giovedì 16 dicembre 2021

Un Babbo Stanco

Se si fosse lasciato crescere la barba non avrebbe avuto bisogno di mettere sul viso quel cespuglio di finti ricci bianchi, di plastica. Gli entravano nel naso, nella bocca ed anche negli occhi mentre l’elastico gli segava dietro le orecchie, ma era un accessorio indispensabile. Sulle sopracciglia, fino a qualche anno prima, aveva tamponato un po’ di talco, ora non ce n’era più bisogno: il passare degli anni aveva provveduto. Il tunicone rosso era grande anche per lui che certo non poteva ritenersi esile, e questo era un vantaggio. Nel complesso si trattava di un armamentario di scarsa qualità destinato a creare un’illusione nella quale nessuno credeva più. Potrebbe essere l’allegoria del tempo che viviamo dove l’apparenza non inganna, ma fornisce il pretesto per sentirsi diversi.

Sbuffava davanti allo specchio del bagno mentre infilava le braghe di panno scarlatto sopra i suoi pantaloni e la giacca bordata di bianco sopra la camicia. Il cuscino per la finta pancia lo poteva evitare, madre natura gli aveva fornito un succedaneo che ora gli tornava comodo. Finalmente era quasi pronto, mancava solo il cappello a cono col pon pon e le soprascarpe – finto stivale. Un ultimo sguardo per vedere se fosse tutto a posto.
La luce del bagno risultava, come al solito, impietosa. Chi era quel pagliaccio dagli occhi tristi riflesso sopra al lavandino? E che senso aveva quella maschera ridicola indossata sopra un’altra maschera ed a tante altre che ogni giorno infilava per affrontare la vita? Qual era il motivo per far rivivere un personaggio da pubblicità della Coca Cola ormai tanto lontano dalla favola di San Nicola, quanto una bibita gassata da un bicchiere di vino? L’aveva fatto tanti anni prima con i suoi figli e loro ricordavano ancora uno strano personaggio che li andava a salutare quando ormai erano a letto, facendosi intravedere nella semioscurità della loro cameretta. Rammentò gli occhi sgranati e sospettosi dei bambini che avevano la paura e la voglia di incontrare quello straniero che avevano visto nelle illustrazioni dei libri. Poi, una volta cresciuti, aveva lasciato perdere relegando il magico benefattore nel ruolo che gli competeva insieme ai Pulcinella e gli Arlecchino: la rappresentazione di qualche virtù o di alcuni vizi che accomunano l’umanità. Qualcosa a cui dare un’importanza folkloristica, tanto per fare festa. La piccola messa in scena a loro non era mancata, ma per il padre quella sera si collegava idealmente con le notti in cui lui era bambino e provava le stesse emozioni dei suoi figli. Quando arrivarono i nipoti cercò di riprendere l'antica usanza, ma ormai era vecchio, le false risate suonavano sempre più false e gli pareva quasi che la sua pantomima fosse accettata per fare un piacere a lui più che per sbalordire i bambini. In un mondo di telefonini, ci vuole altro. E quindi, davanti a quello specchio, si sentiva stanco e un po’ stupido. Aveva senso? Sentiva che i suoi ricordi stavano svanendo e con loro la commozione e il mistero. Centocinquanta, duecento euro e un ragazzo, forse un disoccupato, avrebbe rinunciato a passare la festa in famiglia per prendere il posto del nonno svogliato ed esporsi al ridicolo in sua vece. Per i piccoli sarebbe stato lo stesso. L’anziano personaggio, di tutto vestito, era immobile nel bagnetto, mentre qualche goccia di sudore imperlava la fronte rugosa sotto il cappello 100% poliestere. Aveva comprato il travestimento con entusiasmo perché era lui che voleva crederci, era pronto a fare il vocione e scampanellare come da copione, ma aveva paura che i suoi occhi l’avrebbero tradito. Era stato bello far finta che le favole potessero non essere bugie e mantenere almeno una illusione dopo tutte quelle che aveva visto svanire come nebbia al sole durante gli anni della sua vita, ma forse era arrivato il momento di smetterla. Babbo Natale non esiste, e mentre se lo diceva guardandosi nello specchio, sentì qualcosa spengersi dentro di sé come l’ultimo guizzo di fiamma di una candela ormai consumata.
 
