domenica 31 maggio 2015

Tra l'hippy ed il travet

Border line, tra l’hippy ed il travet: potrebbe essere il mio epitaffio. In una terra di nessuno dove si incontrano l’illusione di volare e la consapevolezza del quotidiano, quando il dovere annichilisce i sogni e la realtà doma la fantasia, vivo la mia vita. Ma nessuna delle due personalità prende il sopravvento sull’altra e su questo “rollercoaster”, acceso da mille notturne suggestioni, viaggio e mi spavento confrontandomi con chi non conosco dentro di me. Una musica, pochi versi, un vigliacco flashback aprono visioni irreali e irrealizzabili che poi svaniscono, sopraffatte, con ragione, da tante vere istantanee. E’ giusto? Forse no, se la canizie sulle tempie riporta alla composta sobrietà di un uomo più anziano che di mezz’età. Ma come sotto il manto freddo e bianco di un campo innevato giace il bulbo di un fiore in attesa della primavera, così nascosto sotto strati di vita non muore l’arcobaleno di chi un giorno prenderà l’Harley verso il sole di mezzanotte. Oppure mi basterà raccontarmi che ancora c’è tempo, che la strada mi aspetta, che potrei farmi un altro tatuaggio. Per poi tornare a fissare la sveglia sulle otto e mezzo, e ringraziare Dio per il sorriso che mi incrocia sopra la tazzina da caffè della prima colazione.

giovedì 28 maggio 2015

Rag Doll


A volte mi vorrei ignorare, anzi mi sto anche un pochino antipatico. Altre mi piacerebbe indagare il funzionamento del contenuto di quella boccia grigia posta tra le mie orecchie. In particolare perché, pur essendo un organo a mia disposizione, prende delle iniziative ed ha dei comportamenti che denotano una riprovevole indipendenza. Va bene il pilota automatico, utile mentre si compiono azioni abituali che non richiedono particolare attenzione, oppure lo “storage” in cassettini più o meno facilmente accessibili di informazioni anche a livello inconscio, ma quando sono indotto a comportamenti compulsivi involontari: non ci sto. La sera, come detto in altre occasioni, spesso sento la musica che mi piace, magari scrivendo o leggendo o semplicemente per fare ora in attesa del sempre più riluttante Morfeo. Quindi, dalle cuffie, ricevo vari input che, evidentemente, rimbalzano tra le temporali, l’occipite ed il frontale come la pallina impazzita di un flipper. Qualcuno, dopo aver acceso bersagli, innescato relè e campanellini vari, si dissolve, altri invece sembrano svaniti ma restano nascosti, forse in uno di quei cassettini chiuso male. Fatto sta che, come dispettosi topolini, riescono fuori e si ripresentano in qualsiasi momento della giornata senza nessun senso di opportunità. Capita con le canzoni. Non, si badi bene, con la musica importante, che pure ascolto, tipo sinfonie, arie d’opera o grandi melodie, ma con elementari riff di musica leggera, tanto più persistenti quanto maggiormente popolari ed, a volte, volgari. Così può avvenire che mentre sto scrivendo una focosa lettera ad un fornitore inadempiente o nel bel mezzo di una conversazione thriller con il funzionario di banca, piuttosto che mentre parlo al telefono in inglese con la dovuta attenzione a cercare i termini giusti, mi trovi a canticchiare una strofetta. La accenno col labiale o rimane riservata nel pensiero, ma si intrufola inopportuna. Anni di conoscenza del fenomeno, lunghe sedute di training autogeno e la disciplina zen mi hanno reso padrone delle mie esternazioni riuscendo a mantenere l’esteriore compostezza, ma alla guida dello scooter o mentre mi consento piccole distrazioni, il motivetto riaffiora. Il fenomeno può durare dalla sveglia del mattino fino al momento di godere del meritato sonno dei giusti, ma a volte si ripresenta infido per anche per le successive giornate. Mentre vergo questa nota, batto con i denti il ritmo del brano allegato che ho scaricato da “you tube” ieri sera e che non mi ha ancora abbandonato. Però mi fa rabbia perché, tornando al dispettoso organo di cui sopra, quando cerco di rammentare la data di nascita dei miei figli mi imbroglio regolarmente, ma al titolo “Rag Doll” associo immediatamente “Frankie Valli” con relativo refrain. Non mi sembra corretto.




