sabato 29 agosto 2020

La Felicità

 

Mentre un vento teso scacciava la brezza serale, il nostro protagonista si ritrovò a filosofeggiare. Con modestia, ovviamente, conscio dei propri limiti, ma deciso a perdersi tra questioni fondamentali e domande senza risposta. La felicità, innanzitutto. Margaret Mazzantini dice che può essere solo oggetto di nostalgia o di desiderio in quanto, vivendola, non la si riconosce. Vero, ma esiste la felicità? Se non la si riesce a cogliere forse è solo una categoria dello spirito che si teorizza, ma che sfugge e quindi non ci appartiene. Oppure va cercata con attenzione tra le piccole cose d’ogni giorno? La felicità va in qualche modo ridimensionata. Non è un’ebbrezza trascinante, ma il sapore di una goccia di nettare sulla punta della lingua. Va cercata con attenzione, scansando le tonnellate di roccia per trovare la pagliuzza d’oro nella profondità di una montagna. E’ un boccone da gourmet non un pasto che sazia, e forse è meglio così, altrimenti si darebbe per scontata. E’ una moneta trovata per terra che non risolve alcun problema economico, ma dà la sensazione di essere favoriti dal destino. E’ un frullio del cuore che accade incrociando lo sguardo di una persona amata, il momento di breve trance innescato da una musica o da un odore. Non la si deve cercare, capita. Spesso inaspettatamente, durante una passeggiata o alla guida della propria autovettura, improvvisamente si ha la sensazione di essere fortunati, forse di non essere nemmeno se stessi. Che tutto il gravame di pena di cui è fatta l’esistenza perda d’importanza a fronte di una scintilla che potrebbe innescare un incendio, anche se le fiamme non si vedranno mai. Si è consci che è tutto estremamente effimero, quasi illusorio, ma forse è la sola spinta che consente di fare un altro passo avanti, senza disperarsi.  Felicità con amore, sono sinonimi? O sono esattamente il contrario dove l’amore significa perdersi in un altro prendendo in carico due esistenze col rischio di sommarne i dolori? Forse le cose sono un tantinello più complicate se è vero che una pena può sublimarsi condividendola e una banalità nascondere un sogno. Tutto è come sabbia tra le dita, ma per prendere quel pugno di rena bisogna trovarsi in riva al mare, e lì è in agguato la felicità.

giovedì 16 luglio 2020

Il palloncino


In una parte della terrazza che dal Pincio si affaccia sul centro di Roma, capita spesso di incontrare un vecchietto seduto su uno sgabello, nascosto dietro un grosso cespuglio di palloncini colorati. Arriva tutte le mattine, almeno quando non piove, apre il trespolo pieghevole e posa in terra una grossa cesta di vimini come quelle che i contadini di una volta costruivano in casa durante le sere d’inverno. Si aggiusta sul capo un consunto cappello di feltro nero, tira su col naso e tuffa le mani nel paniere. Ad uno ad uno caccia fuori dei vermicelli colorati, se ne mette in bocca un’estremità e, come un suonatore di tromba, abbotta le gote soffiando con vigore. I pezzetti di plastica prendono vita, si scuotono, si riempiono e d’incanto diventano dei salamoni variopinti. Lui li prende, li strozza e li contorce con dita agili seguendo una tecnica ben precisa imparata a forza di provare. Nascono così un pesce, una spada, una corona e qualsiasi altra cosa gli passi per la mente. Ma la magia non finisce qui: dalla sporta recupera una bomboletta e con un breve “fuscccccc” trasforma altri vermicelli piatti in tondi palloncini. Subito spiccano il volo facce da clown di tutti i colori che scapperebbero seguendo i capricci del vento se non ci fosse una bianca cordicella a trattenerli legati al manico della cesta. Sbattono tra loro, si piegano e stormiscono come le fronde di un favoloso albero carico di frutti volanti, mentre dall’alto guardano quell’angolo di serenità ritagliato nel caos cittadino.

