giovedì 27 ottobre 2016

Lo smalto rosso

La finestra socchiusa lasciava passare un refolo d’aria tiepida che annunciava l’estate ormai prossima. Ogni tanto uno sbuffo di vento più vivace faceva voltare le pagine di un libro aperto sul tavolo come stesse cercando la giusta citazione per descrivere un momento incantato. La luce del sole al tramonto entrava ritmata dallo sbattere pigro di una leggera tenda bianca di mussola che, seguendo i capricci della brezza, improvvisamente si impennava come una vela lasciata al lasco. Riverso sul piano della scrivania, con l’orecchio appoggiato al lucido mogano, il capo di una fanciulla sembrava porsi in ascolto dei lievi rumori, forse evocando melanconici sogni o perse melodie. I lunghi capelli biondi le coprivano il viso scendendo ondulati fin sopra le spalle e solo qualche ciocca, mossa dagli spostamenti dell’aria, scomponeva per brevi attimi l’immobilità della figura. La giovane donna era seduta su di una seggiola accostata al tavolo con il braccio sinistro allungato sullo scrittoio nel gesto di raggiungere qualcosa. L’altro, invece pendeva abbandonato di lato al corpo, ricoperto dalla manica del vestito di stoffa leggera dalla quale spuntava un polsino di bianco pizzo che faceva da corolla ai pallidi pistilli delle dita di una mano affusolata. Il pugno era dischiuso, senza forza, e del medio puntato verso il pavimento si vedeva l’unghia di un rosso scarlatto. Ma quello smalto doveva essere fresco o steso malamente perché, a brevi intervalli, una goccia ne colava per terra formando una piccola pozza. Lui si avvicinò chiamandola, per svegliarla, ma lei non si mosse. Allora si chinò posandole una mano sulla spalla, ma accanto al volto della ragazza, sotto una conchiglia che lo teneva fermo, vide un foglio piegato con scritto il suo nome. Lo aprì ed il suo viso divenne terreo come quello della donna che aveva amato. All'uomo sembrò che anche il suo sangue uscisse dal corpo, come quello di lei.

