giovedì 16 luglio 2020

Il palloncino


In una parte della terrazza che dal Pincio si affaccia sul centro di Roma, capita spesso di incontrare un vecchietto seduto su uno sgabello, nascosto dietro un grosso cespuglio di palloncini colorati. Arriva tutte le mattine, almeno quando non piove, apre il trespolo pieghevole e posa in terra una grossa cesta di vimini come quelle che i contadini di una volta costruivano in casa durante le sere d’inverno. Si aggiusta sul capo un consunto cappello di feltro nero, tira su col naso e tuffa le mani nel paniere. Ad uno ad uno caccia fuori dei vermicelli colorati, se ne mette in bocca un’estremità e, come un suonatore di tromba, abbotta le gote soffiando con vigore. I pezzetti di plastica prendono vita, si scuotono, si riempiono e d’incanto diventano dei salamoni variopinti. Lui li prende, li strozza e li contorce con dita agili seguendo una tecnica ben precisa imparata a forza di provare. Nascono così un pesce, una spada, una corona e qualsiasi altra cosa gli passi per la mente. Ma la magia non finisce qui: dalla sporta recupera una bomboletta e con un breve “fuscccccc” trasforma altri vermicelli piatti in tondi palloncini. Subito spiccano il volo facce da clown di tutti i colori che scapperebbero seguendo i capricci del vento se non ci fosse una bianca cordicella a trattenerli legati al manico della cesta. Sbattono tra loro, si piegano e stormiscono come le fronde di un favoloso albero carico di frutti volanti, mentre dall’alto guardano quell’angolo di serenità ritagliato nel caos cittadino.

Gigina tirò forte la gonna della madre.
-Lo voglio, me lo compri? – Si beccò subito un’occhiataccia.
-Lo sai, non devi dire “voglio” e chiedere per favore. Quante volte te lo devo ripetere?
-Lo voglio, lo voglio, lo voglio…
-Ok, ok! Stai buona. – L’educazione per una mamma stressata è sempre un compromesso tra i giusti insegnamenti e la pazienza residua. Gli occhi della bambina brillavano di desiderio non sapendo dove soffermarsi tra quei fantastici pupazzi fatti di aria. Gigina si avvicinò al vecchietto con il suo solito sorriso contagioso che avrebbe aperto il cuore anche al più burbero dei misantropi.
-Cosa ti posso dare, signorina? – le chiese il venditore che, seduto e rimpicciolito dal tempo, arrivava giusto giusto a guardarsi negli occhi con la piccola. Quella era una domanda impegnativa. Lei avrebbe preso tutto, ma sapeva che qualsiasi capriccio deve avere un limite, altrimenti ottiene l’effetto contrario.
-Vorrei… un barboncino rosa!
-Pronti. – disse l’ometto e in men che non si dica “Fuuut, sgrinc, tong, sgroink!” ecco nascere dall’incrocio di due palloncini oblunghi un barboncino rosa con il musetto, le orecchie e la coda a batuffolo al posto giusto. Poi lo porse alla bambina e lei lo prese stringendolo al petto come se fosse un animaletto vero. Gigina rimase un momento pensierosa quindi guardò la mamma, da sotto in su.
-Però… - se ne uscì.
-Però, cosa? Non ti piace? – chiese la madre.
-Si, si, ma voglio anche un palloncino che vola.
-Ti ho già detto…
-Scusa, scusa. Vorrei, per favore, un palloncino che vola. – Gigina accompagnò la richiesta con un sorriso irresistibile al quale non si poteva dire di no.
-Va bene, – le rispose la mamma aggiungendo con aria falsamente severa: - ma poi per oggi basta. In più mi devi promettere di fare la brava, lavarti bene i denti e mettere a posto la tua cameretta. – Giusto per far valere una parvenza di autorità. La bambina annuì più volte muovendo la testa mentre le treccine ai lati del capo svolazzarono come le code di piccoli pony imbizzarriti. Autorizzato dalla mamma, il venditore si avvicinò alla cesta, afferrò il mazzetto di fili bianchi e ne sbrogliò uno. Tirando delicatamente, fece uscire dal gruppo dei compagni un bel faccione da pagliaccio tutto giallo col naso rosso che immediatamente prese vita ballonzolando felice e leggero.
-Dammi la mano – disse il vecchietto alla bambina che, timidamente, allungò il braccio. Lui legò il filo al polso grassottello e poi lo lasciò andare. Gigina, con stretto al petto il barboncino e sopra di lei il palloncino, non seppe trattenere la felicità e cominciò a correre tutt’intorno al piazzale del Pincio accompagnata dallo sguardo divertito della mamma. Ma forse il laccio era annodato male ed il palloncino improvvisamente scappò via volando sempre più in alto nel cielo. Gigina scoppiò in un pianto dirotto:
-Dov’è andato a finire il mio palloncino? – Singhiozzava disperata. La mamma, intenerita, la prese in braccio e s’inventò una storia come solo le mamme, e qualche volta i nonni, sanno fare.
-Vedi, Gigina, quelle nuvolette lassù? Lì sono nascosti degli angioletti che ti hanno visto col palloncino e avrebbero tanto voluto giocare con te. Però non possono scendere sulla Terra, altrimenti li vedrebbero tutti, ed allora aspettano che un palloncino sfugga ad un bambino per volare fino a loro, prenderlo e divertirsi.
-Ma…io?
-Tu devi essere contenta perché hai reso felice un angioletto che, da adesso in poi, sarà il tuo amico invisibile e ti proteggerà per tutta la vita.
Gigina considerò come valesse la pena perdere un palloncino per trovare un amico e, asciugandosi un lacrimone con la manina, ritrovò il sorriso. 