Prese in mano il pon pon del berretto per strapparselo via e ritrovare la sua presunta rispettabilità.
-Nonno, nonno, dove sei? Vieni che sta per arrivare Babbo Natale! – Sentì, oltre l’uscio, la vocina di suo nipote che tradiva l’eccitazione e l’aspettativa, o forse lui volle intenderla così. Come il soffio di un alito gentile su una brace affievolita, quelle poche parole piene d’emozione rianimarono la magia del Natale. Il vecchio capì che il rischio di mostrarsi stravagante era un prezzo che avrebbe pagato volentieri per trasmettere ai suoi familiari il piacere di una tradizione e, soprattutto, la voglia di continuare a sognare e di credere nell’impossibile. Si aggiustò la barba sputacchiando, prese il sacco con i regali e aprì piano la porta del bagno. In corridoio non c’era nessuno e la luce del salotto era spenta con tutti radunati in attesa.
 
-Oh, Oh, Oh! - Disse Babbo Natale, mentre col suo vocione chiamava i bambini accanto a sé. Al vecchio brillavano gli occhi.

venerdì 23 aprile 2021

Al di là dello specchio

 


La sera era stanco. Dopo un po’ di televisione gli veniva una sorta di torpore nervoso che non si tramutava in sonno ma gli impediva di occupare la mente con letture impegnate. Aveva iniziato almeno una mezza dozzina di libri sperando che una trama avvincente vincesse la fatica di prestare l’attenzione dovuta, ma poi li aveva lasciati tutti sul comodino con un’orecchia sulla pagina a segnare dove aveva decretato la propria resa. Però in qualche maniera doveva scavallare il crinale dell’insonnia per scivolare nell’incoscienza di sonni sempre agitati, e allora si rivolse a quell’infida finestra sul mondo che con pochi comandi digitali catapulta ovunque, anche dove non si è preparati ad andare: Il computer. Strumento pericolosissimo, subdolo alter ego di false identità, amicizie farlocche e notizie nate per confondere. Però dipende da come lo si usa, si dice, facendo il paragone col coltello che può ferire una mano o tagliare il pane a secondo delle intenzioni, ma non è corretto. Il coltello, infatti, non possiede alcun fascino. Lo si può fissare a lungo e, tranne che per Uri Geller, non si muove, non dice niente, annoia. Invece nel momento in cui s’illumina lo schermo di un pc sembra di attraversare lo specchio di Alice. Improvvisamente si viene a contatto con l’universo, non si sa quanto reale, ma sicuramente colorato e coinvolgente. Si naviga, e già solo questo termine affascina facendo supporre avventure per i sette mari, lontano dalla scrivania come corsari nel web. Interessa qualcosa? Pronti: musica, gossip, scienza o donnine? Tutto “a disposizione”, come diceva Totò in un film che non a caso parlava di truffe. E allora, imprudenti e audaci come mai, si va, sapendo di poter sempre premere il tasto che spenge tutto, salvagente che all’occorrenza trascina fuori dal gorgo cancellando sirene e cantastorie.