giovedì 20 ottobre 2016

Sua Maestà

-Io qui mi sento come un uccellino nella bambagia. L’ambiente mi si confà, nevvero?
-Ma papà, è tutto così grande e ci sono tante stanze, non ci perderemo?
-Caro figliolo ti faccio una domanda: tu come ti chiami?
-Nando, papà.
-Nossignore! Il tuo nome è Ferdinando ed io mi chiamo Carlo.
-Allora?
-Oh San Gennaro benedetto, uagliò, chista è casa nuostr!
-Ma siamo nella Reggia di Caserta, che c’entriamo noi con questo palazzo?
-Uagliò, stamme bene a sentì. T’aggia ditt ‘nata vota che noi siamo discendenti diretti dei Re di Napoli che costruirono questo palazzo e ci vissero per un sacc ‘e tiemp. Se non ci fosse stato quel brigante di piemontese che ci arrubbò tutto, oggi saremmo i padroni di casa.
-Eh, ma la storia…
-La storia ‘na uallera! La storia la scrivono i vincitori. Quel cafone sabaudo con quell’altro pirata di Garibaldo si sono impadroniti del Regno depredando la nostra casata e fregando tutti i napoletani e gli abitanti del sud. Prima dell’arrivo di quello sbruffone, Napoli era una città all’avanguardia in Europa. Ti potrei parlare di Capodimonte, delle seterie di San Leucio, di come fu fatta la prima teleferica ed il primo collegamento su strada ferrata. Sapevi che, dopo Parigi, Napoli fu la prima città ad adottare l’illuminazione elettrica? Senza parlare del fiorire delle Arti con il Teatro San Carlo e la scuola di opere figurative. Ti basta?
-E poi?
-E poi hanno razziato qualsiasi cosa, a cominciare dal tesoro in lingotti d’oro depositato al Banco di Napoli e trasferito nei forzieri sabaudi, per finire agli arredi di questa stessa reggia che partirono verso Torino: una scialba e fredda cittadina pedemontana.  Da quel momento è iniziato il declino del Sud dell’Italia, maledetto Cavour, i gianduiotti e il barbera.
-O’ vero?
-Sissignore, comm è ver o’ demonio.
I due, che discutevano ai piedi del monumentale scalone d’onore dell’immenso edificio, formavano una ben strana coppia agli occhi dei visitatori intorno a loro. Il più agitato, nella foga del discorso, era l’uomo, di una certa età, vestito con quell’eleganza sartoriale ed anonima che distingue il vero signore. Era l’unica persona ad indossare un cappello che ben s’intonava col paletot di cammello, un tantinello fuori stagione. Anche se il pelo del soprabito mostrava qualche chiazza diradata ed i polsini della camicia sporgevano dalle maniche lisi e sfilacciati, l’aplomb del suo portamento denotava una naturale distinzione che lo estraniava dalla calca. Il piccolo interlocutore era un bambino, di circa dieci anni, che teneva per mano il padre guardandolo incerto se prendere sul serio quei discorsi oppure considerarli come uno dei tanti sogni o delle favole che il genitore gli raccontava prima d’addormentarsi. Si stava facendo ora di chiusura e la gente cominciava ad uscire dal portone principale, ma i due non si muovevano, come fossero tenuti prigionieri dagli sguardi feroci dei leoni di marmo ai lati della scalinata.
-Papà, imm e trasì.
-Spietta nu poc. T’aggia a parlà.
-Dicite.
-Figlio mio ho pensato una cosa. Come ti dicevo, mi sembra ingiusto che io non possa vivere qui, in casa mia, con la mia famiglia, e voglio porre rimedio.
-Vuoi affittare la reggia?
-Ehhh, esàgerat! Non sarebbe possibile, ma da quando ho saputo che l’amministrazione del palazzo cerca un giardiniere, m’è venuta un’idea. Come sai, figliolo caro, qui la reggia è vastissima. Ci sono ali intere dell’edificio che non sono abitate, anzi sono quasi abbandonate all’incuria. Per non parlare dei sottotetti, ancora più vasti e misteriosi.
-Quindi?
-E allora, ecco: m’impiego come giardiniere e veniamo a vivere qui, insieme alla mamma, in un locale abbandonato.
-Steve faziando?
-Nossignore, ascolta bene. Io lavorerò tutto il giorno, poi la sera, quando i visitatori se ne vanno, noi ci ritiriamo nelle nostre stanze. In mezzo alla confusione nessuno ci noterà e, la mattina dopo, ci confonderemo con i turisti che arrivano e potremo uscire liberamente, tu per andare a scuola, io a svolgere i miei compiti e mammat per i suoi mestieri. Poi quando il museo è chiuso…la reggia tornerà nostra! Potremo passeggiare per i saloni liberamente, sederci sul trono o, se vuoi, potrai scorrazzare con la bicicletta lungo i corridoi. Così avremo risolto il problema del lavoro per me, dell’abitazione e, nello stesso tempo, vivremo come si conviene al nostro rango. Cosa ne pensi?
Il ragazzo era rimasto a bocca aperta. Gli sembrava una pazzia, ma allo stesso tempo si sentiva eccitato al pensiero di avere finalmente una camera tutta sua e poi…in quella Reggia. Ma, essendo come tutti i bambini pratico e diretto, vide subito la pecca nel progetto.
-Nun ze po’ fa.
-Oh bella, e perché mai?