https://www.youtube.com/watch?v=kJY83Ehuq1Y

martedì 19 maggio 2015

La Bella Signora

Era una bella signora. Forse un po’ demodé, con il lungo cappotto nero bordato in lapin e la grande borsa tenuta in grembo. Si vedeva dai lineamenti regolari del volto, e dalla ciocca di biondi capelli che sfuggiva alle forcine, che ai suoi tempi doveva essere stata una ragazza di rara bellezza. Di quella avvenenza semplice e vera che sa di natura e di campi di grano. Seduta sulla sedia della sala d’aspetto, manteneva una altera dignità che il laido luogo, scenario di tanti dolori e solitudini, non riusciva a toccare. La traslucida fotografia che, indiscreta, aveva scrutato dentro di lei, rimaneva nascosta nella grande busta paglierina ben stesa sulle sue ginocchia. E’ chiaro che la signora, se non altro che per educazione, aveva accettato il responso che il Professore le aveva sentenziato con poche, pesantissime parole. Adesso, scomoda, sulla seggiola di formica e acciaio, aspettava il suo turno per sottoporsi al rituale di oscure manipolazioni che sciamani con il bianco camice le somministravano in nome della speranza. Era venuta per conto suo, non voleva che la nuora si distraesse dalla cura del bambino. Sua figlia, povera brava ragazza, doveva anche aprire il negozio: non aveva tempo d’accompagnarla. Il marito l’aveva preceduta, ma non l’aveva abbandonata, se è vero che niente si cancella dall’anima ed ogni momento vissuto arricchisce la memoria di chi rimane. Si potrebbe dire che era sola, in quella triste sala d’aspetto. Un uomo anziano, pallido pallido, magrolino, che indossava uno sgualcito Borsalino ricordo di antiche velleità mondane, si avvicinò alla signora con un timido sorriso toccandosi il capello. Quante volte il vecchio, nei suoi bei tempi, aveva abbordato graziose fanciulle con l’aria spavalda e marpiona di un tomber de famme d’antan. Forse non si illudeva più che un sorriso ed una parola gentile gli avrebbero concesso lo sguardo di una donna, ma in quel luogo dove rassegnazione e speranza erano protagoniste di una eterna battaglia, piccole vanità rimanevano come riflessi di una vita ormai lontana. Con l’unico argomento che avrebbe potuto accomunarlo alla sconosciuta, si avvicinò dicendo: “Posso sedermi accanto a lei? Il Professore è molto bravo, ma sempre in ritardo.” Un cenno del capo acconsentì alla richiesta e nella grande e fredda struttura ospedaliera si avvicinarono due solitudini. E parlarono del domani.

