della cena. Allora i pullman ripartivano, le
automobili lasciavano i parcheggi e tutto si spengeva come un falò che avesse
bruciato con impeto fino all’ultimo dollaro per poi acquietarsi in attesa di
riprendere vigore con l’arrivo della successiva ondata di potenziali clienti.
Spesso aveva
pensato di voltare la pagina del libro della sua esistenza per aprire un
capitolo nuovo da scrivere con altre parole, ma non aveva mai avuto né il
coraggio né l’occasione per fare il grande balzo finché non lesse l’annuncio
dell’Harraseeket Inn: l’albergo offriva un impiego dalle dieci di sera fino
alle sei del mattino come “night manager”. Le mansioni non erano chiare, ma
l’orario sembrava adattarsi perfettamente al suo ritmo circadiano, col quale
non era mai riuscito a sintonizzarsi appieno, e l’idea di farsi pagare per
assecondare l’insonnia, gli sembrava tanto assurda quanto invitante. Immaginava
che durante la notte il lavoro si sarebbe svolto a rilento, con ampi intervalli
di quiete, ed approfittandone avrebbe potuto ritagliarsi abbastanza tempo
libero per leggere e scrivere in santa pace. Sarebbe andato a letto all’alba, dopo
aver assistito al sorgere del sole, per svegliarsi poi verso mezzogiorno,
perdendo solo una parte della mattina che, rinchiuso in qualche ufficio, non
avrebbe comunque vissuto. Nel pomeriggio, avrebbe girellato per quel villaggio dove
il saluto ricorrente quando ci s’incontrava era un: “Have a nice day!”, e
sembrava detto con sincerità. Era consapevole che lo stipendio non sarebbe
stato alto, ma non aveva grandi pretese.
Si diceva
che Mrs. Grey, la proprietaria, avesse raggiunto i novant’anni, ma non ne
dimostrava più di settanta. Piccola, magra e con la crocchia grigia dai capelli
sempre ben tirati, sembrava una maestra all’antica che con disciplina e severità
teneva in riga i suoi dipendenti. Sempre però con un sorriso che la rendeva
inattaccabile da ogni problema di gestione che ritesse irrilevante, come ad
esempio le condizioni di lavoro dei suoi sottoposti che non si potevano
permettere di lamentarsi per qualche ora lavorata in più o per le spettanze non
riconosciute. Lei diceva che erano tutti una grande famiglia e che, come in
tutte le famiglie che si rispettino, si doveva sempre dare il massimo con
generosità e senza mugugni, altrimenti non si era degni di stare nell’ambito
della comunità. Non si poteva negare che curasse ogni più piccolo particolare
con amore e questo i clienti non mancavano di notarlo segnalando il suo albergo
come uno dei più accoglienti della costa.
La padrona
gli fece un esame veloce e non volle sapere altro che il suo nome e da dove
venisse. Guardò il passaporto e lo fissò a lungo negli occhi; questo per lei,
veterana nel giudicare il suo prossimo, poteva bastare. Prese servizio quella
stessa sera.
Non ne fu
deluso. Dopo le undici di sera, quasi tutti i clienti si ritiravano nelle
rispettive stanze mentre qualche tiratardi al bar preferiva la compagnia del
bourbon alle chiacchere con gli impiegati. Quindi lui riprese in mano Guerra e
Pace per affiancarsi ad Andrej nella battaglia di Borodino e, nel silenzio di
una notte nel Maine, sentì chiaramente i colpi di cannone e le urla dei feriti.
Un’altra sera accompagnò Renzo dall’azzeccagarbugli e, con tutta la buona volontà,
non riuscì a convincere il contadinotto a lasciare a casa i polli per prendere
qualche moneta, che sarebbe stata più convincente nel perorare la sua causa.
Ebbe anche la tentazione di ributtarsi nell’inferno a fare il terzo incomodo
tra Dante e Virgilio, ma forse loro gli avrebbero chiesto quali fossero i suoi
peccati lasciandolo in qualche girone a trastullarsi con il contrappasso e
pertanto pensò bene di soprassedere. Sbagliò solo quando si fece coinvolgere da
un quasi compaesano. Steven King era nato a Portland, a pochi chilometri da
dove stava lui, e per questo si fidò nel seguirlo a trovare uno strano
pagliaccio. Vedendo che tutte le ombre intorno al suo desk si animavano pagina
dopo pagina evocate dal racconto del maestro dell’horror, chiuse il libro ed
aprì un fumetto di Milo Manara.
Cominciò
anche a scrivere un romanzo, ma sapeva bene di non esserne all’altezza e spesso
rileggeva, cancellava, strappava e tornava indietro in un complicato labirinto
nel quale non riuscì mai ad aggrapparsi ad alcun filo di Arianna.
Le lunghe
ore passate in solitudine lo fecero riflettere su tanti aspetti della sua vita
passata e su quello che avrebbe potuto riservargli il futuro. Ma soprattutto si
domandò cosa stesse facendo tanto distante da casa e da cosa stesse scappando.
La risposta era facile: fuggiva da se stesso, dalla sua vita, cercando di
estraniarsi e di perdersi lontano, nel desiderio di lasciare dietro di lui
niente altro che lui. Ma come allontanarsi da chi non ti può lasciare neanche
per un istante? Quale posto avrebbe potuto raggiungere per nascondersi alla
consapevolezza di sé? E quanto sarebbe durata l’illusione di una catarsi
impossibile? Si ritrovò cresciuto o invecchiato, prese coscienza o si rassegnò.
