martedì 28 luglio 2015

Interno Notte - Parte V



Interno notte.
Parte V. Scena I
Ora di cena in famiglia.
Attorno al tavolo Padre, Madre e due figlie di circa 28/30 anni.

Padre - Sono andato a comprare il tablet nuovo, come mi avevate consigliato. Soltanto che l’ho acceso e…Serenella, cos’è che ti meraviglia tanto?

Serenella (la figlia maggiore) – Niente, di che mi dovrei stupire?

P. – Non lo so, ma mi guardi con gli occhi sbarrati.

S. – Noooo, ho capito: sono le ali di gabbiano!

P. – Scusa?

S. – Le sopracciglia ad ala di gabbiano che, come dice “Clio make up” si alzano verso le tempie e danno luminosità allo sguardo. Non mi stanno bene?

P. – Si, insomma, ti danno un’aria un po’ inquietante. Sembri un gufetto che guarda il mondo appena dopo essersi svegliato.

S. - Maddai! C’è ‘ste estetista che è una maga. Mi ha definito le sopracciglia col filo e, con qualche altro piccolo intervento, mi ha tolto vent’anni dalla faccia.

Madre – Be’ considerato che ne hai 28, adesso dovresti apparire come una bambina di otto. Non sarà un tantinello eccessivo?

S. – A ma’, gli anni da togliere non sono mai troppi.

Veronica (l’altra figlia) – Hai ragione. E poi, con la competizione che ci sta tra noi ragazze, ogni aiutino è il benvenuto.

P. – Dici che questa che ti cura è brava, ma lì si è sbagliata.

S. – Dove?

P. – Le unghie. Te l’ha fatte una di un colore diverso dall’altra.

S. e V. insieme – Come sei anticoooo!!!

S. - Come fai a non sapere che adesso la moda vuole le “nails multicolor”? Ti dirò, prima usavo il gelinium gloss, mi rimaneva lucido ma andava sgrassato, poi il fast finishing che non lo sgrassi ed è moooolto più lucido e non si opacizza nel tempo. Anche il one phase dà un bellissimo effetto sul french, ma da professionails è un’altra cosa.

V. – Evvero Serenè. Basta che non ti fai mettere le faccette o le stelline, che so’ borissime!

P. – Scusate la mia ignoranza. Così quel pastrocchio è voluto? Non te lo potevi fare da sola?

S. – Ma che sei matto? Quella è una professionista con ore e ore di studio. Anzi è quasi un’artista e si fa pagare gli interventi come le parcelle di un dentista.

P. – Per curiosità…quanto più o meno?

S. – Parte dai 10 fino ai sessanta euro per la ricostruzione completa.

P. – Ecco perché adesso vedo in giro che aprono tanti negozi per le unghie. Il costo del materiale dovrebbe essere irrisorio e poi danno la stangata al momento di farsi pagare. Un bel business!

V. – Ecco vedi, Pà: sono contenta che ci sei arrivato anche tu. E’ un po’ che ti volevo chiedere di aiutarmi ad aprire un negozio insieme con la mia amica Cinthia. Lei ha fatto un corso di specializzazione ad altissimo livello per il trattamento delle unghie, ed io potrei occuparmi dell’organizzazione. Si tratterebbe di mettersi d’accordo per un contratto in franchising con la casa madre che ci fornirebbe i prodotti. Basterebbe poco.

P.- Quanto?

V.- Cinqu…

P. – Cinquemila: si può fare!

V. – Cinquantamila.

P.- Cheeeee??? Ai miei tempi le unghie ce le mangiavamo e siamo cresciuti benissimo ugualmente. Riprendiamo le sane abitudini. Non se ne parla!

S. e V. insieme – Sei sempre il solito: ci tarpi le ali.

P.- Di gabbiano?



Dissolvenza.
Interno notte. Scena II
Camera da letto completamente al buio. Si vede solo una piccola luce in corrispondenza di una parte del letto



Nel letto matrimoniale la madre sta dormendo voltata su un fianco. Il padre, con l’aiuto di una torcia puntata su un blocco per gli appunti, scrive qualcosa borbottando tra sé.

“Due euro a unghia, moltiplicato per dieci per quanto riguarda le mani. Poi ci stanno le altre dieci dita dei piedi. Il tutto per una ventina di clienti al giorno…”



Dissolvenza.














lunedì 13 luglio 2015

Un momento, in silenzio

Vorrei stare tutte le sere, ogni sera, sera dopo sera, seduto in riva al mare per sentire la risacca che si confonde con il fruscio della brezza, mentre il sole cala tra i flutti come un gigante in punta di piedi. In quel momento la mente si rivolge all’inner soul per una piccola beatitudine, scheggia di un mantra di pace che annulla le ragioni di ogni affanno. Nessuna voce, nessun pensiero a disturbare la perfezione di un miracolo che, meglio di qualsiasi veda, dimostra la grandezza del Creatore e di come l’ordine generato dal caos sia armonia e bellezza. Così come ogni granello di sabbia è necessario agli altri per comporre la spiaggia, è chiaro il senso di ogni esistenza che vale solo in quanto esiste, nel bene o nel male. Il dialogo è con il nulla e mettersi in relazione con quello che non c’è, rende partecipi del tutto, anche se si vale solo per un segmento di universo, o per un fugace attimo. E, dopo aver assistito alla rappresentazione del tramonto, prepararmi per lo spettacolo della notte con i piedi nella rena e la mente nelle stelle.    

mercoledì 8 luglio 2015

Delitto "al naturale"



Kathia e Roberta erano state “migliori amiche” dai tempi dell’asilo fino a quando il padre della seconda, che faceva il carabiniere, non fu trasferito al nord. Le ragazze, già adolescenti, si separarono tra grandi pianti e promesse di rivedersi spesso, ma interessi differenti e nuove conoscenze allentarono il loro legame senza però mai interromperlo del tutto. Ogni compleanno e festa comandata si telefonavano, e qualche volta si scrivevano, ognuna raccontando della propria vita trascorsa in un caso in Toscana e nell’altro in Alto Adige. Roberta aveva poi sposato uno scultore del legno di Merano che viveva agiatamente intagliando madonne, stambecchi e gnomi per i turisti e, sebbene non avesse avuto figli, diceva di essere contenta ed appagata per un’esistenza tranquilla e serena. Con Walter, il marito, erano accumunati dalla passione per lo sci e la vita all’aria aperta ed anche fisicamente erano abbastanza simili: entrambi biondi, asciutti e perennemente abbronzati. Il fatto che le due famiglie vivessero in luoghi diversi, dove molta gente si recava in villeggiatura, era il pretesto per scambiarsi l’ospitalità almeno un paio di volte l’anno. La Kathia andava a sciare con Vittorio e Veronica sulle piste vicino casa di Roberta, e questa col marito scendeva in Toscana, generalmente ai primi di luglio, per trascorrere un paio di settimane godendo del mare dell’Argentario.

Anche quell’anno i nordici effettuarono la trasferta prendendo possesso della cameretta di Veronica che, come d’abitudine, negli stessi giorni andava a trovare la nonna all’Abetone. Un rito inevitabile era la prima cena da trascorrere in casa, dove la Kathia si esibiva nella preparazione dei suoi famosi pici al sugo di cinghiale che, non ci sarebbe bisogno di dirlo, risultavano sempre ampiamente vincenti sui canederli al gorgonzola che la controparte metteva in tavola quando ricambiava l’ospitalità. Morellino e “Amaro del Brigante” fecero la loro parte nello sciogliere la conversazione. “Tutto ottimo, come sempre.” Disse Roberta dopo aver terminato il pasto, accendendosi uno strano piccolo sigaro dall’odore di nocciola. “D’accordo” confermò Walter, il marito, che da buon montanaro era di poche parole. “Senti un po’ vecio, dove andiamo domani al mare?” Diciamo la verità: a Vittorio il marito di Roberta non stava molto simpatico e lo sopportava, mostrandosi il più cordiale possibile, solo per fare piacere alla Kathia che teneva tanto alla loro amicizia. Gli scocciava in particolare il fatto che, quando soggiornavano dagli amici a Merano ed uscivano insieme per una gita o un pic-nic, il crucco si esibisse in salti di ruscelli, scalate su piccole pareti a mani nude e sciate spericolate cercando di coinvolgerlo ogni volta. Il toscano, più marinaro e giusto un tantinello meno atletico, non poteva sottrarsi e, nove volte su dieci, finiva per fare una magra figura agli occhi delle donne dalla quale si salvava buttandola sul ridere, ma con un lieve astio nel cuore. Una volta, pensando di vendicarsi, durante il soggiorno in Maremma di Roberta ed il consorte, Vittorio prese la barca proponendo un bel giro in mare. Giunti al largo sfidò Walter in un gara di nuoto ritendo che tale sport fosse lontano dalle capacità dell’atesino. Infatti, seppure per poco, vinse e ne fu enormemente soddisfatto. Ma mentre Vittorio assaporava il dolce gusto del suo successo, per tornare a bordo, lo sbruffone esibizionista si attaccò con ambedue le mani alla prua del natante ed, ignorando la scaletta, si tirò su con una capriola all’indietro, suscitando un piccolo applauso dalle mogli. Vittorio si rassegnò, consolandosi nel constatare che come faceva ridere lui le donne, l’altro non ne sarebbe mai stato capace. “Allora vecio, Feniglia o Giannella?” “Dove volete voi. Siamo a vostra disposizione.” A questo punto Walter e Roberta si scambiarono un’occhiata di intesa, e la donna: “Sentite un po’. Non so se ve l’ho detto, ma insieme con mio marito, quando passiamo delle vacanze al mare, spesso scegliamo dei posti “naturisti”. Cioè ci piace molto stare senza costume e godere del sole e del mare senza l’impiccio del costume. Anche dalle nostre parti frequentiamo saune e spa dove stare nudi è assolutamente normale. Questo ci dà una sensazione di libertà abbandonando le inibizioni, con la massima semplicità ed innocenza. Prima di venire mi sono informata e da queste parti c’è una spiaggia per nudisti, che ne dite, ci andiamo?” “Beh, veramente…” Cominciò Vittorio. “Che c’è, ti vergogni?” Gli rispose Walter ridacchiando. Cosa credeva, il crucco, che lui avesse qualcosa da nascondere? “Sei forse geloso della Kathia?” Vittorio si stava innervosendo. Per chi l’aveva preso quel montanaro? Si sentì sfidato e non volendo fare la parte del retrogrado disse spavaldamente: “Cosa dici? Io avrei voluto andarci tante volte, ma sai la Kathia…” La moglie sentendosi a sua volta chiamata in causa, e non volendo essere da meno degli altri, subito interloquì: “La Kathia, cosa? Io pensavo che tu fossi contrario, ma visto che siamo invece tutti d’accordo, domani andremo senz’altro all’oasi naturista.” Con questo programma si salutarono, ritirandosi nelle rispettive camere.

