mercoledì 30 dicembre 2015

L'anno che verrà

Il bilancio per il 2015? Beh, diciamo che s’è messo d’impegno per assomigliare il più possibile a una deiezione canina. Non vi è del tutto riuscito, ma c'è andato molto vicino. Si può dire che l’anno che sta finendo sia stato a pelle di leopardo, dove le macchie nere hanno rappresentato i momenti positivi, mentre il resto del mantello, bello steso su tutto l'animale, sono stati i periodi che potrebbero essere comodamente cancellati, anche se difficili da dimenticare. Nell'insieme è stato un po' come andare sulle montagne russe: a salite piene di eccitanti aspettative spesso sono corrisposte discese precipitose e con un po’ di spavento. La misura del mio filling gonadico, se così posso dire, può essere rappresentata dallo sguardo velato di benevola invidia che mi balena negli occhi quando, passando davanti alle poste, scorgo la fila dei pensionati in attesa di riscuotere il mensile. Non voglio dire che loro siano felici e sereni, anche se glielo auguro, ma solamente che a volte un po' di piattume emotivo, potrebbe non essere del tutto sgradito. Invece io sono ancora in piena corsa, anche se a volte mi sembra di guidare una macchina che non risponde ai comandi e anzi accelera in maniera incontrollata o frena di colpo, col rischio di prendere qualche musata. Si potrà obiettare che il sale della vita sta proprio in questo: non sapere che cosa c'è dietro l'angolo, però dopo tante svolte ci starebbe anche bene un bel rettilineo largo, soleggiato e tranquillo. Comunque sono ancora al volante e, coadiuvato da un equipaggio che mi vuole bene, saprò correre la mia gara. Non so a chi indirizzare la protesta, ma ritengo il 2016 responsabile in solido con il suo predecessore e, pertanto, mi aspetto nei mesi a venire un risarcimento “troppo esagerato” a fronte dei danni materiali e morali che mi sono stati inopinatamente elargiti in maniera non richiesta. Mi permetto, infine, di abbandonandomi ai più ampi e sconvenienti gesti apotropaici mentre auspico che nell’anno che verrà la fortuna si mostri benevola, facendo pendere la bilancia verso il piatto delle gioie e lasciando il più vuoto possibile quello dei dolori. E’ un augurio che estendo con affetto a tutti gli amici. Buon Anno!!!


P.S. Allego una foto dove la pittura sul muro illumina dove non c’è la luce. Anche questo potrebbe essere un augurio: di non arrenderci all’oscurità ed armati di fantasia e creatività riuscire ad illuderci, per sperare ancora.

domenica 27 dicembre 2015

Il Treno

Il rumore rimbalzava tra le pareti di lamiera come nel ventre di un enorme tamburo lanciato a cento chilometri all’ora verso una meta indefinita. Il vento penetrava da mille spifferi tra le porte scorrevoli e nel soffitto di quel carro fatto per trasportare bestiame e non di certo esseri umani. Avvolto da una coperta di mille colori, in un angolo era rannicchiato qualcuno che stava scappando. Poteva essere un uomo con i lunghi ed incolti capelli di un vagabondo, oppure una donna che ormai aveva perso la sua femminilità, certamente era un’anima persa in una corsa che era divenuta la sua padrona. Il mondo sfilava sui fianchi del treno mescolando paesaggi e città in una striata melma che niente lasciava distinguere se non la solitudine. Non importa da cosa fuggisse, solo il Signore era stato suo compagno nelle cento, poi le duecento, poi le trecento, poi le quattrocento ed ora le cinquecento miglia che ormai separavano quel vagabondo da casa sua. Un giorno aveva detto: “Vado via.” e la strada l’aveva chiamato affascinandolo con la prospettiva di mille occasioni e di grandi libertà. Poi quella stessa infida amica l’aveva fatto inciampare in incontri sbagliati, in illusori miraggi ed in tante piccole e grandi buche che avevano sfiancato i suoi sogni al punto di spengere anche la speranza. Fino a che non si ritrovò, forse per l’ultima volta, prima di perdersi definitivamente. In quel momento udì un fischio in lontananza ed a quello si aggrappò saltando sul vagone buio di luce che, tra scintille e rombi, tagliava la pianura ferendo la natura con la violenza del suo passaggio. Lo mordeva la fame e la disperazione mentre, col capo chino, non trovava più neanche una lacrima a consolare un muto pianto. L’ultima sua amica, ormai inutile e vuota di spirito come lui, era rotolata in un angolo unendo il sordo tintinnio del suo vetro con lo sferragliare delle rotaie. “Perché?” si chiedeva per l’ennesima volta e “Se solo…” si rispondeva ancora, per dividere con il destino la colpa che sentiva solo sua. La gioventù l’aveva lasciata tra le braccia di tante sirene con le quali aveva cantato noncurante degli avvertimenti, la maturità non aveva mai saputo cosa fosse per finire poi sull’ultimo tratto della vita senza nessun giaciglio che potesse accogliere la sua stanchezza. Ma il treno non sentiva il peso di tanta pena ed ancora, miglia su miglia, proseguì la sua corsa incurante, come le stelle.       

lunedì 21 dicembre 2015

Il gatto del Cheshire.