Dovette arrendersi alla realtà anche se, in un recesso nascosto della sua
anima, volle custodire un bagliore irragionevole di speranza.
Lasciò un
biglietto dicendo che era dovuto partire all’improvviso. Non chiese neanche la
liquidazione, sicuro di fare cosa gradita alla signora Grey.
giovedì 23 novembre 2017
Una notte misteriosa
-Elementare
Watson, elementare.
Io non
gliel’ho detto mai, ma questa sua presunzione di avere il cervello più fino di
qualsiasi altra persona, mi ha sempre urtato profondamente. Nel mio ruolo di
biografo ufficiale di Sherlock Holmes, ho descritto il mio supposto amico come
una persona eccezionale, di grande sensibilità ed altruismo. In realtà, è ora
che lo confessi, il detective privato più famoso di Londra è un gran fanfarone,
tutto fumo e pochissimo arrosto. Per farvi un esempio:
-Allora
Watson, com’era il tempo a Leigh on Sea?
-Perbacco
Holmes, come avete fatto a capire che torno adesso da una gita al mare?
-Ah, ah, ah!
Elementare, per non dire puerile. Avete il tacco della scarpa destra con ancora
un po’ di fanghiglia appiccicata ed un piccolo rametto di “crithmum maritimum”
o finocchio di mare infilato tra i capelli. Si tratta di una pianta alofila (dal
greco halo = sale e phyte = pianta) che alligna con particolare vigore nella
contea dell’Essex. Poi ricordo che tempo fa, sfogliando una rivista illustrata,
ve ne usciste con un apprezzamento particolarmente vivace su quella cittadina.
E quindi…
-Già, già.
-Ritengo
inoltre che abbiate assai gradito il pasticcio di montone che avete gustato al
tavolo del “Blue Boar” il pub locale. Certamente non vi sarete fatto mancare
una buona pinta di birra ed una chiacchierata con l’ostessa che, vi dirò di
più, era una giovane dai capelli rossi e ben in carne.
-Santi Numi!
Questa poi…Come sapete dove mi sono fermato a mangiare e addirittura l’aspetto
della proprietaria del locale?
-Osservo e
deduco. Sul bavero della vostra giacca si nota distintamente una briciola di
pasta brisee che, a pranzo, si serve spesso ripiena di montone, e poi dovreste
spazzolare via quel capello fulvo che spicca nettamente sulla vostra spalla. Lo
dico per voi e per non indurre strani pettegolezzi. In quanto al nome del
locale, siccome anch’io mi recai un lustro addietro da quelle parti, ricordo
come solo al Blue Boar vidi servire ai tavoli una donna dalla fulva capigliatura.
-Come al
solito mi stupite, Holmes.
-Elementare,
Watson, elementare.
Così lui
fece bella figura facendomi sembrare un cretino. Salvo sapere successivamente
che, poco prima che salissi le scale verso il nostro appartamento, un vetturino
aveva lasciato nelle mani di Holmes una sciarpa che avevo dimenticato al pub
con la preghiera di consegnarmela unitamente ai saluti dell’ostessa ed all’invito
a rinnovare la visita per gustare nuovamente il montone. Altroché capacità
deduttive: fumo, solo fumo.
Comunque,
non era questo che volevo raccontare.
Era la sera
della vigilia di Natale, io ed Holmes avevamo cenato abbastanza presto facendo
onore ai manicaretti preparati dalla signora Hudson con la cura e la devozione
richiesti dalla solenne ricorrenza. Eravamo ormai al Christmas Pudding,
accompagnato da una dosa generosa di Porto, quando il mio commensale, forse
intenerito dall’atmosfera festiva, si abbandonò a confidenze per lui del tutto
inusuali.
-Caro
Watson, - mi disse a bassa voce con aria sognante – ricordo quando io e mio
fratello Mycroft aspettavamo questa magica notte con ansia e trepidazione. Come
tutti i bravi bambini, eravamo soliti preparare una letterina per Babbo Natale
che poi consegnavamo per la spedizione nelle mani di nostro padre. Mi dovete
credere, eravamo assolutamente sicuri che, durante la notte, il vecchio panzone
vestito di rosso ci avrebbe portato i regali richiesti e, per l’emozione, non
riuscivamo a chiudere occhio fino a tarda ora. Naturalmente il giorno dopo
trovavamo vicino al camino, o sotto l’albero, tanti pacchetti ed, in qualche
modo, ci sentivamo ricompensati per tutti i buoni voti riportati a scuola
durante l’anno trascorso. Da lì, forse, nacque la convinzione che le azioni di
ciascuno vengono sempre ripagate con la moneta corrispondente: chi ben si
tiene, ne ricaverà vantaggio, ma chi si comporta male ne subirà le nefaste
conseguenze.
-Amen!
–Interloquii con la lucidità concessami dall’ennesimo bicchierino sorseggiato
con gusto – Così deve essere, a ciascuno il suo e…amen! – Mi rendo conto che
avrei potuto fare di meglio in sede di commento, ma fu già tanto riuscire a
liberare la lingua dalle pastoie del liquore.