-Mamma si opporrebbe. Sai bene che lei non lascerebbe l’appartamentino al Vomero e che sentirebbe la mancanza delle comari. E anche loro come farebbero senza la signora Nunziata che prepara le torte più buone del quartiere?
-Innanzi tutto, mio caro delfino…
-Ohé papà, io non sono un pesce!
-Ah, ah, ah, il delfino è l’erede del Sovrano, e tu sei mio figlio. Non siamo regnanti, ma mica perché un ingegnere è momentaneamente disoccupato non è più ingegnere e non si può fregiare del suo titolo. Siempr ingegnere iè. E poi smettiamo di chiamare la mamma “Nunziatina”, hai mai sentito una regina chiamarsi così? Da oggi ci rivolgeremo a lei come “Maria Carolina”; la sostanza non cambia, ma vuoi mettere la forma?
-Vabbuò, ma ci parli tu.
Fu una battaglia, anzi una guerra, anzi un conflitto nucleare che oppose i coniugi sull’idea del trasferimento, ma alla fine prevalse il senso pratico. La signora Nunz…, pardon, Maria Carolina aveva vissuto per lunghi anni in quaranta metri quadri, bagno e cucina compresi, e non ne poteva più. L’idea di avere spazio a sufficienza e non dover passare la maggior parte della sua vita a mettere in ordine, pena il caos, le sembrava un sogno. Inoltre non avrebbe neanche più dovuto pagare la pigione, e non era cosa da poco. Anche se non aveva velleità nobiliari, non poteva negare che partecipare alla follia del marito faceva sentire anche lei un po’ regina. Così fu deciso, e dopo che don Carlo ebbe assunto il suo impiego, con un trasloco fatto a piccoli pezzi ed in più volte, un bel giorno la famiglia prese possesso del sottotetto più ampio della Reggia di Caserta. A metri quadri era difficile da valutare, ma divise da pareti in cartongesso tirate su nottetempo, si ricavarono una bella stanza matrimoniale per la coppia, la camera di Ferdinando e gli annessi vari. Per i servizi una scala a chiocciola portava ai bagni del piano inferiore e la cucina fu comprata elettrica per allacciarsi, in maniera, diciamo, volante, con l’impianto dell’edificio.
Alla fine dei lavori il capofamiglia chiese:
-Avevo ragione?
-Avevi ragione. Ci siamo sistemati e nessuno si è accorto di nulla, viviamo decisamente meglio e risparmiando anche, adesso non ci manca niente. Maritm, sì nu babà! – Donna Maria Carolina non era prodiga di complimenti, ma quella volta le uscirono dal cuore.  
Sembrava andare tutto per il meglio, ma a Carlo mancava…la corte. Quando la sera girava per le vaste sale piene di arazzi, affreschi e specchiere dorate, si beava di tanta bellezza, ma soffriva per il troppo silenzio. I suoi passi rimbombavano e non poter condividere la sua felicità con altre persone, toglieva molto alla sua soddisfazione. Quegli ambiento erano fatti per ricevere, ballare e stare in compagnia, altrimenti non avrebbe avuto senso costruire tutto quell’apparato solo per il Sovrano. “Mi piacerebbe che anche don Mimì e la combriccola del “Circolo Ex Monarchico” vedessero come mi sono sistemato. Se loro fossero qui rivivrebbero alcuni degli antichi splendori e sono sicuro ne godrebbero con me. Conosco tanti baroni, duchi e principi ormai in disuso che si sono adattati ad una vita borghese e che farebbero follie per partecipare ad un ballo di corte. Forse dovrei…” Si sa che l’appetito vien mangiando, ed anche che la pazzia non ha limite, e quindi il Re in pectore diramò, in maniera clandestina, gli inviti. “Le Loro Altezze Reali Don Carlo e Donna Maria Carolina – dicevano – sono lieti di invitare la Signoria Vostra al Ballo di Corte che si terrà presso il Salone degli Specchi della Reggia di Caserta il giorno… L’invito è subordinato alle seguenti condizioni: 1) Si dovrà mantenere il segreto sull’evento. 2) Il Ballo avrà luogo dalle ore una di notte fino alle cinque. Gli orari sono tassativi e gli invitati dovranno essere presenti unicamente entro questo lasso di tempo. 3) Si prega di intervenire indossando abiti di gala e decorazioni nobiliari.”
Era quello che tutta la nobiltà partenopea sognava da tempo. Come un gruppo di quei carbonari che tanto avevano combattuto nei secoli precedenti, il giorno stabilito, furtivamente, una nutrita schiera di dame e cavalieri entrarono da una porticina sull’angolo nord della reggia per ritrovarsi nel salone indicato. Le ampie finestre erano state oscurate da drappi neri per non far filtrare la luce e tutti i candelieri portavano accese mille candele fornite, senza un esplicito consenso, dalla vicina Parrocchia. Un gruppo di musici era sistemato su un palchetto e quando i “padroni di casa” entrarono nella sala intonarono l’inno nazionale del Regno di Napoli composto da Giovanni Paisiello. Si commossero tutti, e per primi Carlo e Maria Carolina, ma presto superarono il momentaneo imbarazzo aprendo, con grazia e leggiadria, le danze.
Se qualcuno, passando da quelle parti, sentisse storie di fantasmi che abitano la Reggia di Caserta, adesso ne conosce l’origine, ma non lo riveli a nessuno.