Gigina tirò forte la gonna della madre.
-Lo voglio, me lo compri? – Si beccò subito un’occhiataccia.
-Lo sai, non devi dire “voglio” e chiedere per favore. Quante volte te lo devo ripetere?
-Lo voglio, lo voglio, lo voglio…
-Ok, ok! Stai buona. – L’educazione per una mamma stressata è sempre un compromesso tra i giusti insegnamenti e la pazienza residua. Gli occhi della bambina brillavano di desiderio non sapendo dove soffermarsi tra quei fantastici pupazzi fatti di aria. Gigina si avvicinò al vecchietto con il suo solito sorriso contagioso che avrebbe aperto il cuore anche al più burbero dei misantropi.
-Cosa ti posso dare, signorina? – le chiese il venditore che, seduto e rimpicciolito dal tempo, arrivava giusto giusto a guardarsi negli occhi con la piccola. Quella era una domanda impegnativa. Lei avrebbe preso tutto, ma sapeva che qualsiasi capriccio deve avere un limite, altrimenti ottiene l’effetto contrario.
-Vorrei… un barboncino rosa!
-Pronti. – disse l’ometto e in men che non si dica “Fuuut, sgrinc, tong, sgroink!” ecco nascere dall’incrocio di due palloncini oblunghi un barboncino rosa con il musetto, le orecchie e la coda a batuffolo al posto giusto. Poi lo porse alla bambina e lei lo prese stringendolo al petto come se fosse un animaletto vero. Gigina rimase un momento pensierosa quindi guardò la mamma, da sotto in su.
-Però… - se ne uscì.
-Però, cosa? Non ti piace? – chiese la madre.
-Si, si, ma voglio anche un palloncino che vola.
-Ti ho già detto…
-Scusa, scusa. Vorrei, per favore, un palloncino che vola. – Gigina accompagnò la richiesta con un sorriso irresistibile al quale non si poteva dire di no.
-Va bene, – le rispose la mamma aggiungendo con aria falsamente severa: - ma poi per oggi basta. In più mi devi promettere di fare la brava, lavarti bene i denti e mettere a posto la tua cameretta. – Giusto per far valere una parvenza di autorità. La bambina annuì più volte muovendo la testa mentre le treccine ai lati del capo svolazzarono come le code di piccoli pony imbizzarriti. Autorizzato dalla mamma, il venditore si avvicinò alla cesta, afferrò il mazzetto di fili bianchi e ne sbrogliò uno. Tirando delicatamente, fece uscire dal gruppo dei compagni un bel faccione da pagliaccio tutto giallo col naso rosso che immediatamente prese vita ballonzolando felice e leggero.
-Dammi la mano – disse il vecchietto alla bambina che, timidamente, allungò il braccio. Lui legò il filo al polso grassottello e poi lo lasciò andare. Gigina, con stretto al petto il barboncino e sopra di lei il palloncino, non seppe trattenere la felicità e cominciò a correre tutt’intorno al piazzale del Pincio accompagnata dallo sguardo divertito della mamma. Ma forse il laccio era annodato male ed il palloncino improvvisamente scappò via volando sempre più in alto nel cielo. Gigina scoppiò in un pianto dirotto:
-Dov’è andato a finire il mio palloncino? – Singhiozzava disperata. La mamma, intenerita, la prese in braccio e s’inventò una storia come solo le mamme, e qualche volta i nonni, sanno fare.
-Vedi, Gigina, quelle nuvolette lassù? Lì sono nascosti degli angioletti che ti hanno visto col palloncino e avrebbero tanto voluto giocare con te. Però non possono scendere sulla Terra, altrimenti li vedrebbero tutti, ed allora aspettano che un palloncino sfugga ad un bambino per volare fino a loro, prenderlo e divertirsi.
-Ma…io?
-Tu devi essere contenta perché hai reso felice un angioletto che, da adesso in poi, sarà il tuo amico invisibile e ti proteggerà per tutta la vita.
Gigina considerò come valesse la pena perdere un palloncino per trovare un amico e, asciugandosi un lacrimone con la manina, ritrovò il sorriso. 



