mercoledì 13 aprile 2016

Praga a.d. 1580.

Praga a.d. 1580.



-Rabbi, è notte fonda, andate a coricarvi che i vostri occhi richiedono riposo.

-Jizchak, fedele genero mio, la parola del Signore non affatica mai, ma consola. Durante il giorno dobbiamo tutti essere partecipi delle miserie dell’umanità, ma la notte possiamo ritrovare, negli insegnamenti di Yaweh, la ragione della nostra esistenza. – Il Rabbino Jehuda Low ben Bezalel era a capo della comunità ebraica di Praga da molti anni, nei quali la sua reputazione di uomo giusto e sapiente era cresciuta fino a farlo diventare una delle figure più rispettate ed autorevoli non solo tra la sua comunità, ma anche per le autorità civili della città e dell’Impero. Si diceva che avesse influenzato anche Rodolfo II d’Asburgo convincendolo a trasferire la capitale da Vienna a Praga per poter meglio difendere, sotto la diretta protezione dell’Imperatore, il popolo eletto dai suoi tanti nemici. Anche se il sovrano non avrebbe di certo potuto andare contro la Chiesa di Roma, il popolino si diceva sicuro che, nelle notti di luna nuova, i due personaggi si ritrovassero in una delle botteghe alchemiche del “Vicolo d’oro” per esperimenti al confine tra la scienza e la magia.

- Cos’è, Rabbi, che tanto vi angustia?

- Vedi, sono preoccupato per la nostra gente. Colui di cui non si può pronunciare il nome, sembra che ancora ci voglia mettere alla prova armando la mano di chi non si riconosce nei suoi insegnamenti. Mi sono giunte voci che si sta preparando un nuovo pogrom e sangue innocente potrebbe essere sparso per le strade di Praga.

- Ma noi possiamo contare sull’alleanza con il Dio che fermò la mano di Abramo in difesa dell’innocente Isacco, per essere certi che, nel momento del pericolo, Egli saprà confondere chi ci perseguitasse.

- La tua e la mia fede sono grandi, ma io mi sento responsabile per i fratelli nel Signore, e voglio fare qualcosa che li possa aiutare.

- Illuminatemi, Rabbi, affinché possa servirvi.

I vecchio rabbino sembrò quasi non aver sentito le ultime parole del discepolo e, col capo chino, chiuse gli occhi in un raccoglimento pensoso. Sul volto, segnato da mille rughe, sembrava fossero scritte tutte le pene che secoli di diaspora e l’odio dei gentili avevano arrecato a coloro i quali erano solo colpevoli di seguire la parola dell’unico vero Dio. La luce della candela accanto al libro sacro aperto sul tavolo, danzando spiccava piccole scintille mentre l’oscurità regnava negli angoli della stanza arredata con dignitosa parsimonia. Tra quelle poche suppellettili ed in solitudine, Rab Low ritrovava il contatto con la sua anima e con il Creatore di Tutte le Cose che, fedele alla Santa Alleanza, sapeva guidare l’intelletto dello studioso per il bene dei suoi figli. Dopo qualche tempo si riscosse e, come se si fosse determinato ad una decisione gravosa ma inevitabile, alzò gli occhi verso il discepolo.

- Ebbene, procurati una quantità considerevole di argilla, convoca Jackob e vediamoci domani, all’ora quarta della notte, sulle rive della Moldava.

- Come volete, Rabbi, per la gloria del Signore e la salvezza del suo popolo.

Una bassa e fitta nebbia calò quella notte su tutta la città di Praga e sulle rive del suo fiume. Nessuno aveva l’ardire di aggirarsi per le strade ed i vicoli di Malá Strana o di Staré Město, e tanto meno di avventurarsi vicino alla Moldava dove diavoli, di puro spirito ed in carne ed ossa, aspettavano di ghermire ogni essere vivente per depredarlo di ogni avere materiale e dell’anima sua. Ma con la sicurezza del Giusto, i tre personaggi, il rabbino con i due aiutanti, si ritrovarono nei pressi di un’ansa del largo corso d’acqua, dove i flutti si scontravano con delle rocce affioranti creando mulinelli e vortici che, da secoli, erano l’ultima via d’uscita per i disperati che più non sopportavano le miserie dell’esistenza.

-Fratelli, ponetevi agli angoli del blocco d’argilla. Tu, Jizchak, sarai il fuoco; Jackob rappresenterai l’acqua; io sono l’aria e, insieme a quella terra, avremo così ricomposto la tetrade richiesta dagli antichi riti.