Così anche lui cominciò a leggere le notizie on line, ascoltare vecchie canzoni e vedere qualche frammento di spettacoli che si era perso in televisione. Sui “social” non si divertiva, non sapeva mai cosa dire e si sentiva un po’ come un avventore seduto al bancone di un bar che guarda altre persone discutere sedute ad un tavolino dove lui non era stato invitato. Qualche “like” qua e là, ma ne usciva presto. Una sera vide: burraco on line, e volle provare. A volte, alla domenica, faceva una partita con gli amici e, anche se non era un campione, vinceva di frequente con una soddisfazione spropositata all’importanza della competizione. Fece correttamente tutte le manovre per essere accreditato ed entrò nel sito. La prima partita da “farfalla” fu veloce e vincente e così anche la seconda e le seguenti, mentre il suo status passava da “lupo” a “pantera” fino ad arrivare a “drago”. A quel punto venne catturato dalla smania di giocare e dal prestigio di una classifica che non aveva mai raggiunto in nessun altra attività della sua vita. La sporadica partitina delle prime sere divenne in breve un appuntamento quasi obbligato. Come in tutti i giochi dove entra la fortuna, a volte perdeva, ma continuava a giocare fino a rifasi guadagnando altri gradini verso la vetta di una graduatoria forse senza fine. Lasciando il computer a notte fonda, andava a letto soddisfatto, come se avesse veramente vinto una gara sportiva o fatto bene un lavoro. Si organizzò: un bicchiere dall’altra parte del mouse con due dita di quello buono, una luce soffusa e un po’ di musica in cuffia e, dopo aver scrocchiato le dita, si buttava nella mischia. Appena il programma distribuiva le carte, dimenticava le rogne dell’ufficio, i problemi in famiglia e le bollette sul tavolo dell’ingresso sentendosi finalmente realizzato dall’alto del suo prestigioso avatar del quale era orgoglioso come fosse stato un blasone nobiliare. Divenne esperto ed a fronte di poche inevitabili sconfitte, inanellava lunghe serie di vittorie con un numero maggiore di punti al suo attivo e la voglia di continuare ancora ed ancora.

Andava a dormire sempre più tardi e la mattina faticava ad alzarsi per andare al lavoro. Il viso segnato da occhiaie perenni mostrava di frequente un’espressione stolida ed assente, si sentiva stanco e privo d’interesse, in attesa di tornare alla sera davanti al computer. Dopo qualche tempo fu richiamato dai suoi capi e poi, inevitabilmente, licenziato, ma non fu un dramma. Possedeva una piccola rendita che gli avrebbe consentito di sopravvivere e quindi, sollevato nel lasciare un’attività che gli serviva solo per decenza, si rifugiò in casa. Espletò i piccoli riti propedeutici e propiziatori e sedette alla sua postazione di battaglia. Cominciò a giocare e non si fermò più. Si concedeva brevi pause solo per qualche necessità fisiologica, ma poi tornava innanzi allo schermo prendendo parte a qualche altro tavolo virtuale. Non curava più la sua persona e l’aspetto trasandato ben s’intonava con gli occhi dall’espressione spiritata. Deperiva, tra sacchetti di patatine, bibite gassate ed altro cibo che non richiedeva la perdita di tempo per cucinarlo, ma la sua graduatoria saliva inesorabilmente. Sul sito non era scritto quale fosse il gradino più alto e per lui non era mai abbastanza.

Lo ritrovarono accasciato sulla tastiera mentre lo schermo del computer mandava lampi con la scritta: “Complimenti campione! Sei il primo in classifica.” Morì da vincitore, col sorriso sulle labbra e l’animo in pace. Fu meglio di quanto successe a Napoleone ed in fondo non fu una brutta fine.


Periferia

 



