martedì 16 luglio 2019

Un soffio



Un lungo viaggio inizia con un passo: è vero, ma spesso tanti passi non portano dove si vuole andare. Ci sono tante cose che condizionano il cammino e molte di queste non sono controllabili o addirittura fanno parte di qualche altro mondo. Il destino non è mai totalmente nelle nostre mani e se ci illudiamo di influenzarlo o perfino di determinarlo, spesso con un sadico senso dell’umorismo cambia strada imboccando vie impervie o illusorie discese. La fortuna è un diamante sfaccettato che riflette ogni piccola luce trasformandola in schegge di stelle, ma in definitiva è solo un pezzo di carbone dimenticato sottoterra. Così ogni avvenimento di qualsiasi vita vale per il momento nel quale viene vissuto, importante fino a quando gli si dà importanza, rilevante come la tessera di un grande puzzle del quale non si riesce a cogliere il disegno. Navighiamo in un mare misterioso al quale siamo tanto abituati da far finta che non esista, viaggiamo sfiorati da ombre che non urtano, circondati da un ignoto sempre presente, mentre un’intuizione non nostra ci spinge dove non sappiamo mai. Eppure la prosopopea di dirci uomini ci illude di scegliere, o meglio ci fa credere che il risultato delle nostre azioni sia la conseguenza di decisioni prese con una logica frutto dell’esperienza. Invece ogni giorno tiriamo i dadi attenti solo a non puntare troppo, ma se usciremo da questa sala giochi che si chiama vita con le tasche piene, non di soldi ma di consolazioni, oppure avremo solo passato il nostro tempo soffiando sui pugni per ingraziarci la sorte senza altro risultato che un sobbalzo del cuore, dipenderà solo da uno scherzo giocato alle nostre spalle. Un filosofo greco diceva che per essere felici bisogna eliminare due cose: il timore di un male futuro e il ricordo di un male passato; questo non ci riguarda più, quello non ci riguarda ancora. E allora bisogna impegnarci per lasciare aperte tante strade al fato, consapevoli che sarà poi lui ad avere l’ultima parola. Nonostante.

Ci sono persone il cui destino è incrociarsi. Dovunque siano, ovunque vadano, un giorno s’incontreranno e si prenderanno per mano.