sabato 9 maggio 2015

La lettera di Lenin

Non c’è democrazia se non c’è libertà nell’informazione. Ancora oggi, anche nei Paesi cosidetti “liberi”, i cittadini sono considerati come una massa da manipolare per i fini scelti dalle classi dirigenti. Avvenimenti che potrebbero riscrivere la Storia, o quantomeno far leggere il passato sotto un’altra luce, sono nascosti e taciuti per mantenere lo status quo e la credibilità dei governanti. Uno dei più clamorosi, tenuto regolarmente sotto silenzio dai mass media, è quello riportato dall’”Historical Report”, rivista di studi archeologici e storici, edita a Pasadena (Los Angeles County)  e ritenuta la più autorevole del settore. Ogni articolo pubblicato sul mensile viene verificato e ogni notizia riscontrata con diverse fonti per evitare falsi o valutazioni imprudenti. Questo quanto pubblicato nel numero di dicembre 2013:
LA LETTERA DI LENIN.
“Compagni, scrivo queste righe, di mio pugno, all’attenzione del Comitato Centrale del Partito, per testimoniare come si sia svolta una fase cruciale nella storia dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche. Prego il compagno Leonid Ilic Breznev di conservare la mia testimonianza e di renderla nota dopo la mia morte. ...(la lettera continua descrivendo gli anni della Rivoluzione, fino al punto in cui Lenin racconta la sua uscita di scena)… A questo punto era chiaro lo scontro di potere tra me e Stalin. Mi ero allevato una serpe in seno, e quest’uomo fatto solo di cieca ambizione personale, senza alcuno scrupolo politico o umanitario, sentiva la mia figura come un ostacolo alle sue mire egemoni e dittatoriali. Tentò più volte di farmi assassinare dai sicari di Dzerzinskij, allora a capo della Ceka, ma ogni volta riuscii a scamparla. Mi resi conto che entrambi non potevamo coesistere in seno al Politburo. Io non avevo la forza politica di scalzarlo e lui non riusciva, per vari motivi, a farmi fuori. Così, nella primavera del 1923 stabilimmo un incontro ed il compagno Josif mi propose il seguente accordo. Non sarei più stato perseguitato né si sarebbe attentato alla mia vita e avrei potuto continuare i miei studi in pace ritirandomi a vita privata, in cambio avrei dovuto mettermi da parte e non ostacolare Stalin nella sua brama di potere. All’epoca ero già malato, stanco e deluso da come si era evoluta la spinta rivoluzionaria del ’17, e quindi, dopo un’approfondita riflessione, accettai. Stalin ne fu entusiasta e, per avallare la mia uscita di scena in modo definitivo ed eclatante, decise di organizzare la mia morte pubblica. Negli anni della mia vita sociale mi ero attorniato di molti sosia che prendevano il mio posto nelle occasioni che si ritenevano pericolose o, al contrario, poco importanti. Non fu difficile per il Segretario far prendere e uccidere uno di questi mostrando al mondo la fine della mia parabola umana. Come estremo tributo alla mia vanità, e per legittimare la sua successione al governo, decise di far imbalsamare e poi esporre permanentemente le mie supposte spoglie alla venerazione del popolo. Quando, clandestinamente, vidi la fila fuori dalle mura del Cremlino per rendere omaggio al me defunto, mi venne in mente di fare un’ultima richiesta al dittatore. Volli assumere una nuova identità e, in incognito, essere nominato guardiano della mia stessa salma. Fui accontentato e, per un lungo tempo, truccato ed intabarrato con un’uniforme dell’Esercito, ho sostato all’ingresso del mio Mausoleo. Perché l’ho fatto? Per vedere la faccia di chi si era illuso con le mie parole e che ancora credeva nell’inganno del comunismo e di tutti i suoi velleitari dogmi di uguaglianza e fraternità. Devo confessare che, dopo una vita austera e rigorosa, negli ultimi anni mi sono divertito moltissimo guardando i visi e sentendo i commenti dei visitatori del sarcofago, ignari spettatori della più grande farsa del XX secolo della quale io stesso ero stato autore.” ... (la testimonianza finisce in maniera meno interessante per la Storia).
L’originale di questa lettera era stato mandato in un laboratorio di Houston per riscontri inequivocabili sulla datazione e per le perizie grafologiche. Pare sia stata trafugata e sono ancora in corso le indagini per ritrovarla. La CIA afferma che l’Agenzia è certa del coinvolgimento di emissari di Putin, ma non ci sono prove documentali.





giovedì 7 maggio 2015

Una trascurabile ricorrenza

Fra qualche giorno sarà il mio compleanno. Quanti ne compirò? Bah, se ne può discutere. Se il tempo è relativo, gli anni sono elastici e se il calendario è una convenzione, ci sono molti modi per calcolare lo scorrere dei giorni. Potrei orientarmi come gli Indiani d’America e contare le Lune che passano. Se dessi retta agli antichi Maya avrei l’opzione tra il calendario “sacro” di 260 giorni o quello comune dei soliti 365. Forse potrei dare retta agli Ebrei che distinguono gli anni tra “comuni” e “embolismici”, con durate differenti, e fanno iniziare il giorno al tramonto del sole, ovvero convenzionalmente alle 18. Per me andrebbe benissimo visto che io prediligo vivere di notte e alla mattina mordo chi incontro prima delle nove. Volendo essere sofisticato, avrei l’imbarazzo della scelta tra il copto, l’etiopico, il cinese, l’iraniano e così via. Ma diciamo che, ligio ai dettami di Santa Madre Chiesa, dò retta a quanto codificato da Papa Gregorio e prendo per buono il banalissimo almanacco stilato dal Santo Padre ed al quale si sono tutti conformati. Però anche così non posso rispondere alla domanda iniziale di sapere quanti anni ho. Dipende a che ora mi viene posta la questione. Alle otto, quando mi alzo dal letto risvegliandomi con un assortimento vario di dolori e malesseri, che vanno dalla botta della strega all’emicrania, direi che ho 85 anni. Dopo, al lavoro, riscendo verso la cinquantina con la necessaria dose di energia e concentrazione. Nella pausa post prandiale, quando voluttuosamente mi abbandono ad una sana pennichella, mi accartoccio sotto al plaid e mi sento come un neonato nella culla. Salvo che non vada a giocare a tennis. In tal caso mi succede di essere schizofrenico, con due identità. Quella nascosta e velleitaria che mi dice che farò una prestazione da trentenne, l’altra, vera ed evidente a tutti, che mi accomuna ai residenti di Villa Arzilla. Il pomeriggio direi che oscillo tra i quaranta ed i cinquantacinque, dipende dalle grane lavorative. La sera: il riscatto. Come immerso nella vasca di Cocoon, assorbo l’energia dell’universo e mi scrollo di dosso gli anni come un grosso cagnolone rientrando da una passeggiata sotto la pioggia. Fosse per me, e fosse un’attività un po’ meglio retribuita, farei il guardiano notturno, girando per la città a mettere bigliettini nelle saracinesche pensando e divertendomi fino all’alba. In quelle ore sono disposto a sfidare un venticinquenne su chi è pronto per un ultimo bicchiere in compagnia o per andare a prendere un cornetto caldo, appena sfornato. La cosa brutta è che torna la mattina e, come sopra descritto, mi tornano indietro tutti i lustri vissuti maggiorati di una quantità direttamente proporzionale al bagordo notturno. Quindi, quale momento prendere come riferimento per sapere quanti anni ho? In realtà non mi voglio rispondere per non rischiare di avvicinarmi a quella cifra che sta scritta sulla carta d’identità. E maledette le candeline sulla torta! 