“L’ho trovata bene Roberta.” Disse Vittorio steso sul letto mentre sfogliava la Gazzetta dello Sport. “Cioè?” Vero che per la Kathia lei era più di una sorella, ma era pur sempre una donna agli occhi del marito. “Beh, mi sembra in forma, anche se credo si sia rifatta le tette.” “Dici?” “Sì, si vede. Forse anche i glutei. E gli zigomi.” “Oheee! Le hai fatto una radiografia. L’hai guardata bene!” L’uomo, accorgendosi di essersi lasciato andare in maniera imprudente, si riprese subito. “Macché, voglio dire che si nota che si è rifatta. Mica come te che sei tutta bella naturale.” “Ah, forse. – ribatté la moglie. E per prendersi una piccola rivincita continuò in maniera provocatoria. – Anche il Walter è sempre un bell’uomo. Sembra che per lui gli anni non passino mai.” Per Vittorio era ora di mettere fine a quella conversazione che non prometteva niente di buono. “Bene, Buonanotte.” Disse seccamente. “Buonanotte” rispose la Kathia altrettanto fredda. Poi, sottovoce, il marito sussurrò: ““Ma tu ti spogli…tutta?” “Certo, non c’è niente di male, anzi dovrebbe essere una sensazione bellissima.” “Ok, ma anche gli slip…con la “cosina” che la vedono tutti?” “Ohhh, come sei antiquato e bacchettone. La “cosina” come la chiami tu, ce l’hanno tutte e la mia non ha niente di speciale. Dopo un po’ non ti accorgi più neanche di essere nudo: non ti fila nessuno.” “Ho capito, ma c’è anche Walter.” “E allora? Per loro è normale. Tu piuttosto, non è che ti vergogni del tuo…”cosino” e di farlo vedere a Roberta?” “Ehi, io sono assolutamente nella media, e forse nella fascia alta. Basta, deciso!” Poi, ripensandoci, disse alla moglie: “Ricordiamoci di comprare una crema a protezione 50 per quelle parti lì, che non sono abituate.” “Dai, stai tranquillo.”

Il giorno dopo, seguendo le indicazioni trovate su internet, Vittorio prese la macchina ed, insieme agli altri, si diresse verso la costa. Ad un certo punto della litoranea, svoltarono per una strada sterrata che, dopo qualche decina di metri, sbucava in uno slargo pieno di altre auto parcheggiate. Lasciato il mezzo, e portando ciascuno una sacca con telo e panini, si avviarono verso un sentiero dove altri bagnanti già li precedevano. Un breve cammino e, scavallata una duna, in una magnifica giornata di sole, videro finalmente la grande spiaggia di rena bianca con il vasto, azzurro mare acceso da mille scintillanti riflessi. La Kathia si fermò un momento a guardare l’ampia distesa dove erano sistemate due file di ombrelloni variopinti con tanti lettini sparsi più o meno ordinatamente. Gruppi di persone parlavano tra loro con i piedi a mollo sul bagnasciuga, ragazzi e ragazze giocavano a racchettoni, signore sembravano discutere con venditori ambulanti e mariti, altri semplicemente erano stesi a prendere il sole. Tutti completamente nudi. I nordici non aspettarono di sistemarsi sulla spiaggia e, non appena si resero conto di essere arrivati alla meta, con molta disinvoltura si liberarono dei vestiti. Roberta si sfilò l’abitino e, non portando il reggiseno, rimase con gli slip. Due dita nell’elastico, un rapido piegamento, e pure quell’indumento venne riposto nella borsa lasciandola come mamma l’aveva fatta. Walter, sempre con quell’odioso malcelato sorrisino, tirò via maglietta e bermuda e mostrò chiappe ed altro al cospetto di tutti. Era la volta dei neofiti. La Kathia si immaginò di stare in palestra o dal dottore, vide che in quel momento era lei ad essere fuori posto vestita, e fece come l’amica, contenta di aver vinto il falso senso del pudore. Vittorio stava subendo quello che capita ad ogni uomo nei momenti di tensione. Il suo “amico” si era ritirato, ristretto, forse timidamente, proprio quando invece avrebbe dovuto essere spavaldo e sfrontato. Quindi maglietta e pantaloncini: va bene, per le mutande stava traccheggiando in attesa che “quello” decidesse di tornare presentabile. “Vecio, ti g’ha paura de scottarte?” L’anno successivo si sarebbe inventato qualcosa, ma maremma bucaiola se avrebbe ospitato ancora quel rompiballe. Anche Vittorio si tolse l’indumento rimasto e, camminando un po’ di trequarti, si diresse verso le sdraio.

Una volta stesi sui lettini, debitamente spalmati di crema protettiva ed al riparo degli occhiali da sole, Kathia ed il marito, nuovi a quell’esperienza, si guardarono attorno con curiosità. Mentre Vittorio valutava le donne in maniera abbastanza distaccata, visto che il seno nudo era ormai usanza comune, i sederi sono banali ed il sesso femminile era spesso poco evidente, la moglie si trovava di fronte ad un assortimento di accessori maschili estremamente variegato e differente uno dall’altro. Niente di più scontato che il paragone con le verdure, ma in natura forse solo il regno vegetale propone tante forme e dimensioni per un’unica specie. “Guarda quello – disse la Kathia al compagno vicino – c’ha un borlotto con due uvette passite. Adesso sta parlando con una zucchina romanesca e con una melanzana. Questo vicino a noi ha una bella pannocchietta e quello che sta entrando in mare porta due castagne e una carruba.” “Ti stai divertendo, eh?” Rispose Vittorio, non trovando niente di male nel commentare qualcosa che, se piazzato in un’altra parte del corpo, avrebbe potuto essere un naso. “Si molto, e poi è vero: stare nudi, col vento che ti accarezza la pelle, senza il costume che ti stringe e con tutto all’aria, dà un senso di libertà mai provato prima. Tu come stai?” “Benone, anche se devo un po’ superare il fatto che tutti ti vedano così.” “Maddai, non mi guarda nessuno…A proposito, che ne pensi di Roberta?” “Confermo: il chirurgo è stato abbastanza bravo, ma ha messo la sua opera un po’ dappertutto. E tu, del montanaro?” “E’ buffo vedere come abbia il corpo tutto di un colore marroncino uniforme senza zone chiare, e poi ho scoperto che ha un tatuaggio vicino all’inguine oltre quelli sulle braccia.” “Si, - voleva indagare il marito – ma…” “Ma, cosa? Nient’altro!” E scorgendo una coppia che si stava avvicinando: “Guarda un po’ chi si sta facendo una passeggiata. Quei due, non sono Tony e Rita?” “Non li chiamare!” Ovviamente: “Ritaaa!!!” Il veterinario e la farmacista, in costume adamitico, riconobbero la Kathia e si avvicinarono ai lettini. “Anche voi qui?” Iniziò una breve conversazione con le due coppie di conoscenti che si scoprivano sotto un nuovo aspetto. Gli occhi erano quasi sempre fissi in quelli altrui, ma Vittorio non poté fare a meno di pensare come non avrebbe mai supposto che l’ampio camice bianco da farmacia nascondesse quella quarta abbondante, anche se il seno era un po’ calato e leggermente strabico. Anche la Kathia, ormai a suo agio, guardò senza ritegno Tony che, nella sua personale catalogazione, inserì nella categoria dei funghi prataioli e delle patatine novelle. Non si sa quello che gli altri due pensarono a loro volta ma, praticando il nudismo già da tanto, probabilmente non furono colpiti da niente di eccezionale.

I quattro amici avevano trovato un posto riparato in un tratto del lungomare dove si era creata una piccola insenatura delimitata ai lati da uno scoglio ed una duna. Erano un po’ defilati rispetto al centro della spiaggia e vicino a loro c’erano soltanto un uomo ed una donna, forse tedeschi, sulla destra ed una ragazza sola, stesa ad abbronzarsi, sulla sinistra. Ogni tanto si alzavano e facevano un bagno, oppure qualcuno si allontanava per una salutare passeggiata lungo la battigia. L’amore per la natura dei frequentatori del posto rendeva tutti particolarmente rispettosi degli altri, ed era raro sentire schiamazzi o notare qualche disturbatore. L’occasionale vicina, prima sdraiata sul suo asciugamano, ad un certo punto si alzò per una camminata e così anche la Kathia con Roberta sottobraccio, parlottando fra loro, e poi Walter il quale, dopo che la sua proposta a Vittorio di accompagnarlo per una corsetta sul lungomare non fu accettata, si avviò da solo al piccolo trotto. Il tempo passava pigro ed il sole calava lentamente all’orizzonte mentre si avvicinava l’ora del ritorno a casa. La coppia di stranieri era già andata via, mentre la bagnante solitaria già da tempo stava a pancia in giù sulla sabbia coperta solo da un gran cappello di paglia posato sulla nuca. Kathia l’aveva notata da prima, considerando come la sua abbronzatura fosse bella dorata ed uniforme senza antiestetiche tracce di indumenti. Non indossava il costume, ma neanche gioielli o altro, e sulla sua pelle spiccava solo qualche tatuaggio con strani simboli e scritte. “Che pensate, è ora di andare?” Disse Roberta. “Va bene” Rispose Vittorio che, come primo giorno, aveva paura di essersi scottato le pudenda. “Si, d’accordo. – confermò la Kathia – Però, aspettate un momento.” “Cosa c’è?” “Quella donna. Sta lì immobile da più di un’ora senza aver mosso un muscolo. Non si sarà sentita male?” “Ma cosa dici – sdrammatizzò Walter – lasciamola in pace. Starà dormendo.” “No, è troppo ferma, c’è qualcosa di strano. Mi avvicino e sento se va tutto bene.” Kathia si accostò alla figura prona a terra e, piegandosi sulle ginocchia, la toccò delicatamente su una spalla. “Scusi, signora…” Il corpo steso non si mosse. Lentamente la Kathia sollevò la falda del cappellone. D’improvviso lanciò un urlo: la sabbia vicino alla testa della donna era intrisa di sangue ed il capo, girato su un lato, mostrava un piccolo foro da proiettile sulla tempia.

Vittorio si attaccò subito al cellulare rintracciando l’amico carabiniere ed, in breve tempo, la caletta, prima oasi di pace, fu invasa da uomini e mezzi della benemerita. Il maresciallo Viglietti, della Stazione di Capalbio, prese in carico le indagini su quello che, con tutta evidenza, era un omicidio. Il militare conosceva bene la Kathia ed il marito e, chiamati un po’ in disparte rispetto alla piccola folla di investigatori, incominciò da loro gli interrogatori. Ben presto si fece un quadro abbastanza chiaro della scena del delitto. A parte gli amici con i loro due ospiti, per quasi tutto il giorno in quella caletta c’erano stati solo l’altra coppia di stranieri, che aveva già provveduto a far rintracciare, e la vittima. Anche se ancora non era arrivato il medico legale, visto lo stato del cadavere, non era difficile intuire che il crimine doveva essere stato commesso al massimo nelle sei ore precedenti. Era chiaro che la povera donna era stata ammazzata sul posto ed il colpo a bruciapelo, seppure sparato con una pistola di piccolo calibro, ne aveva provocato la morte immediata. Quindi l’assassino andava ricercato tra le persone presenti, oppure il maresciallo avrebbe dovuto scoprire se qualche altro bagnante si fosse trovato nelle vicinanze.