venerdì 28 giugno 2019

Le sorelle


-Ragazzi, attenzione! Sono arrivate le Gibellini. – I cosiddetti ragazzi erano quattro attempati signori seduti attorno al tavolino di un bar, e chi aveva parlato era un loro coetaneo che sembrava essere il caporione della combriccola. Si chiamava Gibbo, Gianbattista per l’anagrafe, e siccome era riuscito a rimanere scapolo nonostante gli agguati delle donne del paese nettamente in maggioranza rispetto ai maschi, vantava una superiorità morale dettata da quello che lui diceva essere un carattere libero e indipendente. Avere poi intrattenuto per lungo tempo una relazione segreta, a tutti nota, con una donna sposata di un paese vicino, gli dava quel tocco trasgressivo e cosmopolita che, in un borgo di poche anime, lo rivestiva di un “glamour” altrove ingiustificato. Si era messo in pensione più o meno a quarant’anni quando una modesta eredità gli aveva permesso, con il massimo sollievo, di tirare in barca ogni possibile remo. Da allora la sua principale occupazione era stata di impicciarsi dei fatti altrui, con grande divertimento suo e di coloro che, a turno, non ne erano il bersaglio. Dalla sua esclusiva postazione presso il Bar dello Sport nella piazza principale del paese, il vecchio signore osservava, chiosava e commentava ogni avvenimento partendo dalla vita della piccola comunità fino a spaziare nei massimi sistemi del governo nazionale o della politica estera. Nessuno, da Trump alla vecchina in chiesa, si salvava dai suoi giudizi caustici ed impietosi, ma spesso arguti e perciò molto ascoltati. Gibbo ci sapeva fare e la sua finta bonomia induceva spesso qualche sprovveduto a metterlo a parte di confidenze personali a condizione che rimanessero segrete. Lui spergiurava di essere una tomba, ma poi girava le notizie sottobanco al momento giusto, non tanto per malizia quanto per il puro divertimento di agitare le acque chete di un paese che, affermava, gli andava troppo stretto.
-Perché hanno sempre quell’aria funerea? – Chiese l’amico “Aperol con scorzetta”.
-Non conoscete la storia? – Disse Gibbo accomodandosi bene in vista del racconto. –Se promettete di tenerla per voi, ve la racconto e capirete.
-Vai avanti. -  Lo incitò “vin santo e due cantuccini”.
-Bene. Le Gibellini, lo sapete, vivono da sempre in maniera molto modesta, hanno poche disponibilità economiche e si arrabattano come possono. Però, qualche tempo addietro, capitò loro quella che sembrava una fortuna insperata. Una vecchia zia, molto bigotta, rimase vedova entrando in possesso di una vera e propria fortuna fatta di contanti, immobili e titoli di stato. Loro due, le Gibellini intendo, sono le uniche future eredi della signora, salvo un altro cugino che vive lontano. Quindi erano tutte eccitate nella prospettiva, un domani la zia fosse passata a miglior vita, di scrollarsi di dosso un’esistenza fatta di stenti e concedersi finalmente qualche lusso. Avevano fatto i loro calcoli. L’ammontare del patrimonio diviso fra loro due sarebbe stato veramente una manna dalla quale attingere senza più patemi d’animo. In realtà avrebbero dovuto dividere per tre, ma spartire quello che il destino aveva loro riconosciuto a compenso di tanto sacrificio, sembrava quasi una bestemmia.
-Ho capito. – Intervenne “caffè corretto” -  Però la legge è legge. Il cugino aveva tanto diritto quanto loro. O no?
-Certamente. – Riprese Gibbo. – Ma dopo tanta fame la voglia di saziarsi è senza limiti. Comunque le sorelle pensarono come potessero fare per dirottare dall’asse ereditario il cugino sgradito e, dopo lungo arrovellamento, ad una venne l’idea geniale.
-Ma và? – “Un gelatino solo frutta” che fino a quel momento era stato zitto, dette il segno della sua presenza subito ripreso da “caffè corretto” che era sempre il più nervoso di tutti:
-Vuoi tacere? Sempre a dire la sua col gelatino in mano. Statte zitto! Continua Gibbo.
-Dicevo: un’idea geniale. La zietta era tutta casa e chiesa, aborriva qualsiasi debolezza della carne e resisteva ad ogni tentazione del demonio. Non era indulgente con se stessa né tantomeno con gli altri dai quali pretendeva moralità e decenza. La montagna di soldi dei quali disponeva rimaneva perlopiù integra visto che per le proprie necessità bastavano pochi spicci subito compensati dagli interessi sugli investimenti. Mentre, e qui casca l’asino, il cugino era uno scapestrato di prim’ordine. In particolare uno scialacquatore da primato, uno che amava giocare al Casinò dove era sempre accolto a braccia aperte e saluto come un affezionato perdente. Come poteva una donna tanto morigerata pensare di lasciare una parte dei suoi averi a qualcuno che li avrebbe dilapidati senza alcuna remora ed in breve tempo?
-Remora? Ma non è un pesce? – Gli interventi di “Cucciolone” erano sempre fuori luogo, ma era rimasto un bambinone e veniva perdonato. Gibbo non se ne curò, continuando:
-Quindi, pensarono, se la vecchia avesse visto da vicino come viveva il nipote, ne sarebbe rimasta sconvolta escludendolo all’istante dalla propria successione. Progettarono un piano. Avrebbero convinto l’anziana parente a fare un viaggio a Saint Vincent con la scusa di andare a trovare la Superiora di un convento nelle vicinanze che si diceva in odore di santità. Poi, sul posto, con qualche inganno, avrebbero trascinato la zia al Casinò dove stazionava quasi perennemente il cugino. Lei avrebbe visto l’abominio di un comportamento scellerato ed irresponsabile e, sconvolta, avrebbe abbracciato le Gibellini disconoscendo la demoniaca parentela.
-Sembra perfetto. – Disse “prosecuccio”
-Anche a loro sembrava perfetto e, vi dirò, non ebbero nemmeno tanta difficoltà a mettere in atto i loro propositi. La zia, forse annoiata, si convinse subito e tutte insieme partirono per la Valle. Una sera, non so con quale pretesto, le tre pie donne entrarono nello sfavillante Casinò de la vallée. Non vi dico l’impressione. Gli stucchi, la bella gente, le risate, il rumore dei bicchieri e il richiamo dei croupier, tutto improvvisamente le aveva fatte precipitare in un mondo fino ad allora ignoto e misterioso. Le sorelle, mentre cercavano con lo sguardo il cugino rimanendo prudentemente in disparte dalla folla, si accorsero di un fenomeno inaspettato e strabiliante. La vecchia zia sembrava aver ripreso vigore. Gli occhi scintillanti, le guance rubizze, un fremito d’eccitazione. “Voglio provare” disse e con fare incerto ma resoluto, si avvicinò al tavolo della roulette. – Qui, solo per amore del “coupe de theatre”, Gibbo si tacque aspettando qualche reazione da parte degli amici. Dopo un momento di silenzio, una macedonia di gelato, aperol e caffè esplose tutta insieme:
-Allora?
-Allora accadde quello che le Gibellini non avevano previsto. La zia fu contagiata dal vizio e si fermò nel paese valdostano per più di un mese andando tutte le sere a giocare. Praticamente nacque una seconda volta. Scoprì che nella vita c’è anche un lato giocoso e folle e che spesso è quello più divertente. Non solo, capì che i soldi sono un mezzo, ma il fine è la felicità.  – Per la prima volta prese la parola un “bourbon con ghiaccio”:
-Concludi. – Disse quasi imperiosamente.
-Lo vedete da soli. Le Gibellini stanno sempre più avvilite rimproverandosi di aver creato una macchina mangia soldi al posto di una zia sparagnina. L’avidità di non voler spartire la futura eredità rischia di privarle di qualsiasi lascito dopo che zia si sarà giocata anche la camicia. In definitiva: chi troppo vuole nulla stringe. Non so neanche se mi fanno pena.

Il sole era al tramonto sulla piazza del paese. Le attività commerciali, a mano a mano, tiravano giù le saracinesche ed ai the con pasticcini si stavano sostituendo gli spritz con patatine.  