-Però,
fedele amico, l’esperienza della vita mi ha poi insegnato che non sempre il
destino si comporta in maniera corretta. Spesso i buoni soffrono mentre i
malvagi godono, e solo chi ha fede in una ricompensa futura da riscuotere in
un’altra vita può credere ancora che valga la pena camminare rettamente in questo
mondo pieno di ingiustizie.
-Sento
dell’amarezza in queste parole, Holmes. In fondo se Babbo Natale continua a
tornare tutte le notti di ogni ventiquattro dicembre, ci deve essere una brace
di speranza che arde ancora sotto la cenere della disillusione, e ciascuno di
noi può sempre aspettarsi un dono.
-Ho sempre
saputo che siete un sognatore ed un eterno bambino, caro il mio dottore. Ma la
mia lente d’ingrandimento non ha mai rilevato le impronte del passaggio di
nessun Babbo Natale ed ormai ho smesso di credere alle favole da molto tempo.
Finimmo la
conversazione con qualche altra rimembranza dei tempi andati e quando la
pendola batté le undici, cedemmo al richiamo del sonno. Io mi ritirai nella mia
stanza con un trattato di anatomia da sfogliare per fini soporiferi, ed Holmes
prese con sé una scatoletta che sapevo contenere quei medicinali ai quali
ricorreva sempre più frequentemente.
Non riuscii
a finire il capitolo riguardante la rotula e le sue articolazioni, che caddi
nel sereno oblio dei giusti. Ma il ripieno del tacchino servito per cena non
ebbe la creanza di transitare velocemente attraverso il mio stomaco, anzi si
soffermò a lungo causandomi un senso di disagio che innescò mille
fantasmagorici sogni ed uno sgradevole senso di pesantezza. Pertanto non saprei
dire se fu immaginario o reale il trambusto che mi parve di udire proveniente
dal salotto in un’ora imprecisata della notte. Comunque non ci feci caso più di
tanto, impegnato com’ero a combattere a fianco di Don Chisciotte contro degli
strani mulini che al posto delle pale mostravano la faccia scorbutica della
signora Hudson.
La mattina
successiva i fumi notturni si dissolsero ed aprii gli occhi sentendomi di
ottimo umore e con una strana eccitazione addosso. Spalancai la finestra della
mia camera abbeverandomi dell’aria fresca mentre un pallido sole faceva
sembrare bella anche Baker Street, a quell’ora deserta ed imbiancata da un
rilucente manto di candida neve appena caduta.
-Watson,
Watson, non dovevate! – Il richiamo stentoreo della voce del mio amico mi
giunse imperioso da oltre la porta. Evidentemente si doveva essere alzato prima
di me ed ora, in salotto, richiedeva la mia presenza.
-Cosa? -
Urlai di rimando, solamente per avere una risata come risposta. Incuriosito
affrettai le abluzioni mattutine per raggiungere Holmes.
-Allora
Sherlock, che vi prende? Cosa non avrei dovuto fare? – L’investigatore con la
pipa stretta tra i denti e con indosso una sgargiante vestaglia di velluto
rosso, mi guardò con aria maliziosa.
-Questo
pacchetto con scritto sopra il mio nome. Eravamo d’accordo di non farci alcun
regalo quest’anno, ma mi accorgo che non siete stato di parola.
-Veramente
Holmes, io…
-Aspettate!
Anche questo…Mi accorgo adesso che vi siete voluto disturbare addirittura con
un altro presente. Fatemi vedere. – Pronunciando queste parole, l’uomo si chinò
per raccogliere un’altra scatola che era scivolata dietro una poltrona vicino
al camino.
-No, questo
non è per me. Capisco che abbiate voluto creare un clima festoso, ma giungere
fino al punto di incartarvi da solo un regalo e scriverci sopra il vostro nome,
mi sembra un po’ eccessivo.
-Ma, vi
assicuro…
-Siete
impagabile, Watson. Avete voluto farmi una sorpresa che non ricevevo dai tempi
dell’infanzia. Non so come ringraziarvi.
-Un momento,
Holmes, fatemi parlare. Questo fatto dei pacchetti…non sono stato io! E’ la
prima volta che li vedo e la vostra sorpresa è pari alla mia.
-Che
intendete? Se non mi state prendendo in giro, state affermando di non essere
stato voi a portare in casa i due regali.
-Esatto, proprio
così.
-Beh, questo
è un mistero. Voi non l’avete fatto, io non ci avevo pensato minimamente, come
può essere? – La mente analitica del detective si mise in funzione
automaticamente. – Consideriamo inoltre che ieri sera i pacchetti non c’erano e
che l’appartamento è stato chiuso a chiave per tutta la notte. Altre entrare in
questi locali non ce ne sono e poi chi si sarebbe disturbato a farci trovare dei
pacchetti nella mattina di Natale? Piuttosto Watson, apriamoli e vediamo cosa
contengono. – Ci precipitammo a scartare ognuno il suo regalo con la frenetica
curiosità di due bambini. Quando vidi il mio rimasi a bocca aperta. Era un
libro d’antiquariato che desideravo da molto tempo e che non ero mai riuscito a
trovare da nessuna parte.
-E voi
Holmes, cosa avete trovato? – Mi accorsi che il mio amico aveva gli occhi
lucidi mentre tirava fuori dalla scatola una piccola scultura raffigurante un
puledro.