sabato 30 maggio 2020

Uno scherzo


-Quando ne saremo fuori, ti staccherò le orecchie a morsi.
-Chi? Tu a me? Sarò io a farti pentire di essere nato!
Lo scambio di gentilezze avveniva tra due uomini seduti su una specie di terrazzino aggettante nel vuoto, un masso incastrato di traverso nel mezzo di un muro di roccia a strapiombo sul nulla. Sopra di loro una parete pressoché liscia sulla quale era impossibile arrampicarsi e sotto un volo di un centinaio di metri. Per capire il motivo per il quale erano finiti in quella situazione bisogna risalire ad una cinquantina d’anni addietro. Era dalla generazione precedente che le loro famiglie si facevano la guerra disputandosi un appezzamento di terreno al confine tra le rispettive proprietà. Si trattava di un paio d’ettari di campi brulli ed orridi improvvisi senza alcun reale valore. Però, per qualche imponderabile motivo, il barone De Ceglie, padre di uno dei due litiganti, era deciso ad acquisirne il possesso con la stessa determinata e pervicace volontà con la quale il marchese Castrovillari, padre dell’altro, era risoluto a non vendere. La disputa andò avanti per qualche anno finché, improvvisamente, il marchese non cedette firmando dal Notaio del paese un passaggio di proprietà accompagnato da minacce e maledizioni. Fra i compaesani si disse che il repentino cambiamento di idea era stato provocato dal ricatto del barone che era venuto in possesso di alcune foto nelle quali…ma qui si scivola nel pettegolezzo. Il Castrovillari ingoiò l’umiliazione, ma dette inizio ad una faida fatta di vandalismi notturni, caccia di frodo e ripicche che traevano spunto da qualsiasi pretesto anche banale. Non fosse mai detto che un De Ceglie subisse delle angherie! E pertanto il barone rendeva ogni volta la pariglia con altrettante azioni ostili, anzi si divertiva a provocare l’ira dell’altro. I due vecchi biliosi morirono ed il testimone della disfida passò ai primogeniti altrettanto boriosi e fumantini dei propri avi.
Quella notte di prima estate il De Ceglie era convinto che il rivale avrebbe fatto un’incursione nella terra di sua proprietà per recuperare della selvaggina intrappolata nel campo proibito. Il mezzadro del barone aveva infatti trovato delle tagliole con resti di animali dove non avrebbero dovuto essercene e, naturalmente, il colpevole doveva essere per forza il Castrovillari o qualche suo scagnozzo. La sera era fresca, la luna si levava alta nel cielo sereno e la campagna appariva come una distesa d’erba argentata che il vento piegava come le onde di un mare agitato. Di buon passo il barone s’incamminò verso la Collina del Diavolo, un montarozzo alto una sessantina di metri con un lato a precipizio su di una gola profonda. Un sentiero s’inerpicava di costa al rilievo fino alla sommità dove il barone intendeva spaziare con lo sguardo per individuare il maledetto intruso. Arrivò sul cucuzzolo, prese un binocolo notturno e cominciò a scrutare attentamente tutt’intorno. Si sentivano solo i rumori della notte ed ogni cosa invitava alla serenità, ma non per l’animo esacerbato del nobiluomo. Improvvisamente, vicino a lui, sentì un movimento di fogliame. Si voltò di scatto e si trovò di fronte il rivale che lo fissava con un ghigno ferino.    