Ah, quanto l’amava! Se l’amore fosse stato granaglie, ne avrebbe riempito cento silos; se fosse stato buon vino, mille barriques; se fosse stato sabbia, tutto l’arenile che va da Ladispoli a Santa Marinella. Ma era anche un amore disperato. Non perché non fosse ricambiato, forse con qualche silos, botticella e spiaggetta in meno, ma comunque era corrisposto, bensì perché non aveva futuro. Rodrigo era il giovane uomo in preda all’infatuazione mentre l’oggetto di tanto ardore si chiamava Margherita e mai nome fu così azzeccato per indicare una ragazza che poteva competere in bellezza ed armonia con il più innocente dei fiori. Lui era un tipo di gradevole presenza e tante speranze che, per il momento, non si erano ancora concretizzate in un conto in banca adeguato. Alla bella età di ventott’anni, dopo aver tentato mille strade, aveva deciso di investire il suo fisico prestante e l’innata curiosità in un lavoro adeguato ed, insieme con un amico, aveva aperto un’agenzia investigativa che si fregiava dell’inquietante insegna de: “L’Occhio che Scruta – Dove voi non riuscite a vedere, arriviamo noi.” Diciamo che tale occhio, al momento, veniva esercitato soprattutto per avvistare eventuali clienti, ma il giovanotto era convinto delle sue capacità e non disperava che, qualora fosse capitata una moglie gelosa o un padre in pena, avrebbe potuto accontentarli scoprendo, a pagamento, ogni recondito altarino. Ma Rodrigo non era tanto preoccupato per l’esito della sua start up. Si sa: i soldi vanno e vengono, anche se hanno più la tendenza a scappare che a correrti in braccio, e tutti i ricchi hanno sempre detto che il denaro non fa la felicità, sebbene loro abbiano la riprovevole abitudine di tenerselo stretto. Il suo cuore, insieme agli altri organi vitali, stava soffrendo, oh come soffriva, per l’impossibilità di coronare il suo sogno d’amore con colei che, ai suoi occhi, era la più bella, brava ed intelligente creatura che mai fosse nata su questa Terra. Lei sarebbe anche stata disposta e disponibile ma, tra le tante sue innumerevoli virtù, annoverava un fermo ed irresoluto rispetto per le tradizioni che le impediva di accettare pretendenti senza l’imprimatur paterno. Margherita era la figlia unica e prediletta della “Pasticceria Moriconi”, ovvero del signor Spartaco Moriconi self made man, se mai uno ce n’è. Questo splendido esempio di successo imprenditoriale, in gioventù aveva sfogato la propria aggressività nella nobile arte del pugilato e poi aveva applicato la sua grinta tra torte dolci e pizzette facendo fruttare gli spuntini come fossero pozzi di petrolio. In tal modo aveva costruito una fortuna solida e concreta fatta di tanti mattoni a formare edifici, così come i bignè panna/cioccolato si combinano nei classici profitterol sciorinati sul bancone del suo negozio. Il suo carattere possessivo si estendeva, oltre che alle cose materiali, anche agli affetti, con scatti di gelosia incontrollabili quando anche un solo sguardo aveva l’ardire di posarsi sul piccolo ed indifeso fiore nato dal suo matrimonio con la sora Pina. Rodrigo era stato presentato dalla fidanzata al padre, ma accompagnato da un ruggito degno di Simba nella sua migliore performance, era stato rimandato al mittente come oggetto indesiderato e non degno di attenzione. Il giovane non si era scoraggiato, o forse solo un tantinello, e si era ripromesso di farsi ancora avanti, magari armato della seggiola e del frustino di ordinanza nei circhi. Potrebbe essere una ripetizione affermare ancora che il suo cuore piangeva, ma ci serve tale assunto per giustificare la disperazione che spinse il ragazzo verso un passo tanto coraggioso che perfino Sandokan, Giovanni Soldini o Reinhold Messner avrebbero considerato avventato, se solo ne fossero stati a conoscenza. Rodrigo era convinto di doversi ripresentare al cospetto dell’orco-padre, sperando che, come nel cuore del sergente O’Hara dei film western, nel profondo dell’animo del sig./cav./dott. Moriconi, fosse nascosta una scintilla di pietà ancora non soffocata dalla ruvida scorza che l’imprenditore mostrava al mondo. Immaginava che, dopo un abbondante razione di Scotch o altro etilico e corroborante balsamo, avrebbe bussato alla porta dell’ufficio sopra al laboratorio della pasticceria e, una volta fatto entrare (anche se questo non era per niente dato per certo), avrebbe esordito: “Ebbene, ecco! < Come incipit, non c’è male: secco e deciso.> Voi, caro il mio pasticcere, non potete tarpare le ali di Margherita. Lei ama me ed io amo lei, insomma ci amiamo. E così stanno le cose. <Frasi brevi ed incisive, a dimostrazione di una ferrea volontà e di una forza indomita: bene.> Se anche non foste d’accordo, io sono deciso a farne la mia sposa e voi, in breve tempo, diventerete nonno di tanti bei pasticcini, no volevo dire: nipotini. Sia che ciò vi aggradi oppure no…per favore, per piacere, cortesemente, per pietà. <Rovinato l’effetto con la sbragata finale, ma non diciamoglielo.> “Cara, - telefonò Rodrigo alla sua amata – quando pensi che potrò andare a disturbare papino? Consigliami un giorno nel quale non ci siano pagamenti in azienda, la crema non sia impazzita e la panna sia stata montata a neve come neanche a Courmayeur, insomma quando il tuo sanguigno ascendente possa essere di umore meno tetro del solito.” “Uccellino, - rispose lei che in tal modo l’appellava anche in pubblico – sai bene che babbino non è cattivo. Deve solo combattere con la sua ulcera che gli fa sembrare il mondo ostile, ma in fondo, in fondo (in fondo, in fondo, in fondo) è “un succhero”, come dice lui. Abbi fede, fiducia e speranza e presentati al suo cospetto anche domani, tanto che vuoi che possa mai succedere?  