-E’ Autumn
Glory, il cavallo che possedevo da ragazzo. Fu l’unico mio amico per buona
parte della mia giovinezza e la compagnia di tante giornate altrimenti
solitarie. Mi capiva e sapeva consolarmi come nessun altro e quando morì piansi
tutte le mie lacrime. Non l’ho mai dimenticato. – Restammo entrambi assorti e pensierosi
per alcuni istanti, stupiti di quei regali tanto giusti per ognuno di noi.
-Comunque
Holmes, al di là del fatto che questi doni ci facciano piacere, la domanda
rimane: chi è il latore? E come ha fatto ad indovinare cosa portarci? Ma, soprattutto,
come è potuto entrare in salotto? Siete voi l’investigatore: orsù, fate onore
alla vostra fama! – Io ero molto incuriosito, ma vidi che il mio amico si stava
concentrando per raccogliere il guanto di sfida lanciato alla sua intelligenza.
Cominciò a camminare per la stanza sbuffando fumo dalla pipa come la ciminiera
di una locomotiva e nello stesso tempo parlottava tra sé.
-Nessuna
entrata…salvo la canna fumaria del camino, naturalmente…due pacchetti ben
incartati…il mio nome in forma confidenziale…anche Watson…rumori nella notte…fuliggine
sul tappeto…porte sbarrate…niente di rubato…coincidenza con la festività…
-Ebbene? –
Sollecitai distogliendolo dalla sua maratona casalinga.
-Allora,
caro Watson, è un classico delitto della porta chiusa. Salvo che qui non c’è
crimine, anzi un’opera buona. Il meccanismo però è lo stesso: apparentemente
senza soluzione. Nessuna possibilità di entrare, né di uscire, e solo un elemento
nuovo sulla scena che prima non c’era. Non si tratta di cadaveri, bensì di
regali, ma sembrano incongrui ugualmente.
-Quindi?
-Bisogna
pertanto ricorrere alla teoria dell’esclusione.
-Che dice…
-Enuncia
come al momento in cui si escludano tutte le cause impossibili di un certo
avvenimento, le ipotesi che rimangono, anche se improbabili, devono essere
quelle vere.
-Nel nostro
caso?
-Non può
essere entrato nessuno, ma c’è un personaggio che non passa attraverso le porte
e che conosce i desideri di tutti. Si muove soltanto la sera di Natale e porta la
felicità in ogni casa. Non si fa vedere, ma lascia il segno del suo passaggio
nel cuore di chi crede in lui. E’ un signore anziano che però non invecchia
mai, esattamente come i sogni che ci portiamo dentro fin dall’infanzia. Viene
cercando di fare meno rumore possibile e poi si allontana nel cielo notturno. Insomma,
l’identikit è chiaro: si tratta di Babbo Natale!
-Perbacco
Holmes, è la prima volta che vi vedo contento di non aver preso un colpevole!
-Buon
Natale, Watson!
-Buon
Natale, Holmes! – Arrossisco mentre lo scrivo, ma devo confessare che per la
prima volta, e forse l’ultima, ci abbracciammo sorridendo come due bambini. Magari
quest’ultima frase la cancello.
sabato 4 novembre 2017
L'anno legale
Una volta all’anno, nella notte tra il 28 e il 29 ottobre,
le convenzioni internazionali stabilirono che si dovessero mettere indietro le
lancette dell’orologio di un anno. Gli economisti avevano calcolato che,
cancellando ogni dodici mesi un analogo periodo già vissuto, si sarebbe
rimandata la vecchiaia praticamente all’infinito risparmiando milioni di
bitcoin. Da quando fu presa tale
decisione, ogni individuo censito all’anagrafe mantenne l’età che aveva in quel
momento. Di conseguenza i bambini continuarono a giocare come stavano facendo,
mentre gli adolescenti furono felici di andare a scuola, tanto ormai
conoscevano a memoria le materie sulle quali venivano interrogati. Gli adulti si
compiacquero della loro maturità, mentre i vecchi allontanarono la paura della
morte. L’INPS gioì: non aumentò il monte pensioni da pagare, mentre chi
lavorava continuò a versare contributi all’infinito. Le case farmaceutiche poterono
programmare con precisione il numero dei pannolini e dei pannoloni da produrre
basandosi sul numero esatto dei consumatori già esistenti ed i preti seppero
esattamente di quante ostie approvvigionarsi per le prime comunioni che si
ripetevano costantemente con lo stesso numero di catecumeni. I genitori furono
contenti di rimandare all’infinito il momento in cui i figli se ne sarebbero
andati da casa, mentre i ragazzi dovettero convivere con il desiderio
inappagato di passare dal motorino alla macchina. Insomma, pur con qualche
piccolo inconveniente, il risparmio per la società risultò evidente e di fronte
al rimpinguamento della casse dello Stato, ogni obiezione venne rintuzzata. Solo
la Natura non era d’accordo. Le Grandi Organizzazioni Mondiali non erano
riuscite a modificare il ciclo delle stagioni e gli effetti provocati dallo
scorrere del tempo su tutti gli organismi viventi. Gli alberi continuavano a
trasformarsi partendo dal germoglio fino all’alto fusto, i cuccioli degli
animali diventavano individui formati ed in generale ogni cosa mutava per poi
deperire. Ma l’uomo, no! Si era deciso di non darla vinta al tempo che passava
e tale proposito fu mantenuto rigidamente. Per ingannare l’orologio biologico
fu deciso di istituire una Commissione e fornirla dei poteri più ampi di
controllo e coercizione. Fu chiamata: “Il Gran Consiglio dei Chirurghi
Estetici” e si riuniva regolarmente per imporre ad ogni essere umano di
sottoporsi all’annuale restyling atto a mantenere un aspetto fisico sempre
uguale. Da quel giorno si videro in giro
facce tirate tutte uguali che stentavano a sorridere per mancanza di pelle
utile da tendere sul viso, donne con seni lievitanti e mani maculate, capigliature
di tutte le sfumature, dal paglierino al fulvo, senza alcuna concessione al
bianco, pance tirate senza grasso ma con grandi collane di cicatrici. Si
facevano concorsi per “Miss Botulino” o “Mister Estrogeno” e il Nobel per la
Letteratura non fu più assegnato per mancanza di concorrenti. Divenne
Presidente della Federazione una maschera di cera che rappresentava un uomo di
cinquant’anni, anche se si diceva ne avesse più di ottanta. Solo i poveri
invecchiavano manifestamente, gli altri non era dato di sapere.