lunedì 17 ottobre 2016

Il Viaggio

E finalmente decise di partire. Ci pensava da molto e mille volte l’aveva programmato nella sua mente, ma non si era mai convinto a fare il primo passo. Ma quella volta era sicuro, niente l’avrebbe fermato. Aveva sognato di andare, come nelle canzoni o nelle poesie, prendendo la strada con il sole negli occhi e senza voltarsi indietro, privo di una meta ma sicuro di trovare quello che stava cercando, senza sapere neanche cosa fosse. La vita l’aveva trattenuto, non di certo contro la sua volontà ma anzi consapevole delle scelte che stava facendo, e quella voglia di spiccare il volo l’aveva sempre rintuzzata, rinnegata e riposta tra le aspirazioni impossibili o le pazzie sulle quali scherzare. Ma un certo giorno si era incontrato nello specchio del bagno e si era fissato negli occhi, evitando di schivarsi per il quieto vivere. Si accorse che era un esercizio pericoloso: ci vuole forza per scivolare nella propria anima e coraggio per vedersi come si è, senza falsa indulgenza. Stette un certo tempo a rimirare il proprio volto, come stupito nello scorgere un estraneo che rimandava le sue stesse smorfie, poi si riscosse e prese la decisione: “Vado!” Non era una fuga e neanche un’evasione, non ce n’era motivo. Non si sentiva costretto né in trappola, ma solo non totalmente libero. Ecco la parola: “libertà”. Voleva assaporare quella sensazione di pienezza e solitudine che immaginava provassero le aquile volando sopra i picchi o i folli correndo per le colline. Non per sempre, forse neanche per molto tempo ma solo per poco, sentire l’ebbrezza di correre sul filo del pericolo, con l’incoscienza di un motociclista lanciato su un rettilineo d’asfalto che non importa dove conduca. Accese quindi il computer per programmare il percorso. Sicuramente verso nord, dove gli spazi sono sfumati da nebbie e gli estranei si ritrovano in locande fumose e vocianti sparse per le campagne sempre verdi. Al sud riteneva facesse troppo caldo ed anche la gente era troppo calorosa, mentre lui non voleva rinunciare alla propria solitudine. Sarebbe stata l’occasione per fare il punto sulla propria vita e conoscersi un po’ meglio. Avrebbe preso le distanze dalla sua esistenza e forse, da lontano, avrebbe capito qualcosa di quella strana giostra sulla quale si trovava a girare ogni giorno, o almeno così sperava. E poi, al termine di una giornata di viaggio, si sarebbe seduto sulla balaustra fuori dalla sua camera guardando il tramonto e, di fronte a nessuno, avrebbe tirato fuori tutto quello che aveva sepolto dentro di sé, ed avrebbe pianto o forse riso a crepapelle. Sarebbe andato con l’auto, senza prenotare da nessuna parte e sperava solo che il serbatoio fosse sufficientemente capiente per portarlo lontano, tanto lontano quanto desiderava andare. Doveva fare una vigliaccata, per non ripensarci, ed una domenica mattina, di buon’ora, si chiuse dietro la porta cercando di non svegliare nessuno. Accese il motore, tirò giù la capote dello spider, e partì verso la Flaminia e poi, forse, l’Emilia e poi: chissà. Infornò un cd di vecchie canzoni… ed il diavolo ci mise la coda. Le maledette note portarono i ricordi, le immagini, le sensazioni e la nostalgia, ed i chilometri percorsi sembravano petali di un margherita che man mano, cadendo, toglievano tutto il fascino ed il profumo al fiore dell’illusione. Si chiese il perché e se fosse giusto, o se ne valesse la pena, specialmente quella che forse avrebbe provocato in chi gli voleva bene. Sorrise di se stesso, ed a Orte fece l’inversione di marcia. A casa dormivano ancora tutti, ed anche lui si rimise a letto riprendendo a sognare quel sogno che rimase meraviglioso perché non vissuto.   