L’identità della vittima fu subito appurata dalla carta di identità trovata nel borsone della donna. “Voi conoscete questa…Stella Pedron?” In ordine Kathia, Roberta, Waletr e Vittorio risposero negativamente. “Bene. Avete visto qualcuno avvicinarsi a lei in qualche momento della giornata?” Altro coro di no. “Certo la situazione è complessa. Pare che nessuno sia entrato in contatto con la vittima, eppure qualcuno le ha sparato.” “Maresciallo, – prese la parola Kathia – a parte noi quattro, gli unici sulla spiaggia erano i tedeschi, ma dall’altra parte della caletta. E io potrei giurare che non si sono mai avvicinati. Certo abbiamo un po’ girato per l’arenile e fatto il bagno a largo, ma mai tutti insieme e, se qualcuno avesse fatto fuoco sulla donna, ce ne saremmo accorti.” “Si, capisco. Purtroppo le chiacchere stanno a zero ed il fatto di avere una vittima implica necessariamente un colpevole. Adesso però la giornata è stata lunga. Potete tornare a casa. Non c’è bisogno che dica a Walter e Roberta che dovranno restare ospiti degli amici e non allontanarsi senza prima avvertirmi.” “Certo, commissario” dissero i due. “Maresciallo, prego.” Una cosa era sicura: la prima giornata da nudisti dei toscani sarebbe stata difficilmente dimenticata.

La sera, a letto, la Kathia non riusciva a darsi pace. Non si spiegava come fosse potuta accadere la tragedia. E poi, si può dire, sotto ai suoi occhi. Ritornava, mentalmente, sulla scena del delitto, riviveva le ore trascorse sulla spiaggia, cercava di ricordare come si fosse mossa la donna e quando l’avesse vista ancora in vita. Niente, non riusciva a trovare nulla che giustificasse il repentino passaggio dalla vita alla morte di quella povera ragazza. “Dai, dormi. – le disse affettuosamente Vittorio – E’ inutile che continui a pensarci. Vedrai: Viglietti si è messo in moto e con tutti i mezzi dei carabinieri, il ROS, il NAR, il TAR (un po’ di confusione) e quant’altro. Sarà questione di poco tempo e troveranno un pelo fuori posto o qualche altra piccolezza che indicherà loro il colpevole.” “Dici bene, tu. Eppure c’è qualcosa che mi solletica dal fondo del cervello e che non riesco a tirare fuori. E’ come se avessi visto un particolare che sta gridando ma non riesco a sentirlo. Ti assicuro che è una sensazione spiacevolissima, anche perché sono convinta che quello che mi sfugge è in relazione con il delitto.” Ormai erano quasi le tre, e Vittorio stentava a mantenere aperte le palpebre. “Dormiamoci su. Come sai, mentre riposiamo, il nostro subcosciente lavora.” “Ecco: finalmente hai detto una cosa giusta. Tanto più ci penso e meno mi viene, quindi: dormiamo!” La moglie non aveva neanche finito la frase che Vittorio già russava.

La colazione del giorno dopo si svolse decisamente sotto tono. Le due coppie di amici erano ancora impressionate da quanto era successo e nessuno aveva voglia di tornare in spiaggia o di fare alcunché. Walter, con il suo spirito positivo e risoluto, prese in mano la situazione. “Vecio, donne: animo! Gegen den Wind kann man net prunze!” “Prego?” “Beh, non xe molto elegante, ma vuol dire: Contro il vento non si può pisciare. Cioè non possiamo farci niente, quindi non stemo così abbacchiati.” Quindi, come per dimostrare che si doveva reagire, si arrotolò le maniche della camicia fino ai bicipiti e servì a tutti un’altra tazza di caffè. Kathia era pensierosa e stava con la testa china quando vide sotto il suo naso l’avambraccio muscoloso e tatuato dell’amico. Fece una piccola smorfia e si riscosse, riconoscendo che Walter non aveva, forse, tutti i torti. Ma, in quel momento, nella sua testa squillarono campanelli, campane, sirene trombe e trombette per segnalare l’allarme. Il sub (cosciente, ma spesso incosciente) avvisava che il trait d’union cercato tutta la notte si era, in qualche maniera manifestato. “Scusate – disse la donna alzandosi da tavola bruscamente – devo andare a fumare una sigaretta fuori, in giardino.” “Vai cara, sparecchio io.” Le rispose Roberta.

Sola, inspirando la prima malefica nuvoletta della giornata, La Kathia chiuse gli occhi. Come per magia le apparirono davanti tre cime montuose che sovrastavano un globo terrestre e poi una scritta: “IVBV”. Un braccio…ecco! Quello era il tatuaggio sull’avambraccio della donna morta. Bene, e quindi? Però…ma sì, no, non poteva essere! “Ragazzi devo andare a fare una commissione” La padrona di casa, rientrando, si rivolse così agli amici che, vedendola turbata ed assente, ritennero che dovesse andare in farmacia per un calmante o qualcosa di simile. La Kathia prese la sua fedele Panda 4X4 e si precipitò, compatibilmente con le prestazioni del mezzo meccanico, su per la salita che da Borgo Carige porta a Capalbio. Dopo pochi minuti suonò al campanello della Stazione dei Carabinieri. “Guarda, adesso non è il momento.” Viglietti voleva congedare rapidamente l’amica, pressato com’era dai superiori e dalla pubblica opinione, in persona di un giornalista rompiballe, per la risoluzione del delitto sulla spiaggia. Già si immaginava i titoli del Tirreno il giorno successivo: “Delitto al campo nudisti. Gli inquirenti non sanno dove attaccarsi pur avendone tante possibilità” Forse non sarebbe stato un doppio senso tanto volgare e allusivo, ma era sicuro che ci sarebbero andati vicino. “Fammi parlare, ti conviene” Notando il tono dell’amica, la fece accomodare in ufficio. “Sentiamo” “La faccio breve, poi sarai tu a verificare. – dopo una pausa per riordinare le idee, continuò: “La vittima era completamente nuda e, forse per questo, notai l’unico ornamento del suo corpo: il tatuaggio. Non sembrava particolarmente bello, però era abbastanza grande e particolare. Non ne avevo mai visto uno uguale prima, se non quando…Walter si tolse le mutande arrivando sulla spiaggia. Infatti, vicino all’inguine, mostrava un tatuaggio uguale a quello della donna morta. Normalmente non lo si nota, ma in quell’occasione non poté nasconderlo. Ecco, questo è il collegamento tra i due. Adesso sta a te verificare e capire il come ed il perché.” Il maresciallo era sbalordito ed incredulo di come la soluzione di un caso che sembrava impossibile gli fosse miracolosamente piovuta tra le braccia.

Epilogo: Il tatoo era l’emblema delle guide alpine tirolesi. Walter e la povera Stella avevano fatto parte dello stesso gruppo e fra loro era nata una relazione. Come spesso accade, per lui era solo un’altra conquista mentre la ragazza voleva una storia seria, minacciando di dire tutto a Roberta. L’uomo questo non poteva permetterlo e quando, casualmente, aveva rivisto la sua amante sulla spiaggia, si era sentito perso. Con la scusa della corsetta si era allontanato da solo e lei l’aveva raggiunto dietro le dune. Un’accesa discussione e Stella si era pecipitata in riva al mare decisa ad affrontare Roberta. In quel momento il destino aveva voluto che né Vittorio né Kathia con l’amica fossero tornati dalla passeggiata o dal bagno a largo. Quindi la donna si era distesa, riparandosi la testa col cappello, restando in attesa. Il montanaro non girava mai senza la sua piccola calibro ventidue che spesso gli era servita contro gli animali che lo disturbavano. Con la sua solita prontezza di decisioni ed azione, aveva estratto l’arma dalla sua sacca e commesso il delitto. Era corso immediatamente via, per poi farsi rivedere quando gli altri erano già di nuovo al loro posto in spiaggia.

“Dai, non fare così.” La Kathia consolava Roberta, anche se l’amica era molto meno inconsolabile di quanto lei si fosse aspettata. Antonella, aiutante parrucchiera ed apprendista nel negozio della Kathia, si fece incontro alla padrona sventolando “Il Tirreno” appena uscito. Il titolo, su quattro colonne in prima, strillava: “Tutti nudi con la morte! Solo lo spirito di osservazione di una nostra concittadina, che sulla spiaggia nudista ha guardato tutto con attenzione, consente di risolvere il caso.” La Kathia avvampò sulle guance diventando tutta rossa.













      


lunedì 29 giugno 2015

Volevo scrivere un romanzo introspettivo

Volevo scrivere un romanzo introspettivo. Avrei cominciato con il protagonista che sale su un treno, solo, e si siede in uno scompartimento vuoto vicino al finestrino. Il convoglio si muove attraversando un paesaggio invernale tra Bologna e Milano. L’uomo guarda la desolata campagna coperta di neve mentre piccole stazioni si succedono una all’altra come anelli della catena che lega un racconto di solitudine. Lui è un intellettuale fallito, forse un artista o un professore di liceo, e quel continuo scorrere di immagini simili tra loro eppure sempre diverse, gli riporta alla mente il corso della sua vita. Riflette, fra se, di come gli anni siano passati in fretta da quando, giovane e pazzo, si era illuso di poter guidare la sua esistenza. Adesso, domato se non vinto, non vive più che di ricordi equamente divisi tra rimpianti e rimorsi. Ad un certo punto del viaggio, entra nella carrozza una ragazza, non particolarmente bella, che prende posto nel divanetto di fonte all’uomo. Niente colpisce di lei se non la giovinezza. Il protagonista la guarda e sogna, vorrebbe parlarle per metterla in guardia da quello che lei, e nessun’altro, sa del futuro che l’aspetta, ma capisce che vana è l’illusione di poter aiutare un altro essere umano in questo deserto che nel quale ci accompagna il destino. E così via, dove la metafora del viaggio è il riflesso della propria esistenza, mentre il viso dell’uomo, specchiato nel vetro della carrozza, gli rivela occhi estranei a se stesso. Non ci sono dialoghi, se non un continuo interrogarsi del suo essere e delle angosce dentro di sé celate. Chessò...Camus, Sartre, una indegna scopiazzatura di Hesse nella descrizione dei paesaggi, un crepuscolare Gozzano o un maledetto Bukowski, un pizzico di Kerouac on the road, una spolverata di Margaret Mazzantini e un velo di Susanna Tamaro che rende tutto meno amaro. Un paio di citazioni, o meglio qualche bella frase tratta da un film di Antonioni che, anche se non risulta del tutto chiara, rende il senso dell’incomunicabilità esistenziale vissuta dall’uomo, ed ecco il succoso romanzo che tutto si potrà definire tranne: “simpatico, ben scritto, ma leggero”. E allora ho preso il mio protagonista e l’ho messo, in scala 1:4, vicino alla tastiera del computer. Ci siamo presentati, l’ho pregato di togliersi l’impermeabile ed il cappello e di girare su se stesso. Volevo coglierne tutte le sfaccettature. Il suo lato amaro, provato, disilluso, cinico e disperato. In definitiva: triste. Poi l’ho guardato bene e l’ho pensato immerso nella trama, ho immaginato tutto il libro finito e me stesso che sfogliavo la mia opera. Il mio commento spontaneo, per il quale mi sono scusato con l’attonito protagonista che mi osservava, è stato: “Che palle!” Ho quindi fatto sparire l’omino e le idee para-intelletualoidi, ho preso in mano “L’uomo con due piedi sinistri” scritto dal genio di P.G. Wodehouse e con l’inimitabile Jeeves come protagonista, e ho passato un’oretta lietamente.    