Al massimo dopo andrai a fare compagnia al mio precedente fidanzato nel centro riabilitazione grandi traumatolesi di Frascati. Mi dicono che servono un vinello con delle ciambelline niente male.” Così come Lancillotto quando ebbe il via libera da Ginevra partì in sella al suo bianco destriero impavido e resoluto, anche il nostro eroe prese lo scooterone e si diresse a sfidare il drago. Anche se, in realtà, quel giorno non si sentiva al massimo della forma. Infatti alla mattina si era alzato con un forte torcicollo dovuto ad una botta d’aria presa la sera prima tornando a casa con la moto. Non solo, il fastidio si era propagato ai muscoli facciali provocando una sorta di contrattura degli ingranaggi nei pressi della bocca ed adesso Rodrigo si presentava con uno strano ed involontario sorriso stampato in faccia che, nonostante tutti gli sforzi, non riusciva a cancellare. Lui era consapevole di quel ghigno che gli conferiva un’aria tra il sardonico ed il losco, ma il dado era ormai tratto ed il Rubicone aspettava solo di essere guadato. Giunto che fu laddove si sarebbe compiuto il suo destino, con spirito simile all’anima di un defunto al cospetto di San Pietro quando deve giudicare se inviare la nuova venuta a rosolarsi negli eterni calderoni od a zampettare nei prati tra pecorelle ed apine, si fece annunciare da una segretaria precocemente invecchiata a causa dei quotidiani strali del suo titolare. “Attenda!” fu la risposta tuonata dall’interfono, e così fece Rodrigo rimpiangendo di non essere nella sala s’aspetto del dentista dove la prospettiva del prossimo incontro sarebbe stata sicuramente meno dolorosa dell’attuale. In signor Spartaco, chiuso nel suo ufficio, stava proprio in quel momento rimettendo ordine tra le carte della contabilità “in nero” che teneva nascosta in uno scomparto della scrivania noto a lui solo. Gli era sembrato sempre altamente immorale che le mani estranee del Fisco si protendessero avide a carpire parte dei suoi sudati averi e, pertanto, fin dagli albori della attività aveva tenuto una rigorosa partita doppia non divisa tra “dare” ed “avere”, ma tra “ufficiale” e “ufficioso” e si era trovato sempre molto bene. Anche se lo stress di tanto segreto gli aveva fatto venire l’ulcera e la coscienza gli rimordeva sempre un po’. Quel giorno poi aveva appeno deciso che la fattura per una fornitura del valore corrispondente ad una cifra con un numero consolante di zeri non dovesse vedere la luce ed era particolarmente nervoso avendo contezza del rischio che stava correndo nei confronti del rapace Erario. Ci mancava solo quell’invertebrato cerebroleso del sedicente fidanzato di sua figlia a rompergli, diciamo, le scatole. A Moriconi non andava bene niente del pretendente, a cominciare dal lavoro di ficcanaso che si era scelto denotando un’indole impicciona e furtiva. Però un padre è disposto ad ogni sacrificio per la luce dei suoi occhi ed, anche come penitenza quotidiana, lasciò entrare il ragazzo al proprio cospetto. L’imprenditore stava ancora chino su un foglio siglando le ultime disposizioni per il laboratorio quando si aprì la porta, ed al rumore degli esitanti passi in avvicinamento alla sua scrivania, lentamente alzò gli occhi. Non si aspettava nient’altro che vedere l’illuso e così fu, ma il vigile ed allenato occhio dell’uomo d’affari si rese immediatamente conto di una spaventevole novità. Il pitocco sembrava trasformato: fisicamente era simile a sempre, ma sul volto gli compariva un’espressione nuova. Sembrava che lo stesse guardando con un sorriso strano, ambiguo, come a fargli intendere che lui aveva un arma puntata pronta a sparare. Improvvisamente Moriconi ricordò il lavoro di investigatore del giovane, e la sua pronta mente matematica non ebbe difficoltà a fare 2 + 2 con la sua attività clandestina. Ebbe la subitanea certezza che il “private eye” de noantri avesse, nell’ambito di qualche indagine svolta per il suo lavoro, trovato qualche documento o prova che si riferisse alle piccole manchevolezze contabili della sua amministrazione. Altrimenti non si sarebbe spiegata l’imprevista ed inaspettata spavalderia nell’espressione del ragazzo che tanto ricordava il muso di Felix, l’amato soriano domestico, quando si metteva acquattato all’imbocco della tana di qualche povero topino colpevole solo di non volersi far divorare dalle tasse. A Rodrigo, guardando il volto dell’ipotetico suocero, parve di essere spettatore di quel meraviglioso ed affascinante fenomeno che la natura mette in scena quando, dopo una burrasca, il cielo si apre, le nuvole scompaiono e torna a risplendere un benevolo sole. Così l’espressione del sig. Spartaco virò dal corrusco al giubilante nel giro di pochi secondi e brevi, interiori, considerazioni. “Vieni, amico caro, vieni. Accomodati sulla poltrona più comoda del mio ufficio. Tu qui non trovi l’imprenditore, ma un padre che ora ha una sola figlia, ma che spera di legare anche te con i vincoli della parentela. Naturalmente basta che togli quel sorrisino dalla faccia.” Il giovane non capiva la svolta a 180 gradi dell’interlocutore ma, adeguandosi alla richiesta, si fece un breve massaggio maxillo-facciale per sciogliere l’incordatura riacquistando un’espressione normale. “Cosa vuole dire, dottore? Che mi consente di frequentare sua figlia?” “Ah, ah, ah, ma che dottore e dottore, chiamami papà e corri a chiudere il tuo ufficio di investigazioni. Sono certo che, chiariti uno o due punti, saremo come la panna con la granita di caffè: assolutamente compatibili.” Accadde quindi un piccolo, inaspettato, miracolo del quale i due giovani non furono in grado di darsi mai una spiegazione razionale, ma che spianò loro la strada per mettere su una meravigliosa e dolce famiglia composta da un babà padre, una meringa madre e una serie di biscottini assortiti come figli.           