giovedì 30 aprile 2015

The dark side

Take a walk on the wild side. Quando mr. Hyde incontra il dottor Jekyll non lo riconosce. O meglio, non distingue una persona diversa da lui. Nei momenti nei quali è lucido vorrebbe rinnegarlo, non avere niente a che fare con quel brutto personaggio, prendere le distanze dal delinquente, ma non può. Perché è la sua dark side, la sua parte nascosta, la sua anima nera che il giorno rinnega, ma la notte accoglie. Non serve la logica della ragione o la patina di perbenismo, che l’educazione e la civile convivenza obbligano a indossare, quando calano le tenebre e lo scienziato viene tentato dall’assaggiare la straordinaria pozione, il lato nascosto si rivela. Vale per tutti e non si devono consolare le beghine disconoscendo il mostro, perché quella cosa fuori dall’ordinario e dagli schemi è anche dentro di loro. La natura è là in fondo. Legata, soffocata, avvinta, nascosta, ma sopita, dormiente, pronta a risvegliarsi quando una sostanza o un sentimento stracciano i lacci che la costringono. Non più buone maniere e civiltà, ma ferina manifestazione del lupo che dentro l’anima digrigna i denti, arruffa il pelo e tira la catena che lo imprigiona. Dice bene Lou Reed, bisogna fare un giretto nella parte del nostro inconscio che non vogliamo riconoscere. Dobbiamo fare una passeggiatina per quei marciapiedi del quartiere malfamato dove nessuna faccia è amica e l’eccitazione fa il paio con la paura. Giocare con l’io che non siamo noi per ascoltare l’istinto primordiale, avventurarci in territori dell’anima inesplorati o repressi per cercare di conoscerci fin dove non ci vergogniamo di ammetterlo. Avere il coraggio di guardarci allo specchio dopo la trasformazione e non schifarci degli occhi iniettati di sangue o delle nostre fattezze bestiali, perché quella è una parte che ciascuno di noi cela dentro, anche se non lo vuole accettarlo. Aiutati dalla maturità, bisogna aspettare che gli effetti della malefica sostanza abbiano fine. Poi ritorneremo nei nostri rassicuranti abituali panni facendo finta di non conoscere mr. Hyde. Ma tutti lo sappiamo bene: è solo una scorza di educazione che lo tiene nascosto. Fino a quando non faremo un altro giretto nella nostra wild side. 