giovedì 13 ottobre 2016

Firenze

Firenze, un anno fa, Santa Maria Novella: cammino e guardo in terra. Ammiro le lastre della pavimentazione e mi fermo a leggere una targa inserita nel marciapiede con scritti sopra alcuni versi di un poeta. Poi alzo lo sguardo stringendo gli occhi per riparami dalla luce del sole. E’ una giornata autunnale splendida, brillante e tersa che sembra voler competere con le più belle e dolci della precedente primavera. Vedo la facciata della Chiesa che fa da proscenio ad una piazza dove la vita mette in scena storie di nessuna importanza a confronto con l’eternità evocata dalle sue pietre e, di quinta, un’antica loggia risuonante dei passi di turisti inconsapevoli e frastornati. La magnificenza del cielo, la sontuosità dei monumenti ed un venticello fresco che, leggero, trascina via le voci ed i rumori sfumando tutto in un’atmosfera onirica e surreale, mi ammaliano sollevando i miei pensieri verso una sensazione di pace e di serenità. Provo una piccola ebbrezza, un’ubriacatura momentanea e illusoria di felicità. Cancello il presente e dimentico il passato, vivo nel godimento di un flash d’inconsapevolezza. E poi me ne vergogno. Provo un senso di colpa per questa vacanza rubata, ma io non sono in vacanza. Ho accompagnato una parte di me, dolente e coraggiosa, ad affrontare un percorso di lotta. Proprio ora, mentre la natura sembra in festa, è in corso una battaglia contro un destino che non voglio riconoscere e che contrasteremo con tutte le nostre forze, ma con sofferenza e timore. Come posso, seppure involontariamente, estraniarmi anche solo per un minuto? E’ come quando ci si tuffa in acque gelide e profonde: per un attimo si trattiene il respiro e ci si lascia andare, storditi in un blu senza punti di riferimento, per poi cominciare a battere bracciate con tutto il vigore possibile, al fine di sopravvivere. Oppure come quando arriva un carico troppo forte di elettricità al contatore: provoca un lampo, un corto circuito che stacca la corrente e salva dal rimanere fulminati. Così adesso; nella speranza che questi momenti, fugaci e liberatori, siano lo spiraglio dal quale intravedere la possibilità di una vita diversa, o semplicemente di tornare alla vita. E, come in una preghiera, così sia.
A Dio piacendo, così è stato.


sabato 8 ottobre 2016

Vita d'artista

-Ascolta cosa è scritto sulla Wiener Zeitung di oggi: “Di questi tempi nessuno ha voglia di calpestare il lucido parquet delle sale da ballo con uno stato d’animo leggero e gioioso, ma tutti vivono nella speranza di un futuro migliore.” –Johann Strauss sembrava furente mentre con una mano sventolava la gazzetta sotto al naso del fratello Josef.
-Non è possibile che Vienna, la capitale dell’Impero, sia ridotta come una cittadina di provincia, depressa e avvilita.
-Ma caro fratello, è più che comprensibile. – Josef era il minore dei due, ma il suo carattere riflessivo e pacato lo portava di frequente a placare le intemperanze del primogenito, spesso oscillante tra improvvisi scoppi d’ira e languidi abbandoni. –Solo pochi mesi fa la nostra armata è stata sbaragliata a Königgrätz con migliaia fra morti dispersi e prigionieri. Senza contare l’umiliazione che il maledetto imperatore di Prussia Guglielmo è riuscito ad infliggere ai nostri comandanti. Come puoi pensare che il prossimo carnevale venga festeggiato con l’allegria di sempre? – Si era nei primi mesi del 1867 e le abbondanti nevicate avevano chiuso la città in una morsa di gelo e di tristezza. I reduci tornavano dal fronte, ma la situazione politica era ancora incerta dopo la sconfitta.
-Sì, certo, mi rendo conto, ma mi piange il cuore nel vedere la nostra brava gente che quasi non sorride più. Girando per le vie non si parla d’altro che di miserie, ed il pessimismo sembra essersi impadronito di ogni anima. Figurati che hanno anche annullato tutti i balli in programma e qualsiasi festeggiamento fino a nuovo ordine.
-Lo posso facilmente capire. Anche il nostro re Ferdinando si rende ben conto della situazione e pare che abbia fatto pervenire alla Corporazione delle Arti un messaggio per incitare gli iscritti ad adoperarsi per risollevare l’umore della popolazione.
-Vedi? Dobbiamo fare la nostra parte! – Johann scaraventò il giornale sul pavimento e, come in preda ad un raptus creativo, cominciò a percorrere avanti ed indietro la stanza con lunghi passi. In realtà le falcate non potevano essere più di quattro o cinque, in un senso e nell’altro, ma l’uomo non sembrava avvedersi delle mura e continuava la sua cavalcata come se fosse in uno spazio aperto.
-Calmati, - lo esortò Josef –  è rimasto in programma il Ballo “Hesperus” che si dovrebbe tenere alla Dianabad-Saal il diciotto febbraio prossimo. Quella potrebbe essere l’occasione per presentarci con una nuova composizione, nello spirito di quanto indicato dall’Imperatore.
-Ottimo. Al lavoro, dunque! – I fratelli Strauss erano tra i musicisti più rinomati, ed ogni loro creazione veniva accolta con entusiasmo sia negli ambienti della nobiltà che tra il popolino. Bastavano poche esecuzioni per ritrovare sulla bocca dei viennesi le strofe ed i ritornelli di ogni melodia suonata solo poco tempo prima. In particolare i valzer di Johann sembravano contagiare, come una rapida febbre, sia le grandi orchestre sinfoniche che le bande di provincia, spargendo un po’ di quella gioia di vivere per la quale andava famosa l’Austria Felix di metà ottocento. Il genio degli Strauss, sollecitato dalla particolarità del momento, non tardò a partorire due capolavori che poi resteranno come emblema di quel periodo storico. Il quindici febbraio 1867 fu eseguito per la prima volta “An der schönen blauen Donau” (il bel Danubio blu) e tre giorni dopo, in occasione dell’Hesperus, lo stesso Johann Strauss diresse il valzer “Künstlerleben” (vita d’artista) con un successo travolgente.
Dio creò il tuono per spaventare gli uomini, ma donò la musica per consolarli.


lunedì 26 settembre 2016

Alan.