-T’ho beccato, finalmente! – Esclamò il De Ceglie sollevando la doppietta che teneva distesa lungo il fianco. A quel gesto, per impedirgli di usare il fucile, il Castrovillari si gettò addosso all’altro tempestandolo di pugni e urlando come un ossesso. Il barone, furibondo, abbrancò il nemico tirando manate, colpi di testa e calci a casaccio. Sembravano due animali rabbiosi. Caddero a terra abbracciati ed ansimanti continuando la lotta con una furia cieca, come se ne andasse della loro stessa vita. Rotolarono da una parte all’altra del piccolo spiazzo finché non si trovarono sul ciglio del burrone, ma non se ne avvidero. Uno strattone più violento provocò una piccola slavina ed i due corpi avvinghiati scivolarono giù per i pendio. Allora si resero conto di quanto stava succedendo e con tutte le forze cercano di aggrapparsi alla parete, ma gli appigli franavano con loro e niente sembrava poter frenare la caduta fatale. Precipitarono per una ventina di metri e poi fu come se una mano angelica li acchiappasse per la collottola. Il ruzzolone s’interruppe di colpo e i due uomini finirono bocconi su uno strapuntino di roccia messo lì per miracolo. Ed è in questa situazione che li ritroviamo. 
-E’ colpa tua se rischiamo di morire!
-Non ti dimostrare più vile di quello che sei e ringrazia la buona sorte. I miei sanno che sarei capitato da queste parti e, non vedendomi, verranno a cercarmi. Non ti preoccupare, dobbiamo solo aspettare. – Il De Ceglie sembrava abbastanza calmo, ma lo spavento era stato tanto anche per lui.
-Sai, - disse il marchese – vedendoti così da vicino mi accorgo adesso di quanto sei invecchiato.
-Caro mio, - gli rispose l’altro – abbiamo la stessa età e possiamo dire di essere diventati vecchi insieme. Anzi, adesso che ti guardo in faccia, mi viene quasi da ridere.
-Perché mai?
-Penso che per tanto tempo abbiamo combattuto, fino al limite di giocarci la vita, per un motivo del quale in fondo non importa quasi niente a nessuno. Non è forse così?
- Hai assolutamente ragione. Abbiamo perso anni ed energie odiandoci mentre avremmo potuto campare in santa pace e molto più sereni. Ti dirò di più: per quanto mi riguarda la nostra disputa finisce qui. Tieniti pure la terra, ho capito che non vale la pena dannarsi per orgoglio. – Il barone allungò la mano e strinse quella che il nuovo amico gli porgeva.
-Da oggi in poi saremo dei buoni vicini. Questo spavento ci ha insegnato a dare importanza alle cose rilevanti ed a passare oltre alle stupide vanità di un’esistenza sempre precaria. – Il marchese assentì con le lacrime agli occhi e avrebbe abbracciato il compagno se solo lo spazio esiguo gliel’avesse permesso. Finalmente la pace era tornata tra le due casate ed il futuro sarebbe stato sicuramente migliore.
D’un tratto si udì uno schiocco e poi una cascatella di pietrisco. Il piccolo terrazzino sul quale erano seduti gli uomini cominciò a traballare. Un altro rumore di pietra spezzata e il masso si sgretolò facendo precipitare i due in fondo al dirupo in un fragore di urla e di valanga.
I paesani li ritrovarono morti e misero sul posto una lapide nella quale si commemorano i due rivali sfortunati. Però nessuno va mai a porre un fiore sotto quella targa perché, quando ci si avvicina, dalle viscere della Collina del Diavolo si ode scaturire un suono cupo che assomiglia tanto ad una risata.