martedì 21 aprile 2015

Il Mistero della Pantera Scomparsa

“E la Cristoforetti gira, gira…beata lei, da sola nell’immensità del cielo. No, in realtà non è da sola ma divide la navicella con un gruppetto di uomini. E quindi: altroché beata, deve essere un inferno. Mi ricordo, qualche estate fa, quando prendemmo una cabina al mare con degli amici. A fine stagione i bambini si odiavano, io mi trattenevo dal prendere per i capelli la Gina più volte al giorno solo per una residua parvenza di educazione, ed i mariti, quando si incontravano, non si salutavano nemmeno. Questo perché eravamo obbligati ad una convivenza, seppure temporanea, in pochi metri quadrati con le robe di ognuno che invadevano gli spazi degli altri. Pensa quindi a quella poveretta lassù. Adesso capisco perché è sempre nei telegiornali o collegata con qualsiasi trasmissione, dalla D’Urso a “Uno in Famiglia”. Dovrà pure sentire delle voci diverse e parlare d’altro oltre che di vodka e matrioske – mi pare che i compagni siano russi -. Non vedrà l’ora di tornare, anche se ritroverà la stessa grama situazione che ha lasciato, se non peggiore.” Questo pensava la Kathia, parrucchiera per uomo e signora (sic) in quel di Borgo Carige, mentre gustava l’ultima sigaretta della giornata allungata sul dondolo nel giardinetto di casa. “Oh, Vittorio – si rivolse verso il marito - ma lo vedi ‘sto stonfo di stelle che tappezzano tutto il cielo?” L’uomo, che le sedeva accanto cercando di digerire il caciucco che la consorte aveva preparato per cena, alzò appena gli occhi verso l’alto producendosi nel massimo esercizio fisico che potesse concedersi in quel momento.
Era una di quelle sere di fine primavera quando nell’aria già si sente il profumo dell’estate, ma ancora non si soffre il caldo né la fastidiosa compagnia delle zanzare. Kathia si spingeva avanti e indietro con il solo sottofondo del leggero stridio delle molle dell’altalena e lo sporadico latrare di qualche languido cane che, sperso nella campagna, abbaiando salutava la luna. Anche Veronica, sua figlia, si era rintanata in cameretta per continuare l’interminabile conversazione con le sue amiche tramite cellulare o pc. Dalla tazzina di caffè che teneva in mano, una piccola voluta di fumo saliva perdendosi nel blu profondo della notte, dominato da un padellone d’argento che rischiarava il paesaggio come se fosse quasi giorno. “Eggià, belline le stelle. Pensa che adesso, magari, ci sta passando sulla testa la Cristoforetti – ohhee: lo stesso pensiero! - e noi neanche lo sappiamo. Forse, tipo Google View, ci può anche vedere.” Disse Vittorio. “Allora togliti la mano dalle mutande, che non saresti proprio un bello spettacolo.” Lo riprese la moglie. “Eddai, se non si può stare neanche più in pace a casa propria…dove andremo a finire?” E con questa sociologica osservazione venata da un evidente richiamo orwelliano alla tirannia del grande fratello (?), vincendo la botta di sonno ormai incipiente, Vittorio si avviò verso la camera da letto, dandosi un’ultima vigorosa grattata in segno di sfida verso l’occhio degli intrusi. “Uffff…” Fu il giusto commento della donna che racchiudeva l’accettazione del suo destino, nel quale era compreso anche quella specie di affettuoso cinghiale di suo marito. Per carità, non è che non gli volesse bene, ma qualche volta avrebbe voluto accanto qualcuno che sapesse qualche altra poesia oltre le rime di “garrisca al vento il labaro viola / una speranza viva ci consola”, l’inno della Fiorentina, e mostrasse entusiasmo anche per un tramonto oltre che per i gol di Cuadrado. Ma era andata così. In fondo era un brav’uomo, anche lui le voleva bene e questo era l’importante. “Oh bellino – lo richiamò – ricordati che domani andiamo a Roma, non sparire come al solito.” “E’ proprio necessario?” Kathia si voltò, piano, alzando il sopracciglio sinistro. “OK, ho capito, ho capito, non c’è bisogno di scaldarsi. Ok, vabbè, a Roma, ok, ricevuto. Ti lascio qui fuori con la Cristoforetti che se l’è fumantina come te, pensa come se la passano quei poveracci di astronauti che sono con lei. Ti aspetto in camera.” “Va bene, ti raggiungo finita la sigaretta.” “Non fare tardi, che mi devi ancora far vedere come ti sta quel completino che hai comprato da Intimissimi.” “Ma va là! Che fra trenta secondi già russi.” Ribatté la donna, sbuffando una nuvoletta di fumo meglio della Dietrich nell’” Angelo Azzurro”.