“L’amore non è un sentimento, è una capacità. E’ la capacità di aprire il cuore ed accogliere l’amore.”
-Hai capito come ha risposto alla lettera di quella disperata? – Chiara era letteralmente rapita dalla bellezza di un concetto che sembrava spiegarle quello che lei stessa si era domandata innumerevoli volte: cos’è l’amore? E voleva rendere partecipe del suo entusiasmo l’amica del cuore, che però sembrava non capire.
-Dai, sono frasi da bigliettino nei cioccolatini.
-Povera stupida. Allora, guarda: tiro fuori qualche rivista e leggiamo insieme, poi mi dirai. – Senza indugi la ragazza si diresse verso uno scaffale della sua libreria dove, ordinatamente in fila, erano disposti tutti i numeri del settimanale che, nell’ultima pagina, riportava la rubrica: “La posta di Alan.” Questo Alan era un personaggio misterioso, sicuramente un uomo, che rispondeva ai quesiti posti dai lettori, per la stragrande maggioranza di sesso femminile. Doveva trattarsi di una persona con una vasta esperienza principalmente in campo sentimentale, ma anche in tanti altri settori che andavano dai viaggi alla cucina fino, addirittura, alla moda. Per tutti gli argomenti aveva un consiglio o un suggerimento a volte banali, spesso ispirati ed, eccezionalmente, addirittura profondi. Veniva seguito da un numero di followers stupefacente, con grande soddisfazione dell’editore che contava sul richiamo dei suoi articoli per fidelizzare le lettrici.
-Leggi: ad una ragazza che non sa se uccidere i genitori o scappare di casa, risponde: “Cara, il destino che ci spetta percorre il sentiero lastricato dalle nostre azioni. Se porrai intralci di negatività sui tuoi passi, prima o poi inciamperai, e le lacrime versate per la sofferenza della caduta non laveranno il rimorso delle cose non fatte.”
-E cosa significa? – Chiese Francesca, l’amica cinica.
-Oggesù, fai venire il latte alle ginocchia. E’ chiaro: le dice di comportarsi bene, rispettare i genitori ed allontanarsi da casa solo con il loro consenso e quando avrà un lavoro.
-Dici?
-Uffa. Ne prendo un’altra a caso: “Caro Alan, il mio ragazzo mi tradisce con la mia migliore amica. Cosa devo fare: rendergli la pariglia o far finta di niente? Sheila 98” E senti la risposta: “Adorata Sheila 98, prendi in mano il tuo cuore e pesalo. Se lo troverai troppo ponderoso per le tue braccia, lascialo andare. In un primo momento ti sembrerà di aver perso una parte di te, ma poi ti tornerà tutto l’amore che meriti. L’altra è solo una paglia nel vento.”
-Cioè?
-Di coccio, sei di coccio! Detto terra, terra: molla il porco e manda a quel paese la puttanella. Sono chicche di saggezza in forma di poesia. Ma aspetta, guarda come risponde anche ai quesiti sul sesso. – Clara scelse un’altra rivista dove c’era quello che cercava e lesse: - “Caro Alan, durante i rapporti spesso mi distraggo perché non provo niente. Cosa mi consigli? Insoddisfatta 2000” La risposta: “Cara Insoddisfatta, di nome e di fatto, le perle non sono destinate ai porci e le ali per Icaro furono un’illusione. Noi siamo fatti di materia vivente ed il fuoco si accende quando sulla scintilla soffia un alito di desiderio. Ricorda che un desco male imbandito è il segno di un oste inesperto e non di un cliente pretenzioso.” Geniale!
-Traduzione?
-Non sei tu il pesce lesso, ma è il tuo ragazzo che non vale una cicca. Chiaro?
-Sarà,- disse la scettica Francesca – ma vorrei vederlo questo bel tipo. Sto’ Alan che pontifica tanto, ma chi si crede di essere? Forse avrà avuto anche qualche esperienza, ma certamente non ha tutte le risposte in tasca. Mi piacerebbe tanto conoscerlo, incontrarlo per capire chi si nasconde dietro quelle parole.
-Verooo? Esatto! – Chiara si felicitò nel sentire pronunciare quelle parole che corrispondevano a quello che lei pensava da qualche tempo. – Io pure! Anch’io voglio conoscerlo. Ho deciso di andare alla redazione del giornale e chiedere di lui.
-Potrebbe essere una delusione.
-Sei sempre negativa…Io so esattamente chi aspettarmi. Ho letto tante delle sue risposte che mi sono fatta un quadro preciso sia della sua personalità che del suo aspetto fisico.
-E come ci sei riuscita, è stata pubblicata una fotografia di questo Alan?
-Non esattamente, perché deve mantenere l’anonimato, ma è un esperto di arti marziali e di vela, quindi deve avere un corpo atletico e abbronzato. Età dai trentotto ai quarantatré.
-Questa è bella. Come fai ad essere tanto precisa?
-Ho incrociato i dati delle sue canzoni preferite, della prima volta che è andato allo stadio, del film che ha più influenzato la sua giovinezza e di quando ha raccontato del suo esame di maturità, ed il risultato è inequivocabile.
-Miss Marple ti fa una pippa!
-Scherza pure, ma sono sicura. Abbastanza, sicura. Anzi, ti dirò di più: deve essere biondo e con gli occhi chiari perché una volta ha detto che la luce forte gli dà fastidio.
-Vabbè, allora è deciso: andiamo a incontrare questo Alan. Bello come il sole e poetico come Romeo.
Gli stati d’animo erano del tutto diversi mentre le due ragazze si recavano presso la redazione della rivista. Chiara era praticamente innamorata; di un ideale forse, ma cotta come una ragazzina per la pop star del momento. Francesca, sebbene di qualche mese più giovane, sembrava invece sua madre. Riprendeva l’amica e cercava di distoglierla da quell’infatuazione letteraria, che faceva tanto signorina dell’ottocento, ma ogni sua obiezione veniva rimandata al mittente con fastidio e cieca fede nell’esistenza di un archetipo d’amore.
-Scusi, permette? – Il vigilantes/portiere seduto dietro la scrivania all’entrata del palazzo del giornale sembrava stesse esaminando la relazione trimestrale della Consob, tanta era la sua attenzione sui fogli che teneva in mano, mentre si trattava solo dell’ultima Settimana Enigmistica. Con l’aria di sufficienza giustificata dalle mostrine sulle spalline e dal distintivo sul bavero dell’uniforme, l’uomo alzò lo sguardo su quelle ragazzette venute ad importunarlo accogliendole con un classico:
-Dica?
-Vorremmo parlare con il dottor Alan. – Il guardiano non era sorpreso dalla richiesta. Quelle due erano solo le ultime di una schiera di sciacquette, come lui le chiamava, che regolarmente si presentavano per lo stesso motivo. La risposta era la solita:
-N’è possibile.
-Perché, non è in sede?
-Per esserci, c’è, ma non posso fa passà nisuno.
-Non può avvisare che vorremmo parlargli?
-Noneee! Come ve l’ho da dì? Gli ordini sò chiari: nun se po’! – Le ragazze si scambiarono un’occhiata pensando la stessa cosa, e Chiara si fece coraggio prendendo l’iniziativa. Posò sul bancone la mano dalla quale spuntava l’angolo di una banconota da 20 euro:
-Ameno ci dica a che ora esce.
-Vabbè. – come la lingua di un rospo che raggiunge una mosca, la mano dell’uomo ghermì in un lampo la cartamoneta.
-Questo è facile: se ne và tutte le sere alle dieciotto (sic) e trenta, con il primo turno dei giornalisti. Se ve mettete a sede su ‘na panghina ar giardinetto de fronte, e c’avete pazzienza, lo vedrete passà.
-Grazie, gentilissimo. – La sottintesa ironia di queste parole fu totalmente sprecata. Mancava solo un’oretta e le amiche seguirono il consiglio del cerbero scegliendo una panchina da dove potessero vedere chiaramente l’ingresso dell’edificio. Alle sei e mezza cominciarono ad uscire dei gruppetti di persone e qualche solitario dipendente.
-Occhio! Non sarà difficile individuarlo, guarda bene. – Chiara fremeva, eccitata in vista del tanto atteso incontro. La piccola fiumana di gente si esaurì in breve, ma nessuno degli uomini che, alla spicciolata, si stava allontanando corrispondeva alla descrizione di quello desiderato.
-Corriamo: andiamo dal portiere e chiediamogli di indicarci Alan.
-Scusi, ma qual è Alan tra tutti quelli?
-Ahhh, ancora? Quello laggiù col cappotto grigio e il cappello nero.
-Ma chi, quello bassetto con una borsa sotto al braccio?
-Eggià!
Francesca lanciò un’occhiataccia all’amica con un sorrisetto misto di compatimento e ironia, come a dire: “Te l’avevo detto!”. Poi si presero sottobraccio e si allontanarono verso la metro per tornare a casa.
L’ometto, da lontano, l’aveva notate ed aveva capito. Gli era successo altre volte di vedere lo sguardo di delusione quando qualche sua lettrice realizzava che lui era il famoso Alan. Ma non gl’importava, si era creato un mondo estraneo alla sua realtà che l’aiutava a vivere un’esistenza solitaria e priva di altre soddisfazioni. Non gli pesava tornare a casa e chiudersi nel suo studio in compagnia solamente di un vecchio cane e del computer. Attraverso il pc e le domande delle lettrici della rivista, riusciva ad uscire dal suo corpo gracile e malandato trasformandosi in Alan, il poeta viveur, affascinante e misterioso. “Quando il bozzolo diventa troppo stretto, la farfalla lo rompe distendendo le ali per volare nel cielo.” L’uomo si appuntò la frase che avrebbe usato in una prossima risposta e si allontanò nel calare della sera.