giovedì 19 marzo 2020

La nostra guerra

E così, anche la nostra generazione sta vivendo la sua guerra. Pensavamo, forse per la prima volta nella storia, di averla scampata, ma evidentemente è una punizione che spetta a tutti. Il problema è che non ne siamo preparati. L’attuale conflitto ha connotazioni esattamente opposte a quello delle altre guerre e dobbiamo combatterlo come mai in precedenza. Nelle guerre tradizionali sai chi è, vedi, il tuo nemico; adesso bisogna snidare un subdolo microorganismo invisibile ed onnipresente. Prima le vittime erano soprattutto i giovani ed i più forti, ora sono i vecchi ed i più deboli. C’era un fronte o quantomeno dei confini per le parti avverse; non ci sono più barriere che tengano per questo schifoso che s’insinua addirittura nelle nostre case. Le armi facevano rumore ed erano di pesante ferraglia; adesso si combatte in silenzio, con l’assenza, astenendosi dall’uscire, non facendo, rimanendo fermi. Sotto le bombe ci si riparava nei rifugi sotterranei; ora si esce sulle terrazze. Per consolarsi dalla paura si stava insieme, le famiglie si riunivano per sostenersi a vicenda e sotto il coprifuoco i bar erano pieni di amici che si sbronzavano esorcizzando la paura con una finta allegria; adesso si tengono lontani i propri cari per timore di essere fonte involontaria di contagio e si sta soli, in attesa. Si soffriva la fame; ci si abboffa. I medici stavano nelle retrovie per curare i feriti; i medici sono in prima linea e spesso sono loro gli eroi ed i caduti. Il bollettino di guerra parlava di morti e feriti tra i soldati; la Protezione Civile dà numeri che rappresentano persone qualunque, spesso innocue e miti come i vecchi. Le città erano bombardate dopo la sirena; le città si svuotano da sole impaurite dal silenzio. Il governo prometteva lacrime, sangue e la vittoria; i governi sbandano ed emettono provvedimenti giorno per giorno a seconda dell’umore del nemico. Gli scienziati studiavano armi per attaccare; ora lavorano per trovare un’arma che ci difenda. Si aspettava la fine della guerra per tornare alla normalità; c’è meno speranza nel futuro. Churchill, De Gasperi, Roosevelt; Boris Johnson, Conte, Trump.
Però, dopo le guerre, c’è sempre stata una rinascita. I sopravvissuti erano felici di essersela cavata e si rimboccarono le maniche per ricostruire, per assicurarsi un futuro migliore. Dopo l’ultimo conflitto mondiale l’Italia era in ginocchio, a distanza di poco più di un decennio la lira guadagnò l’Oscar per la valuta più forte del mondo. Le fabbriche erano al massimo della produzione, l’eccellenza italiana era riconosciuta ovunque e Roma celebrò le più belle Olimpiadi dell’era moderna.
Le condizioni per ripartire sono una massiccia dose di investimenti sia pubblici che privati e la libertà d’impresa. Nel quarantacinque ci fu per l’Italia il Piano Marshall, ora ci dovrebbe essere la BCE, e qui c’è un punto interrogativo grande come la nostra diffidenza. Ma se le istituzioni nazionali ed internazionali adotteranno la strategia del “whatever it takes”, ce la potremo fare.
Lo scorso anno a marzo faceva freddo; quest’anno sembra già primavera, prendiamolo come un incoraggiamento.

domenica 2 febbraio 2020

La Società



Un posto vale l’altro, ma le coincidenze vanno rispettate. Una pergola in riva al mare e per primo arrivò il notaio. Prese posto su una poltroncina, posò la borsa di cuoio per terra e chiuse gli occhi. Dopo poco giunse il vaccaro, con il suo bel cappellone a larghe tese, e per ultimo il poeta. Non si salutarono, non ce n’era bisogno, si conoscevano da talmente tanto tempo che i convenevoli erano ormai superflui. Si sedettero uno vicino all’altro, tutti guardando l’orizzonte con poca voglia di parlare e quasi infastiditi dal trovarsi in compagnia di persone tanto di diverse una dall’altra. Metti un po’ di musica, disse uno, ed un altro vicino all’ i-phone cercò un blues. Cosa fai? Disse il terzo, qui ci vuole un brano di Tchaikovsky ad accompagnare la promessa del tramonto. No, no, musica pop anni settanta, semplice e onesta che faccia parte del nostro passato, per perderci nei ricordi e rivivere le emozioni delle prime volte. Era normale che non fossero d’accordo praticamente su niente e se non fosse stato per quell’appuntamento, le loro strade non si sarebbero mai incrociate. Un whisky? Per me un buon bicchiere di vino. Una tisana, se non vi dispiace. Quasi non si guardavano e si capiva perfettamente come ognuno di loro avrebbe voluto trovarsi altrove o in compagnia di qualcun altro. Ma facevano parte della stessa società, erano in quote uguali compartecipi di un azienda che era attiva sul mercato ormai da molto tempo e che dovevano contribuire a portare avanti e quindi, periodicamente, si dovevano riunire. In realtà erano sempre collegati perché ogni decisione, qualsiasi comportamento, erano frutto di un compromesso tra di loro oppure di un atteggiamento che favoriva, a turno, prima uno e poi l’altro. Naturalmente, a seconda dei momenti o delle necessità, prevalevano le indicazioni di un socio a discapito del sodale e questa continua guerra per la supremazia sembrava non avesse mai né la fine né un vincitore. A volte la “company” si poneva l’obiettivo di espandersi negli Stati Uniti, di rimbalzo tornava a concentrarsi sul lavoro quotidiano per poi programmare progetti tanto belli quanto improbabili. Questa confusione spesso non produceva i risultati previsti, ma era proprio la varietà di stimoli che rendeva l’attività ancora interessante e viva. Quel giorno, in riva al mare, dovevano decidere chi sarebbe stato l’Amministratore Unico, con le relative responsabilità decisionali e di gestione. Nominarono me, e non mi meravigliò che fossi chiamato a guidare tre personalità così differenti. Lo facevo da molti anni e sebbene fossi consapevole di indulgere talvolta con uno dei soci, ero ormai abbastanza pratico nell’armonizzare le varie inclinazioni e le diverse aspettative. Eccomi, quindi, con quelle tre anime, e forse non solo quelle, che vado avanti affrontando problemi e sfide come meglio posso. La facciata è sempre la medesima, ma dietro l’apparenza, come per qualsiasi persona, c’è una folla di altri me stesso, e spesso non è facile farli andare d'accordo.