domenica 28 giugno 2015

Assassinio a villa "La Mandragola"

I

“Si, signora contessa…va bene, signora contessa…con piacere, signora contessa…d’accordo, signora contessa…senz’altro, signora contessa…non mancherò, signora contessa…riverisco, signora contessa.” “Oh Kathia, scommetto che era la signora contessa!” “Ma quanto sei grulla, ma grulla tanto!” Lo scambio di battute avveniva in un pomeriggio d’estate, in mezzo alla settimana, tra la Kathia, parrucchiera pour dame che aveva appena messo giù il telefono, e l’Antonella, sua aiutante, spesso per la discesa, come diceva scherzando, ma non troppo, la padrona. “Lo sai che ogni quindici giorni, puntuale come solo possono essere le persone anziane, mi chiama per andare a farle i capelli in villa. Pora vecchia.” “Porella ‘na sega! – rispose l’apprendista cinica e sfrontata come tutte le tutte le sue coetanee – Vorrei essere io povera come lei e cieca d’un occhio. Vive in quella casona con almeno cinque persone di servizio, senza contare chi le mantiene il podere.” “Ma come sei gretta…, gretta, volgare e perfida. Vorresti scambiare i tuoi vent’anni con i settanta e passa della nobildonna, acciacchi e solitudine compresi, a fronte di euri? In realtà di uno stonfo di euri, ma è la stessa cosa?”” Un se pole fare ‘na via di mezzo? Trentacinque anni e mezzo stonfo di soldi: accetterei subito.”” Ehhh…ma che ne sai tu. Via, basta con le ciance, finisci la messa in piega che stai facendo.” Già, perché il dialogo avveniva al di sopra delle teste di due signore che seguivano l’andamento della conversazione subendo colpi di pettine e sforbiciate, vigorosi o delicati in relazione all’enfasi dei discorsi. Le clienti, a costo di qualche sgraziata grattata o tiratina di capelli, si godevano in silenzio il siparietto, attente a cogliere qualche eventuale pettegolezzo da riferire alle amiche.
La contessa Camilla Bitto de Censis, quando compì cinquant’anni, decise che aveva visto abbastanza del mondo e, dopo aver chiuso Palazzo in via Tornabuoni, come ai tempi aviti, organizzò una carovana di camion e autovetture stipate con gli oggetti a lei più cari, e si trasferì definitivamente alla “Mandragola”. La grande villa era stata casino di caccia per i suoi antenati ed il luogo della sua infanzia, dove aveva vissuto fino all’età scolare per poi tornarci almeno un mese ogni estate. Al momento di eleggerla come sua stabile e definitiva dimora, aveva convocato il sindaco di Pescia Fiorentina, comune nel quale era compresa la proprietà, e gli aveva comunicato che avrebbe versato, sua sponte, ogni anno una ingente somma nelle casse comunali da sempre asfittiche. In cambio voleva due cose: che la Scuola Elementare del paese fosse intitolata al padre, don Melchiorre Ildebrando Bitto de Censis di Torrerotta, e che fosse deviata la strada comunale che passava vicina alle sue terre per evitare qualsiasi transito di gente da lei indesiderata. Il pubblico amministratore convocò il Consiglio Comunale che, dopo accesissimi dibattiti tra la parte pragmatica e quella idealista dei consiglieri, accettò le condizioni imposte e mise mano al frontone dell’istituto scolastico sostituendo un obsoleto “Nino Bixio” con l’illustre nome del nobile benefattore. Si racconta che un certo Vanni fece un “sit in” di protesta per molti mesi di fronte al Municipio. Con manifesti scritti a mano ed un megafono contestava l’opportunità di porre il defunto nobiluomo come esempio per i bambini che entravano a scuola. La motivazione era ben espressa sul cartellone più grande: “L’unico merito del Bitto è stato quello di aver trombato come un riccio! Protestiamo! Basta con la prepotenza dei Bitti!”. Si dice che il contestatore avesse il dente avvelenato in quanto figlio illegittimo e mai riconosciuto del conte padre. Ovviamente il Vanni non ottenne altro risultato che quello di essere preso in giro dai compaesani mentre, come sempre, la forza del denaro vinse ogni resistenza ai voleri della contessa.
In venticinque anni di vita agreste, la contessa Camilla aveva mantenuto saldi alcuni fondamentali principi ai quali aveva sempre ispirato la sua esistenza. Il primo, e più importante, recitava che l’apparenza “fa’” il monaco e che, cadute le convenzioni della buona educazione e della consapevolezza del ruolo sociale di ogni individuo, a valanga sarebbero crollati tutti gli altri capisaldi della civile convivenza. Era quindi convintamente seguace di una meticolosa cura personale e delle tradizioni che formavano quasi una specie di corazza nei confronti dalla tanta volgarità portata dai tempi moderni. Uno degli inevitabili appuntamenti nella sua agenda, era la seduta con la “coiffeuse” convocata alla Mandragola con regolarità per sistemarle l’acconciatura che, ispirandosi ad Her Majesty, lontana cugina, voleva fosse sempre esattamente la stessa.
“Signora contessa, la trovo bene. Come va’?” I veri nobili disprezzano il Primo Stato (il Clero) ed il Secondo Stato (l’Aristocrazia non imparentata con loro) mentre sono spesso vicini al Terzo Stato (il Popolo) che, ritenuto di tutt’altra razza, è trattato con condiscendente e paternale simpatia. Anche Camilla pensava che la Kathia, sebbene molto rozza, fosse una brava persona, e poi la conosceva da quando era ragazzina e, nel suo particolarissimo modo, le era sinceramente affezionata. “Non vorrai, cara, che ti elenchi i miei acciacchi, vero? Certamente no. Diciamo che, a parte il 95 per cento della mia persona che soffre di un insieme di malanni, il restante 5 per cento sta discretamente bene.” La parrucchiera rimase un istante con la spazzola a mezz’aria cercando di afferrare il senso di quell’ambigua risposta. “Ti prego – riprese la nobildonna – di tenerti libera nella prossime due settimane…diciamo a giorni alterni. Dovrai venire a sistemarmi per essere sempre presentabile nei confronti delle persone che ho invitato in villa. “Signora contessa, vedrò di accontentarla spostando gli appuntamenti a bottega. E’ qualche ricorrenza particolare?” “No, cara, non si deve festeggiare niente, o meglio devo capire alcune cose per preparare un evento che sarà festeggiato in un futuro che mi auguro non imminente.” “???” “Ti vedo perplessa. Bene, se vuoi, ti spiegherò.” Questa era una dote che la Kathia aveva innata. Non si era mai riuscita a spiegare il motivo per il quale, anche persone con le quali aveva una scarsa confidenza, alla prima occasione, si aprissero con lei raccontandole i loro problemi. “Quanti anni pensi che abbia, cara?” Ahi: domanda imbarazzante e pericolosa! La parrucchiera doveva decidere in fretta se rispondere con un’affermazione compiacente rischiando di sembrare poco sincera, oppure dire quello che pensava con la possibilità di offendere la nobildonna sparando un età esagerata. “Non saprei...una settantina ottimamente portati?” “Ah, ah, ah. Magari, e ti ringrazio per il complimento. In realtà, nel prossimo agosto, toccherò il poco invidiabile traguardo degli ottanta. Per questo ho deciso che, prima di allora, devo sistemare tutto quello che riguarda la mia successione. Vedi, il conte mio padre, come tutti gli avi prima di lui, non hanno mai fatto testamento, fidando nelle leggi e negli usi nobiliari per tramandare titoli e proprietà. Anch’io avevo ritenuto di seguire questo comportamento, ma avvenimenti relativi ai miei figli e notizie sul loro stile di vita, mi hanno indotto a riflettere su quanto avverrà dopo di me.” “Sono certa che i suoi discendenti saranno degni del loro nome, signora contessa.” “Beata te, cara. Io non ne sono affatto sicura, quindi per chiarirmi le idee ed evitare che l’illustre nome dei Bitto de Censis sia, un domani, portato indegnamente, ho fatto venire in villa i miei tre figli. Forse saprai che vivono da molti anni lontano da me. Guglielmo non lo vedo dal Natale del 2011, e Norberto vive a Londra ormai da dieci anni. Solo Eleonora, specialmente d’estate, passa qui qualche giorno, ma anche con lei mi sento più una lontana zia che la madre.  Quindi, per essere sicura che il blasone e la terra ricadano sulle giuste spalle, voglio fare un’ultima verifica. Dopodiché rilascerò al Notaio Clarinetti le mie disposizioni testamentarie.” “Saggia decisione, signora contessa. Sono certa che i suoi figli non la deluderanno e che lei sceglierà per il meglio.” “Te l’ho già detto: sei troppo “certa”, invece io non lo sono per niente.”