Nicolino venne alla luce in una casetta spersa in un bosco
di larici sulle pendici delle montagne e sua madre non volle denunciarlo all’anagrafe
per non essere costretta ad allattarlo all’infinito. Anche per i nuovi nati
valeva infatti il principio del tempo rinculante e per un genitore poteva
essere un problema avere un pargolo con la barba al quale si era costretti a
cambiare il pannolino. Quindi lui crebbe come un “buon selvaggio” senza
coercizioni imposte dalla società civile. Verso gli otto anni volle andare in
città. Prima d’allora non aveva mai visto altri adulti oltre la madre e
trovarsi con tanta gente intorno che lo guardava con occhi spiritati dalla
strana espressione, fu per lui uno shock. L’apparizione di un giovane individuo,
all’apparenza non condizionato, fu subito segnalata alle autorità che non persero
tempo a fermalo per portarlo innanzi al Presidente ed al Consiglio per decidere
della sua sorte. Nicolino non seppe trattenersi. Quando vide il Capo del Governo
con la fronte spianata, un sorriso falso di trentadue denti di porcellana e gli
occhi che non riuscivano a chiudersi del tutto per mancanza di pelle, rimase
stupefatto. Poi notò anche il collo avvizzito e le mani adunche e capì. Con la
sincerità dell’innocenza, in mezzo a tutti i notabili ed alla gente accorsa per
l’occasione, se ne uscì gridando: “Quell’uomo sembra giovane, ma è VECCHIO!”
Una risata seppellì il potere con i suoi soprusi e tutti, vergognandosi, si
accontentarono solo dell’ora legale abbandonando per sempre la presunzione di
fermare il tempo.
giovedì 19 ottobre 2017
Tre petali e un fiore
Colgo un fiore in un campo
E poi un tre petali in un altro.
Aspiro il profumo di un ricordo
E lo lego con la melodia di una canzone.
Sento nell’aria un balzo del cuore
E lo prendo come l’ultimo treno di un desiderio
Perso, sperso, solitario, illusorio, vago, vano,
Bello, triste, disperato e unico per vivere.
E riempio le mie braccia di un fascio di corolle
Di mille colori e di cento promesse
Legandolo con il filo di un sentimento che mai,
mai per l’eternità di un mai, si potrà sciogliere.
Poi lo dono a te, se lo vuoi.
E tu lo prenderai per metterlo sul davanzale
Della finestra che si apre sulla tua vita.
Ogni mattina guarderai il sole e sentirai quel profumo
Che ti parlerà del mio amore, ovvero di me,
E ti consolerai, ma piano che il mondo non senta.
domenica 27 agosto 2017
Rano
<Rano!
Rano! Rano!> Il soprannome lo aveva perseguitato per tutte le prime classi
delle elementari, poi lui si irrobustì, distribuì qualche pugno ben assestato ai
più spiritosi e fu lasciato in pace. O meglio, continuarono a chiamarlo “Rano”,
ma con simpatia e rispetto, per non farlo arrabbiare. Era un ragazzo dotato di
un fisico prestante e di un’intelligenza vivace. Entrava facilmente in
simpatia, anche per le sue battute pronte che non risparmiavano nessuno tra i
compagni ed i professori, ma gli occhi un po’ sporgenti e la bocca larga lo
facevano somigliare ad un batrace, per il divertimento di chi l’incontrava.
Divertimento che durava poco, spento da una battuta salace e, ove non bastasse,
dalla minaccia di passare alle vie di fatto. Andava bene a scuola e,
specialmente nelle materie letterarie, era sempre tra i primi. Il professore lo
chiamava spesso vicino alla cattedra per declamare qualche poesia ed, in quei
momenti, sembrava che il Rano si trasfigurasse, tanto si immedesimava nei versi
che stava leggendo. Era così ispirato da riuscire, in qualche maniera, ad affascinare
anche i compagni che rimanevano in silenzio ad ascoltarlo, con grande gioia
dell’insegnante. La sua generosità nel passare sottobanco le versioni di latino
e nel suggerire sempre quando gli occhi imploranti di qualche disperato sotto
interrogazione lo fissavano come l’ultima speranza, gli avevano dato una
popolarità che spesso si confondeva con l’affetto. E poi, sapeva ascoltare. A
ricreazione i compagni maschi spesso dicevano a lui quello che non avrebbero
detto a nessun altro e se avevano qualche problema, o volevano soltanto
sfogarsi, erano sicuri di trovare una spalla sempre disponibile ed un vero
amico. Le femmine, se possibile, erano ancora più assillanti. Gli riconoscevano
una sincerità ed una lealtà rara tra i coetanei dell’altro sesso, e gli
confidavano “tutto” aspettando un consiglio che, venendo da un maschio, erano
certe non sarebbe stato influenzato da gelosie o invidie.