lunedì 27 gennaio 2020

La biblioteca


Veniva naturale entrare in punta di piedi. Una biblioteca non era il posto che frequentava di solito, ma l’appuntamento era proprio lì, tra pareti di libri e file di banchi quasi vuoti. Il suo bel pezzo di carta, dopo anni di studi, era riuscito a conseguirlo e qualche romanzo spesso transitava sul suo comodino, ma quell’aria di sacralità legata a una cultura non alla portata di tutti, lo metteva a disagio. Si sentiva osservato dagli autori dei quei tomi voluminosi con una sorta di disprezzo, quasi fosse un intruso in un club di intellettuali avvezzi a secoli di sapienti dispute sullo scibile umano e sulla natura stessa del pessimo frutto dell’opera artigianale di un Dio in quel momento non al massimo della Sua creatività. Un bar, un cinema, al limite un museo, quasi tutto sarebbe stato meglio per quel primo appuntamento, ma le occasioni vanno colte al volo e quella proposta appena sussurrata era preziosa come la mappa di un tesoro. In fondo era esattamente quello che stava facendo, seguiva le istruzioni di un percorso che sperava l’avrebbero portato ad uno scrigno pieno di mistero o all’anticamera del paradiso. Era in perfetto orario, le tre del pomeriggio, ma nello stanzone dagli scuri accostati la luce filtrava a malapena. La calda estate rimaneva fuori mentre un nobile fresco, frutto di profonde pareti e non di condizionatori d’aria, dichiarava la volgarità di ogni involontaria stilla di sudore. Si aggiustò la cravatta, si passò le dita tra i capelli e si avviò verso il piccolo pulpito in fondo alla stanza. Le scarpe scricchiolavano ad ogni passo col rumore di una sega elettrica in una cattedrale, ma non poteva farci niente, ed incurante di qualche sguardo infastidito, percorse quei pochi metri con la spavalderia di un pirata all’arrembaggio. Si sentiva in un guado, durante la traversata di un mare ignoto con l’eccitazione e la paura a mordere il coraggio. Lasciava alle spalle notti solitarie e sogni evanescenti che, come la nebbia del mattino, svanivano sempre col calore del primo sole. Lo spingeva la voglia di un’emozione, la smania di provare un desiderio, un fuoco che ardeva suo malgrado. Sapeva di rischiare, ma era proprio quel brivido, tra l’incoscienza e la temerarietà, che lo faceva sentire vivo. Un passo ancora e poi, senza parlare, posò la mano sulla sua scrivania. Lei alzò gli occhi dal libro e lo guardò come se non lo riconoscesse.
Eccomi, le disse, mentre la bibliotecaria usciva dalla sua pelle rinnegando gli occhiali e la matita.   

venerdì 27 dicembre 2019

L'odore


In fondo alla strada, sulla sinistra, si apriva un vicolo cieco. Non aveva un nome perché nessuno lo cercava ed anche il sole ci faceva capolino solo sporadicamente, tanto nessuno passava di lì. Solo un portoncino interrompeva la monotonia dei tre muri che ne delimitavano il perimetro ed un gatto più nero del demonio vi si aggirava libero con aria da padrone. La bottoniera accanto ai due piccoli battenti di legno mostrava pulsanti per almeno una decina di famiglie, ma gli spazi per i nomi erano vuoti e pieni di povere, come se l’edificio fosse disabitato o volesse scoraggiare l’intrusione di qualsiasi estraneo. Solo una di quelle finestrelle, in un angolo e quasi scolorito, riportava un numero: tre. L’uno e il due, se c’erano mai stati, se ne erano andati e quelli dopo venivano lasciati nel limbo dei mai nati. Uno scatto faceva aprire l’anta d’ingresso e quel rumore manovrato da lontano quasi sorprendeva nel silenzio immobile di un budello dimenticato di città. Ci doveva essere qualcuno acquattato in qualche parte che ancora voleva comunicare col mondo, forse aspettava da tempo un visitatore, magari non sperava altro che di sentire dei passi nell’androne, giù da basso. Ma ci voleva, se non coraggio, almeno un certo spirito d’avventura per entrare nella casa e lasciare che dietro le spalle si richiudesse la barriera tra una specie di tana dagli ignoti meandri ed il resto del mondo. Una guardiola chiusa e deserta, con un quotidiano lasciato sul tavolino di formica che riportava notizie di un tempo con la stessa ansia dei titoli di sempre, bollette della luce e pubblicità di sconti imperdibili nell’angolo vicino al sottoscala, qualche foglia e cartaccia che sembravano parte stessa dell’arredo di un architetto dal gusto decadente. La luce proveniva dalla gialla lampadina di una plafoniera stile déco sempre accesa e da un lucernario lontano, in corrispondenza della tromba delle scale. Niente ascensore. Due rampe di gradini e poi, finalmente, l’interno tre. L’odore. L’odore di quell’ appartamento era un biglietto da visita che lo faceva conoscere senza averlo mai visto, che presentava i suoi inquilini prima ancora di averli incontrati.