mercoledì 19 giugno 2019

L'attesa


Era una di quelle giornate che sembrano una presa in giro. Nella conca delle Dolomiti il Creatore aveva messo in scena un apparato completo di luci, colori e profumi per mostrare a tutti quanto fosse bravo. Una cartolina in tre dimensioni che appariva così bella e maestosa da rendersi incredibile per chi, come lui, veniva dalla città. Com’è possibile, si chiese, che questo scorcio di bellezza, questa promessa di paradiso, faccia parte del medesimo pianeta dove regnano caos e disordine? Dove l’aggressività viene assurta a valore morale e l’egoismo domina i comportamenti. Perché Dio si rifugia in nicchie dorate disinteressandosi del resto del mondo? Qualcuno, da lassù, si diverte illudendoci che ci sia un’altra possibilità, ma poi volta pagina repentinamente concedendo solo un barlume di speranza, giusto per non arrendersi. L’uomo, quel giorno, in quella cornice, incontrò lei. Si innamorò, e mancava solo un Cupido svolazzante al ritmo di una canzoncina di Disney per completare la favoletta di un amore sbocciato a prima vista. Ma tant’è: diventarono amanti. Però lui doveva tornare in città, mentre lei non poteva lasciare il paesino tra le montagne. Ogni fine settimana l’uomo prendeva il treno che prima velocemente e poi col lento ritmo di un regionale dalle tante fermate, lo riportava dal suo amore. Le prime volte si faceva prendere dalla smania, dall’impazienza in vista dell’incontro, sbuffava e malediceva quella carretta arrancate su strade ferrate inerpicate sulla costa dei monti. Poi si rassegnò ed, anzi, cominciò ad assaporare quei momenti di pace, viaggiando abbandonato tra le braccia di un ammasso di ferraglia. Finalmente ritrovò il tempo per pensare, e nella carrozza sempre più vuota man mano che la stazione di arrivo si avvicinava, sbrigliava la fantasia immaginando il futuro. Come con uno zaino ormai inutile da portarsi appresso, improvvisamente scaricava il fardello delle proprie ansie sentendosi più leggero e solo un poco più felice. Pensava anche, e soprattutto, a lei e di come sarebbe stato bello sentire ancora l’odore antico delle lenzuola asciugate al sole, di come sarebbero rimasti abbracciati a lungo e di quanto avrebbero riso. Il paesaggio cambiava e lui continuava a farle domande di cui inventava la risposta, la trascinava a correre nei prati, si fermava sdraiandosi per terra a rimirare una quantità di stelle mai vista prima. Non era mai sazio della sua compagnia, in attesa d’incontrarla.

Al termine del viaggio per raggiungere la sua amante, l’uomo si rese conto che la vera notte d’amore era quella che ogni volta passava nello scomodo scompartimento di un treno in corsa verso di lei.   

giovedì 13 giugno 2019

I ragazzi del '72



Esterno giorno/notte.

Carrellata in piano sequenza dall’esterno del ristorante fino alla sala interna.

La MdP si muove dal parcheggio, attraversa un tunnel di rincospermo fiorito e poi inquadra alcuni camerieri che salutano accoglienti. Si sbuca in un ampio salone con molti tavoli, alcuni già occupati da gruppi di commensali. Zoom in soggettiva fino al primo piano di un grande tavolo con attorno una ventina di signori con dei calici in mano intenti a chiacchierare piacevolmente. Scrosci di risate e pacche sulle spalle. Sullo sfondo il sole che tramonta sul Tevere.

MdP sul capotavola che invita gli amici a prendere posto. Dopo che tutti si sono sistemati, Alessandro batte sul bicchiere con un coltello per richiamare l’attenzione e, alzandosi in piedi, prende la parola.

ALESSANDRO – Compagni, amici… - Viene subito interrotto da Carlo all’altro capo della tavolata:

CARLO – Eh, no! A me compagno non lo puoi dire. Lo sai che il mio cuore è tutto spostato a destra e sentire quell’appellativo mi manda la cena per traverso.

ALESSANDRO – Già, dimenticavo, scusa. Allora: amici… - L’architetto interrompe:

ANDREA – Ti prego, amici: puro stile democristiano, prima repubblica. Ci siamo turati il naso per votarli tante volte ed ora ne riesumiamo le spoglie. Non credo sia il caso, evita.

ALESSANDRO, leggermente innervosito, ma ancora composto – Come volete. Posso dire almeno: carissimi? Si offende qualcuno? – I convitati si guardano l’un l’altro facendo taciti segni di approvazione. – Bene, allora: carissimi. – continua A. – Ci ritroviamo dopo tanto tempo e ne siamo tutti felici. O no? – Qualcuno fischietta, altri ridacchiano, uno o due fanno i vaghi. Dopo qualche attimo di suspense, si levano timidi “certo, e come no, te credo”. Il marchese fa sentire il suo “ca va sans dire”, noblesse oblige.

ALESSANDRO – D’accordo. Però mi piacerebbe che questa agape fraterna, come definiscono le riunioni mangerecce i nostri beneamati Freres, non rimanesse fine a se stessa. Che dalla reunion di una classe di cotanto spessore sgorgasse qualcosa per rendere onore alle individualità di ciascun partecipante lasciando il segno tangibile di una collettività particolare.

STEFANO (quello già simpatico, ma attualmente odioso per la sua inopinata somiglianza con George Clooney. Gli altri, adiposi, invidiano), sottovoce rivolgendosi al vicino – Ahò, ma che stà a batte a scudi? Noi stamo fucilati, ovvero non c’ho ‘na lira, nun ce provasse minimamente.

STEFANO (aka: il tapiro) – Ummhhh, casca male!

ALESSANDRO – No, ho capito, tranquilli! Non si tratta di una colletta. – Sospiro di sollievo, più o meno mascherato, da parte della totalità degli astanti – Intendevo che mi piacerebbe fare qualcosa insieme a voi per unirci ancora di più dando uno scopo ai nostri incontri. Non ho un’idea particolare, vorrei capire se siete d’accordo e se magari c’è qualche proposta.

PAOLO, spingendo con l’indice al loro posto gli occhiali scivolati sulla punta del naso- A Mà (ssimo), me passi i frittini, se non li mangi più? – Occhiataccia generale. – Volevo dire: non saprei, ma va bene.

LIVIO – Sarebbe bello, ma cosa potremmo fare?