sabato 30 maggio 2020

Uno scherzo


-Quando ne saremo fuori, ti staccherò le orecchie a morsi.
-Chi? Tu a me? Sarò io a farti pentire di essere nato!
Lo scambio di gentilezze avveniva tra due uomini seduti su una specie di terrazzino aggettante nel vuoto, un masso incastrato di traverso nel mezzo di un muro di roccia a strapiombo sul nulla. Sopra di loro una parete pressoché liscia sulla quale era impossibile arrampicarsi e sotto un volo di un centinaio di metri. Per capire il motivo per il quale erano finiti in quella situazione bisogna risalire ad una cinquantina d’anni addietro. Era dalla generazione precedente che le loro famiglie si facevano la guerra disputandosi un appezzamento di terreno al confine tra le rispettive proprietà. Si trattava di un paio d’ettari di campi brulli ed orridi improvvisi senza alcun reale valore. Però, per qualche imponderabile motivo, il barone De Ceglie, padre di uno dei due litiganti, era deciso ad acquisirne il possesso con la stessa determinata e pervicace volontà con la quale il marchese Castrovillari, padre dell’altro, era risoluto a non vendere. La disputa andò avanti per qualche anno finché, improvvisamente, il marchese non cedette firmando dal Notaio del paese un passaggio di proprietà accompagnato da minacce e maledizioni. Fra i compaesani si disse che il repentino cambiamento di idea era stato provocato dal ricatto del barone che era venuto in possesso di alcune foto nelle quali…ma qui si scivola nel pettegolezzo. Il Castrovillari ingoiò l’umiliazione, ma dette inizio ad una faida fatta di vandalismi notturni, caccia di frodo e ripicche che traevano spunto da qualsiasi pretesto anche banale. Non fosse mai detto che un De Ceglie subisse delle angherie! E pertanto il barone rendeva ogni volta la pariglia con altrettante azioni ostili, anzi si divertiva a provocare l’ira dell’altro. I due vecchi biliosi morirono ed il testimone della disfida passò ai primogeniti altrettanto boriosi e fumantini dei propri avi.
Quella notte di prima estate il De Ceglie era convinto che il rivale avrebbe fatto un’incursione nella terra di sua proprietà per recuperare della selvaggina intrappolata nel campo proibito. Il mezzadro del barone aveva infatti trovato delle tagliole con resti di animali dove non avrebbero dovuto essercene e, naturalmente, il colpevole doveva essere per forza il Castrovillari o qualche suo scagnozzo. La sera era fresca, la luna si levava alta nel cielo sereno e la campagna appariva come una distesa d’erba argentata che il vento piegava come le onde di un mare agitato. Di buon passo il barone s’incamminò verso la Collina del Diavolo, un montarozzo alto una sessantina di metri con un lato a precipizio su di una gola profonda. Un sentiero s’inerpicava di costa al rilievo fino alla sommità dove il barone intendeva spaziare con lo sguardo per individuare il maledetto intruso. Arrivò sul cucuzzolo, prese un binocolo notturno e cominciò a scrutare attentamente tutt’intorno. Si sentivano solo i rumori della notte ed ogni cosa invitava alla serenità, ma non per l’animo esacerbato del nobiluomo. Improvvisamente, vicino a lui, sentì un movimento di fogliame. Si voltò di scatto e si trovò di fronte il rivale che lo fissava con un ghigno ferino.    
-T’ho beccato, finalmente! – Esclamò il De Ceglie sollevando la doppietta che teneva distesa lungo il fianco. A quel gesto, per impedirgli di usare il fucile, il Castrovillari si gettò addosso all’altro tempestandolo di pugni e urlando come un ossesso. Il barone, furibondo, abbrancò il nemico tirando manate, colpi di testa e calci a casaccio. Sembravano due animali rabbiosi. Caddero a terra abbracciati ed ansimanti continuando la lotta con una furia cieca, come se ne andasse della loro stessa vita. Rotolarono da una parte all’altra del piccolo spiazzo finché non si trovarono sul ciglio del burrone, ma non se ne avvidero. Uno strattone più violento provocò una piccola slavina ed i due corpi avvinghiati scivolarono giù per i pendio. Allora si resero conto di quanto stava succedendo e con tutte le forze cercano di aggrapparsi alla parete, ma gli appigli franavano con loro e niente sembrava poter frenare la caduta fatale. Precipitarono per una ventina di metri e poi fu come se una mano angelica li acchiappasse per la collottola. Il ruzzolone s’interruppe di colpo e i due uomini finirono bocconi su uno strapuntino di roccia messo lì per miracolo. Ed è in questa situazione che li ritroviamo. 
-E’ colpa tua se rischiamo di morire!
-Non ti dimostrare più vile di quello che sei e ringrazia la buona sorte. I miei sanno che sarei capitato da queste parti e, non vedendomi, verranno a cercarmi. Non ti preoccupare, dobbiamo solo aspettare. – Il De Ceglie sembrava abbastanza calmo, ma lo spavento era stato tanto anche per lui.
-Sai, - disse il marchese – vedendoti così da vicino mi accorgo adesso di quanto sei invecchiato.
-Caro mio, - gli rispose l’altro – abbiamo la stessa età e possiamo dire di essere diventati vecchi insieme. Anzi, adesso che ti guardo in faccia, mi viene quasi da ridere.
-Perché mai?
-Penso che per tanto tempo abbiamo combattuto, fino al limite di giocarci la vita, per un motivo del quale in fondo non importa quasi niente a nessuno. Non è forse così?
- Hai assolutamente ragione. Abbiamo perso anni ed energie odiandoci mentre avremmo potuto campare in santa pace e molto più sereni. Ti dirò di più: per quanto mi riguarda la nostra disputa finisce qui. Tieniti pure la terra, ho capito che non vale la pena dannarsi per orgoglio. – Il barone allungò la mano e strinse quella che il nuovo amico gli porgeva.
-Da oggi in poi saremo dei buoni vicini. Questo spavento ci ha insegnato a dare importanza alle cose rilevanti ed a passare oltre alle stupide vanità di un’esistenza sempre precaria. – Il marchese assentì con le lacrime agli occhi e avrebbe abbracciato il compagno se solo lo spazio esiguo gliel’avesse permesso. Finalmente la pace era tornata tra le due casate ed il futuro sarebbe stato sicuramente migliore.
D’un tratto si udì uno schiocco e poi una cascatella di pietrisco. Il piccolo terrazzino sul quale erano seduti gli uomini cominciò a traballare. Un altro rumore di pietra spezzata e il masso si sgretolò facendo precipitare i due in fondo al dirupo in un fragore di urla e di valanga.
I paesani li ritrovarono morti e misero sul posto una lapide nella quale si commemorano i due rivali sfortunati. Però nessuno va mai a porre un fiore sotto quella targa perché, quando ci si avvicina, dalle viscere della Collina del Diavolo si ode scaturire un suono cupo che assomiglia tanto ad una risata.