mercoledì 18 dicembre 2019

Elementare, Watson


Io non gliel’ho detto mai, ma questa sua presunzione di avere il cervello più fino di qualsiasi altra persona, mi ha sempre urtato profondamente. Nel mio ruolo di biografo ufficiale di Sherlock Holmes, ho descritto il mio supposto amico come una persona eccezionale, di grande sensibilità ed altruismo. In realtà, è ora che lo confessi, il detective privato più famoso di Londra è un gran fanfarone, tutto fumo e pochissimo arrosto. Per farvi un esempio:
-Allora Watson, com’era il tempo a Leigh on Sea?
-Perbacco Holmes, come avete fatto a capire che torno adesso da una gita al mare?
-Ah, ah, ah! Elementare, per non dire puerile. Avete il tacco della scarpa destra con ancora un po’ di fanghiglia appiccicata ed un piccolo rametto di “crithmum maritimum”, o finocchio di mare, infilato tra i capelli. Si tratta di una pianta alofila (dal greco halo = sale e phile = amico) che alligna nei terreni salmastri e, con particolare vigore, nella contea dell’Essex. Poi ricordo che tempo fa, sfogliando una rivista illustrata, ve ne usciste con un apprezzamento particolarmente vivace su quella cittadina. E quindi…
-Già, già.
-Ritengo inoltre che abbiate assai gradito il pasticcio di montone servito dal “Blue Boar”, il pub locale. E, con sufficiente certezza, non vi sarete fatto mancare una buona pinta di birra ed una chiacchierata con l’ostessa che, vi dirò di più, è una giovane dai capelli rossi e ben in carne.
-Santi Numi! Questa poi…Come sapete dove mi sono fermato a mangiare e addirittura l’aspetto della proprietaria del locale?
-Osservo e deduco. Sul bavero della vostra giacca si nota distintamente una briciola di pasta brisee che, a pranzo, si serve spesso ripiena di montone, e poi dovreste spazzolare via quel capello fulvo che spicca nettamente sulla vostra spalla. Lo dico per voi e per non indurre strani pettegolezzi. In quanto al nome del locale, siccome anch’io mi recai un lustro addietro da quelle parti, ricordo come solo al Blue Boar vidi servire ai tavoli una piacevole donna formosa dalla capigliatura color del rame.
-Come al solito mi stupite, Holmes.
-Elementare, Watson, elementare.
Così lui fece bella figura facendomi sembrare uno sprovveduto. Salvo sapere successivamente che, poco prima che salissi le scale verso il nostro appartamento, un vetturino aveva lasciato nelle mani di Holmes una sciarpa che avevo dimenticato al pub con la preghiera di consegnarmela unitamente ai saluti dell’ostessa ed all’invito a rinnovare la visita per gustare nuovamente il montone. Altroché capacità deduttive: fumo, solo fumo.   
Comunque, non era questo che volevo raccontare.
Era la sera della vigilia di Natale, io ed Holmes avevamo cenato abbastanza presto facendo onore ai manicaretti preparati dalla signora Hudson con la cura e la devozione richiesti dalla solenne ricorrenza. Eravamo ormai al Christmas Pudding, accompagnato da una dosa generosa di Porto, quando il mio commensale, forse intenerito dall’atmosfera festiva, si abbandonò a confidenze per lui del tutto inusuali.
-Caro Watson, - mi disse a bassa voce con aria sognante – ricordo quando io e mio fratello Mycroft aspettavamo questa magica notte con ansia e trepidazione. Come tutti i bravi bambini, eravamo soliti preparare una letterina per Babbo Natale che poi consegnavamo per la spedizione nelle mani di nostro padre. Mi dovete credere, eravamo assolutamente sicuri che, durante la notte, il vecchio panzone vestito di rosso ci avrebbe portato i regali richiesti e, per l’emozione, non riuscivamo a chiudere occhio fino a tarda ora. Naturalmente il giorno dopo trovavamo vicino al camino, o sotto l’albero, tanti pacchetti ed, in qualche modo, ci sentivamo ricompensati per tutti i buoni voti riportati a scuola durante l’anno trascorso. Da lì, forse, nacque la convinzione che le azioni di ciascuno vengono sempre ripagate con la moneta corrispondente: chi ben si tiene, ne ricaverà vantaggio, ma chi si comporta male ne subirà le nefaste conseguenze.