MdP, carrellata intorno al tavolo sul viso attonito degli amici. Giovanni guarda Massimiliano che, in sequenza, rivolge lo sguardo a Valerio. La Mpd si sofferma su quest’ultimo. Si percepisce che nel cranio dell’individuo abituato a “too far”, bolle qualcosa, ma forse sta pensando al Kentucky, nel senso del bourbon o dei cavalli. La Mpd continua: Roberto, poi Mauro, dopo Stefano, quindi Nicola per fermarsi ancora su Stefano, un altro. Breve esitation, sottofondo musicale “tubular bells” di Mike Oldfield, ripartenza col viso di Andrea, Massimo e Stefano (ancora…). Solo su quest’ultimo, la musica improvvisa una breve svisata proveniente da una Fender d’annata. Poi la Mpd finisce il giro di nuovo con Carlo, Livio, Roberto e Massimo. Nessuno sembra avere voglia di parlare.

ALESSANDRO – Allora, comp.., ami…, carissimi. Buio totale?

STEFANO (uno dei tanti, a caso) – Bè, forse… - Simile al Coro nelle antiche tragedie greche, un coacervo di coreuti mugugnanti dà vita ad un cacofonico sottofondo di “Non dì cazzate, ma statte bono, è arrivato l’arrotino”, e così via in senso beffardo e dileggiatorio.

STEFANO, ignorando la plebe. – Dovremmo fare qualcosa di eclatante, che ci distingua e ci faccia ricordare. Pensavo che, siccome nessun traguardo è inarrivabile per chi sogna, potremmo porci l’obiettivo di cambiare il mondo. Non facile, ma non impossibile.

ALESSANDRO – E come?

STEFANO – La ricetta è nota da tempo, ma nessuno ha mai avuto il coraggio di applicarla. O almeno di provarci. Un grande scrittore russo, di cui non pronuncio il nome perché troppo difficile, disse che la BELLEZZA può cambiare il mondo. Bellezza intesa anche come armonia, gentilezza, pace. – La Mdp coglie le espressioni attente dei partecipanti.

ALESSANDRO – Vai avanti.

STEFANO - Ebbene, fra di noi ci sono architetti, avvocati, medici, ingegneri, esperti nella viabilità, nei rapporti industriali, nella comunicazione. C’è chi ha dimestichezza con lo sfavillare delle gemme, chi cura giardini o animali, chi lavora per l’ambiente. E’ presente un professore, un paio di titolari d’impresa e qualche pensionato precoce. Insomma sono rappresentati non dico tutti, ma molti dei settori delle attività svolte in ambito sociale. Facciamo un volo di fantasia. Immaginiamo di formare un governo che abbia come programma e unico scopo quello di far vincere la bellezza sulle brutture di questo nostro mondo.

ALESSANDRO – Come potrebbe essere composto?

STEFANO – Come Presidente del Consiglio proporrei Roberto che ha commosso tutti con l’omaggio di un libretto colmo di saggezza e di un nettare di frutta e fiori, unendo il gesto gentile alla bellezza dell’intelletto e della natura. Ministro degli Esteri: Valerio, se non altro per la facilità con la quale balza da un lato all’altro dell’oceano. Interni a te, Alessandro; Difesa: senza dubbio a Carlo; Commercio Estero: Gianni; Giustizia: Stefano o Giovanni; Sanità: Massimo o Paolo; Trasporti: Stefano; Finanze: Tilly che facendo “la trota” farebbe digerire con un sorriso qualsiasi balzello.

ALESSANDRO – Agli altri?

STEFANO – Deleghe a piene mani con un solo vincolo: perseguire la bellezza in qualsiasi ambito. In televisione non si vedrebbero più programmi volgari fatti solo per solleticare gli istinti di un’audience sempre più imbelluinita. Nel sociale si valorizzerebbero gli aspetti gentili dell’animo umano che sono spesso indice di un carattere fermo e sicuro di sé, invece di manifestazioni di debolezza come oggi sono intese. Nelle città si costruirebbe con attenzione all’estetica oltre che alla funzionalità poiché la bellezza induce al pensiero elevato. L’economia non sarebbe più finanza, ma investimenti produttivi perché così darebbe frutti tangibili per il benessere della collettività. Insomma, e finisco, una visione etica del futuro che si fondi sulla bellezza. Ragazzi: una rivoluzione!

Intorno al tavolo si ricomincia a discutere animatamente.

La MdP lascia i ragazzi del ’72 facendo una carrellata fuori dalla finestra. In fondo all’ansa del Tevere s’intravede il Cupolone. Lenta zoommata  verso quel capolavoro di bellezza, quasi a sottolineare le parole dell’improvvisato oratore. Si sente un lontano suono di campane e lo stridio di qualche rapida rondine in volo nel cielo di Roma.

Dissolvenza.