Il rabbino cominciò recitando le formule scritte nel Libro della Creazione, o Sefer Yezirah, ed a poco a poco l’ammasso informe prese sembianze umane. Al termine del rito, Rab Low mise nella bocca dell’essere uno “Shem”, che significa: nome, ovvero il nome di Dio, scritto su una pergamena e tutti e tre contemporaneamente, piegandosi verso i quattro punti cardinali, pronunciarono le parole “E soffiò nelle sue narici un alito di vita e l’uomo diventò un essere vivente” All’ordine dell’officiante, il Golem si alzò e venne vestito come un servitore del Tempio e apparve come un normale uomo, ma senza l’uso della parola. Venne chiamato Josef e sulla sua fronte fu incisa la parola Emeth, verità. Secondo le intenzioni del rabbino, il non-uomo doveva combattere contro i persecutori e, non essendo vulnerabile, risultare un baluardo invincibile e un fedele protettore, spaventando e scoraggiando chi si fosse rivolto contro la comunità ebraica.

Dal diario di Rab Low: “Misteriose e terribili sono le vie del Signore, Dio di Israele. Quello che Lui creò ed ogni cosa che, per Suo tramite, l’uomo realizza, sono solo cenere e polvere, melma e strame. Illuso è colui che crede di poter attraversare le vie del Signore e modificarne il tracciato, solo pianto e contrizione saranno le ricompense per il suo ardire. Anch’io mi macchiai del peccato di orgoglio volendo sostituirmi all’Altissimo che solo può infondere la scintilla di vita nelle inermi sostanze quando, mosso dalla compassione e per difendere il popolo dalle armi dei nemici, detti vita al Golem. Ma fui in breve punito. Quell’essere, che di umano aveva solo il sembiante, per qualche tempo stette ai miei ordini, ma poi si ribellò. Non so, e solo l’Onnisciente ha la risposta, perché il fantoccio d’argilla perse d’un colpo la sottomissione ai miei comandi, ma quello che doveva essere un possente alleato, divenne una creatura impazzita ed incontrollabile. Invece di soccorrere i deboli divenne più feroce della fiera più selvaggia, aggredendo senza motivazione tutto quello che trovava alla sua portata. Dovetti rimediare, e fare penitenza, e così feci.”

Il Golem non aveva bisogno di dormire, ma ogni giorno all’alba, dopo le sue scorrerie, tornava nella Sinagoga dove, per i primi tempi, era stato alloggiato dal rabbino, e si coricava su di un pagliericcio chiudendo gli occhi. Sulla fronte ancora recava graffita la parola Emeth. Il rabbino, mentre quello sembrava incosciente, cancellò dalla sua fronte d’argilla la prima “E” e l’iscrizione divenne: Meth, ovvero Morte, e tale fu la fine del Golem.

-Rabbi cosa ne dobbiamo fare di quest’uomo di terra?

-Non mi sento di distruggerlo del tutto – rispose il vecchio – forse, un domani, qualcuno più illuminato di me potrebbe riportarlo in vita. Chissà, la volontà del Signore è imperscrutabile. Aiutatemi, trasportiamolo nella soffitta della Vecchia Sinagoga e che il tempo sappia maturare la saggezza degli uomini per renderli in grado di imparare dai miei errori.

Nessuno, tra i successori del rabbino, ha mai voluto andare contro la volontà di Rabbi Low e, ancora oggi, sotto le volte antiche del Tempio di Praga, c’è un ammasso di argilla con le sembianze d’uomo che aspetta di riprendere vita.
