Ma era
brutto.
Le ragazze,
dopo averlo ascoltato, e magari ringraziato con un bacetto sulla guancia, si
allontanavano da lui per correre appresso ai bellocci della scuola, lasciandolo
solo e spesso malinconico. Al Rano mancava l’amore. Il suo cuore traboccava di
quel sentimento che sentiva così forte e disperato, ma se non provava mai
alcuna paura nell’affrontare qualunque prova la sua giovane vita gli sottoponesse,
non si sentiva in grado di proporsi a nessuna ragazza, tanto era certo di
venire rifiutato. Era conscio del suo aspetto ed era sicuro di rendere ridicola
qualsiasi parola dolce dovesse uscire dalla sua larga bocca e che uno sguardo
languido si sarebbe rivelato patetico riflesso nei sui occhi a palla.
In
particolare c’era lei: Rossana. Erano compagni dalle elementari, e lui l’amava
da allora. Può sembrare esagerato parlare d’amore per un bambino o poi per un
ragazzino e quindi per un giovane uomo, ma i sentimenti non hanno età e sono
tutti importanti ed intensi per chi li vive. Si erano conosciuti con il
grembiulino ed il Rano aveva sentito subito che se lei gli avesse chiesto la
merenda, o qualsiasi altra cosa, lui sarebbe stato pronto a sacrificarsi. Di Rossana
gli piacevano le prime trecce e dopo la frangetta, le fossette sulle guance e
come correva appresso alla palla. Piangeva con lei quando la rimproveravano e
gioiva per lei quando gli raccontava qualche storia bella. Erano da sempre
amici e lui, avendo il timore di perderla se si fosse spinto troppo in là, era stato
costantemente attento a rendersi disponibile, ma con un certo distacco per
mascherare la bufera che la vicinanza della ragazza gli scatenava dentro ogni
volta che s’incontravano.
Un giorno
Rossana gli si avvicinò dopo la scuola, nel tragitto per andare a casa.
Sembrava imbarazzata, ansiosa, preoccupata per qualcosa che gli doveva dire, ma
che forse non aveva il coraggio di affrontare.
-Senti Cì, è
da tanto che ci penso. Noi ci conosciamo da sempre e, tu lo sai, io ho sempre
tenuta cara la tua amicizia. Anzi, in tutto questo tempo credo che tra noi sia
nato qualcosa che è più grande di una semplice amicizia. Vero?
-Certamente.
– Rispose lui. – Tu sai che io per te farei qualsiasi cosa.
Mentre
pronunciava queste parole, il cuore del ragazzo faceva le capriole come
impazzito. Forse lei si era finalmente accorta del suo sentimento e lo
ricambiava. Forse, dopo tanto tempo, la sua pazienza veniva premiata. Forse la
forza dell’amore si era sprigionata da lui e aveva travolto le difese della
ragazza. Forse lei aveva riconosciuto tutti i piccoli e grandi segnali che Rano
le aveva lanciato per farle capire quanto fosse importante per lui. Forse il
Dio dell’amore ricompensava in quel momento tutte le pene che aveva sofferto.
Forse anche per lui era venuto il tempo delle rose e del miele. Oh, Gesù,
forse, forse, forse.
-Lo so, Cì.
Anch’io, ed è per questo che ti volevo parlare. Sai Cì, ultimamente mi sta
succedendo qualcosa che non mi aspettavo. E’ come se mi sentissi pronta a
sbocciare. Fatti conto un fiore che ha vissuto per mesi sotto la neve e che con
i primi caldi apre la corolla per ricevere i raggi del sole. Quello di cui
parliamo sempre tra amiche, sta succedendo anche a me: provo una sensazione
nuova.
-Ti capisco.
– Disse Rano, ancora prudente, ma eccitato come non mai.
-Ecco Cì,
vedi, non so come dirlo.
-Dimmelo, o
non dirmelo, non importa. Lascia che il sentimento fluisca dalle tue labbra e
tutte le parole del mondo non avranno più significato di fronte allo splendore
di una scheggia d’emozione.
-Vedi Cì,
forse l’avrai già capito: sono innamorata.
“Oh, vita
meravigliosa! Che il mondo si fermi e s’inchini al miracolo! Io sono pronto ed
ho il cuore tra le mani pronto ad offrirlo a lei: Rossana. Oh, Rossana!” Così
pensava il Rano, mentre lei faceva una breve pausa per poi riprendere il
discorso.
-Sì Cì, finalmente
ho trovato l’amore, e tu, intelligente come sei, l’avrai senz’altro già capito.
-Forse,
cara. Ma, ti prego, parla. – Lui ormai era sicuro che la ragazza avrebbe
pronunciato il suo nome legandosi con una promessa. Sentiva che la sua amata
finalmente l’avrebbe ricambiato.