sabato 18 maggio 2019

Il professore


Ad un certo punto il professor Pioppi non ce la fece più. Quando, durante l’ultimo incontro docenti-famiglie, un padre ebbe l’ardire di lamentarsi per l’insufficienza in pagella riportata dal figlio, lui insorse. Anni di frustrazioni compresse, nascoste nel sacco ormai vuoto di una pazienza da tempo esaurita, vennero improvvisamente a galla e, come per una pentola a pressione aperta incautamente, dalla bocca del professore uscì di tutto. Prese per il bavero l’attonito genitore e gli urlò in faccia quello che pensava di suo figlio, di lui, del preside, dei colleghi per finire addirittura col bidello che non puliva i cessi. Non mancò di accennare al governo, agli dei in generale e a suo padre che l’aveva voluto far laureare in Lettere. Gli altri docenti, allarmati dal baccano proveniente dalla sala di ricevimento, si precipitarono a vedere cosa succedesse, ma rimasero basiti di fronte allo spettacolo di colui che ritenevano un brav’uomo mite e rispettoso con le mani strette alla gola di uno stimato avvocato padre di tre alunni dell’Istituto. Il viso del Pioppi era stravolto, gli occhi fuori dalle orbite, sul capo i capelli scarmigliati, le gambe aggrappate al tronco dell’altro come una bestia furiosa avida di sangue. Il prof. di ginnastica, per definizione il meglio attrezzato in fatto di muscoli, si aggrappò alla schiena del collega indemoniato per staccarlo dalla preda, ma non fu cosa facile. Finalmente il corpo docente quasi al completo riuscì a prevalere immobilizzando sul pavimento il pazzo, ma questo non fermò il fiume ormai tracimato degli improperi e delle lamentazioni. Tutto il bailamme terminò con l’arrivo di un’ambulanza e di infermieri specializzati. Trascinarono via il Pioppi mentre si toglieva l’ultima soddisfazione gridando a squarciagola la sua opinione sulla moralità della professoressa di matematica. Gli unici che godettero dello spettacolo dall’inizio alla fine furono i fortunati studenti che si trovavano nei paraggi. Il professore di lettere, seppur non al massimo della decenza, salì moltissimo nella loro stima per le opinioni del tutto condivisibili espresse con termini tanto incisivi e, applicando una proprietà transitiva in quei giorni nel programma di studi, non fu minore la soddisfazione di vedere malmenato il padre di quei tre che stavano sulle balle a tutti.
Al povero professore fu diagnosticato un esaurimento nervoso di prima categoria con l’imperativo categorico di staccare col lavoro e prendersi un lungo periodo di aspettativa. Il medico consigliò di andare in una località rilassante, a contatto con la natura, possibilmente poco frequentata e lontana da qualsiasi fonte di stress. Il Pioppi, sbolliti i fremiti rivoluzionari, accettò di buon grado la vacanza forzata e prese in considerazione diverse località dove soggiornare. Scartò subito il mare, troppo iodio eccitante, mise da parte la montagna, che proprio non amava, e restò con l’opzione campagnola. Si ricordò che un collega gli aveva parlato di una sua parente che aveva aperto un bed and breakfast dalle parti di Gualdo Tadino, praticamente in mezzo al nulla. Gli sembrò perfetto. Telefonò all’amico ed ebbe la conferma che il casolare si trovava in prossimità di un bosco ad almeno un quarto d’ora di macchina dal paese più vicino. Prenotò.
-Buongiorno, c’è nessuno? – Il professore si affacciò cautamente sulla soglia del portone di un rustico antico che si ergeva solitario in un mare d’erba punteggiato dal rosso e dal giallo di papaveri e ginestre. Non ebbe risposta e si avventurò ad entrare.
-Ehilà! – Disse ancora. –E’ permesso?
-Eccomi, eccomi! – Una vocina giunse da un’altra stanza e poco dopo una bambinetta di dieci o dodici anni venne avanti per accogliere il nuovo venuto. L’uomo si aspettava di trovare la padrona di casa, non certo una ragazzina con le trecce ed il grembiule.
-Scusami, sono il professor Pioppi. Avrei prenotato una stanza, non c’è tua madre?
-Buon pomeriggio professore, si lo so, mia madre mi ha avvertito. Io sono Caterina. La prego, si accomodi. La mamma è dovuta andare in paese, ma tornerà presto. – Al nuovo venuto sembrava di essere capitato in una favola dei fratelli Grimm. La casa ordinata e linda con dei bei vasi di fiori profumati disposti sui mobili, la bambinetta educata e sorridente, il fruscio del vento tra gli arbusti e lo zinzilulare di qualche rondine in volo. Sembrava tutto far parte di una perfetta scenografia dove riuscire a placare gli affanni dell’anima.
-Bene, bene. – Rispose l’ospite e, inaspettatamente, venne preso per mano dalla bambina e condotto nel salotto sul retro della casa. Caterina fece sedere il professore su di un comodo divano sistemato proprio davanti una grande porta-finestra completamente spalancata e poi, compita, prese posto su una seggiola di fronte a lui.
-Professore, le dà fastidio la finestra aperta?
-No, no assolutamente.
-Vede, - spiegò fanciulla – la mia mamma vuole che quella porta-finestra rimanga aperta per tutto il giorno, fino al momento di andare a letto.
-Oh, bella. E perché mai?
-Deve sapere, professore, che non più di un anno fa ci è successa una cosa terribile. Non le dispiace, vero, se mi confido un po’ con lei?
-Cara bambina, ti prego, sfogati pure. – Caterina, con un gesto veloce della mano si stropicciò gli occhi improvvisamente umidi, poi si scostò dal viso una ciocca dei biondi capelli e cominciò il racconto con voce tremula.
-In un pomeriggio più o meno come questo, mio padre con i miei due fratelli maggiori decise di andare a caccia con il cane, come faceva di solito. Era solo una scappata, diciamo una passeggiata, prima di tornare per la cena, la caccia era solo una scusa. La mamma li salutò e li vide uscire da quella porta finestra diretti verso il bosco. Poi venne la sera, il sole calò e si fece notte, ma i tre non tornarono ancora. La mamma dette l’allarme e tutto il paese li cercò a lungo, ma non furono più trovati.
-Come mi dispiace, povera donna.
-La mamma soffrì molto e non volle rassegnarsi. E’ da allora che teniamo sempre aperta la porta-finestra perché un giorno potrebbero tornare, almeno così dice mamma. Talvolta nelle sere placide e calme come questa, ho quasi l’agghiacciante sensazione che stiano per varcare tutti insieme quell’ingresso. – Il professore rimase colpito e commosso dalla triste storia.
-La prego, -disse ancora Caterina – non dica niente alla mamma quando arriverà. Sa, è sempre nervosa, la sua mente… In fondo perché toglierle ogni illusione?
-No, certo, non ti preoccupare. – Assicurò il professore. Proprio in quel mentre, da fuori giunse il rumore di una frenata sul ghiaietto del cortile e si udì una voce allegra:
-Caterina, è arrivato il nostro ospite? – Nel salotto entrò una bella signora con il sorriso uguale alla figlia ed una sporta in mano. – Ah, professor Pioppi, benvenuto! Vedo che Caterina la sta intrattenendo. Spero non la disturbi.
-Assolutamente no, signora. Sua figlia è deliziosa. – disse il professore alzandosi in piedi.
-La prego, stia comodo.  Mi auguro che la finestra aperta non le dia fastidio. Mio marito ed i miei due figli rientreranno presto per la cena. Ma di cosa stavate parlando? – Il professore inventò lì per lì un qualsiasi argomento per distrarre la buona donna dalla sua ossessione. Intavolarono una conversazione per qualche minuto, ma senza alcuna avvisaglia, improvvisamente:
-Ecco! –Disse la signora volgendo lo sguardo verso l’esterno. – Li sento, stanno arrivando. – Il Pioppi guardò immediatamente Caterina e si gelò. La bambina stava con gli occhi sbarrati fissi sulla porta-finestra come se anche lei avesse avvertito qualcosa. Travolto da una scarica di terrore, il professore si voltò sulla poltrona e diresse lo sguardo nella medesima direzione.  Nel tramonto sempre più fitto, tre figure avanzavano verso la casa con appresso un cane. Una di queste, la più gigantesca, fece un passo dentro al salotto. Si sentì il rumore di uno stivale sul pavimento ed il cane latrò furiosamente.
Per il Pioppi fu troppo. Con i capelli ritti sulla testa, raccolse la valigia lasciata all’entrata e scappò via a tutta velocità. La sua macchinetta sfrecciò nella notte come una stella cadente nell’oscurità del cielo.
-Ma perché quello se ne è andato così? Sembrava avesse visto un fantasma. –Disse il marito rivolgendosi a sua moglie altrettanto stupita.
-Non ne ho idea. Mi pareva una persona tanto a modo. Caterina, tu ne sai qualcosa?
-Ioooo??? – Rispose la fanciulla. – Forse si sarà spaventato del cane. Mi aveva raccontato che da piccolo era stato morso e poi era rimasto con la paura dei cani.
Improvvisare storie era la specialità della fanciulla.