giovedì 19 marzo 2020

La nostra guerra

E così, anche la nostra generazione sta vivendo la sua guerra. Pensavamo, forse per la prima volta nella storia, di averla scampata, ma evidentemente è una punizione che spetta a tutti. Il problema è che non ne siamo preparati. L’attuale conflitto ha connotazioni esattamente opposte a quello delle altre guerre e dobbiamo combatterlo come mai in precedenza. Nelle guerre tradizionali sai chi è, vedi, il tuo nemico; adesso bisogna snidare un subdolo microorganismo invisibile ed onnipresente. Prima le vittime erano soprattutto i giovani ed i più forti, ora sono i vecchi ed i più deboli. C’era un fronte o quantomeno dei confini per le parti avverse; non ci sono più barriere che tengano per questo schifoso che s’insinua addirittura nelle nostre case. Le armi facevano rumore ed erano di pesante ferraglia; adesso si combatte in silenzio, con l’assenza, astenendosi dall’uscire, non facendo, rimanendo fermi. Sotto le bombe ci si riparava nei rifugi sotterranei; ora si esce sulle terrazze. Per consolarsi dalla paura si stava insieme, le famiglie si riunivano per sostenersi a vicenda e sotto il coprifuoco i bar erano pieni di amici che si sbronzavano esorcizzando la paura con una finta allegria; adesso si tengono lontani i propri cari per timore di essere fonte involontaria di contagio e si sta soli, in attesa. Si soffriva la fame; ci si abboffa. I medici stavano nelle retrovie per curare i feriti; i medici sono in prima linea e spesso sono loro gli eroi ed i caduti. Il bollettino di guerra parlava di morti e feriti tra i soldati; la Protezione Civile dà numeri che rappresentano persone qualunque, spesso innocue e miti come i vecchi. Le città erano bombardate dopo la sirena; le città si svuotano da sole impaurite dal silenzio. Il governo prometteva lacrime, sangue e la vittoria; i governi sbandano ed emettono provvedimenti giorno per giorno a seconda dell’umore del nemico. Gli scienziati studiavano armi per attaccare; ora lavorano per trovare un’arma che ci difenda. Si aspettava la fine della guerra per tornare alla normalità; c’è meno speranza nel futuro. Churchill, De Gasperi, Roosevelt; Boris Johnson, Conte, Trump.
Però, dopo le guerre, c’è sempre stata una rinascita. I sopravvissuti erano felici di essersela cavata e si rimboccarono le maniche per ricostruire, per assicurarsi un futuro migliore. Dopo l’ultimo conflitto mondiale l’Italia era in ginocchio, a distanza di poco più di un decennio la lira guadagnò l’Oscar per la valuta più forte del mondo. Le fabbriche erano al massimo della produzione, l’eccellenza italiana era riconosciuta ovunque e Roma celebrò le più belle Olimpiadi dell’era moderna.
Le condizioni per ripartire sono una massiccia dose di investimenti sia pubblici che privati e la libertà d’impresa. Nel quarantacinque ci fu per l’Italia il Piano Marshall, ora ci dovrebbe essere la BCE, e qui c’è un punto interrogativo grande come la nostra diffidenza. Ma se le istituzioni nazionali ed internazionali adotteranno la strategia del “whatever it takes”, ce la potremo fare.
Lo scorso anno a marzo faceva freddo; quest’anno sembra già primavera, prendiamolo come un incoraggiamento.