-Ecco Cì, tu
sei il mio più caro amico e te lo devo dire: mi sono innamorata di Cristiano. –
Il sole si spense ed il tempo, per il giovane, si fermò. Gli calò un velo sugli
occhi e la sua anima si ripiegò affranta in fondo, in fondo, sotto lo spesso strato
della delusione. Il Rano si era sbagliato, aveva equivocato, non era lui
l’oggetto del desiderio di Rossana. Ma d’altronde cosa si aspettava? Era
brutto, lo era sempre stato e lo sarebbe stato per sempre. Rossana era bella ed
era naturale che s’innamorasse di uno bello come Cristiano. Pazzo! Pazzo e
ridicolo a sperare qualcosa d’impossibile. Il suo ruolo era quello dell’amico e
si sarebbe dovuto accontentare.
-Ah, bene. E
quindi? – Disse lui con la voce strozzata, sperando che la ragazza non
s’accorgesse di niente.
-Ti volevo
chiedere un favore. – Disse lei. – Cristiano non si decide a dichiararsi, sai
che non è uno di molte parole. Vedi Cì, dovresti andare da lui e dirgli che
anche se è timido e non vuole parlarmi, almeno mi mandasse un sms o una mail
con delle parole carine e poi…da cosa nasce cosa. Non credi, Cì, che così si
potrebbe sbloccare la situazione? – Le parole di lei gli arrivarono come dal
fondo di una galleria, ovattate e rimbombanti, ma ne colse il senso.
-Certo Rossana,
andrò da Cristiano e glielo dirò.
-Grazie, Cì.
Sapevo di poter contare su di te. – Certo, tutti potevano contare su di lui, ma
i suoi conti non tornavano mai ed a nessuno importava.
Questo Cristiano
era un bellimbusto dalla risata facile e dagli scherzi grevi. Era il capitano
della squadra di pallacanestro della scuola e non c’era domenica in cui si
giocava una partita, che un manipolo di ragazzette non occupasse le gradinate
dei Palazzetti per incitarlo con il loro tifo adorante. Il “pavone” ovviamente
faceva la ruota collezionando amorazzi tanto numerosi quanto fugaci. Il Rano
non capiva come una ragazza intelligente e sensibile come la sua Rossana,
potesse aver perso la testa per un simile stolido manzo. Ma tant’era, ed avendo
preso con lei un preciso impegno, fece in modo di trovare un momento nel quale
Cristiano fosse solo per potergli parlare.
-Ciao bello!
-Oh Rano,
che vuoi?
-Ho
un’ambasciata per te.
-Un’ambasciata?
Che vuol dire?
-Vabbè, ti
devo dì ‘na cosa.
-Cosa?
-C’è una che
ti batte i pezzi e vorrebbe che ti facessi avanti.
-Ancoraaa?
Dille di mettersi in fila, alla pischella.
-No,
ascolta. Lei è una tipa speciale. Che ti costa? Mandale un messaggio o una mail
dicendo che l’hai notata e vorresti uscire con lei. Poi vedrai tu come
comportarti. – Cristiano ci pensò un po’ su, ma poi la vanità vinse la pigrizia
e disse:
-Uhmmm,
d’accordo. Posso mandare un sms con scritto: “Vediamoci.” – Al Rano ribolliva il
sangue: quel cerebroleso non era degno dell’attenzione di Rossana, e lei, se
era vero che si era innamorata, non meritava di essere trattata come una delle
tante. Ancora una volta decise di sacrificarsi per far felice la sua amata.
-Senti
Cristiano, se le scrivi così, certamente non la colpisci. Lei è una ragazza
romantica e vuole sentire parole che significhino qualcosa. Devi sforzarti un
po’ di più.
-Ahò, non mi
va’. E poi io non so scrivere, non sono capace.
-Non ti
preoccupare, - disse il Rano – per questo ti posso aiutare. Ti preparo il testo
di qualche mail che copierai sulla tua casella di posta per poi mandarle a Rossana,
così lei ti apprezzerà e tu la conquisterai definitivamente. D’accordo?
-Se lo dici
tu…
Per il Rano
era un compito facilissimo. Nelle mail riversò tutto il suo sentimento e la sua
sensibilità. S’immedesimò nell’oggetto dell’amore di Rossana e, con le parole,
la prese per mano facendola volare per i cieli dell’immaginazione dove
s’incontrano i destini degli amanti. Lui scrisse, e Cristiano firmò, quelle
missive elettroniche che vennero ricevute dalla ragazza come la prova che
l’amore puro e totalizzante del quale aveva letto nei romanzi rosa esisteva
veramente e che lei ne era finalmente la protagonista.
Andò avanti
per qualche tempo, finché i due giovani non si dettero un appuntamento. Il Rano
ne era al corrente ed il giorno dopo andò da Cristiano per sapere come fosse
andata.
-Male. –
Disse il ragazzo. – Ci siamo visti, Rossana ha cominciato a parlare ripetendomi
le frasi delle mail, io mi sono sentito in imbarazzo perché non sapevo cosa
dire e l’ho piantata lì. Me ne sono andato inventando una scusa.
-Non è
possibile! – Rispose l’altro. – Non la puoi trattare così. Adesso vado a casa ed,
a nome tuo, le scrivo subito un’altra mail per metterci una pezza. - Il Rano
era quasi offeso per interposta persona ed immaginava la delusione di Rossana.