martedì 30 aprile 2019

Il giocatore


Ero giovane, allora. Una sera d’estate, sul traghetto da Civitavecchia a Olbia, non avevo sonno e uscii sul ponte per godere della brezza marina e del cielo stellato. Non so che ora fosse, certamente tardi, tutti dormivano e la grande nave avanzava maestosa e lenta come un gigantesco cetaceo fatto d’acciaio e vetro. Il rollio dell’imbarcazione, unito al battito ritmico e continuo dei pistoni, trasmettevano la sensazione di essere trasportati da un organismo vivente del quale si poteva percepire il sordo battito del cuore proveniente dai remoti meandri di un’enorme carcassa. Può essere che a volte il mostro si sentisse solo, ed allora dai grandi sfiati in plancia emetteva un barrito potente come quello di cento elefanti. Il mare scivolava ai lati della chiglia lasciando una scia d’argento, mentre sotto la superficie un nero profondo nascondeva un mondo fatto di mistero.
Mi appoggiai al parapetto e guardai all’insù. Chi vive in città non riesce a vedere cosa ha sopra la testa, ma quando mancano le luci d’intorno, o sono soffuse, nel cielo si accendono una moltitudine di scintille e la volta celeste sembra un immenso drappo di velluto scuro ricamato con i diamanti più puri e freddi. E’ uno spettacolo sempre uguale che si potrebbe rimirare per ore, lasciando che i pensieri negativi e le preoccupazioni si perdano tra stelle e pianeti scivolando sulla Via Lattea verso ignote galassie e nuove illusioni.
All’epoca, fumavo. E bevevo. Senza esagerare per nessuno dei due vizi, almeno quasi mai. Forse la sfilai da un pacchetto di HB o di Kent, non credo Marlboro, comunque mi accesi una sigaretta schermando la fiamma del cerino con la mano. Per completare la mia piccola orgia privata, tirai fuori dalla tasca una fiaschetta di metallo, di quelle che usano i cacciatori, piena di un bourbon aromatico e forte. Qualche boccata, un sorso ogni tanto, e la mente vagava in libertà.
-Ehi, scusa. – Feci un balzo, spaventato da un’improvvisa voce alle mie spalle. Mi voltai e vidi un uomo alto e magro vestito in maniera curiosa. Sembrava un cow boy da saloon o un croupier da film in costume. Indossava dei pantaloni neri con un gilet di seta rosso scuro e sotto una camicia bianca con i polsini chiusi da gemelli dorati. Ciò che stonava di più in quell’ambiente marinaro erano soprattutto gli stivaletti con la punta ricamata e il cappello a larghe tese calato sugli occhi. –Mi faresti accendere? – Chiese con voce rauca.
-Certamente. – Risposi porgendogli la scatoletta dei cerini. Con calma l’uomo s’infilò in bocca un sigarillo tirando profonde boccate ed espirando il fumo con voluttà.
-Senti. – Proseguì lui. – Facciamo un baratto. Tu mi dai un po’ di quello che hai nella fiaschetta ed io, in cambio, ti darò qualche consiglio. – Figuriamoci, non accettavo suggerimenti neanche dai parenti, pensa un po’ se starei stato a sentire le baggianate di un tipo strano. Però ero curioso e qualche sorsata di whisky non la si nega mai a nessuno. Gli passai il liquore, si attaccò e deglutì molte volte. Poi cominciò:
-Vedi figliolo, ho passato la mia vita leggendo i volti delle persone: dal loro sguardo posso capirne le emozioni ed indovinare come hanno intenzione di giocare. Adesso vedo dell’inquietudine nei tuoi occhi. Stammi bene a sentire, mi ringrazierai. – Ero molto scettico, ma lo lasciai proseguire. – La vita, ragazzo, è come una partita a poker e devi sapere come comportarti. Quello che vivrai ogni giorno consideralo come se fosse la tua mano di carte. Devi decidere quando passare, quando chiudere o quando andare via. Devi essere bravo a bluffare, ma non contare mai i soldi mentre il gioco è in corso. Avrai tempo per farlo quando tutto sarà finito. Ogni giocatore d’azzardo sa che il segreto per sopravvivere è distinguere cosa scartare e cosa tenere, perché ogni mano può essere vincente o perdente, dipende come si affronta. Il meglio che puoi sperare è di alzarti dal tavolo senza averci lasciato le penne, in attesa della partita perfetta. Comunque sia, che vada bene o che vada male, l’importante è giocarsela fino alla fine. E non conta la fortuna, perché il tuo full d’assi può sempre incontrare un poker contro, e quello che sembrava una svolta promettente ti farà precipitare in un burrone. – Lo interruppi.
-Sei un giocatore professionista? – Ghignò.
-Sono uno che scommette. Sulle carte e sulla vita. Ed è quello che capita a tutti: una perenne scommessa contro il destino. Ma il fato lo si può sfidare e, se si è abili abbastanza, forse si può riuscire a non farsi fregare. Forse. – Mise la bocca sotto al collo della fiaschetta scuotendola per farne uscire le ultime gocce, poi me la restituì con un cenno di ringraziamento. Senza dire altro, si voltò e andò via. Lo vidi sparire attraverso un boccaporto seguito dal rumore dei suoi tacchi sul metallo e dalla nuvoletta azzurra del sigaro.
Rimasi solo sul ponte chiedendomi se quelle chiacchiere avessero un senso o fosse stata solo una scusa per finire il mio liquore. Negli anni successivi, qualche volta, ci ho ripensato perché non sempre ho saputo quando passare, quando chiudere o quando andare via.