domenica 2 febbraio 2020

La Società



Un posto vale l’altro, ma le coincidenze vanno rispettate. Una pergola in riva al mare e per primo arrivò il notaio. Prese posto su una poltroncina, posò la borsa di cuoio per terra e chiuse gli occhi. Dopo poco giunse il vaccaro, con il suo bel cappellone a larghe tese, e per ultimo il poeta. Non si salutarono, non ce n’era bisogno, si conoscevano da talmente tanto tempo che i convenevoli erano ormai superflui. Si sedettero uno vicino all’altro, tutti guardando l’orizzonte con poca voglia di parlare e quasi infastiditi dal trovarsi in compagnia di persone tanto di diverse una dall’altra. Metti un po’ di musica, disse uno, ed un altro vicino all’ i-phone cercò un blues. Cosa fai? Disse il terzo, qui ci vuole un brano di Tchaikovsky ad accompagnare la promessa del tramonto. No, no, musica pop anni settanta, semplice e onesta che faccia parte del nostro passato, per perderci nei ricordi e rivivere le emozioni delle prime volte. Era normale che non fossero d’accordo praticamente su niente e se non fosse stato per quell’appuntamento, le loro strade non si sarebbero mai incrociate. Un whisky? Per me un buon bicchiere di vino. Una tisana, se non vi dispiace. Quasi non si guardavano e si capiva perfettamente come ognuno di loro avrebbe voluto trovarsi altrove o in compagnia di qualcun altro. Ma facevano parte della stessa società, erano in quote uguali compartecipi di un azienda che era attiva sul mercato ormai da molto tempo e che dovevano contribuire a portare avanti e quindi, periodicamente, si dovevano riunire. In realtà erano sempre collegati perché ogni decisione, qualsiasi comportamento, erano frutto di un compromesso tra di loro oppure di un atteggiamento che favoriva, a turno, prima uno e poi l’altro. Naturalmente, a seconda dei momenti o delle necessità, prevalevano le indicazioni di un socio a discapito del sodale e questa continua guerra per la supremazia sembrava non avesse mai né la fine né un vincitore. A volte la “company” si poneva l’obiettivo di espandersi negli Stati Uniti, di rimbalzo tornava a concentrarsi sul lavoro quotidiano per poi programmare progetti tanto belli quanto improbabili. Questa confusione spesso non produceva i risultati previsti, ma era proprio la varietà di stimoli che rendeva l’attività ancora interessante e viva. Quel giorno, in riva al mare, dovevano decidere chi sarebbe stato l’Amministratore Unico, con le relative responsabilità decisionali e di gestione. Nominarono me, e non mi meravigliò che fossi chiamato a guidare tre personalità così differenti. Lo facevo da molti anni e sebbene fossi consapevole di indulgere talvolta con uno dei soci, ero ormai abbastanza pratico nell’armonizzare le varie inclinazioni e le diverse aspettative. Eccomi, quindi, con quelle tre anime, e forse non solo quelle, che vado avanti affrontando problemi e sfide come meglio posso. La facciata è sempre la medesima, ma dietro l’apparenza, come per qualsiasi persona, c’è una folla di altri me stesso, e spesso non è facile farli andare d'accordo.