sabato 14 novembre 2015

La Strada

Lunga è la strada e la meta sconosciuta. Si avanza barcollando per sentieri misteriosi dove dietro ogni curva si cela una sorpresa e l’unica guida è la speranza. Passo dopo passo si scansano gli inciampi senza sapere il motivo del cammino. E’ faticoso trascinarsi su per quel ripido tratto e spesso la stanchezza consiglierebbe di rinunciare, ma non si può. Non si deve lasciare la via, non prima di averla percorsa tutta, fino alla fine. Anche se la meta è sconosciuta e la strada lunga. Ancora avanti, con un ritmo cadenzato seguendo gli anelli di una catena alla quale si è aggiogati, ed il fiato è corto. Forse sarebbe il tempo di fermarsi, almeno per un po’, e riprendere le forze per proseguire: il muschio sul masso è morbido. Per un momento si potrebbe chiudere gli occhi e ricordare, sognare, lasciarsi trasportare dove non si è mai stati e ormai non si andrà più. Sarebbe una vertigine di voluttà e stordimento per antiche aspirazioni abbandonate, ma mai dimenticate. Però non si deve indugiare perché lunga è la strada e la meta sconosciuta. Quindi si riprende ad andare aiutandosi con un bastone o approfittando di una mano amica mentre, guardando tra le alte fronde in cerca dell’ultimo raggio di sole, si lasciano gli acciacchi alle spalle. Cercando di trovare il coraggio si può accennare un motivetto fischiando sommessamente, perché la strada potrebbe essere ancora lunga e la meta rimane sempre sconosciuta.  