lunedì 15 aprile 2019

Certe notti



“Certe notti la macchina è calda e dove ti porta lo decide lei. Certe notti la strada non conta
e quello che conta è sentire che vai.” A squarciagola Mario cantava il Liga scimmiottando il cipiglio tipico del rocker emiliano. Alla guida del suo camion percorreva la via Emilia forse per la decima volta in quel mese ed ormai gli sembrava di guidare col pilota automatico. Attraversava paesotti e cittadine, costeggiava i campi arati, scavalcava su ponti di ferro piccoli rivi ed il fiume gigantesco e placido che dominava la pianura. Ogni tanto, seguendo il nastro d’asfalto, si tuffava in qualche boschetto di betulle che con gli alti tronchi tutti in fila, rompeva la monotonia di una campagna piatta ed infinita. Conosceva ormai ogni svolta e tutte le traverse che sgusciavano via dalla strada principale; avrebbe addirittura potuto elencare la successione delle trattorie indicando per ciascuna la rispettiva specialità e la qualità del lambrusco. Era in confidenza con tutte le ostesse e si fermava volentieri da quelle che non solo gli portavano i piatti in tavola, ma lo facevano anche sentire in famiglia con la loro bonomia sempre paciosa e talvolta maliziosa. Qualcuna era anche belloccia, spesso in carne, con fianchi generosi e seni prosperosi che mettevano di buon umore solo a guardarle. Non poche volte Mario aveva scambiato una carezza per un sorriso e qualche mezz’ora con pochi soldi di ringraziamento. “Certe notti fai un po' di cagnara che sentano che non cambierai più. Quelle notti fra cosce e zanzare e nebbia e locali a cui dai del tu.” Il camion di Mario si distingueva per un festone di luci sopra la cabina e la scritta dietro al cassone che riportava il soprannome con il quale era conosciuto: “Il Tigre”. Le professioniste lungo la via lo riconoscevano da lontano e quando l’incrociavano gli facevano sempre un cenno di saluto che lui ricambiava sporgendosi dal finestrino e chiamandole per nome. Affermare che fosse felice sarebbe esagerato, ma la sua vita gli piaceva ed era consapevole che questa era una fortuna riservata a pochi.

Una sera Mario guidava più stanco del solito. Aveva fatto tre consegne tra Formigine e Montecchio ed ogni volta si era lasciato convincere a dare una mano nello scarico. Era un lavoro pesante e delicato, specialmente se si trattava di cartoni di vino che rischiavano sempre di cadere mandando in frantumi le bottiglie. Doveva tornare a casa e si teneva sveglio cantando appresso alla radio. I fari rompevano il buio tutt’intorno ed il muso del vecchio Ducato fendeva la notte come la prua di una nave in un mare di tenebra. Non bastava la fioca luce gialla di qualche lampione a dissolvere il soffice velo di una nebbia fitta a banchi come improvvisi sbuffi di un’irraggiungibile locomotiva. “Certe notti ti senti padrone di un posto che tanto di giorno non c'è. Certe notti se sei fortunato bussi alla porta di chi è come te.” Forse per l’ora tarda il traffico era molto scarso e sembrava di viaggiare soli in un mondo desolato di macchine e persone. Improvvisamente Mario vide, in lontananza, sul ciglio della strada, una donna con la mano alzata nel classico gesto dell’autostoppista. Non era sua abitudine caricare estranei, ma quella figura solitaria, con un trench stretto in vita sotto la pioggerella che sembrava averle inzuppato i capelli, lo fece rallentare. Sembrava una giovane magra e piccolina, persa e forse bisognosa d’aiuto. Mario si fermò.