Il matrimonio della cugina si avvicinava, era fissato per la metà di maggio, e Kathia doveva ancora scegliere il vestito per lei e per la figlia, mentre Vittorio avrebbe riciclato il completo blu “delle occasioni”. La donna aveva già fatto un giro ad Orbetello, non trovando però niente di proprio gusto, e quindi aveva intenzione di annegare nel mare grande della capitale dove l’offerta era sicuramente più vasta. Per la ragazzina di tredici anni era certa di trovare qualcosa di bello ed adatto per l’occasione in quel rinomato negozio di via Gramsci, ma per lei…non aveva proprio idea.  Avrebbe dovuto fare un giro in centro per trovare qualche proposta che la soddisfacesse.
Non dovendo lavorare, e non essendo per niente entusiasta della gitarella, quella mattina Vittorio se la prese comoda e, mente la Kathia già aveva finito la colazione, lui giaceva ancora nel letto cercando di scollare le palpebre. “Oh bellino! Ti dai una mossa?” “Uhmmff, eh quanta furia, arrivo, arrivo.” La donna per distrarsi dall’atteggiamento del marito che, sentiva, le stava facendo venire il nervoso, aprì “Il Tirreno” che ogni giorno il figlio dell’edicolante le consegnava a domicilio. Sorvolò sui principali titoli di politica e si soffermò sulla Cronaca. Subito lesse: “La Pantera Scomparsa - Audace furto nel negozio Cartier di via Condotti - Sparito l’anello a forma di pantera facente parte della collezione storica del gioielliere.” “Vittorio, ma dal “Cartiere”, a Roma, un ci lavora l’Andrea Ciccolini, il figlio della signora Anna?” Dal bagno, il marito alzò la voce per farsi sentire: “Si, fu assunto quando si trasferì in città. E’ tanto che non ci vediamo.” Incuriosita dalla coincidenza, Kathia continuò nella lettura del lungo pezzo che poi, quando l’uomo la raggiunse al tavolo da cucina per la colazione, riassunse manifestando tutta la sua meraviglia. “Insomma, dice che, aprendo il negozio lunedì mattina, i commessi del gioielliere si sono accorti che mancava un anello dalla vetrinetta d’esposizione interna. L’ultima volta era stato visto da una venditrice che si era fatta portare le chiavi da Andrea per prelevare un altro gioiello da mostrare ad un cliente. Poi, certa che fosse tutto in ordine, aveva richiuso l’espositore e aveva riconsegnato le chiavi, sempre ad Andrea. L’inserviente come al solito, presente un collega, aveva riportato le chiavi al loro posto nell’armadio blindato sul retro. Naturalmente, hanno subito interrogato Ciccolini che si è dichiarato estraneo alla sparizione dell’oggetto e non in grado di darne una spiegazione. La direzione del negozio ha affermato tutta la sua fiducia nella lealtà dell’impiegato, che lavora con loro da più di quindici anni, mentre la polizia, come spesso accade…brancola nel buio.” Vittorio esplose in una risata: “Vuoi vedere che l’Andrea ha fatto il colpaccio? Bravo bischero!” “Come sei grullo, ma grullo tanto! Se ci fosse qualche indizio a suo carico, l’avrebbero già fermato. E poi, conoscendo la famiglia, sulla sua onestà ci metto la mano sul fuoco.”
Partirono da Borgo Carige con la Panda 4X4 e, dopo un’ora e mezzo, entrarono a Roma dirigendosi verso il garage sotterraneo di Villa Borghese per parcheggiare vicino al centro. Lasciata la macchina come una pecorella in mezzo al gregge, Vittorio si inventò un giochino per ricordarsi il numero di riferimento e ritrovare l’autovettura. Non voleva ripetere l’esperienza dell’ultima volta, quando aveva girato per i meandri dell’enorme autorimessa per più di un’ora, con sconforto ed angoscia sempre crescenti, perché non si ricordava più l’ubicazione dell’utilitaria. “Veronica, tu tieni a mente: livello due. Kathia: numero 63. Per me il compito più impegnativo: memorizzo livello due e posto 63. Così andiamo sul sicuro.” Soddisfatta e tranquillizzata, la famigliola si concesse un corroborante cappuccino con cornetto a testa, e imboccò spavalda il sottopassaggio verso piazza di Spagna. L’uscita dal parcheggio coincide con quella della fermata della Metro, e quindi il tunnel finale convoglia una massa di varia umanità, vociante e confusa, tutta verso la stessa direzione e anelante di sbucare fuori dall’oscuro antro. Finalmente i tre rividero la luce del sole, e furono immediatamente ripagati della fatica del viaggio quando Roma si presentò ai loro occhi bella e calda come sempre. Il tempo per un’occhiata alla Barcaccia e per un selfie con alle spalle la scalinata di Trinità dei Monti, ed in formazione, con avanti le donne ed l’uomo in retroguardia, si avventurarono a caccia di occasioni per lo shopping. “Seguiamo questo percorso. – annunciò Kathia, sicura di quello che aveva già programmato- Giù per via Frattina fino al Corso, poi viuzze varie a caso e quindi ritorno su per