    

sabato 17 settembre 2016

Amelia.

Le ragazze facevano parte della seconda quindicina di quel mese. Erano tre e si stavano trasferendo dalla casa di madame Rita, a Bologna, in quella molto più grande e rinomata di madame Fiordaliso a Firenze. Il viaggio, nella seconda classe di un treno regionale, non si presentava lungo né particolarmente disagevole. Anzi, siccome le giovani donne si erano ritrovate già altre volte a lavorare nello stesso locale, le quasi due ore di tragitto erano cominciate in maniera scanzonata e divertente, come una gita scolastica per alunne un po’ fuori corso. Avevano preso uno scompartimento in una della carrozze di testa del treno, quella più vicina alla prima classe, e si erano accomodate sistemando i loro bagagli sulla retina sopra i sedili. I posti a sedere nella cabina erano sei, ma ancora poco prima di partire, non era salito nessun altro oltre a loro tre.
-Speriamo di restare sole, così saremo libere di parlare come vogliamo. – Disse quella dai capelli rossi. La chiamavano “la colonnella” perché, come spesso è associato alla capigliatura fulva, aveva un carattere deciso e volitivo e non disdegnava di usare il frustino durante gli incontri riservati.
Mo’ ben! – Le rispose una delle compagne che ancora si stava affannando per riporre un valigione che sembrava pesantissimo. Il bagaglio era sproporzionato in confronto alla donna che sembrava quasi una bambina paffutella. Il nome di battaglia era: “la scolara” perché sfruttava la sua apparenza per vestirsi spesso da allieva delle suore, con tanto di grembiulino e fiocco al collo. I clienti sembravano apprezzare molto la combinazione della divisa scolastica con la biancheria intima audace, e lei era sempre richiestissima.
-Io mi siedo accanto al finestrino! – Intervenne l’altra compagna che sembrava uscita da un quadro di Renoir. Bella rubizza ed in carne, alta e generosa di seno, sembrava il ritratto della salute. Faceva pensare ai campi di grano al latte caldo ed alla sana vita contadina. Era rassicurante e materna e, specialmente gli uomini piccoli ed insicuri, adoravano perdersi tra le sue braccia forti e morbide come quelle materne. Ovviamente, quando veniva scelta, rispondeva al soprannome de “la mamma”.
Generalmente non c’erano problemi lungo il percorso del treno, ma lo scavalcamento degli Appennini presentava sempre delle incognite, specialmente d’inverno. Non era infrequente che la neve bloccasse gli scambi o che i binari fossero ostruiti da qualche slavina o da ostacoli portati dal maltempo. In quei casi si rimaneva bloccati, a volte per delle ore, fintanto che la natura non avesse finito di sfogarsi o i responsabili delle ferrovie avessero trovato un rimedio. Ma una cosa era certa: in ogni stagione e con qualsiasi tempo, la locomotiva sarebbe partita in perfetto orario, su questo il regime non transigeva.
-Dai, dai che mancano cinque minuti e nessun’altro è venuto nel nostro scompartimento. – disse la colonnella, con la speranza di poter restare tra di loro amiche.
-Mi dispiace deluderti cara, ma sembra proprio che quella signorina che è passata adesso nel corridoio stia cercando il suo posto. Ci scommetto che sta con noi. E poi, guarda il cartellino di prenotazione sopra la poltrona, qualcuno deve venire certamente. – La mamma non aveva torto poiché la giovane donna, che prima era transitata gettando uno sguardo un po’ smarrito all’interno del loro scompartimento, adesso si era affacciata e faceva capoccella dalla porta a vetri.
-E’ permesso? – disse la nuova venuta – Non per disturbare, ma credo di avere quel posto.
-Mo venga pure avanti, cara. La si accomodi pure, va là! Senza complimenti, che c’entriamo, bel belle, tutte quante. Vero signorine?
-Certamente. - Rispose a nome delle altre la scolara. –Ha comprato il biglietto ed il sedile è suo. – Le amiche fecero buon viso alla nuova venuta, anche se adesso il viaggio sarebbe stato meno divertente dovendo ognuna tenere per sé i vari racconti aneddoti e pettegolezzi piccanti legati alla loro comune attività. La nuova venuta era una giovine distinta, alta, forse un po’ androgina, con un cappotto di panno nero bordato, al collo ed ai polsi, da una folta pelliccia in tinta. La sua agiatezza era evidenziata anche dalla bella borsa intonata alla scarpe che sembravano nuove e lucidissime. Il tutto era completato da un cappellino che certo non serviva a riparare dal freddo, ma solo come complemento alla “mise”. La silhouette magra e slanciata mostrava tratti d’eleganza ed il viso, d’un ovale perfetto, sarebbe stato bene a qualsiasi madonnina dipinta. Portava con sé solamente un borsone di morbida nappa che doveva contenere poche cose e che buttò, con noncuranza su uno dei sedili liberi.
-Vuole una mano? – Si propose la mamma.
-No, grazie. Fò da me. – Le ragazze si guardarono l’un l’altra: avevano già capito il tipo. Presero tutte posto ed il capostazione fischiò liberando la potenza della locomotiva che, sbuffando e tossendo, cominciò a tirare il suo carico. Il tempo passava lentamente ed il rumore monotono delle ruote sulle rotaie conciliava il sonno delle passeggere. Il paesaggio, man mano che si addentravano nell’entroterra cambiava i colori perdendo il rosso delle foglie d’autunno per diventare grigio come il freddo dell’inverno. Dopo un po’ si incominciarono a vedere anche macchie di neve che, con l’avvicinarsi delle montagne, diventarono sempre più estese. Il riscaldamento, dentro la carrozza, andava al massimo ma, come spesso capitava, il caldo soffio che arrivava dal radiatore sotto la finestra si scontrava con gli innumerevoli spifferi che filtravano dalle vecchie guarnizioni e col freddo che entrava dal corridoio. In definitiva quel po’ di calore non serviva quasi a niente, e la temperatura interna era solo di poco più alta di quella al di fuori.