sabato 19 marzo 2016

Djerba la Douce

Faceva caldo a Djerba, e douce era l’aggettivo più blando per descriverla. La notte stellata sembrava fatta apposta per accompagnare gli slanci del cuore e l’entusiasmo della giovinezza. Profumi di fiori sbocciati al chiarore della Luna, richiami di strani ed insonni uccelli ed una quiete che fremeva per essere infranta, riempivano l’aria di vibrazioni languide ed eccitanti. Quando sentì il battito ritmato di un basso, gli sembrò che l’onda del suono lo colpisse direttamente nello stomaco. Si vedeva come un pugile alle corde, indebolito da ogni nota che veniva dalla “cave” e rassegnato a subire il K.O. delle emozioni.  Non era la melodia e neanche le parole che lo portavano, passo dopo passo, sull’orlo di un incognito stordimento, ma il ritmo della musica in sintono con i battiti del suo cuore. Troppo acerbo per l’amore, ed ancora inesperto per riconoscere esperienze che non aveva vissuto, sentiva qualcosa premere da dentro per esplodere fuori di sé, riempiendolo interamente. Ardeva nel desiderio di bruciarsi e tremava impaurito dall’avventura, ammaliato dalla congiura dei sensi e della natura complice di una perdizione anelata e terribile. Come una falena attratta dal fuoco che l’avrebbe bruciata, era pronto a conoscere quello che sapeva l’avrebbe consumato o fatto disperare. Forse l’inferno è lastricato di fine ghiaia lungo sentieri illuminati da basse luci e bordati da cespugli d’oleandro e mirto, ed inevitabile gli sembrava la strada che portava verso la fonte della magia. Troppo lievi ed incontrollabili erano i suoi passi mentre, sospinto dalla curiosità e dall’ardimento, si lasciava alle spalle il giardino oscuro ed in qualche modo rassicurante, per entrare nell’anfiteatro all’aperto. L’emiciclo di bianchi gradoni conteneva un pubblico variopinto e stanco per le fatiche di una vacanza vissuta alla massima intensità. Né sembrava interessare la voce di un cantante, più volenteroso che bravo, che accompagnandosi al piano e sorretto da una base registrata, passava in rassegna le hit del momento. Sul palco, illuminato da un occhio di bue che lo rendeva protagonista, un francese, che probabilmente di giorno era tutt’altro che un musicista, si impegnava appropriandosi di una canzone che neanche la sua improvvisazione riusciva a svilire. Lo chansonnier ripeteva “je pense a toi” ed il giovane sentiva che quell’invocazione per un amore lasciato, ma giammai perso, avrebbe potuto essere la sua. Era tutto fuori dalla sua esperienza, ma coinvolgeva la sensibilità di sentimenti ancora implumi. Nella dolce notte di Djerba visse il suo primo incontro con l’amore, in attesa dell’amore.  






lunedì 7 marzo 2016

Oltre la finestra

Sono fuori, sul balcone, le peonie e le mattonelle,
Mentre la luce rosata di un pallido sole ne fa vivere i colori.
Oltre la finestra brilla la falsa immagine di una primavera
Che non c’è, e non ce n’è neanche la promessa.
Dentro casa, e nell’animo mio, vive ancora l’inverno.
Freddo, morto come le foglie e scuro come i miei tormenti.
Odio quella ingannevole illusione di un tempo più mite,
Di un tramonto privo di nubi, di un’estate calda e consolante,
Quando la brama di udire ancora la risacca ed il tepore della sabbia
Si accompagna allo stordito sentimento dell’oblio.
Odio quell’illusione perché tale si rivela ogni volta,
Vinta dal gelido morso della vita che sbriciola la speranza
In fine, impalpabile, polvere che il vento solleva e disperde.
Troppe stagioni sono passate nell’attesa dell’estate, infiniti mandorli
In fiore hanno annunciato giornate più lunghe e notti brevi.
Tante tiepide serate hanno accompagnato i miei sogni per quante
Gelide albe hanno visto un brusco e spietato risveglio.
Non bisogna fidarsi della primavera, l’estate ingannerà; se anche
Si avesse la ventura di viverla, non sarà altro che lo spettro
Della ragione di vivere che ci illudiamo esista.
Quando il caldo, come sempre, arriverà, ormai sarà in ritardo
Ed io ancora Indosserò i guanti, la sciarpa e mi soffierò sulle mani.
Perché del sole non mi fido più.