Il suo amore per lei era tanto grande che soffriva nel pensarla amareggiata e
voleva almeno far uscire di scena Cristiano nella maniera più dignitosa.
Si precipitò
al suo computer e, dopo aver impostato l’indirizzo della ragazza, cominciò a
scrivere inventando una storia che, in qualche modo, potesse giustificare la
fuga di Cristiano. Come al solito l’avrebbe firmata col nome dell’amico sperando
così che lei non ci rimanesse troppo male. Era assorto nella creazione quando sentì
bussare alla porta della sua stanza.
-Tu? Cosa ci
fai qui? – Il Rano rimase stupefatto nel vedere Rossana che era andata a
trovarlo. Per la sorpresa alzò le dita dalla tastiera del pc senza pensare di
spengerlo.
-Cì, non sai
cosa è successo. Ero all’appuntamento con Cristiano quando… - In quel momento
Rossana notò il monitor del computer sul quale spiccava la mail indirizzata a
lei, e capì.
-Tu, sei
stato tu, Cì? Le hai scritte tutte tu quelle bellissime mail firmate da
quell’altro? Ma perché l’hai fatto?
-Non
capisci, Rossana? Per me è stato come parlarti per la prima volta a cuore
aperto. Ho potuto dirti che ti amavo senza la paura di essere ridicolo e senza crearti
l’imbarazzo di dovermi rifiutare.
-Cì, Rano,
ma io la tua dichiarazione l’aspettavo da tanto tempo. Anche la tresca con
Cristiano l’avevo montata per ingelosirti e darti coraggio. Finalmente ci sono
riuscita.
Cirano e
Rossana, contrariamente ai loro omonimi letterari, cominciarono la loro storia suggellando
il patto d’amore con un bacio che, come si sa, altro non è che una chiocciola
rosa tra le parole “amo@te.”
giovedì 3 agosto 2017
Piero Angela
Piero Angela
mi mette a disagio. Con quell’aria tra il professore di matematica ed il colonnello
sabaudo, ogni volta che lo guardo sembra quasi che mi rimproveri per non aver
fatto i compiti o per le scarpe non lustrate a specchio. Tratta ogni argomento
con una levità distaccata, come ad intendere che qualsiasi cosa si può prendere
in considerazione, ma per lui sono solo quisquilie in relazione al livello in
cui vive, dove la materialità è sublimata in una forma di eterea e panteistica saggezza
cosmica. A volte, raramente e con rispetto parlando, scivola nella pedanteria,
ma lui può permetterselo come un vecchio asceta che si sforzi vanamente di
indottrinare degli allievi scapocchioni. Naturalmente non mi azzardo a cambiare
canale e solo una lieve intermittente “cecagna” mi è d’aiuto con brevi,
malcelati, pisolini nel tirare fino alla fine di un “Super Quark” senza cedere
alla tentazione dell’abbandono. L’eminente giornalista è uso contornarsi di una
congrega di collaboratori che forse esistono solo sui titoli di coda o sono
defunti da molto tempo, visto che appaiono unicamente nelle trasmissioni del
loro Guru. I nomi di questi inviati sono chiaramente frutto della fantasia del
deus ex machina del programma, che si vuol velare di una democraticità
fittizia, mentre probabilmente è solo lui che, uno e plurimo, tira le fila
delle varie puntate. Giangi Poli: non esiste, chi l’ha mai incontrato a una
riunione di condominio o dal barbiere? Paco Lanciano: improbabile, col nome di
un peones messicano ed il cognome di una periferia. Lorenzo Pinna: ogni tanto
si fa vedere, ma non si è mai presentato: sospetto.
Qualche sera
fa, il Gandalf di RAI 1, con un sorrisetto velatamente sadico, ha portato in
studio un grande mappamondo sezionato per mostrarne l’interno. Ha messo in
evidenza, supportato e mai contradetto dal sedicente esperto di turno, come la
nostra beneamata Terra assomigli a un arancino siciliano. La panatura
corrisponde alla crosta terrestre, la parte del riso sono rocce in movimento e
la mozzarella filante è il nucleo centrale. (Il paragone gastronomico è mio, mi
scuso per la volgarità non confacente a cotanta rubrica). Questo nocciolo
magmatico pare sia composto da un materiale fluido ed incandescente a circa
seimila gradi centigradi che mette in movimento tutta la massa che lo contorna,
fino a sfociare in superfice nelle manifestazioni vulcaniche o nei terremoti. Angela
ha posizionato, come in un puzzle che non combacia, le varie placche
continentali con le relative faglie di scorrimento, annunciando serafico che lo
sfregamento di quei tasselloni provocherà l’armageddon e che noi, ovviamente,
non possiamo farci niente. Lo sapevamo o l’avremmo potuto supporre. Siamo
consci e consapevoli della nostra inanità di fronte alla forza della natura, ma
ricordarcelo dopo cena, a cosa serve? Forse a farci andare a letto pensando che
sotto ai nostri piedi c’è una specie di perenne barbecue in attesa di fare di
noi salcicce; oppure a distoglierci dallo schiacciare quella fila di formiche
vicine al tavolo della cucina che, in fondo, nell’ordine del creato hanno la
nostra stessa, identica, rilevanza?
L’aria sulla quarta corda di Bach, con i
titoli di coda, consente finalmente di cambiare canale. Un sano Vanzina d’evasione,
da qualche parte, lo si trova.
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