-Brrr, ragazze incomincia a fare freddo sul serio. – Disse la scolara stringendosi nel cappotto e soffiando dentro le mani giunte per favorire la circolazione.
- Già, e incomincio anche ad avere un po’ d’appetito. Colonnella, cosa abbiamo nella sporta delle provviste?
-Certo, cara la mia mamma, che se stessi un po’ a digiuno, non ti farebbe male di certo.
-Oh bellina, io piaccio così. E poi ho fame: tira fuori, dai! – La donna, incitata dalle amiche, prese il paniere in vimini e ne cavò ogni ben di Dio posandolo sul sedile. Poi prese il cestino e lo capovolse posandolo sul pavimento. Sul fondo, rivolto verso l’alto, stese un grande tovagliolo a quadretti come fosse una tovaglia, e su questo dispose piattini e bicchieri per tre.
-Mi scusi signorina, vuol favorire con noi? – Con la massima creanza la colonnella si rivolse all’ultima entrata.
-No, grazie. Sto bene così. – Queste furono le parole che elegantemente pronunciò l’interpellata, ma contrastavano in maniera evidente con l’espressione del suo viso. Infatti sembrava che la donna, vedendo bene sciorinate sul cuscino di fronte a lei le frustine di pane, un paio di fiaschi e svariati promettenti contenitori, stesse quasi scivolando in una sorta di deliquio.
-Signorina, cosa le succede? Si sente male?
-Non vi preoccupate, è solo che sono dovuta partire in fretta. Ho assistito un amico per tutta la notte e non ho avuto il tempo di mangiare. Mi gira un pochino la testa, forse sarà un po’ di debolezza.
-Ed allora cosa sta aspettando? Non faccia sciocchi complimenti e favorisca senza perder tempo. La prego.
-Non so come ringraziarvi. Accetto volentieri il vostro cortese invito, se non disturbo. – La mamma interruppe tutti quei convenevoli e, con una cordiale risata, aprì le scatolette, tagliò il formaggio ed il salame, spezzò il pane ed, in men che non si dica, allestì un vero e proprio banchetto per tutt’e quattro. Il cibo ed il vino alzarono la pressione sanguigna provocando nelle donne vampate di calore e l’allentamento di ogni riguardo. Anche la nuova conoscente si riprese in fretta e si sciolse dal suo riserbo.
-Sto mangiando le vostre buone cose ma ancora non mi sono presentata, scusate. Mi chiamo Amelia e viaggio spesso per lavoro e per diletto.
-E’ di professione infermiera, visto che ci ha raccontato che la scorsa notte è stata al capezzale di un suo conoscente?
-Beh, diciamo che sono pagata per alleviare tante pene, e in questo senso mi definisco una via di mezzo tra una suora ed un’infermiera. Ieri notte sono stata chiamata per un servizio e devo confessare che ne sono uscita veramente stremata. – Un largo sorriso accompagnò queste parole esaltando ancora maggiormente la grazia della donna.
-Oh, veramente meritorio. – Disse la scolara, tra i gesti d’approvazione delle altre amiche. Il viaggio continuò in un crescendo di allegria favorita dal buon cibo e dall’intimità che si era venuta a creare in quel bozzolo d’acciaio che sfrecciava deciso verso la meta e che sembrava isolare le donne dal resto del mondo. La stazione di Firenze Santa Maria Novella, da poco ristrutturata, era ormai vicina e le donne incominciarono a prepararsi per scendere.
-Ragazze, a noi ci viene a prendere il tuttofare di madame Fiordaliso. Prendete tutti i bagagli e non dimenticate niente. E a te, Amelia, ti aspetta qualcuno?
-No, non esattamente. Prenderò una vettura pubblica fuori dalla stazione.
-Ci dispiace non poterti dare un passaggio, ma se tardiamo madame va su tutte le furie.
-Non vi preoccupate. Siete già state tanto gentili con me ed è stata una piacevole sorpresa incontrarvi. – Il treno si fermò tra sbuffi, fischi e stridii e le donne, piene di bagagli, ancora chiacchierando e ridendo, scesero sulla banchina.
-Ciao Amelia, è stato un piacere conoscerti. – Disse la scolara asciugandosi una lacrimuccia. Si sentiva molto triste per la separazione dalla nuova amica, ma forse dipendeva dai troppi bicchieri di vino ai quali non aveva saputo resistere.
-Anche per me ragazze. Adesso vado, ciao a tutte e chissà…forse ci rivedremo. – Amelia si incamminò svelta verso l’uscita con la solita andatura elegante che non mancò di suscitare qualche sguardo ammirato dei maschi che incrociava. Sparì alla loro vista e le ragazze si guardarono intorno per cercare l’inviato di madame.
-Eccolo laggiù, fategli cenno! – Un ragazzetto affannato si accorse di loro e si avvicinò di buon passo.
-Le signorine di madame?
-Certo, prendi le valige.
-Un momento. – Disse il garzone – Ho una lettera per voi. A chi la consegno?
-Dai qua. – Disse la colonnella strappando la busta dalle mani del giovanotto. La donna lacerò la linguetta e, mentre procedeva con la lettura, le compagne videro il suo volto assumere tutti i colori dell’arcobaleno.
-Puttana, puttana e puttana! – Esclamò una volta finito di leggere.
-Chi? – Chiesero in coro le altre due.
-Vi leggo che cosa scrive madame: “Signorine, mi dispiace comunicarvi che ho annullato la vostra quindicina. Il mio è un locale di classe, rivolto ad una clientela raffinata, ed ho preferito assumere una ragazza che, come voi, viene da Bologna ma mi dicono sia di un altro livello. Si chiama Amelia ed è rinomata per la sua finezza e per i modi aristocratici che tanto piacciono ai miei clienti. Ma non vi preoccupate, Pinuccio vi accompagnerà nella casa della signora Maria con la quale ho già parlato. Certamente è di un livello più basso e frequentata prevalentemente dal ceto operaio o da modesti impiegati, ma per voi andrà benone. Distintamente, madame Fiordaliso.” Le ragazze confermarono:
-Puttana, puttana!