venerdì 19 febbraio 2016

L'Angelo Custode

Aveva appena conquistato le ali e ne era orgoglioso. Non era stato facile superare tutti gli esami teorici e pratici per avere il brevetto. Aveva dovuto studiare l’anatomia degli esseri viventi volanti, dalle api alle aquile, e far tesoro della tecnica del battito e dell’armonia del movimento. Poi era stato portato in alto nel cielo e lasciato andare per vedere come se la sarebbe cavata. Beh, le ali non sono braccia e sono attaccate dietro la schiena: non è semplice controllarle a dovere. Ma, siccome era un angelo, dopo un primo momento di rodaggio, prese il via ed in breve fu pronto ad entrare in servizio. Come tutti i suoi colleghi doveva fare una sorta di apprendistato che l’avrebbe portato a fare carriera nella professione sino ad assumere il titolo di “Serafino” nella prima sfera dei cerchi angelici. Il primo gradino consisteva nel prendere in carico un essere umano e diventare il suo Angelo Custode. E’ un compito gravoso e misconosciuto lavorare per quegli ingrati mortali che non vogliono credere a niente che non sia sotto il loro naso. Se sentono una corrente d’aria sfiorarli, dicono che forse c’è una porta aperta; un frullio strano nelle orecchie lo prendono come l’inizio di una labirintite e l’inaspettata esitazione prima di attraversare la strada la imputano alla fortuna che li ha trattenuti proprio mentre stava passando una macchina. Gli animali umani dovrebbero capire che c’è qualcuno intorno che li sorveglia e che tiene loro una mano sulla testa, mentre, da soli in balia delle forze negative dell’universo, non riuscirebbero a cavarsela nella jungla del mondo. Mebahel, il nostro caro angelo, ricevette il mandato di affiancarsi ad un uomo, o donna naturalmente, che fosse nato nella finestra temporale dal 26 al 31 maggio. Avrebbe dovuto testimoniare ed infondere le virtù che rifulgono nel perseguimento della Libertà e della Verità nonché sussurrare nell’orecchio destro i consigli giusti per la retta via. Già perché nell’altro padiglione auricolare, a sinistra, poteva trovarsi uno spiritello maligno che si sarebbe potuto divertire a fomentare la parte peggiore di quella banderuola d’uomo, e lui aveva il compito di contrastarlo facendo prevalere la destra sulla sinistra, senza nessun riferimento politico. Si crede che gli angeli, in quanto asessuati e fatti di puro spirito, non provino emozioni, ma non è assolutamente vero. Ridono e piangono con il loro assistito cercando di consolarlo o di indirizzarlo per il meglio ma, purtroppo, rimangono spesso inascoltati. Mebahel, dovendo iniziarsi alla professione, era nervoso come San Pietro quella volta che non trovava più le chiavi. La madre del suo affidato era in pieno travaglio e lui, svegliato dal suono della piccola sfera d’argento che la donna indossava, si precipitò in picchiata nella sala parto dell’ospedale. Giunse appena in tempo per mettersi vicino all’ostetrica mentre il pargoletto era pronto per venire alla luce. La levatrice prese la testa del bambino con le mani ma, forse distratta nella routine di un compito che ripeteva quotidianamente, fu sorpresa dalla viscidità di un residuo di placenta e… a momenti il neonato cadeva per terra! La donna non si spiegò mai come fece a riprendere il corpicino tra le sue braccia senza quasi rendersene conto, ma Mebahel, che le era accanto, si deterse una stilla di etereo sudore dalla fronte, compiacendosi per come fosse stato tempestivo il suo intervento in soccorso del bambino. Questo fu il primo aiuto dell’Angelo Custode, ma molti altri ne sarebbero seguiti lungo tutto l’arco della vita di quel futuro uomo.
Quando alla mattina capiterà di svegliarsi avendo chiara la soluzione di un problema che, andando a letto la sera prima, sembrava insolubile, i più cinici crederanno che il loro inconscio abbia lavorato durante il sonno. Può essere, ma chissà che invece non sia stato l’intervento di un vecchio, invisibile amico?


Dalla Qabbaláh (Cabala) - MEBAHEL “Dio conservatore”. Angelo 14 tra i 72 angeli della Shemhamphorash (o “Nome Diviso”) che presiedono le zone celesti e affiancano Dio nelle Sue azioni. Coro degli Angeli Cherubini. Da 5° a 10° dei Gemelli. Angelo Custode dei nati dal 26 maggio al 31 maggio. Dono accordato: Verità e Libertà