-Amen! –Interloquii con la lucidità concessami dall’ennesimo bicchierino sorseggiato con gusto – Così deve essere: a ciascuno il suo e…amen! – Mi rendo conto che avrei potuto fare di meglio in sede di commento, ma fu già tanto riuscire a liberare la lingua dalle pastoie del liquore.
-Però, fedele amico, l’esperienza della vita mi ha poi insegnato che non sempre il destino si comporta in maniera corretta. Spesso i buoni soffrono mentre i malvagi godono, e solo chi ha fede in una ricompensa futura da riscuotere in un’altra vita può credere ancora che valga la pena camminare rettamente in questo mondo pieno di ingiustizie.
-Sento dell’amarezza in queste parole, Holmes. In fondo se Babbo Natale continua a tornare tutte le notti di ogni ventiquattro dicembre, ci deve essere una brace di speranza che arde ancora sotto la cenere della disillusione, e ciascuno di noi può sempre aspettarsi un dono.
-Ho sempre saputo che siete un sognatore ed un eterno bambino, caro il mio dottore. Ma la mia lente d’ingrandimento non ha mai rilevato le impronte del passaggio di nessun Babbo Natale ed ormai ho smesso di credere alle favole da molto tempo.
Finimmo la conversazione con qualche altra rimembranza dei tempi andati e quando la pendola batté le undici, cedemmo al richiamo del sonno. Io mi ritirai nella mia stanza con un trattato di anatomia da sfogliare per fini soporiferi, ed Holmes prese con sé una scatoletta che sapevo contenere quei medicinali ai quali ricorreva sempre più frequentemente. 
Non riuscii a finire il capitolo riguardante la rotula e le sue articolazioni, che caddi nel sereno oblio dei giusti. Ma il ripieno del tacchino servito per cena non ebbe la creanza di transitare velocemente attraverso il mio stomaco, anzi si soffermò a lungo causandomi un senso di disagio che innescò mille fantasmagorici sogni ed uno sgradevole senso di pesantezza. Pertanto non saprei dire se fu immaginario o reale il trambusto che mi parve di udire proveniente dal salotto in un’ora imprecisata della notte. Comunque non ci feci caso più di tanto, impegnato com’ero a combattere a fianco di Don Chisciotte contro degli strani mulini che al posto delle pale mostravano la faccia scorbutica della signora Hudson.
La mattina successiva i fumi notturni si dissolsero ed aprii gli occhi sentendomi di ottimo umore e con una strana eccitazione addosso. Spalancai la finestra della mia camera abbeverandomi dell’aria fresca mentre un pallido sole faceva sembrare bella anche Baker Street, a quell’ora deserta ed imbiancata da un rilucente manto di candida neve appena caduta.
-Watson, Watson, non dovevate! – Il richiamo stentoreo della voce del mio amico mi giunse imperioso da oltre la porta. Evidentemente si doveva essere alzato prima di me ed ora, in salotto, richiedeva la mia presenza.
-Cosa? - Urlai di rimando, solamente per avere una risata come risposta. Incuriosito affrettai le abluzioni mattutine per raggiungere Holmes.
-Allora Sherlock, che vi prende? Cosa non avrei dovuto fare? – L’investigatore con la pipa stretta tra i denti e con indosso una sgargiante vestaglia di velluto rosso, mi guardò con aria maliziosa.
-Questo pacchetto con scritto sopra il mio nome. Eravamo d’accordo di non farci alcun regalo quest’anno, ma mi accorgo che non siete stato di parola.
-Veramente Holmes, io…
-Aspettate! Anche questo…Mi accorgo adesso che vi siete voluto disturbare addirittura con un altro presente. Fatemi vedere. – Pronunciando queste parole, l’uomo si chinò per raccogliere un’altra scatola che era scivolata dietro una poltrona vicino al camino.
-No, questo non è per me. Capisco che abbiate voluto creare un clima festoso, ma giungere fino al punto di incartarvi da solo un regalo e scriverci sopra il vostro nome, mi sembra un po’ eccessivo.
-Ma, vi assicuro…
-Siete impagabile, Watson. Avete voluto farmi una sorpresa che non ricevevo dai tempi dell’infanzia. Non so come ringraziarvi.
-Un momento, Holmes, fatemi parlare. Questo fatto dei pacchetti…non è opera mia! E’ la prima volta che li vedo e rimango allibito quanto voi.