via Condotti.” E’ inutile seguire passo passo tutto lo sfiancante peregrinare da una boutique all’altra, con la costante insoddisfazione della donna ed il crescente sfinimento del marito, basti dire che, dopo buone tre ore di camminata, ancora non avevano risolto niente. Il capo perfetto, che avrebbe dovuto vestire la Kathia in occasione della festa, sembrava non esistesse da nessuna parte. O meglio, qualcosa andava bene, ma c’era sempre un particolare che impediva l’acquisto. Potevano essere le maniche, la lunghezza, il colore oppure, spesso, il prezzo. “Basta! Sono le quattro, non ce la faccio più!” Sbottò Vittorio esausto. Come aveva intenzione di dire Cristoforo Colombo quando, dopo mesi di navigazione, ancora non era riuscito a scorgere le coste del Kathay, e che poi per sua fortuna si rimangiò all’ultimo momento, l’uomo così comandò alla sua ciurma: “Torniamo!” Kathia, con un sospiro, capì che non poteva tirare ulteriormente la corda ed acconsentì alla resa. Da largo Goldoni imboccarono via Condotti per tornare al parcheggio, non mancando di guardare ancora le vetrine che proponevano tentazioni del tutto al di sopra delle loro possibilità economiche. “Prima di riprendere la macchina, fermiamoci a bere qualcosa in un bar.” Propose Veronica, che fin lì aveva sopportato di buon grado il tour de force solo consolata da qualche pacchettino rimediato nei negozi più “cool”.
Si sedettero al tavolino di una pasticceria che aveva attirato l’attenzione di Vittorio per la sontuosa esposizione di dolci e sfizi di ogni genere e ordinarono un piccolo rinfresco. Mentre stava sorseggiando la sua Diet Coke, Kathia improvvisamente si alzò in piedi agitando la mano. “Andrea! Ehi, ciao! Guarda chi si rivede. Vieni, siediti con noi!” “Oh, la Kathia e famiglia. Che piacere! Mi siedo solo dieci minuti perché devo tornare al lavoro.” La parrucchiera non si lasciò sfuggire l’occasione per interrogare l’amico sul fatto di cronaca che l’aveva visto protagonista. “Raccontami un po’, com’è che è andato sto’ furto dal Cartiere?” Il Ciccolini non poteva sottrarsi a quella legittima curiosità, e forse voleva anche sfogarsi dopo essere stato tanto sotto pressione. “Beh, è andato tutto esattamente come avete letto. Non si è riusciti a spiegare come la vetrina sia stata aperta senza tracce di scasso, visto che le chiavi sono sempre state in consegna a me. Fatto sta’ che l’anello è sparito. Ti dirò, e lo dico solo a te che mi conosci da tanto tempo, sono quasi contento che sia andata così.” “Che intendi?” “Il gioiello in questione era un pezzo unico della collezione storica della maison. Era un anello in oro e diamanti, con una pantera in smalto adagiata su uno zaffiro cabochon: un capolavoro! Si dice fosse stata ordinato, negli anni quaranta, dalla duchessa di Windsor e poi non ritirato. Certamente la figura del felino fu studiata apposta per la nobildonna che desiderava indossare un gioiello “animalier”, ma non è certo che quel pezzo particolare fosse proprio destinato a lei. Comunque io ne ero, diciamo, innamorato! Tutti i giorni lo guardavo e, dopo tanto tempo, mi sembrava fosse diventato un po’ mio. Adesso non c’è più, ma tanto non ci sarebbe rimasto ancora a lungo in negozio. Giusto qualche giorno addietro un cliente arabo l’aveva acquistato, lasciando una caparra, per poi venirlo a ritirare nel suo prossimo viaggio a Roma. Quindi non l’avrei più visto, con mio grande dispiacere.” La Kathia ascoltò il racconto quasi stupita nel vedere l’amico così commosso al ricordo di quell’oggetto che doveva avere tanto amato. “Che ci vuoi fare? Vedrai che forse lo ritroveranno o i ladri proporranno un riscatto. E’ difficile ricettare un pezzo così conosciuto da tutti i collezionisti del mondo.” “Forse hai ragione. Adesso scusami, devo andare. Fatevi abbracciare, e ci sentiamo presto.” Con queste parole, e con calorose effusioni, Andrea si alzò dal tavolino e si diresse verso il negozio nel quale lavorava. Anche la famigliola in trasferta finì le consumazioni e riprese la via per il parcheggio. “Eccheccavolo! – se ne uscì Vittorio appena fuori dalla portata delle orecchie del cameriere del bar – Quattro bibite, un po’ di spilluzzicamenti e due patatine e m’hanno scucito cinquanta euri! Un se po’, maremma bucaiola!” “Eddai, un ci facciamo riconoscere! E te tu stai nel cuore di Roma, e che tu ti pretendi? Prossima tappa: via Gramsci per il vestito di Veronichina.” Ribatté la Kathia con rinnovato vigore.