lunedì 27 gennaio 2020

La biblioteca


Veniva naturale entrare in punta di piedi. Una biblioteca non era il posto che frequentava di solito, ma l’appuntamento era proprio lì, tra pareti di libri e file di banchi quasi vuoti. Il suo bel pezzo di carta, dopo anni di studi, era riuscito a conseguirlo e qualche romanzo spesso transitava sul suo comodino, ma quell’aria di sacralità legata a una cultura non alla portata di tutti, lo metteva a disagio. Si sentiva osservato dagli autori dei quei tomi voluminosi con una sorta di disprezzo, quasi fosse un intruso in un club di intellettuali avvezzi a secoli di sapienti dispute sullo scibile umano e sulla natura stessa del pessimo frutto dell’opera artigianale di un Dio in quel momento non al massimo della Sua creatività. Un bar, un cinema, al limite un museo, quasi tutto sarebbe stato meglio per quel primo appuntamento, ma le occasioni vanno colte al volo e quella proposta appena sussurrata era preziosa come la mappa di un tesoro. In fondo era esattamente quello che stava facendo, seguiva le istruzioni di un percorso che sperava l’avrebbero portato ad uno scrigno pieno di mistero o all’anticamera del paradiso. Era in perfetto orario, le tre del pomeriggio, ma nello stanzone dagli scuri accostati la luce filtrava a malapena. La calda estate rimaneva fuori mentre un nobile fresco, frutto di profonde pareti e non di condizionatori d’aria, dichiarava la volgarità di ogni involontaria stilla di sudore. Si aggiustò la cravatta, si passò le dita tra i capelli e si avviò verso il piccolo pulpito in fondo alla stanza. Le scarpe scricchiolavano ad ogni passo col rumore di una sega elettrica in una cattedrale, ma non poteva farci niente, ed incurante di qualche sguardo infastidito, percorse quei pochi metri con la spavalderia di un pirata all’arrembaggio. Si sentiva in un guado, durante la traversata di un mare ignoto con l’eccitazione e la paura a mordere il coraggio. Lasciava alle spalle notti solitarie e sogni evanescenti che, come la nebbia del mattino, svanivano sempre col calore del primo sole. Lo spingeva la voglia di un’emozione, la smania di provare un desiderio, un fuoco che ardeva suo malgrado. Sapeva di rischiare, ma era proprio quel brivido, tra l’incoscienza e la temerarietà, che lo faceva sentire vivo. Un passo ancora e poi, senza parlare, posò la mano sulla sua scrivania. Lei alzò gli occhi dal libro e lo guardò come se non lo riconoscesse.
Eccomi, le disse, mentre la bibliotecaria usciva dalla sua pelle rinnegando gli occhiali e la matita.   

venerdì 27 dicembre 2019

L'odore


In fondo alla strada, sulla sinistra, si apriva un vicolo cieco. Non aveva un nome perché nessuno lo cercava ed anche il sole ci faceva capolino solo sporadicamente, tanto nessuno passava di lì. Solo un portoncino interrompeva la monotonia dei tre muri che ne delimitavano il perimetro ed un gatto più nero del demonio vi si aggirava libero con aria da padrone. La bottoniera accanto ai due piccoli battenti di legno mostrava pulsanti per almeno una decina di famiglie, ma gli spazi per i nomi erano vuoti e pieni di povere, come se l’edificio fosse disabitato o volesse scoraggiare l’intrusione di qualsiasi estraneo. Solo una di quelle finestrelle, in un angolo e quasi scolorito, riportava un numero: tre. L’uno e il due, se c’erano mai stati, se ne erano andati e quelli dopo venivano lasciati nel limbo dei mai nati. Uno scatto faceva aprire l’anta d’ingresso e quel rumore manovrato da lontano quasi sorprendeva nel silenzio immobile di un budello dimenticato di città. Ci doveva essere qualcuno acquattato in qualche parte che ancora voleva comunicare col mondo, forse aspettava da tempo un visitatore, magari non sperava altro che di sentire dei passi nell’androne, giù da basso. Ma ci voleva, se non coraggio, almeno un certo spirito d’avventura per entrare nella casa e lasciare che dietro le spalle si richiudesse la barriera tra una specie di tana dagli ignoti meandri ed il resto del mondo. Una guardiola chiusa e deserta, con un quotidiano lasciato sul tavolino di formica che riportava notizie di un tempo con la stessa ansia dei titoli di sempre, bollette della luce e pubblicità di sconti imperdibili nell’angolo vicino al sottoscala, qualche foglia e cartaccia che sembravano parte stessa dell’arredo di un architetto dal gusto decadente. La luce proveniva dalla gialla lampadina di una plafoniera stile déco sempre accesa e da un lucernario lontano, in corrispondenza della tromba delle scale. Niente ascensore. Due rampe di gradini e poi, finalmente, l’interno tre. L’odore. L’odore di quell’ appartamento era un biglietto da visita che lo faceva conoscere senza averlo mai visto, che presentava i suoi inquilini prima ancora di averli incontrati.