II

Una persona “normale”, al giorno d’oggi, sicuramente non vorrebbe essere proprietaria di un edificio come la Mandragola. Quanto mai può costare solo di IMU un villone di venti stanze da letto, sei bagni padronali, quattro saloni di rappresentanza, oltre ai locali destinati alla servitù, le cucine e gli annessi? La Kathia avrebbe risposto: uno stonfo! E poi il riscaldamento, la manutenzione e via dicendo. Più che una proprietà, sembrava essere un aspirapolvere di risorse pressoché senza limiti. Il patrimonio della contessa era cospicuo, ma qualsiasi pozzo ha un fondo e, per cercare di raggiungerlo il più tardi possibile, bisognava essere degli amministratori oculatissimi. Oppure fregarsene e mangiarsi tutto. Era proprio questa seconda ipotesi che Donna Camilla cercava di evitare. Ma se, dopo i primi cinque secoli, la casata avesse voluto sopravvivere almeno per altre cinque generazioni, i capofamiglia si sarebbero dovuti mostrare all’altezza del gravoso compito.
Guglielmo, il primogenito, sentiva su di sé tutto il peso delle palle nobiliari e, nei discorsi a ruota libera di fronte allo specchio del bagno, spesso rimpiangeva di non essere nato almeno un secolo prima, quando il Signore era padrone nel vero senso della parola ed ancora sussisteva la deferente sottomissione delle classi inferiori. Certamente si rendeva conto che meritori istituti come lo “jus primae noctis” non sarebbero stati accolti con favore dagli abitanti del contado, ma era convinto che il diritto di nascita lo ponesse al di sopra dei cafoni, anche se ormai civilizzati. Il naso aquilino che, fiero, caratterizzava il suo profilo, era sfortunatamente dotato di una sensibilità molto accentuata e qualsiasi tipo di polline irritava le abbondanti froge provocando starnuti a ripetizione ed una costante, quanto antiestetica, gocciolina di muco. Per questo motivo il nobiluomo non gradiva recarsi in campagna ed, anzi, era per lui una vera e propria tortura mettersi alla mercé di allergeni ed inflorescenze varie. L’ultima volta era stato alla Mandragola in pieno inverno, proprio per evitare l’entusiasmo della natura, ma anche la semplice polvere che si annidava tra i mille e più tomi dell’antica libreria l’aveva fatto piangere e grattare senza nessuna considerazione per la dignità del suo ruolo. Si era quindi scusato con la madre, dicendole che per il futuro si sarebbero sentiti o scritti, ma non intendeva rimettere piede in Maremma. Adesso era stato convocato con un telegramma nel quale si diceva testualmente: “Vieni immediatamente per importanti motivi che riguardano la successione nel titolo. Ti aspetto. Tua madre.” Non poteva mancare all’appello della genitrice, sia per obbedienza che per interesse.
“Si potrà dire di tutto su come viene tenuta questa casa, ma bisogna riconoscere al nostro vecchio Oreste che rifornisce il bar con grande sapienza e gusto” Il maggiordomo, ai giorni nostri anche autista, cameriere, giardiniere, elettricista, guardiano ed altro, compiaciuto dalle parole del signorino Guglielmo ne rabboccò il bicchiere con una generosa dose di bourbon Balton’s riserva speciale. “Mi fa piacere trovare riunita la famiglia.” Da uno dei divani che arredavano la grande living room, si levò una nuvoletta di fumo azzurrino molto, in maniera sospetta, aromatico. “Non dire cazzate. Non ci vediamo quasi mai e se fossi morta in Nepal non lo avresti neanche saputo.” L’affermazione, dal tono sarcastico e divertito, veniva da una ragazza di circa trent’anni vestita come una hippy anni ’60 e con una massa di capelli rossi e crespi che ben si accordavano con il verde intenso di due grandi e ironici occhi verdi. Eleonora aveva lasciato casa da quando aveva sedici anni. Lei raccontava che era scappata, ma non era vero. Aveva semplicemente detto alla madre che voleva rendersi indipendente aspettandosi che la genitrice andasse in escandescenze negandole la libertà. In questo modo lei avrebbe potuto contestare, protestare, ribellarsi e quindi fuggire via, con la massima soddisfazione. Invece Donna Camilla le aveva augurato buona fortuna dandole, come viatico, una carta American Express Black con plafond illimitato che, disse, sarebbe stata per lei il migliore accompagnatore. La ragazza ne fu quasi risentita e prese la capitalistica tessera con una smorfia schifata e solo per non discutere con la madre. Voleva buttarla appena uscita, ma non era stupida e, con un po’ di ribrezzo, la mise nel portafoglio tra una bustina di erba e un biglietto del tram mai usato, per poi tirarla fuori periodicamente, ma sempre con manifesta insofferenza. Per i primi cinque, sei anni non perdonò alla madre di averla offesa non riconoscendo il suo spirito libero e anticapitalista, poi con la maturità si rese conto di quante volte quel tesserino le avesse risolto tanti problemi e rivalutò l’intelligenza della genitrice che non frenandola e fornendole un paracadute per gli inciampi della vita, le aveva dimostrato, forse, nella sua maniera, anche amore. “Se vuoi ti dico che fa piacere anche a me rivederti – continuò Eleonora – e alimentiamo così questa fiera dell’ipocrisia” “Adesso sì che mi sento a casa! -  L’esclamazione veniva dal nuovo arrivato nella stanza – Una manifestazione di amore fraterno è esattamente quello che mi aspettavo ritrovando i miei cari parenti.” Norberto Bitto de Censis, con queste parole, si fece avanti nel salone levando un immaginario pilucco dall’immacolata giacca da smoking abbinata con un paio di jeans dal taglio perfetto. Era di poco più giovane di Eleonora e, a dispetto delle apparenze da dandy, aveva studiato con ottimo profitto nelle migliori università americane riuscendo ad entrare nella ristretta élite dei rampanti financial manager a livello internazionale. Di bella presenza, e con una eleganza innata che era il miglior biglietto da visita per inserirlo nell’upper class, risiedeva già da anni a Londra lavorando come broker per conto proprio e per un ristretto e selezionatissimo portafoglio di danarosi clienti. Anche per lui le radici familiari erano importanti e si era preso qualche giorno di vacanza per tornare alla Mandragola. “Allora, cari fratelli – in qualità di primogenito Guglielmo si riteneva in dovere di prendere la guida della conversazione – siamo qui riuniti per volere di nostra madre. Qualcuno di voi conosce la ragione esatta di tanta urgenza?” “Io no di certo. – rispose Eleonora – Ho ricevuto una email, firmata da Oreste, che parlava di importanti questioni di famiglia. Vi dirò, che siccome è stata l’unica volta che mia madre, sia pure per interposta persona, mi ha chiesto di tornare, mi sono anche preoccupata. Ho pensato stesse male e ci volesse dare l’ultimo saluto. Ma ieri l’ho vista e mi è sembrata la solita vecchia roccia, non c’è da aver paura che abbia intenzione di lasciarci.” “Per ciò che mi riguarda, – disse Norberto – sempre da Oreste, ho ricevuto una telefonata. Col tono lugubre da becchino che lo contraddistingue, mi ha detto testualmente che la signora contessa aveva convocato tutti i suoi figli in villa e che quindi non potevo mancare. Gli chiesi il perché di tale invito, e il “Lurch” maremmano – ricordate, vero, il maggiordomo della famiglia Addams? - rispose che lui era solo al corrente della massima importanza che la padrona aveva detto di comunicarmi. Quindi sono curiosissimo.” Eleonora si fece avanti reclamando dal maggiordomo un’altra dose di whisky. “Versa, Oreste, che il soggiorno in villa promette di essere interessante. Anche se ritrovarmi in questa casona, perlopiù disabitata, mi mette molta ansia. Se fosse per me la venderei subito e con il ricavato aprirei un ashram per Yogi Sunito.”  “Se ti interessa io sarei d’accordo a vendere. – disse Norberto – Anzi, vi dirò che qualche tempo fa, a Londra, fui avvicinato da un mediatore immobiliare che evidentemente conosceva il mio nome e la proprietà. Mi disse che parlava per conto di un investitore che aveva intenzione di mettere su un agriturismo a cinque stelle in Toscana e che la Mandragola avrebbe fatto al caso suo. Per curiosità gli chiesi fino a che cifra sarebbe potuto arrivare per l’acquisto. Beh, non ve la riferisco altrimenti vi precipitate al telefono. Vi basti sapere che si trattava di milioni di euro, e non pochi. Non vi nascondo che, all’epoca, ne parlai con la mamma, ma lei mi rispose quasi offesa dicendo che la villa non si toccava. Peccato, ma cercherò di farle cambiare idea.” La collera di Guglielmo montava sentendo i discorsi di quei degeneri rampolli della sua nobile famiglia. “Ma come fate a parlare così del luogo che ha visto le gesta e la storia di generazioni di nostri avi fin dal diciassettesimo secolo? Non vi vergognate a cercare solo il danaro? Io sono assolutamente d’accordo con la contessa nostra madre. La Mandragola non è in vendita!”  “Non ti scaldare tanto, sono solo mattoni e terra. Comunque fintanto che ci abita mamma, la questione non si pone.” Norberto non aveva intenzione di litigare, almeno non in quel momento. “Bene, - concluse Guglielmo quasi redigendo a parole il verbale dell’incontro – riguardo al motivo di questa riunione di famiglia, siamo tutti all’oscuro. Non ci resta che aspettare, probabilmente stasera a cena, quando speriamo che la genitrice ci illumini.” I tre continuarono a parlare ancora per qualche tempo in maniera lieve e superficiale per non toccare altri argomenti che avrebbero potuto essere d’attrito. Oreste versò ancora un goccio per ognuno del profumato liquore e poi, chiedendo il permesso, si ritirò per prepararsi alla serata.