sabato 26 settembre 2015

L'incubo del Parroco

Padre Biagio era solo nella Canonica. Completate le funzioni della giornata e recitate le ultime orazioni del vespro, spense le luci in Chiesa e chiuse il portone. Solo le candele rimanevano ad illuminare fiocamente le ampie volte neogotiche e le immagini sacre. Il chiarore tremolante delle fiammelle rendeva più espressivi i volti delle statue che sembravano quasi sorridere o ammiccare con benevolenza. Molte sere il curato si attardava seduto in un banco della navata principale e, complici i giochi delle ombre, gli piaceva immaginare di essere al centro di una riunione di beati che discutevano tra loro da una cappella all’altra. L’ultima parola era sempre riservata al Crocefisso dell’Altare Maggiore sia per la sua immensa sapienza che per il fatto di essere il Figlio del Padrone. Poi, dopo un ultimo padre-ave-gloria, ogni volta si congedava familiarmente dalle immagini sacre ed, imboccata una porticina laterale, si ritirava nelle sue stanze. Tempo addietro il prevosto avrebbe trovato una bonaria perpetua pronta a provvedere alle sue necessità, ma adesso una questua sempre più risicata non permetteva ai religiosi che una donna a ore tre volte la settimana, giusto per lavare e stirare il corporale, ovvero quella piccola tovaglia che si sistema sull’altare, e qualche camicia. Ma don Biagio si accontentava: due uova al tegame con un po’ di formaggio e un paio di pesche, oltre a un abbondante gotto di rosso, e poi via a dormire. Il buon parroco sembrava sereno, se non felice. Aveva investito il capitale della sua vita scommettendo di riscuotere un generoso dividendo quando il Principale lo avesse chiamato presso di sé, e perciò non permetteva a preoccupazioni o ansie di tormentarlo più del necessario. In fondo lui faceva tutto il suo dovere con diligenza, e quale datore di lavoro non sarebbe stato soddisfatto di un collaboratore tanto devoto e obbediente? A volte, dopo aver lavato i piatti, quando la sera si stemperava nella notte, chiudendo la finestra della cucina, lo sguardo di don Biagio si perdeva a guardare le case del paese allineate lungo la strada principale o sparse nel buio profondo della campagna circostante.  Vedendo quelle finestre illuminate, si immaginava le famiglie all’interno: un padre, una mamma e tanti bambini che giocavano con un vecchio che magari avrebbe potuto somigliargli. A quei pensieri, tra lo stomaco ed il petto, provava sempre una strana sensazione: un malinconico languore che assomigliava tanto ad un rimpianto. Questa momentanea debolezza gli sembrava simile ad un peccato, anche se non sapeva di quale gravità, e quindi, per prudenza, si infliggeva una penitenza con tre Ave: non si sa mai. Poi, chiuse le imposte, si rifugiava nel letto puntando la sveglia sulle cinque del mattino successivo, per ricominciare la solita rassicurante routine. Generalmente toccava il guanciale e, avvolto nel silenzio, dopo poco sprofondava in un sonno comatoso e senza sogni. Ma quella sera non riusciva a dormire. Aveva la sensazione di avere dimenticato di fare qualcosa in Chiesa, che ci fosse un non sapeva cosa di fuori posto che gli dava fastidio. Doveva togliersi il tarlo, anche se era convinto che fosse solo un’impressione dettata dal nervosismo che qualche volta trovava in agguato nelle tenebre di camera sua. Scese dal letto, infilandosi un accappatoio sopra il pigiama, e si diresse verso il tempio. Entrò dalla solita porticina e, fermo sulla soglia, dette uno sguardo panoramico tutt’intorno. Sembrava tutto a posto, il portone principale serrato, i paramenti del Santo ben ordinati, le candele che gocciolando si stavano esaurendo. Un momento: ai lati dell’immagine di San Nicola c’era solo un candelabro visibile, l’altro doveva essere caduto. Padre Biagio si diresse verso il quadro in un angolo della navata laterale. “Oh Gesùgiuseppemaria, qualcuno ha lasciato un paio di scarpe vicino al Patrono: non c’è più religione né rispetto!” Il prete si avvicinò chinandosi per prendere le calzature. Con stupore notò che appresso a quelle seguiva un paio di pantaloni. Spesso il curato aveva visto persone decedute, ma un morto sul pavimento della Chiesa…non se lo sarebbe mai aspettato.
“Capille e guaie nun mancano maje! Predolin vieni qua, subito! Chistu uaglione è lento comm na lumaca. Cosa devo fare, devo mandarti un invito scritto?” Il maresciallo Viglietti, comandato alla Stazione Carabinieri di Capalbio, non era convinto che Garibaldi avesse unificato l’Italia. Troppe incomprensioni esistevano ancora tra chi sapeva mettere le cose nell’ordine giusto d’importanza, come riteneva di essere lui, e chi seguiva passo passo tutte le benedette regole e regolamenti. In altre parole: per il maresciallo prima veniva il caffè e poi tutto il resto, salvo partire in quarta sovvertendo le priorità in caso di urgenza, mentre per il carabiniere, al quale si rivolgevano le sue lamentele, scrivere un rapporto era come redigere un testo sacro: non si poteva lasciare senza finirlo, cascasse il mondo. Il conflitto tra le due mentalità creava spesso nervosismo nel superiore e frustrazione nel sottoposto che più volte aveva pensato di chiedere un trasferimento dalle parti di Cavarzere, o su di lì, per tornare a fare il proprio dovere con la serena disciplina che, vicino all’imprevedibile maresciallo, era la cosa della quale sentiva maggiormente la mancanza. “Comandi!” “Era ora…! Prendi la macchina che dobbiamo andare in Chiesa.” Comandi…deve confessarsi?” “Oh mammamia, questo sembra sempre caruto a rint o lietto (caduto dal letto). No caro, la coscienza mia è linda e pinta come un lenzuolo fresco di bucato. Ha telefonato il parroco che pare abbia trovato un morto ammazzato vicino all’altare.” “Maria Verzine Benedeta!” Esclamò il carabiniere Predolin. “Esattamente. – ribattè Viglietti – Dobbiamo andare, iamme bell!”  Meno di dieci minuti e la Benemerita si presentò sul luogo del delitto. Il Parroco, dopo aver steso un pietoso lenzuolo sul corpo dello sconosciuto, si era raccolto in preghiera sull’inginocchiatoio sotto al Cuore Immacolato di Maria cercando con le sue preghiere di esorcizzare il demonio che aveva fatto irruzione nel Sacro Luogo ed accompagnare l’anima del povero defunto. Così lo trovarono i militari, affranto e sconvolto, ancora incredulo per ciò che era avvenuto praticamente sotto i suoi occhi. “Buongiorno, sia lodato…e così via.” Si presentò salutando il maresciallo, non avvezzo alle formule d’uso quando incontrava un religioso. “Allora, cosa è successo qui?” “Maresciallo mi dispiace averla disturbata a quest’ora di notte, ma…venga, venga a vedere!” Con aria contrita, don Biagio condusse la piccola processione, formata da lui stesso e dai due carabinieri, lungo la navata principale fino alla cappella laterale dove il bianco del pietoso sudario spiccava sulla pietra rossastra del pavimento. Viglietti si chinò per scostare il lenzuolo e scoprì il corpo. Si trattava di un uomo, della presunta età di una cinquantina d’anni, con un abito formale che sembrava di buon taglio e scarpe eleganti. Giaceva supino, tra la fila dei banchi ed un piccolo altare devozionale con il quadro di un santo, con le braccia lungo i fianchi e le gambe leggermente divaricate. La causa della morte era evidente: il cranio risultava sfondato nella parte posteriore, ed una notevole quantità di sangue si spandeva sotto la testa formando piccoli rivoli negli interstizi dei lastroni del suolo. Il maresciallo controllò