-Dove vai? – Le chiese.

-Non molto lontano, – rispose lei – ma di notte ho paura ad andare per i campi. Può darmi un passaggio? – La ragazza pronunciò queste parole con lo sguardo quasi sempre basso o sfuggente, poi, in attesa della risposta, alzò il viso e guardò Mario dritto negli occhi. L’autista restò un momento sconcertato dagli occhi della giovane che sembravano stonare in un viso quasi da bambina. Avevano un’espressione vissuta, quasi antica, di quelle che si vedono nei vecchi quando ripensano alla loro vita, ma nello stesso tempo celavano un fondo di ironia, forse di divertimento. Era una cosa strana, un po’ inquietante, ma le gocce che le rigavano il volto ed il lieve tremito che a tratti scuoteva il gracile corpo della ragazza, convinsero l’uomo.

-Vieni, sali. Come ti chiami?

-Grazie, Veronica. E lei?

-Io, Mario. Ma dammi del tu. Dove ti porto?

-Fra cinque chilometri c’è un gruppo di case che si vede dalla strada. Puoi lasciarmi vicino alla chiesa poco prima, che poi da lì sono due passi.

-D’accordo.

Durante il tragitto restarono quasi sempre in silenzio. Mario si sentiva un po’ a disagio, e per lui era una sensazione nuova. La ragazza non sembrava una di campagna, anzi pareva uscita da una di quelle illustrazioni che ritraggono le signorine per bene dell’ottocento. Si teneva composta sul sedile, con le diafane mani dalle lunghe dita incrociate sul grembo. Lui ogni tanto le lanciava uno sguardo di sottecchi, ma lei non se ne accorgeva, o faceva finta.

-Ti posso chiedere quanti anni hai, Maria?

-Ventidue, compiuti da poco.

-Avrai un bel moroso, vero? – Cercò di scherzare l’uomo.

-L’avevo, è morto in guerra.

-Oh, mi dispiace. Un militare?

-Alpino. – “Durante una missione all’estero.” Pensò Mario ma non ebbe il coraggio di chiederlo. Dopo questo beve scambio di battute tacquero nuovamente entrambi, lasciando solo la radio a rompere il silenzio. “Non si può restare soli, certe notti qui, che se ti accontenti godi, così così. Certe notti son notti o le regaliamo a voi. Certe notti qui, certe notti qui, certe notti qui, certe notti…”

-Ferma, va bene qui. – Mario accostò al ciglio della strada.

-Aspetta. - Disse lui – Le case non sono poi tanto vicine. Se vuoi, parcheggio e ti accompagno.

-No, no, grazie. Non ti preoccupare, costeggio la Chiesa e sono arrivata.

-Come vuoi. Allora, ciao Veronica.

-Ciao Mario, mi ha fatto piacere incontrare un gentiluomo. – Beh, l’avevano chiamato in tante maniere durante la sua vita, ma gentiluomo…

La ragazza scese dal Ducato e si avviò lungo il marciapiede per un breve tratto, dopo di ché prese uno sterrato e sparì inghiottita dal buio. In quel momento si alzò una folata di vento impetuoso che scosse le fronde degli alberi ai lati della strada in maniera violenta. Rumore di foglie, il sibilo del vento tra i rami, colpi secchi e forti tonfi, tutto in un turbinio di tempesta inaspettato. Durò poco, poi la raffica passò e la nebbia avvolse nuovamente il paesaggio. Sulla via Emila tornò una quiete densa e colma di tutti i segreti che la pianura non voleva rivelare.

Mario accese il motore e riprese il suo viaggio. Dopo qualche minuto si accorse che, sul sedile accanto al suo, Veronica aveva dimenticato una piccola borsa. “E adesso? Forse le servirà. Guarda tu cosa mi tocca fare…” Disse tra sé mentre, di malavoglia, sfruttava uno slargo per fare inversione di marcia. Velocemente tornò al punto dove aveva lasciato la ragazza sperando di raggiungerla. Scese e si avviò, con passo veloce, per il sentiero che lei aveva imboccato. La mole della Chiesa era vicina ed un piccolo cimitero con vecchie lapidi ed angeli di marmo faceva da quinta ad una facciata ornata da colonne. Lo sguardo dell’uomo fu attirato da una delle pietre che spuntavano dal terreno. Non era più grande né più lavorata delle altre, anzi era quasi del tutto coperta da un’erba rampicante e pendeva su un lato, in procinto di cadere. L’uomo non si spiegò mai perché si sentì quasi costretto a fermarsi davanti a quella tomba, ma lesse distintamente il nome della povera defunta: “Veronica…1898 – 1920”. Aprì la borsetta. Non trovò niente tranne un bocciolo di rosa ormai secco, ma il profumo che ne scaturì non lo dimenticò mai più.

Mario percorse tante altre volte quel tratto della via Emilia, sempre sperando in cuor suo di rivedere quella fanciulla d’altri tempi. Ma forse era stato solo un sogno nella notte solitaria di un autista di camion.

“Certe notti sei solo più allegro, più ingordo, più ingenuo e coglione che puoi. Quelle notti son proprio quel vizio che non voglio smettere, smettere, mai. Certe notti qui, certe notti qui, certe notti qui.”