III

In occasione della specialissima riunione, Donna Camilla aveva comandato di preparare la cena nella sala da pranzo “cinese”. Questa era la terza, e più grande, stanza da ricevimento che aveva preso il nome dalla tappezzeria a motivi orientaleggianti di colore vinaccio su fondo giallino che avrebbero potuto sembrare inadeguati per arredare parte di un casa di campagna, ma proprio questa inaspettata eccentricità conferiva un tocco di eleganza al locale. Ovviamente erano stati lucidati gli argenti, era stato disposto sulla tovaglia ricamata il servizio in porcellana e oro con l’emblema della casata e, come tocco finale, la contessa aveva ordinato di non accendere la luce elettrica, ma porre al centro tavola un grande candeliere posizionandone altri tutt’intorno, in modo di avere solo la luce delle candele a rischiarare l’ambiente. Copiando un’usanza notata in occasione delle visite presso i cugini inglesi, alle otto e trenta in punto, il perentorio richiamo di un gong rimbombò in ogni angolo della villa avvisando i commensali di prendere posto per la cena.
I tre “ragazzi” erano già seduti quando, al braccio di Oreste che la sorreggeva, la contessa Camilla prese posto a capotavola.
“Amatissimi, da quanto tempo era che non ci ritrovavamo tutti insieme? Questo è il regalo più grande che una madre possa chiedere: stare con i propri figli. Guglielmo, sembri un po’ ingrassato. E tu, Norberto, hai l’aria di uno di quei, come si chiamano…preppy londinesi. E tu, Ciuccia, finalmente donna e, se non sbaglio, quello che indossi è un Balenciaga al posto dei gonnelloni da contestatrice che ti mettevi qualche anno fa. Sono proprio contenta di vedervi tutti bene.” “Anche noi, mamma, ti vediamo in gran forma, anche se, non possiamo nasconderlo, siamo molto curiosi di sapere il motivo di questa inaspettata quanto urgente convocazione alla villa.” Guglielmo riteneva le smancerie, anche quelle filiali, assolutamente poco dignitose, e per evitare di cadere in melense affettuosità, portò subito il discorso al nocciolo della questione. “Tutto a suo tempo, caro – rispose la contessa – capisco la vostra curiosità, ma dovrete avere un po’ di pazienza.” “Sai mamma, come ti ho scritto tempo fa, sono diventata ambasciatrice della International Charity Organization for Children Refugees e non mi posso permettere di stare tanto tempo lontana da New Delhi lasciando tutto in mano ai miei collaboratori. Per questo ti pregherei di dirci perché siamo tutti qui insieme anche se non ci sono feste comandate ad imporlo. A proposito, fammi il piacere di non chiamarmi “Ciuccia”, ormai ho quasi trent’anni ed alla mia età le donne indi sono già nonne.” “Ah, ah, ah. Potrai diventare nonna, bisnonna o quello che vuoi, io ti vedrò sempre con il volto corrucciato e con il dito in bocca. Ti ricordi? Quando ti chiedevo: “Eleonora, cosa stai facendo?” Tu mi rispondevi: “Ciuccia!” E quel nomignolo, per me, sarà sempre il nome che ti sei scelta da sola. Comunque, se proprio devo, posso anche appellarti come sei stata battezzata: Eleonora, Brigida, Elisabeth, Maria, ma mi sembra scomodo.” La contessa si stava godendo ogni momento di quell’eccezionale convivio. “Dai, mamma. Non credo che ci hai fatti precipitare nel cuore della Maremma senza una valida ragione. Anch’io ti chiedo di non rimanere nel vago. Ti prometto che, se fai la brava, mi fermo per una settimana e ti porto alle Terme di Saturnia, come facevamo tanto tempo fa.” Norberto aveva sempre saputo come prendere la madre e quest’impegno, oltre alle richieste degli altri figli, fecero cambiare idea alla anziana genitrice. “Ebbene, avrei voluto tirarla un po’ per le lunghe solo per il piacere di avervi vicino, ma capisco le vostre ragioni e quindi ecco come stanno le cose.” Donna Camilla prese il bicchiere e si inumidì le labbra con il Vermentino annacquato che accompagnava le sue cene. Si deterse con il tovagliolo e, lentamente, posò entrambe le mani sulla tavola, restando con gli occhi bassi, per concentrarsi su come incominciare il discorso. Dopo qualche interminabile minuto di silenzio, mentre Norberto già pensava che la vecchia si fosse assopita in quella scomoda posizione, con un colpo di tosse, la contessa cominciò. “La nostra casata non è stata sempre rappresentata per il meglio. Vostro padre era un puttaniere e non ha mai lavorato un giorno in vita sua, suo padre scampò la guerra imboscandosi in Vaticano come assistete al Soglio Pontificio e potrei continuare ricordando più ladri, intrallazzatori e parassiti tra i nostri avi che degne persone. Ma erano altri tempi. Alla nobiltà veniva perdonato quasi tutto e bastava essere fedeli al sovrano di turno per godere di impunità e privilegi. Oggi, purtroppo o per fortuna, non è più così. Non dico che siamo perseguitati dai comunisti, ma se vogliamo mantenere quello che abbiamo, dobbiamo saperci comportare. Tra poco compirò ottant’anni e, prima di essere del tutto preda della demenza senile, voglio capire chi tra di voi sia il più adatto ad indossare le armi dei Bitto de Censis.” “Ma… - si inalberò subito Gugliemo -  io sono…” “Lo so: il primogenito. Quindi, teoricamente, dovrebbe passare tutto a te, ma…” La contessa si voltò verso il maggiordomo. “Oreste vada in cucina con il resto della servitù. La chiamerò io quando sarà necessario.” I quattro seduti aspettarono che gli estranei fossero usciti dalla sala da pranzo, dopodiché tre paia d’occhi si puntarono verso la capotavola. “Ma, dicevo, mi sono giunte voci a proposito della tua omosessualità. Intendiamoci: niente di male. Il tuo trisavolo si faceva tutti i contadinotti del contado. Il punto è che va tutto bene tra adulti consenzienti, mentre c’è un rapporto della buoncostume che…devo continuare?” “Sono falsità! Sbagli di gioventù, e poi…insomma, ecco…” “Non ti giustificare, caro. Non mi interessa come vivi la tua vita privata, però non voglio che uno scandalo infanghi il nostro nome.” “Si, ma non puoi escludermi o retrocedermi nella linea di successione. Mi sono informato.” “Giustissimo, ma ti posso disconoscere moralmente, indicare uno dei tuoi fratelli come il nuovo capo della Casa e non fornirti di nessuna risorsa materiale. Così, forse, avresti solo un titolo vuoto di sostanza.” Guglielmo sembrava boccheggiare, con gli occhi fuori dalle orbite, non trovando le parole per ribattere e sgomento di fronte ad una prospettiva alla quale non aveva mai neanche lontanamente pensato. “Non ti agitare adesso. Non ho detto che farò così, anche perché pure i tuoi fratelli…” Era il turno degli altri due, adesso, di stare sui carboni ardenti. Norberto: “Mamma che vuoi dire?” “Ohh mio cuore, io sono anziana e relegata in campagna, ma non sono stupida ed ho tanti amici. Qualcuno mi ha riferito che sei scampato per un soffio all’incriminazione per appropriazione indebita ed insider trading riguardo allo scandalo Exxon Oil dell’anno scorso. Ti sei mai chiesto perché hanno ritirato la denuncia nei tuoi confronti e come mai l’Emiro è sembrato rinunciare ai due milioni di euro che gli erano stati sottratti? Beh, non te l’ho mai detto, ma t’ho fatto un regalo che, nella stessa maniera dell’apparato Beghelli di cui sto testando la validità, per te è stato un “salvavita”. Ma non te lo rinfaccio. Solo che, se questo è il tuo modo di agire, vedo le nostre proprietà molto a rischio.” “Ah, ah, ah. Mamma sei grande! – Norberto era divertito dalla sagacia della contessa che sembrava fuori dal mondo ed invece ne sapeva più di tutti. – “Adesso tocca a Eleonora.” “La mia Ciucc…scusa, Eleonora. Drogata. Dentro e fuori dai migliori rehab americani per così tante volte che le potrebbero darle le chiavi dei portoni. Anche qui, nessun giudizio morale, ma quale grado di affidabilità?” “Che palle! Sempre la stessa: non ti sembra vero di rimproverarmi! Sono padrona della mia vita, non devo rendere conto a nessuno!” “Certamente, - disse serafica la contessa – a nessuno tranne ai tuoi discendenti che hanno diritto a godere degli stessi privilegi dei quali tu hai approfittato.” Dopo tanto clamore, una tregua scese sulla tavola e, per riprendere fiato, Guglielmo versò a tutti un’abbondate dose di Porto che fu sorseggiata in un silenzio gravido di pensieri inespressi. “Comunque, ora sono stanca, dormiamoci su. Domani continueremo la conversazione che contribuirà a schiarirmi le idee ed a guidarmi nella decisione per la sistemazione dell’asse ereditario. Sono certa che quello che ne uscirà sarà sicuramente per il meglio. Auguro a tutti, adorati, una serena notte.” Con queste parole, la nobildonna scrollò il campanello sulla tavola e, pronto al richiamo, il maggiordomo entrò nella sala per offrire il suo braccio alla padrona. Con qualche sbuffo e rivolgendo un ultimo sorriso ai figli, donna Camilla si diresse verso le sue stanze. Negli occhi brillava un lampo di sardonica soddisfazione, o forse di divertimento, per aver messo in imbarazzo i ragazzi. L’eco dei suoi passi si spense sullo scalone di legno verso il piano nobile, e nella villa tornò la quiete. Quella notte la contessa morì.  