l’ora: le una e trenta antimeridiane. Per fortuna (?) quella sera si era trattenuto in ufficio, insieme all’appuntato, per completare una pratica rognosa da inviare con urgenza al Comando quando aveva ricevuto a telefonata del prete. Così era arrivato con la massima tempestività, dando prova della proverbiale efficienza dell’Arma. Il maresciallo, con la punta delle dita, sbottonò delicatamente la tasca posteriore dei pantaloni dove un evidente rigonfio faceva supporre fossero riposti i documenti dell’uomo. Prese il portafoglio che sembrava essere di vero coccodrillo e, dopo aver notato come fosse ben fornito di contante, ne tirò fuori la patente e un biglietto da visita che spuntava da uno scomparto. “Vediamo…qui dice che il tale si chiamava Pietro Lucchetti, licenza rilasciata dalla Motorizzazione di Roma. Il biglietto da visita…uhmm…Lucchetti…AZZ!!!: Ufficiale Prefettizio Delegato alla Provincia di Roma. Un morto eccellente!” “Dobbiamo chiamare i ROS?” Il solerte Predolin si stava agitando per il suo primo vero caso d’omicidio e per la figura della vittima che sembrava essere importante. “Stai calmo. Prima avvisiamo la Centrale per avere Scientifica e Medico Legale, poi vedremo il da farsi. Non sia mai detto che non siamo in grado di gestire la situazione.” Con calma e autorevolezza il Viglietti dette il via alla macchina investigativa e da lì a poco la pace della Chiesa venne sconvolta da quello che sembrava il set di un telefilm della serie C.S.I.
Nel salone di parrucchiere (pour dame e uomo) della Kathia la notizia di un tanto efferato crimine, commesso a non più di cinquecento metri di distanza, rimbalzava da una poltrona all’altra con le clienti che facevano a gara a proporre supposizioni e domande che non potevano avere alcun riscontro. Le postazioni erano tre: la prima occupata da una permanente e tinta, in persona della signora Tina, casalinga di mezz’età; in quella di mezzo sedeva la signora Adele al momento impegnata da una ceretta anti irsutismo che le ricopriva una vasta parte del volto e, nella seduta in fondo, una rotondetta signora Clara che si era portata la fotografia, strappata da un giornale, della cantante Amy Winehouse per far ricopiare la sua acconciatura “a cofana”. Essendo quest’ultima di statura più che modesta, supponeva che i capelli raccolti verso l’alto le conferissero slancio, e non voleva assolutamente cambiare idea anche a fronte delle argomentazioni contrarie della parrucchiera che, velatamente e con molto tatto, le aveva fatto intendere come, insistendo con quella pettinatura, esistesse il serio rischio di incappare nell’effetto “teiera”. “Non può essere stato uno del paese. – Disse la Tina – Quello nessuno lo conosceva ed era chiaramente un forestiero, magari un turista.” “Ma va’! – le rispose Adele che, essendo abbonata SKY da molti anni, non si perdeva un telefilm poliziesco. – Pensi che sia capitato in Chiesa per caso e abbia sbattuto la testa contro un candelabro? Sei ingenua, secondo me è un regolamento di conti.” “Ragazze, -intervenne la Clara – tenete presente che il morto era una personalità. Per me c’è sotto una rivalità politica.” Ovviamente erano parole in libertà e la Kathia stava a sentire divertita quelle che, con tutte le ragioni, le sembravano solo sciocchezze. Ma anche nella mente della parrucchiera non mancavano gli interrogativi, alimentati dalla sua proverbiale curiosità e dagli agganci privilegiati di cui sapeva di poter usufruire essendo buona amica del maresciallo Viglietti. L’omicidio era quasi una provocazione per lei che altre volte aveva contribuito a risolvere casi di cronaca più o meno nera. Doveva andare dal militare per convincerlo di metterla al corrente dei particolari del caso. Sapeva come fare. Finì di lavorare sulle clienti e poi prese eye liner, rimmel e rossetto per prepararsi a vincere un’eventuale resistenza da parte delle forze dell’ordine.
“Vittorio, - la Kathia chiamò il marito per avvertirlo – chiudo il negozio e vado fare delle commissioni. Se faccio un po’ tardi, prepara tu qualcosa per cena. Ci vediamo dopo.” La fedele Panda 4 X 4 condusse la parrucchiera su per i tornanti che da Borgo Carige portavano a Capalbio, mentre la guidatrice era in dubbio se slacciarsi anche un altro bottone della camicetta. Ma forse sarebbe stato troppo. “Assolutamente no!” Il Maresciallo fu perentorio. “Non ti posso dire niente. Le indagini sono in corso, c’è il segreto istruttorio e se si viene a sapere che m’è scappata qualche notizia la mia prossima destinazione sarà la caserma di Macomer: Sardegna profonda.” “Però, che amico…” Slash, slash: fu questo il rumore delle ciglia sbattute con aria birichina dalla parrucchiera in cerca di indiscrezioni. “Pensavo che tra noi ci fosse più confidenza. Evidentemente…mi sbagliavo.”  “Sì, scusami, ma ti sbagliavi. Sai quanto mi…vabbè, ma quando la vittima è un agente del SISDE…ecco, m’è sfuggito. Non lo dovevo dire. Hoèèè uagliona, se ti lasci scappare una parola…” “Marescià, comm site scucciante.” Dicendo queste parole la Kathia non potè trattenersi da mettere la mano sul fianco con aria sdegnata e, meglio della Lollo nei confronti di De Sica, si voltò incamminandosi ancheggiando verso la sua autovettura.
Ehhh, ma non la conosceva. Non c’era niente di meglio che una porta chiusa per far desiderare alla donna di sapere cosa ci fosse al di là. E poi quell’accenno ai servizi segreti apriva una tale gamma di scenari avventurosi che improvvisamente la Kathia si vide nei panni di Pussy Galore, Kissy Suzuki o addirittura Teresa di Vincenzo. Per gli sprovveduti che non fossero fan di James Bond, le sopra citate signore sono le eroine di 007, e la parrucchiera, avendo letto tutti i libri di Ian Fleming da “Casino Royal” a “Octopussy”, aveva spesso fantasticato di immedesimarsi in quei personaggi pieni di fascino. Ovviamente a Borgo Carige era improbabile imbattersi in Goldfinger o nel Dottor No, ma chissà che dietro al delitto in Chiesa non si potesse celare la mano della SPECTRE. Tornando coi piedi per terra, la Kathia decise di fare un altro tentativo per saperne di più sull’omicidio andando a parlare con la sola altra persona che poteva rivelarle qualche particolare: don Biagio.
Il religioso non sapeva come comportarsi. Nel Codice di Diritto Canonico era riportato che se in Chiesa fosse stato commesso un atto di sangue o di violenza, La casa del Signore doveva essere riconsacrata con l’intervento del Vescovo e, fino a quel momento, dovevano essere sospese le funzioni pubbliche. Ma non si parlava della somministrazione dei Sacramenti. Nell’agenda del parroco erano previsti per quella settimana due battesimi e la cresima di un adulto che si doveva sposare. E poi, tutte le mattine, si presentavano donne desiderose di confessarsi. Cosa doveva fare? Sospendere tutto e magari mettere a rischio qualche anima o continuare nel suo compito pastorale? Rimuginava tra sé il dilemma quando: “Eccone un’altra.” Si disse vedendo una figura femminile avvicinarsi. Don Biagio si trovava proprio vicino ad un confessionale e non aveva cuore di allontanare quella povera pecorella che con aria tanto contrita ed un atteggiamento di santa modestia gli si stava avvicinando. La Kathia aveva indossato la sua gonna più lunga e si era messa un foulard sui capelli come neanche la più beghina delle fedeli ancora usava portare. “Padre, mi devo confessare” “Vieni figliola. Inginocchiati lì” A don Biagio sembrava di aver riconosciuto nella donna la parrucchiera del paese, ma quella non era certo una devota praticante e l’aria dimessa sicuramente non le apparteneva. Forse la penombra lo aveva ingannato e si trattava di una penitente occasionale. “Da quanto tempo…” <se glielo dico, gli prende un colpo> “Non ricordo, Padre.” “Dimmi, per cosa chiedi perdono al Signore?” <Da dove comincio? Devo dire tutto tutto? Andiamo per gradi.