lunedì 8 febbraio 2016

La terra screpolata

Non pioveva da giorni, o forse mesi, e tutto sembrava avere sete. La terra era screpolata e polverosa, gli alberi scuotevano nel vento i rami dalle foglie argento e verde, ed anche i cani penzolavano la lingua come fossero in cerca di particelle di umidità sospese nell’aria. Dovevo raggiungere una masseria a pochi chilometri da Fasano, in aperta campagna. La macchina presa in affitto arrancava per un tratturo dritto e bianco delimitato da due muretti di pietre a secco che interrompevano la schiera sterminata di ulivi da una parte e dall’altra della strada. Davanti ancora una collina e dietro una nuvola di povere che annunciava e nascondeva il mio passaggio. Il viaggio era stato faticoso e lasciare il lavoro in un momento che sembrava sbagliato aveva comportato una serie di contrattempi che ero certo non sarebbero stati ripagati. Ero stato quasi costretto a scendere in Puglia, non mi sentivo di mancare all’ultimo saluto al solo parente rimasto nella mia terra d’origine. Guidando pensavo al lavoro, alle mille grane lasciate e che avrebbero aspettato il mio ritorno e, come ormai facevo quasi automaticamente, allungai una mano in tasca a prendere la mia adorata pillola che da tempo era diventata socia nella gestione degli affanni. Per fortuna non c’era campo ed il telefonino tornava ad essere solo un oggetto e non il Grillo Parlante che mi richiamava costantemente ai miei doveri. E allora, tanto valeva gustarsi la passeggiata e, per meglio godermi il momento, spensi la radio.
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Ricordavo bene la fattoria nella quale avevo trascorso tante estati della mia infanzia fino alla morte della nonna. Dopo aveva continuato a viverci da solo zio Guelfo e, siccome con mio padre non andavano d’accordo, da allora non ci ero più tornato. C’era una grande aia con ai lati la conigliera ed il pollaio, mentre al centro si ergeva solitario un contorto albero secolare. Mi avevano detto che doveva avere più di mille anni e, con la fantasia, immaginavo gli antichi romani, Gesù e Pecos Bill che trovavano riparo sotto le sue fronde maestose e fatate. La casa era grande e piena di misteri; mi sembrava un’enorme balena che, come quella di Pinocchio, inghiottiva chi le passava vicino senza avere mai la sicurezza che potesse essere risputato fuori. Nonna viveva in pochi ambienti: la sua camera da letto al primo piano, la cucina ed il salone al pian terreno, e la “stanza delle cose” dove si trovava qualsiasi oggetto di cui si avesse bisogno. Tutte le altre porte, ai lati del corridoio di sopra o sul retro, erano sempre chiuse a chiave. Il mio amichetto del cuore, figlio del massaro, mi aveva detto che bastava prendere una chiave a caso di qualsiasi altro uscio che sarebbe andata bene per tutte le serrature, e quindi il nostro passatempo preferito era scoprire ad una ad una le vecchie stanze disabitate. Naturalmente di giorno, col sole alto e quando a portata di voce ci fosse stato qualcuno. Mai mi sarebbe venuto in mente di tentare l’avventura col buio o quando non mi fossi sentito sicuro. In quegli ambienti la vita era sospesa, i mobili coperti da lenzuoli bianchi, scuri dipinti alle pareti e un odore strano di muffa e d’animale. La luce filtrava attraverso le fessure delle imposte con dritte lame dentro le quali danzavano milioni di particelle di polvere, come microscopici elfi in festa su uno scivolo dal cielo. Entravo spavaldo, raccontandomi che i fantasmi non esistevano e che un tesoro era nascosto sotto al letto, ma non avevo mai il tempo di verificarlo perché al primo scricchiolio del legno di un vecchio canterano, me ne scappavo via a gambe levate. E poi le prime cacce: ai ramarri. Col fucile a piombini andavo in cerca delle lucertole e, dopo l’avvistamento, puntavo e sparavo. Mi sentivo fiero della mia prodezza, ma l’animaletto con le budella all’aria mi faceva anche pena ed un po’ schifo. Rimanevo quasi stupito nel vedere come quell’esserino un momento prima fosse in vita, e potevo vedere il cuoricino battere attraverso la pelle delicata, e poi improvvisamente era morto. Morto definitivamente e per mano mia: sentivo che forse non era giusto, o solo inutile. Le giornate, in quelle torride estati, sembravano non finire mai senza avere niente da fare, eppure il termine delle vacanze arrivava improvviso e sempre troppo presto.
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 Andavo piano, ed il rumore del motore non riusciva a sopraffare il frinire delle cicale che, insieme al vento caldo, entrava dai finestrini aperti. Forse entrò anche un granello di polvere che mi irritò gli occhi facendo scorrere delle lacrime impreviste. Fermai la macchina e scesi. Scavalcai il basso muretto di pietre e calpestai, dopo tanto tempo, il terreno di zolle e sassi. Improvvisamente non avevo più fretta, scelsi l’ulivo che mi sembrava più accogliente e mi sedetti alla sua ombra. Non sapevo più dov’ero: mi ero perso. O forse ritrovato. 