IV

“Oh gesùgiuseppemmaria!” Era il momento della pausa di metà mattinata e la Kathia stava seduta sulla panchina fuori dal suo negozio a sfogliare “Il Tirreno”. “Maremma bucaiola, ma cos’è successo? Che titolo è questo?” Sul quotidiano, in terza pagina, campeggiava il seguente strillo: “Misteriosa morte della contessa Bitto de Censis. La nobildonna è stata trovata soffocata nel suo letto. La polizia brancola nel buio.” La parrucchiera non poteva credere che la vecchia signora fosse deceduta. E poi si sottintendeva che non si trattasse di morte naturale, ma addirittura di omicidio. “Antonella! Vieni qui e senti un po’. – doveva condividere il suo sgomento con qualcuno. – La signora contessa: morta ammazzata! E la polizia brancola.” Conosciamo la giovane apprendista, non era un tipo compassionevole o facilmente impressionabile. “Evvabbè, la sua vita l’ha fatta. Ha finito di soffrire, anche se non credo che poi patisse troppo. A proposito, tu che leggi tanto e sai il significato delle parole, spiegami perché il verbo “brancolare” si usa sempre e solo per la polizia. Vuol dire che quando le forze dell’ordine si muovono insieme lo fanno come un “branco” di bufali…brancolano? E se si spostassero come un “gregge” di pecore, greggiolerebbero? Oppure una “mandria” di buoi, màndriolerebbero?” “Te l’ho già detto: sei grulla, ma grulla tanto. Ti pare il momento di scherzare di fronte alla scomparsa di quella povera donna?” “Poveraaa?” “Oh, non ricominciare! Vattene dentro al negozio e spazza il pavimento. Va’!” La Kathia era veramente turbata. Nel corso degli anni si era affezionata alla contessa che con lei era stata sempre gentile. Quando si sposò con Vittorio le fece in dono una lavatrice tedesca, della marca più cara, che ancora funzionava. E poi non c’era Natale che non facesse recapitare al negozio un cesto con l’olio e le marmellate del podere accompagnate da un bel biglietto di auguri: una gentilezza che denotava nobiltà d’animo oltre che di blasone. Chi poteva aver voluto la morte della nobildonna? Sicuramente c’erano di mezzo bei soldoni, ma la contessa era anziana e piena di acciacchi, colui che avesse tratto beneficio da un simile avvenimento avrebbe potuto avere la pazienza di aspettare che la natura facesse il suo corso in un tempo sicuramente non lungo. La parrucchiera doveva capire. Come le avevano insegnato tutti i gialli letti avidamente, la prima domanda che un investigatore si pone di fronte ad un delitto è: “Cui prodest?” ovvero a chi giova e, di conseguenza, chi potrebbe essere l’assassino? La Kathia andava, da anni, regolarmente in villa a prestare la sua opera professionale e scambiare qualche parola con la vecchia signora, ma non poteva affermare di conoscerla veramente. Nonostante ciò aveva sempre avuto l’impressione che la sua vita scorresse con una tranquilla regolarità, scandita da immutate abitudini e frequentazioni, senza alcun particolare affanno. Anche in paese si parlava bene di lei che non mancava mai di dare il proprio sostegno a opere benefiche ed a persone in difficoltà. Insomma, certamente non una santa, ma benvoluta e rispettata da tutti. Il movente più probabile rimaneva quello legato al maledetto “sterco del diavolo”: i soldi. In questo caso l’indice puntava dritto in una direzione. Se era vero che, come la contessa le aveva confidato in uno degli ultimi incontri, la signora non aveva redatto ancora nessun testamento, secondo la legge il titolo, accompagnato da una fetta di patrimonio, sarebbe passato al figlio Guglielmo, gli altri due ne avrebbero avuto i restanti due terzi mentre la Mandragola sarebbe rimasta al primogenito, come d’uso nelle successioni nobiliari. Almeno così credeva la Kathia, che non era certo esperta in tali questioni, ma siccome aveva aiutato un tempo il cugino a ripassare l’esame di Diritto Privato per l’università, qualcosa le era rimasto appiccicato in testa. Quindi il sospettato numero uno era il figlio maggiore, primo perché, come diceva la parrucchiera, sembrava un pesce lesso e non dimostrava molto affetto nei confronti della madre, e poi perché la somma tra titolo, villa e soldi significava un bel malloppo. Bisognava che si informasse meglio.
“No, lui l’abbiamo escluso subito.” In un piccolo paese si conoscono tutti e se la parrucchiera che taglia i capelli è una bella donna ed il maresciallo al quale viene fornito il servizio è un simpatico giovane uomo di Torre del Greco che si ritiene un Don Giovanni, tra i due non può non nascere una simpatia…innocentissima simpatia. La Kathia aveva fatto finta di incrociare per caso il carabiniere e, siccome era quasi l’ora di pranzo, aveva colto l’occasione per invitarlo a prendere un aperitivo seduti al bar di fronte all’edicola. Ovviamente il secondo fine era quello di estorcere, garbatamente, delle informazioni all’investigatore. “Guglielmo non può essere stato. - Confermò il militare. – Quella sera, a cena, si era sciarriato (aveva avuto una sorta di screzio) con la contessa. Ne era rimasto ‘ndruvuluso e nervuso (turbato e nervoso) e, non avendo alcuna voglia di andarsi a cuccàre (andare a letto), era subito trasito (uscito) di casa per andare in un bar di Orbetello per bere qualcosa. Che poi tale locale risulti frequentato da femminielli ed il conte si sia voluto distrarre in diversa maniera, questo all’Arma non ci interessa. Conta che la sua presenza lontano dalla Mandragola sia testimoniata da molte persone fino alla mattina successiva, quando la madre era già deceduta.” “Ma com’è morta esattamente la contessa?” “La morte è sopravvenuta per soffocamento causato da un cuscino premuto sul volto.” “Povera donna!” “Certamente deve aver lottato. Tra i denti abbiamo rinvenuto un pezzetto di stoffa di cotone bianco.” “L’avrà strappato dal cuscino.” “No, questo è curiuso: le federe e le lenzuola del letto erano di lino, non di cotone. Chissà da dove viene quella stoffa, forse da un fazzoletto.” “Bah, comunque, tornando ai sospettati, non rimane che prendere in considerazione gli altri due figli, che comunque riceveranno parte dell’eredità.” Sorseggiando un Crodino, la donna era intenzionata a farsi un quadro completo della situazione. “Beh, non è così semplice. In realtà nessuno dei fratelli ha un alibi, perché sostengono di essere andati nelle rispettive camere dopo la cena, ma è anche vero che non abbiamo riscontrato nessun indizio sulla scena del crimine che possa ricollegarsi ad uno dei due. Anche il movente economico è poco plausibile nei loro confronti, Norberto risulta chieno e’ dinare (pieno di soldi) derivanti dalle sue speculazioni finanziarie, ed Eleonora pare sia diventata una specie di…non si può chiamare suora, diciamo seguace di una setta induista che predica la povertà.” “Mhhh, - la parrucchiera non era convinta – i soldi non fanno schifo a nessuno. Però capisco che il movente per commettere un omicidio deve essere molto forte e bisogna trovare delle prove valide per incriminare qualcuno.” “Esattamente, e quindi…brancoliamo nel buio.” “Non usare quel verbo!” “?” “Brancolare. Ho avuto una discussione con l’Antonella che poi ti dirò. Comunque, allora come vi state muovendo?” “Ehhh…ci stiamo muovendo. Le indagini proseguono.” Kathia si innervosì: “Ecco un’altra bella frase fatta che non significa niente. Ti saluto maresciallo, vieni a darti una spuntatina ai riccioletti che ti cadono sul colletto. Non è dignitoso per un rappresentatane della Benemerita.” Con queste parole, ed un cenno della mano, la parrucchiera risalì sulla sua Panda 4X4 e tornò al lavoro.

V

Ci mancava pure la Kathia che gli mettese pressione. Era ciaccona e sfruculiusa, ma anche afosa assai. Antonio Viglietti, maresciallo reggente la Stazione di Capalbio, competente per territorio nelle indagini sul delitto Bitto, quando prese servizio nella piccola caserma, in uno dei borghi più suggestivi della bassa Maremma, aveva creduto di essere destinato, se non proprio ad una vacanza costante, almeno ad un tranquillo lavoro di rutine. Niente a che vedere con il precedente incarico in un paesino della costiera napoletana tra camorra, omertà e diffidenza per le forze dell’ordine. Non è vero che “Basta che ce stà o’ sole, che c’è rimast o’ mare, na nenna a core a core…”, di nenne (ragazze) non ne mancavano, il sole ed il mare andavano bene, ma l’atmosfera era pesante e lavorare in quel contesto difficilissimo. Comandato in Toscana, tra uliveti e le spiagge non distanti, il maresciallo aveva cambiato vita. Anche la gente risultava simpatica, cordiale ed all’apparenza aperta, anche se tra confidenza ed amicizia il passo è lungo. I crimini erano perlopiù contro il patrimonio e, nella quasi totalità dei casi, commessi da extra comunitari spesso clandestini. A volte sfociavano nella violenza, ma era sempre abbastanza facile risalire al delinquente o quantomeno indirizzare le indagini nel verso giusto. Il caso della contessa era diverso, qui si richiedeva una competenza investigativa vera e propria. Partendo dal fatto, bisognava interrogare, capire i collegamenti, trovare le prove e, possibilmente, individuare il colpevole.
“Dunque, ricominciamo.” Nell’ufficio in caserma, scomodamente seduto su una seggiolina di formica e acciaio, Norberto Bitto subiva, da ormai quasi tre ore, la ripetitiva raffica di domande del maresciallo. “Io, egregio signore, non ho fretta. – l’investigatore si era preparato una sorta di scaletta con tutti gli interrogativi che sperava di farsi chiarire dall’indagato – Le analisi dell’anatomopatologo hanno stabilito che la signora contessa è stata soffocata con un cuscino e che la morte si può collocare tra le ore una e le tre del mattino. Lei conferma che a quell’ora si trovava nella sua camera?” “Sissignore, è la quarta volta che glielo dico.” “E l’aggia a sentì ancora per un’altra migliara! Fino a che non mi convincerete.” Con la stanchezza usciva fuori dal Viglietti tutto il suo coté napoletano. “Cosa debbo fare per farmi credere? Le ho detto tutto quello che mi ricordo di quella maledetta notte.” “Va bene, prendiamola da un altro verso. A volte, nel dormiveglia, non si è pienamente consapevoli, ma si avvertono cose che al momento non si capiscono e non si ricordano, ma rimangono sepolte nel subcosciente. E’ possibile nel suo caso?” Norberto fece un gesto d’impazienza. “Macchè, io dormo come un sasso. Non ho visto né senti…- l’uomo interruppe la frase a metà e si raddrizzò sulla sedia con gli occhi sbarrati, come se all’improvviso avesse avuto una visione. “Aspetti un secondo. Ecco, mi sembra…” “Vada avanti.” “Proprio mentre scivolavo nel sonno, mi sembra di ricordare che sentii un rumore proveniente dall’esterno. No so come descriverlo…era come se sulla ghiaia del cortile passasse un carro facendo il tipico rumore di sassi schiacciati e stridio di legno.” “Interessante.” “Badi maresciallo, non ne sono affatto certo. Mi è tornato in mente, ma potrebbe essere stata solo una sensazione o addirittura un sogno.” “Non si preoccupi. Le forze investigative sapranno vagliare l’informazione.” Il militare era soddisfatto di aver tirato fuori quest’altro elemento per le indagini, anche se tutt’intorno alla Mandragola erano stati fatti i rilevamenti del caso senza trovare tracce significative. Però non si poteva mai sapere, e magari quello che sembrava uno scenario interno alla villa poteva invece aprirsi verso possibilità esterne. Avrebbe verificato.
Intanto Eleonora, limitata nei suoi spostamenti per ordine dei carabinieri, scalpitava in villa facendo mille telefonate, girando per tutta casa e non dando pace al personale di servizio con innumerevoli continue richieste. Il suo spirito libero non poteva sopportare di subire una costrizione che restringesse i propri spazi, anche se imposta dall’autorità che, nelle imprecazioni della giovane donna, veniva appellata con ogni tipo di offensivo epiteto, da “polizia fascista” a “bastard pigs” fino a parole anche più pesanti che evitiamo di riportare. Con il cellulare incollato all’orecchio, urlava parlando con qualcuno: “Non è possibile. Non hanno uno straccio di cavolo di motivo per tenermi qui. Devo, dico DEVO, andare. Il giorno successivo alla prima notte di luna piena nel mese di Phalgun, mi aspettano per la Festa dell’Holi a Jaipur nel Rajastan. Sono la madrina della manifestazione per il quarto anno consecutivo e non posso non andarci…..Certo che mi dispiace, ma cosa ci posso fare ormai? Tu che faresti al posto mio?.....No, assolutamente no! Lo facesse Guglielmo o Norberto, io no!......Va bene, sto calma. Però non è giusto: non so niente, ho detto tutto e poi non sopporto più quel cafone del poliziotto…..o.k., carabiniere…..Almeno avessi della buona erba!.....Non sono più libera neanche di dire quello che voglio in casa mia?....Ho capito, al telefono è meglio di no. Va bene, basta, vado a lavarmi i capelli, ciao…..Anzi andrò proprio dalla parrucchiera della mamma che mi diceva fosse tanto brava. Poi ti dico, ciao!”
Nella sua camera, alla Mandragola, Guglielmo si riposava nel letto fantasticando ad occhi aperti ed assaporando la sensazione, da tanto aspettata, di essere il nuovo conte Bitto de’ Censis. La prima cosa da fare sarebbe stata risistemare la villa restaurando la facciata con lo scudo araldico sopra al portone, poi avrebbe dato disposizione che il cancello della proprietà fosse aggiustato e rimanesse sempre chiuso, mentre da subito avrebbe ripristinato la divisa in polpe per la servitù che gli sembrava troppo sciatta e spesso fiacca. Gli dispiaceva per la vecchia madre, ma morto un Papa…così è la vita. Certo era alquanto imbarazzante che si parlasse di delitto per soffocamento, ma il neo titolato pensava di comportarsi come tutti i suoi avi prima di lui. Sarebbe andato dal maresciallo, o forse da un generale a Roma, e avrebbe fatto una lauta donazione per gli orfani dell’Arma a patto che si mettesse tutto a tacere. In fondo l’eventuale, supposto, teorico, assassino non aveva fatto altro che accelerare un po’ la natura togliendo gli ultimi affanni ad una vecchia. Si sarebbe anche potuto dire che era quasi un’opera buona. Avrebbe sistemato tutto senza clamore e con la signorilità propria del suo rango.