> “Non sono andata a qualche Messa, ho detto qualche bugia, ho parlato male di qualcuno.” “Altro?” <Vabbè…> “Ho commesso peccato di desiderio e qualche atto impuro.” “Ahhh, immaginavo. E, figliola, quali sono stati, quanti sono stati e con quale frequenza hai commesso questi atti impuri? Eh?” La Kathia qualcosa disse, certe cose omise e altro sorvolò cercando di essere mediamente sincera. Mentre si confessava la donna pensava anche a come portare il prete a parlare dei recenti avvenimenti. Non era facile passare da un elenco di mancanze morali, o supposte tali, al fatto di cronaca. Poi, visto il luogo santo, le venne l’illuminazione. Finito di dire l’atto di dolore, mentre si accingeva ad alzarsi, disse buttandola lì: “Reverendo padre, non è per caso che le seve una perpetua che le curi la casa? Vede, mi trovo in una situazione difficile e se lei mi assicurasse un pasto caldo al giorno io mi potrei impegnare per mezza giornata a pulire e sistemare la canonica.” La proposta lasciò stupito il prete e gli confermò ancora una volta di come fossero infinite le vie del Signore. “Beh figliola: si può fare. Potresti cominciare da domattina, se per te va bene.” “D’accordo reverendissimo. A domani.” Così dicendo la donna si allontanò dalla Chiesa preparando i suoi piani di circonvenzione. La prima cosa era non farsi riconoscere. Quel pomeriggio, complice la semi oscurità, era andata bene, ma l’indomani col sole le cose sarebbero cambiate. Non a caso uno dei periodi di maggior lavoro per la parrucchiera coincideva con la festa di Halloween. In quei giorni c’era la fila fuori dal negozio per farsi acconciare, ma soprattutto truccare, e tanti giovani entravano in forma umana e uscivano con le sembianze di zombie tanto ben mascherati che erano capaci di spaventare anche i familiari. Questa volta avrebbe provato su se stessa. Non sarebbe arrivata al punto di sembrare uscita da una tomba, ma con una bella parrucca bianca, rughe finte e occhiali era abbastanza certa di rendersi irriconoscibile. Il tutto andava completato con un cuscino sotto la veste per infagottarsi e con il fazzolettone della nonna, che aveva trovato in fondo al canterano, a coprire metà testa: perfetto! Ci vollero tre mattinate di fatica e chiacchere per entrare in confidenza col prete, e poi finalmente la donna, sotto mentite spoglie, riuscì a portare il discorso dove voleva. “Certo che ultimamente ne sono successe di cose, vè?” “Oh, cara Rina – pseudonimo assunto dalla Kathia per recitare la sua parte – Il Signore ha voluto mettere alla prova la mia pazienza e la mia fede. Se ti riferisci al delitto in Chiesa, in nomine Patris et Filii…, io credo che Satana si sia manifestato.” “Mi racconti, padre. Si sfoghi.” “Cara, carissima, cosa devo dirti? Ho solo trovato quel pover’uomo stramazzato al suolo in un bagno di sangue.” “Ha notato qualcosa di particolare che magari l’ha colpita?” “No figliola, ero troppo sconvolto. Anzi ti dirò che l’impressione è stata tanta che ancora, a volte, quando la sera vado in Chiesa per le orazioni mi sembra di vedere un’ombra tra le navate, una specie di presenza. Controllo sempre, ma non trovo nessuno. Certamente è la mia immaginazione o il demonio che ancora si aggira da queste parti.” “Mi dica: quest’ombra capita spesso?” “Oh benedetta, quasi tutte le sere, ed è curioso come sia sempre la stessa ora. Poi più niente, né prima né dopo.” La Kathia drizzò le orecchie, eufemisticamente, e le venne un sospetto.
Poteva essere pericoloso, ma lì stava il divertimento. Padre Biagio incontrava le sue ombre alle diciannove e per quell’ora la Kathia si nascose dietro un grande pino che fiancheggiava il sagrato della Chiesa. Voleva verificare se quelle del prete fossero solo paranoie o se c’era sotto qualcos’altro. In quel periodo dell’anno la notte calava presto e, dietro l’albero, la donna, invisibile nelle tenebre, aveva una prospettiva ideale sul portone principale del tempio e sui dintorni. Avrebbe sicuramente visto una macchina avvicinarsi o qualcuno che si fosse aggirato nei paraggi. La parrucchiera era sempre stata scettica riguardo le storie di presenze soprannaturali o di sensazioni oscure. Tendeva a pensare che se si avvertiva un’intrusione, il più delle volte era perché si era udito un rumore o visto qualcosa. Quindi, a meno che il prete non fosse in stretto contatto con l’aldilà, anche le sue impressioni dovevano derivare da un segnale reale. Non dovette aspettare molto. Quasi gli sfuggiva, ma per un breve momento si stagliò chiaramente contro il muro giallino della Chiesa una figura con una specie di soprabito scuro che, dall’angolo dell’edificio, scivolava verso l’entrata. “Eccoti spettro di Banquo. Puntuale e in carne e ossa. Devo avvicinarmi.” In certi momenti l’adrenalina va alle stelle e si compiono azioni che, ripensate successivamente, appaiono pazzie inconcepibili. La donna lasciò il suo rifugio e, cercando di volare sul ghiaietto dello spiazzo, si accostò al portone. Aprì di uno spiraglio la porta che, per fortuna, era oliata e perfettamente bilanciata sui cardini in modo da non provocare alcun rumore. Sporse la testa all’interno e vide. Non era la fantasia di don Biagio, c’era effettivamente una persona che, china verso un pilastro della Chiesa, stava frugando nella cassetta destinata alle elemosine. Non dava l’idea di un barbone e non poteva essere un ladro che veniva tutte le sere per non trovare niente da rubare. E poi il parroco non aveva mai denunciato furti di alcun genere. No, quello cercava altro, che evidentemente non trovava, sera dopo sera.
“Insomma, Viglietti, tu e i tuoi uomini vi appostate come ho fatto io. Prendete l’uomo e l’interrogate. E, se fate così, non caverete un ragno dal buco.  Certamente dovrà darvi qualche spiegazione, ma non avrete uno straccio di prova che quello sia collegato al delitto. Invece, senti un po’ che farei io al posto tuo…” Il maresciallo ebbe la saggezza e l’umiltà di seguire il suggerimento della parrucchiera e non arrestò subito il sospetto, ma lo fece seguire ed identificare. Venne fuori che era un addetto all’ambasciata di un paese del sud est asiatico e che la cassetta delle elemosine fungeva da “buca delle lettere” per i messaggi che si scambiava con i rappresentanti di una organizzazione terroristica che si stava attivando sul territorio. L’agente dei servizi segreti aveva scoperto tutto e, quando aveva cercato di fermarlo, il malvivente l’aveva aggredito colpendolo a morte.
Da “Il Tirreno” del giorno dopo: “Sgominata un’organizzazione terroristica collegata con spie dell’est. – I Carabinieri messi sulla pista giusta dall’intraprendenza di una nostra concittadina. – Chiarita la dinamica dell’omicidio in Chiesa – “La Kathia gongolava ricevendo le congratulazioni dei paesani e dello stesso Sindaco. Aveva vissuto una parte simile a quelle viste nei film e, anche se Viglietti non si poteva paragonare a Sean Connery e lei non somigliava affatto a Ursula Andress, il piccolo Borgo Carige per un momento si era trasformato magicamente in Manhattan.
Don Biagio è ancora alla ricerca di una perpetua che lavi, stiri e sappia cucinare.