Qui ci starebbe tutto un paragrafo con la descrizione di come la famigliola raggiunse il più antico e rinomato negozio di abbigliamento per bambini e ragazzi di Roma e, forse, d’Italia. Della maniera in cui furono accolti e serviti da personale gentile e qualificato. Della meraviglia della madre e della ragazzina di fronte alle proposte originali, ma classiche, che avrebbero trasformato quella piccola paesana in una principessa da favola. Della gioia nel consegnare il bancomat nelle mani del titolare, persona squisita e charmant, per farsi addebitare la contropartita di un acquisto effettuato con tanta soddisfazione. E, infine, della gratificazione per essersi lasciati consigliare dall’affascinante e convincente signora che, con tanta grazia, li aveva accolti ed indirizzati verso la scelta migliore. Ma non vogliamo indugiare su realtà commerciali che meritano altre più elegiache descrizioni e che sono ben conosciute da tutta la clientela più selezionata ed esigente. E se qualcuno ancora non li conoscesse, peggio per lui e per la sua prole destinata a rientrare nella categoria degli sciattoni.
Il viaggio di ritorno sull’Aurelia fu fatto in silenzio. Solo la radio mandava un sottofondo musicale, nella macchina nessuno parlava. Vittorio, alla guida, era troppo impegnato ad esercitare la sua forza di volontà nel restare sveglio e vigile al volante, Veronica aveva indossato le cuffie e immediatamente era volata in altri mondi e la Kathia era immersa in pensieri tanto profondi ed impegnativi che il suo volto, solitamente sereno, mostrava un severo cipiglio. La donna riandava con la mente al colloquio con Andrea e all’articolo letto alla mattina. Non riusciva a spiegarsi come potesse essere avvenuto quel furto all’apparenza impossibile. Il suo hobby erano i gialli che aveva letto in quantità industriale e, dopo tanta esperienza letteraria, si considerava un’esperta detective, anche se in maniera solo potenziale e teorica. I sospetti che avrebbero potuto compiere il reato erano pochi, e pareva quasi di trovarsi nello scenario classico degli “enigmi della porta chiusa” dove non sembravano esserci soluzioni. Fino a quando l’arguto investigatore di turno, nelle ultime pagine del libro, non chiariva il mistero all’aiutante che, rilevando come fosse ovvia la spiegazione della vicenda, faceva l’inevitabile figura del cretino, insieme con il lettore che per tutte le 230 pagine si era fatto abilmente abbindolare dall’autore. Al kilometro 124 della statale A1, Kathia giunse ad una conclusione, per lei evidente. Arrivata a casa, sbraitò contro i familiari: “Pensateci da soli alla cena. Io devo scrivere una mail, non mi disturbate.” Prese il suo tablet e si chiuse in camera. Telefonò alla signora Ciccolini e, con una scusa, si fece dare l’indirizzo elettronico del figlio. Poi si sedette comoda, si concentrò e cominciò: “Caro Andrea, come disse Sir Arthur Conan Doyle, per bocca di Sherlock Holmes, “Eliminato l'impossibile, ciò che resta, per improbabile che sia, deve essere la verità”. Riferendoci al furto dell’anello, è impossibile che qualsiasi altra persona possa averlo compiuto, e quindi il colpevole deve essere il solo che ne abbia avuto la possibilità: tu. Anche se non vorrei crederlo e mi dispiace molto anche solo pensarlo, non vedo altre alternative. Ovviamente non posso dimostrarlo, e forse neanche lo vorrei, come credo che neanche la polizia troverà delle prove. Però tu e la tua coscienza conoscete la verità. Capisco le tue motivazioni dettate più dal sentimento che dall’avidità, ma ti prego di riflettere come non valga la pena per un oggetto, per quanto bello sia, compromettere la propria onestà, il rispetto verso se stessi e causare, qualora ne venisse a conoscenza, un così grande dolore a tua madre. Se ho ragione non lo voglio sapere, ma pensaci ed agisci come farebbe il bravo ragazzo che sei sempre stato.” Chiuse il portatile, anche se avrebbe potuto aggiungere molte altre righe di rimprovero ed incoraggiamento, e rimase per svariati minuti seduta al tavolino con lo sguardo nel vuoto e la mente altrove.
Qualche giorno dopo la Kathia era nella sua bottega concentrata su una messa in piega che, come una panna girata dal verso sbagliato, non aveva nessuna intenzione di montare. “Ma dimmi tu! – esclamo la cliente dalla sua poltrona mentre sfogliava un giornale – E’ tornato Arsenio Lupin, il ladro gentiluomo. Qui dice che hanno ritrovato l’anello rubato da Cartier con un biglietto di scuse. Non so se quello è un bischero o una brava persona. Tu che ne dici, Kathia?” La parrucchiera non rispose, ma un gran sorriso le si stampò sulla faccia e tutto il mondo le apparve all’improvviso meraviglioso.