VI

“Ho deciso. Voglio fare un confronto con tutti i e tre i sospettati del delitto. Per metterli il più possibile a loro agio, ho fatto in modo che il conte Guglielmo mi invitasse per un tè alla Mandragola insieme ai fratelli. Mi serve un testimone ma, per non allarmare i convitati, non voglio portare con me l’appuntato. Ci vuoi venire tu?” Questo invito, rivolto dal maresciallo Viglietti alla Kathia, era quanto di meglio la parrucchiera si potesse aspettare. Da quando era successo l’omicidio, la parrucchiera aveva letto tutti gli articoli sui giornali, ne aveva discusso con le amiche, si era persino recata alla villa per cercare di sapere ulteriori notizie dal personale di servizio, ma non era riuscita a trovare nessuna giustificazione per una morte che le sembrava tanto inutile quanto crudele.  La possibilità di assistere in prima persona ad una fase tanto importante delle indagini, le sembrava una fortuna insperata, anche se pensava che quell’incontro non sarebbe stato di certo risolutore. “Certamente. Hai fatto bene a chiedermelo. Vedrai starò zitta, attentissima e mi ricorderò ogni cosa. Non avresti potuto trovare un teste maggiorente affidabile di me, non te ne pentirai.” “Speriamo” Pensò, ma non disse, il maresciallo.
Alle cinque di pomeriggio di un caldo giorno di prim’estate, nel salotto piccolo di villa “La Mandragola” si ritrovarono i tre eredi della Casata Bitto de Censis, un rappresentante delle forze dell’ordine ed una figura del tutto fuori posto nella persona della Kathia, parrucchiera per signora e per uomo. Come padrone di casa, anche se per il momento ancora non in maniera ufficiale, il conte Guglielmo fece accomodare gli ospiti nelle due poltrone accanto al tavolino, mentre, insieme con i fratelli, prese posto sull’ampio divano di fronte a loro. “Allora maresciallo, ancora una riunione, un interrogatorio, dovrebbe esserle ormai chiaro che noi non c’entriamo con la morte di nostra madre.” “Eppure – rispose, senza tanti convenevoli, il militare – la contessa è stata brutalmente uccisa. Qualcuno deve essere stato e, se eliminiamo la possibilità di un intervento esterno per il quale non abbiamo alcun indizio, il colpevole deve aver agito dentro le mura della villa.” “Sciocchezze – intervenne Norberto – Come fate ad escludere qualsiasi possibile varco? In un edificio così grande ci sono decine di possibili entrate. Chessò, dal tetto o dalle cantine, forse un fornitore che si è nascosto dentro casa durante il giorno e poi ha agito con il calare delle tenebre, ci sono tante possibilità.” “Vero, - il Viglietti le aveva considerate tutte – ma, a parte che non se ne è trovata traccia, per un estrano mancherebbe comunque il movente.” “Se è per questo, a New Delhi si uccide per una manciata di rupie o anche solo per odio di casta.” “Gentile signora Eleonora, le ricordo che non siamo nel continente indiano e che da noi i morti ammazzati devono trovare giustizia.” “Maresciallo, la prego, di non essere tanto crudo nelle sue espressioni. L’ho invitata per cortesia, perché vogliamo essere utili alle indagini, e perché nessuno di noi ha niente da nascondere, ma la prego di mantenere un tono di adeguato rispetto innanzitutto nei confronti della memoria della contessa defunta.” Per Guglielmo ogni invito era un’occasione di mondanità che doveva sottostare alle precise regole della creanza. Kathia, affondata nella poltrona a fiori assisteva a questo scambio di battute con interesse. Le sembrava di vedere un cacciatore nella savana che cerca di fare sua una preda, ma questa, insieme ai compagni di branco, gli gira attorno confondendolo e deridendolo. Così il povero Viglietti sembrava non avere alcuna chance nella schermaglia dialettica con i giovani nobili ed ad ogni domanda, invece di far breccia verso una rivelazione, pareva si scontrasse contro un muro che tendeva a nascondere, e quasi a negare, l’accaduto. “Prima di rispondere alle sue ulteriori eventuali domande, caro maresciallo, concediamoci una buona tazza di tè. – disse Guglielmo – Oreste, servi gli ospiti.” “Si, signor conte.” Il maggiordomo si avvicinò ad una consolle sulla quale erano state poste le tazze e la teiera e, di spalle, versò il liquido fumante. Si voltò quindi verso l’ospite donna, che doveva essere la prima ad essere servita e, perfetto nella sua divisa nera con i guanti bianchi, porse la tazza alla Kathia. “Signora, zucchero o latte?” “Niente, grazie.” La donna soffiò per un momento sul tè e poi…si immobilizzò. “Fermi tutti – esclamò d’improvviso – ho capito!” Gli altri la fissarono come se fosse impazzita. “I guanti. I guanti di Oreste. Guardate i guanti di Oreste, su un dito manca un pezzetto di stoffa. Scommetto che è quella che è stata ritrovata tra i denti della contessa.” Il maggiordomo lanciò un urlo e lasciò cadere la tazza che reggeva in mano. Crollò sulle ginocchia, a testa bassa, e cominciò a dondolare il capo ripetendo “Non volevo, non volevo…” come una triste nenia che valeva più di una confessione.

EPILOGO
“Se non l’avessi notato tu…” Il maresciallo Viglietti festeggiava la chiusura del caso con la Kathia, degustando un’enorme bicchiere di granita di caffè con panna, seduti ad un tavolino sulla terrazza del “Frigidaire” di fonte al mare che, proprio in quel momento, mandava in scena la sua più bella rappresentazione di uno spettacolare tramonto. “Oh, beh, chissà? Certo è strano che Oreste non abbia rammendato quel guanto che donna Camilla aveva morso nel tentativo di difendersi dalle mani che volevano soffocarla. Forse non aveva messo quel paio dalla sera dell’omicidio oppure, come succede a molti delinquenti, aveva rimosso quel particolare e non aveva dato peso al guanto rotto. Non so. Certo che non appena ha realizzato che quel minimo pezzettino di stoffa rappresentava la sua inequivocabile condanna, è crollato subito ed ha confessato ogni cosa. Ma non capisco ancora il movente. Certamente il servitore non avrebbe ricevuto alcun lascito dalla padrona ed i suoi rapporti con lei si dice fossero stati sempre buoni, quindi perché ucciderla?” Contento di mostrare come il suo lavoro di investigazione non avesse tralasciato nessun aspetto del caso, il militare spiegò: “Tutto nasce la sera che i tre figli erano riuniti in salotto. Chiacchieravano a proposito della villa e Norberto ed Eleonora si dichiararono pronti a vendere la villa una volta che uno di loro ne fosse eventualmente venuto in possesso. Solo Guglielmo disse in maniera decisa che lui non avrebbe mai ceduto la Mandragola. Oreste, presente alla scena, aveva sentito tutto e dopo più di trent’anni vissuti in villa, pensare che, se la contessa avesse deciso di nominare uno dei figli minori come beneficiario della proprietà, lui molto probabilmente sarebbe stato licenziato, l’aveva fatto impazzire. Oreste è pieno di debiti di gioco e non poteva permettersi di perdere il lavoro. Al giorno d’oggi nessuno ha più bisogno di un maggiordomo e lui già si immaginava sul lastrico. La sola possibile soluzione era quella di far fuori la contessa prima che decidesse per la sua successione e potesse nominare erede Norberto o Eleonora. Morendo senza aver fatto testamento, la villa sarebbe passata a Guglielmo che, come dicevo, l’avrebbe sicuramente tenuta insieme alla servitù.” Tutto chiaro.
Sul Tirreno del giorno dopo, la Kathia fu felice di leggere: “Lo spirito d’osservazione ed il pronto acume della parrucchiera di Borgo Carige diradano le nebbie nel caso dell’omicidio Bitto. La Polizia ringrazia.” Beh, da “La polizia brancola” a “la polizia ringrazia”, … era una soddisfazione!

   









martedì 9 giugno 2015

Fra il cuore e l'anima

Là, fra il cuore e l’anima, c’è un pozzo dove cadono, come sassi tirati da un bambino, le speranze, i sogni e le bugiarde certezze. L’eco del tuffo risale le umide pareti, come invocazione alla salvezza delle ragioni per esistere, mentre l’oscurità non dà la pace, ma solo ansia ed asfittica angoscia. Le pietre appesantiscono il respiro che più corto diventa di ogni selce gravato, ed i viscidi muri respingono ogni tentativo di riscossa. Sarà un bicchiere od un secchio che, buttato come una ripetuta abitudine, casualmente riuscirà a raccogliere una pena, portarla in superficie e sputarla fuori. Ma, innocente e perfida, l’infante mano, guidata dalla vita, riprenderà il gioco, fintanto che strati di piccole e grandi rocce non ricopriranno l’acqua rendendo inutile il pozzo. Ed il gioco finisce. 

martedì 2 giugno 2015

Ofelia



Ofelia, per prendere un fiore hai colto la morte.

Le ghirlande che ornavano le tue seriche chiome

ora scorrono lente tra i rivi nascosti.

Bianca la tua mano si abbandona, come pallida

foglia tremante, nell’infida e gelida acqua, mentre

schegge di stelle rischiarano la tua gonfia veste.

Cosa mai facesti alle silvane deità per rompere

Il ramo sul quale, ansante, drappeggiavi le floreali corone?

Quale fu lo sgarbo che crudele indusse il torrente

a farsi catafalco e sudario della tua innocente grazia?

Solo il tuo pallido ovale, immoto e sereno, rimarrà

come immagine di te, del sogno di una giovinezza

persa in un momento e conservata per l’eternità.

Assai migliore destino è il tuo, che nel fato sfuggisti

le pene degli ulteriori anni a venir nella tua vita,

di chi con gli affanni l’impari e disperata lotta continua.