L'incoscenza

C’era una volta un filo d’erba, anzi no…una montagna con la cima innevata. Un ragazzotto camminava su quel prato senza pensare a niente, la sua giovinezza non gli permetteva di sentire la brina che gli bagnava le scarpe, ed una canzone in testa lo distraeva dallo spettacolo del massiccio che racchiudeva la valle. Anche il vento gli scompigliava i capelli senza che lui se ne rendesse conto. Il sole gli scaldava la camicia e la fatica della passeggiata lo faceva leggermente ansimare, ma lui non se ne curava. Fischiettava, a volte cantava qualche parola, e quel rumore spaventava i piccoli animali del bosco che si rintanavano aspettando di veder passare l’estraneo. Ma lui non vedeva. Allora la natura decise di sfidarlo ed improvvisamente mise in scena il tramonto più spettacolare che la valle avesse mai rappresentato. Una sfera di fuoco rossa si tuffò dietro un candido ghiacciaio mentre i riflessi dei raggi del sole calante rimbalzavano sulle nevi creando mille piccole scintille. Lame di luce si persero tra gruppi di nuvole bianche erranti nel cielo di un azzurro profondo e sereno. L’aria tersa esaltava i colori ed ogni minimo particolare del paesaggio spiccava distinto e nitido fino in lontananza. La maestosità delle rocce parlava di eternità, di ordine nel creato, di vanità degli umani assilli e nello stesso tempo suggeriva che ci fosse un senso per tante domande che mai hanno avuto risposta. Anche il ruscello che, al lato del sentiero, scorreva fra rocce e felci, sembrava avesse preso vigore formando mulinelli e piccole cascate e facendo sentire forte lo scroscio dei flutti spinti dalla corrente. Ma il ragazzotto continuava la sua passeggiata, non vedeva, non sapeva guardare, non capiva, non si rendeva conto di essere anche lui parte di un creato perfetto e terribile. Finché, distrattamente, dette un calcio ad un sasso. Sembrava piccolo e lui pensava di gettarlo lontano, ma era ben interrato e fece ostacolo al colpo. Il ragazzotto si fece male; provò un acuto dolore al piede e si fermò per controllare se fosse ferito o contuso. Improvvisamente, a fronte del dolore, quella sorta di felicità di qualche attimo prima svanì. Il ragazzotto pensò a quanto fosse stato sfortunato e, nel massaggiarsi la caviglia, finalmente alzò lo sguardo. Era giovane, la pena passò presto. Riprese la sua strada ed a fischiettare la canzonetta. Dietro di lui tutto rimase com’era, continuando nell’eterno suo ciclo. La valle presto ne dimenticò il passaggio.

mercoledì 2 settembre 2015

Non aprire gli occhi

Non aprire gli occhi: stai dormendo. Stai sognando, è solo un brutto sogno. Quando ti sveglierai sarà tutto passato. Il tuo dolore, la mia paura, la tua angoscia, la mia impotenza, svanirà tutto come la fredda brina al calore dei primi raggi di sole. Abbandonati alle mie carezze: è la sola sensazione che devi provare. Le mie mani sono un ponte tra i nostre anime ed il mio tocco ti darà tutto il nutrimento che l’amore può dare. Shhh: non parlare; socchiudi le labbra solo per sorridere e, se ti resta la forza, per darmi un bacio. Non è la prima volta: quanti abbracci nei tanti anni vissuti insieme, ma è come se fosse una sensazione nuova e meravigliosa, immensa come è la voglia di sfiorare le tue labbra ancora ed ancora per tutti gli anni che ci aspettano. Perché lo sai: tu adesso stai in un posto non tuo. Il dolore che provi e quello che ti circonda non ti appartengono e presto li lascerai come nemici vinti e ripudiati con la forza della tua volontà ed il sostegno di chi ti ama. Lasciati detergere il sudore e quella piccola lacrima, non posso fare altro per te in questo momento. Abbiamo sempre diviso tutto e vorrei che anche ora potessimo spartire il tuo Calvario. Non è giusto che tieni per te tutta la sofferenza, lasciami parte di questo carico che stai coraggiosamente trascinando in un freddo letto d’acciaio. Dammi qualche tuo affanno, basta che lo accompagni con una scheggia della tua forza d’animo. E poi cerca di uscirne al più presto che ti devo ancora abbracciare, stringere, baciare forte ancora più di prima. Adesso sono accanto a te, come lo sarò per sempre, e se sto nascondendo la mia pena è solo perché in realtà questo luogo non esiste e noi non ci troviamo qua. Siamo altrove e questo è solo…un brutto sogno. Riposati e stringi la mia mano, quando aprirai gli occhi riderai ancora come una volta ed io rimetterò insieme i pezzi del mio cuore.