mercoledì 3 febbraio 2016

Una fotografia

E’ una fotografia che mi trafigge il cuore.
E’ il tuo sguardo che, ignaro, si abbatte su me.
Quando, incoscienti, fermavamo un attimo di vita
Nella fissità di un immagine e tutto sembrava normale,
Dovuto, in un destino tirato tra i giorni del vivere.
Ma il tuo sorriso, prima, e la tua pena, poi, nel fermo
Di un fugace scatto, soffiano sulla brace dei ricordi
Bruciando di pena e d’amore.
Mentre io vivevo, e vivo, di sponda al tuo dolore,
Perso nella ricerca di non sentire.
Non sentire e non vedere le tue lacrime,
Per non piangere su di te e su di me.
Illuso di una forza che non ho, falso nella menzogna
Di un coraggio che fingo prima di tutto alla mia anima.
E mi rifugio nelle parole, e mi inganno nella fantasia,
E sbando nell’immaginazione.
Lontano, lontano da qui, se in questo luogo
Devo conoscermi o accettare la realtà.
Vigliaccheria e sopravvivenza nuotano insieme
Nel mare di una vita beffarda ed irridente di ogni illusione
E delle fatue aspettative che, ad una ad una, si cancellano
Dal carnet di un ballo in maschera.









venerdì 29 gennaio 2016

Ho del sale nei capelli

Ho del sale nei capelli. Faccio scorrere le lunghe ore della notte pensando e scrivendo di me, di noi, della vita. Ma cosa ne so dell’esistenza? Niente, se non che ne so niente, e di questo sono certo. Ho corso, tanto, e adesso mi sono fermato, trovando il mio posto in un luogo che non c’è. Perché se io non mi sento di appartenere alla mia realtà, non riconosco nemmeno quello che mi circonda. Anzi, amo questo non luogo in quanto mi consente di non vivere, mentre sopravvivo. Cosa c’è di meglio di essere trasparente di fronte agli altri? Mi permette di guardare senza essere visto, di parlare senza essere ascoltato, di essere qualcosa di utile, come un frigorifero, senza essere giudicato. E in questa bolla, sopravvivo per non morire, senza avere nessuna preferenza tra una delle due scelte. Ci ho messo molto ed ho molto imparato per arrivare dove sono ora. Non è stato facile spengere, ad una ad una, tutte le illusioni, ogni speranza e qualsiasi ambizione. Sono stato aiutato nell’allontanarmi da tutti gli affetti, da ogni amicizia e da qualsiasi amore, ma, con fatica, adesso posso dire di esserci riuscito. E ne sono fiero. La mancanza dei desideri ed il distacco dai sentimenti conduce al nirvana, o forse solo allo stordimento. Quando finì tutto, dovetti cercarmi un lavoro che nutrisse quello di me che non era morto. Lo stipendio di portiere di notte mi ha consentito di sostentarmi, ed il lavoro dietro al bancone di un alberghetto mi ha dato la possibilità di sparire. Adempio al il mio dovere dando le chiavi ai clienti e facendo pagare il prezzo della camera. Non devo fare altro che indicare il numero di una stanza e, se proprio mi gira, biascicare un ringraziamento ormai automatico e senza significato. Mi dicono che a New York ci sono dei nuovi hotel dove, al ricevimento, si trova una macchina, un robot, che legge il documento del cliente e sputa una chiave. Credo che sarà la mia futura reincarnazione. Ecco, questo sono io, ma…non me lo dovevano fare. La clientela del motel era sempre quella, su e giù coppie uguali una alle altre, non le vedevo più: solo gente senza volto. Ma sono rimasto lì, come uno stupido, vedendo quei due arrivare un mattino, puliti ed educati, sembravano finti. Detti loro la chiave della stanza meno schifosa: la numero tre. Poi li accompagnai al piano, e porgendo un asciugamano pulito, chiusi la porta della camera sul loro sorriso. Era un grigio mattino quando, non vedendoli scendere, andai ad aprire la porta della loro camera. Se ne erano andati lasciando, nel letto, solo i loro corpi. Lo so che non c’entro, però non è giusto! Morire a vent’anni, e poi proprio qui. Soli, senza fiori né gente, li hanno incartati in bianchi lenzuoli e portati via con un furgone. Avranno avuto i loro motivi, ma di una cosa sono sicuro: là dove stanno adesso, insieme, staranno benone. Non so il perché, forse sono un vecchio pazzo, ma non mi va’ più di dare a nessuno la chiave del numero tre.