-Cosa intendete dire? Volete affermare di non essere stato voi a portare in casa le due strenne? E’ uno scherzo?
-Lungi da me prendervi in giro o raccontare menzogne. Vi ripeto che non ho mai visto quei pacchetti.
-Beh, siamo in presenza di un mistero! Voi non avete comprato alcun regalo, io non ci ho pensato minimamente, e allora come può essere? – La mente allenata del detective si mise in funzione automaticamente. – Teniamo presente che: ieri sera i pacchetti non c’erano; l’appartamento è stato chiuso a chiave per tutta la notte; altre entrate nascoste in questi locali non ce ne sono; nessuno ha il movente per farci dei regali di Natale.  Va bene, Watson, procediamo nell’analisi. Apriamo, con cautela, gli involucri e vediamo cosa contengono. – La cautela non fu considerata minimamente, anzi ci precipitammo a scartare ognuno il suo regalo con la frenetica curiosità di due bambini. Quando vidi il mio rimasi a bocca aperta. Si trattava di un’antica promessa di Ippocrate stampata su pergamena che avevo visto da un libraio antiquario ripromettendomi di acquistarla senza però decidermi a farlo.
-E voi Holmes, cosa avete trovato? – Mi accorsi che l’algido investigatore aveva gli occhi lucidi mentre tirava fuori dalla scatola una piccola scultura in ceramica raffigurante un cane dal manto nero e dalle lunghe orecchie.
-E’ Brutus, il mio cane di quand’ero ragazzo. Fu l’unico amico per buona parte della mia giovinezza e il compagno di tante giornate solitarie. Mi capiva e sapeva consolarmi come nessun altro e quando morì piansi tutte le mie lacrime. Non l’ho mai dimenticato. – Restammo entrambi assorti e pensierosi per alcuni istanti, stupiti di quei regali tanto adatti ad ognuno di noi.
-Comunque Holmes, al di là del fatto che questi doni ci facciano piacere, la domanda rimane: chi è il latore? E come ha fatto ad indovinare cosa portarci? Ma, soprattutto, come è potuto entrare in salotto? Siete voi il detective: orsù, fate onore alla vostra fama! – L’investigatore raccolse il guanto di sfida lanciato alla sua intelligenza. Cominciò a camminare per la stanza sbuffando fumo dalla pipa come la ciminiera di una locomotiva e nello stesso tempo parlottava tra sé gesticolando come un invasato.
-Nessuna entrata…salvo, naturalmente, la canna fumaria del camino…due pacchetti ben incartati…il mio nome in forma confidenziale…anche Watson…rumori nella notte…fuliggine sul tappeto…porte sbarrate…niente di rubato…coincidenza con la festività…
-Ebbene? – Lo sollecitai distogliendolo dalla sua maratona casalinga.
-Allora, caro Watson, è un classico delitto della porta chiusa. Salvo che qui non c’è crimine, piuttosto un’azione gentile. Il meccanismo però è lo stesso: apparentemente senza soluzione. Nessuna possibilità di entrare, né di uscire, e solo un elemento nuovo sulla scena che prima non c’era. Non si tratta di cadaveri, bensì di regali, ma sembrano incongrui ugualmente.
-Quindi?
- Pertanto, in questi casi, si ricorrere alla teoria dell’esclusione.
-Che dice…
-Enuncia come al momento in cui, per un certo accadimento,  vengano eliminate tutte le cause impossibili, le ipotesi che rimangono, anche se improbabili, devono corrispondere alla realtà dei fatti.
-Nel nostro caso?
-Non può essere entrato nessuno, ma c’è un personaggio che non passa attraverso le porte e che conosce i desideri di tutti. Si muove soltanto la sera di Natale e porta la felicità in ogni casa. Non si fa vedere, ma lascia il segno del suo passaggio nel cuore di chi crede in lui. E’ un signore anziano che però non invecchia mai, esattamente come i sogni che ci portiamo dentro fin dall’infanzia. Viene cercando di fare meno rumore possibile e poi si allontana nel cielo notturno. Insomma, l’identikit è chiaro: si tratta di Babbo Natale!
-Perbacco Holmes, è non era mai capitato di vedervi felice per “non” aver preso un colpevole!
-Buon Natale, Watson!
-Buon Natale, Holmes! – Arrossisco mentre lo scrivo, ma devo confessare che per la prima volta, e forse l’ultima, ci abbracciammo sorridendo come due bambini. Magari quest’ultima frase la cancello.