Che senso ha ancora un romanzo d‘amore di periferia? Quella storia dove i sentimenti cozzano con la realtà, dove la tenerezza del cuore fa a pugni con la durezza del quotidiano. Quando un sentimento dolce nasce inaspettato come un fiore su una scarpata ai lati della ferrovia. Dove una gentilezza è frenata dalla paura di manifestarsi come una debolezza, dove un’esitazione è spesso scambiata per timore. Eppure niente cambia per due cuori amanti, come dicono i vecchi cantanti di trite melodie. E la ruota gira. L’organetto ripropone sempre la stesa musica che suggerisce felicità, anche se poi si rivelerà un sogno irraggiungibile. Marco voleva possederla, ma non come diceva con gli altri, non gli interessava farci l’amore. O forse solo un po’. Voleva dirle: sei mia, e tirarla fuori dal gruppo di amici che erano tali solo perché nati nella stessa strada. Avrebbe dato qualsiasi cosa per prenderla da parte e difenderla. Da cosa? Beh, c’era solo l’imbarazzo della scelta. Dagli sguardi della compagnia, dalle angherie dei genitori, dalla scuola che non la capiva, dalla vita che ancora non l’aveva accettata. E lui si sentiva in grado di farlo. O meglio, sperava di esserne all’altezza, in fondo la giovinezza era un handicap che dovevano scontare insieme. Sognava di presentarsi sotto casa sua in sella ad una bella moto, di farla scendere accogliendola tenendo fra le mani quella borsa che avevano visto su instagram e giudicato come la luna: irraggiungibile. E poi correre insieme verso il mare e tuffarsi tra le onde per sentirsi più vicini in un mondo che era fatto per i pesci e non per gli uomini. Dopo, stanca, farla addormentare col capo appoggiato alla sua spalla per sentire il profumo dei suoi capelli, per scoprire quanto può essere liscia la pelle di chi ami. S’immaginava di provare quella strana sensazione in bilico tra le lacrime ed il riso, tra la felicità e l’angoscia più profonda. Tra la paura di perdere una fortuna immerita e la speranza che il fato non si accorgesse di una fatale combinazione di anime tanto rara da far invidia agli angeli. Ma in quelle strade si nasce scontando una condanna immeritata, bisogna scegliere. Sarebbe stato più semplice adeguarsi all’ambiente, come quegli animali che si salvano grazie al loro mimetismo, confondendosi col nulla per sembrare nulla. Dimostrare di essere forti oltre la propria forza e fare del cinismo lo scudo per non essere feriti, lasciando scorrere via le piccole preziose gemme che la vita offre, come sabbia tra le dita di un bimbo. Oppure sentirsi diversi. Ma forse tutti sarebbero uguali se ne avessero il coraggio, perché l’amore è uguale per tutti, quello che cambia è l’ardire di viverlo. Aspettò alla fermata del bus. Si fece largo a spintoni per salire, non fece la figura dello sfigato obliterando un biglietto che nessuno comprava e scese alla fermata più vicina alla casa di lei. Una passeggiata per arrivare al suo portone, mentre la mente componeva frasi sempre troppo complicate per esprimere un sentimento tanto semplice. Al citofono:

-Scendi?

-Arrivo.

Ecco: la felicità!

Francoise

 

Lo sapeva che c’erano il sole e il mare dietro la persiana chiusa, ma non riusciva a trovare il coraggio di guardarli ancora. Lame di luce sbattevano sul pavimento intrufolandosi, non gradite, tra le fessure delle imposte serrate ad escludere un mondo improvvisamente ostile. Eppure, non molto tempo prima, aveva goduto di quel sole che ogni mattina tornava a svegliarla e di quel mare che non si stancava di accompagnare i suoi pensieri con la monotona musica delle sue onde. Erano amici fedeli, affidabili, che non mancavano mai di adempiere alle loro promesse, che non tradivano ed erano sempre pronti per un abbraccio. Ormai solo l’ombra di quella stanza nella quale si sentiva estranea sembrava complice della sua solitudine e non poteva credere che, al difuori di quella pena che sentiva dentro, esistesse ancora un mondo ignaro ed indifferente. Sentiva un urlo dentro di se che avrebbe voluto erompere e farsi sentire da tutti. Un grido che sbattesse in faccia all’universo intero l’ingiustizia di una pena non meritata, di una rinuncia non voluta, di una delusione profonda come la ferita di una lama inferta nel cuore. Pensava a quello che non avrebbe visto più, a quello che non avrebbe vissuto mai, a tutto ciò che era andato perso e non sarebbe stato più ritrovato. Forse era normale, nell’ordine delle cose, che la vita le passasse accanto e la lasciasse indietro piena di rimpianti per ciò che avrebbe potuto conoscere, con lo struggente desiderio di non essere esclusa da un futuro che non era possibile vivesse. Sentiva che non era giusto, era una cattiveria, che non ci sarebbe stata in quel futuro per altri normale, che tutto si sarebbe svolto senza di lei. Era come se stesse leggendo un libro del quale sapeva con certezza non avrebbe conosciuto la fine, uno sceneggiato che l’aveva fatta innamorare della sorte dei protagonisti e poi impedito la visione delle successive puntate. Forse, pensò, era proprio questo la vita: un momento fugace nel quale fare da sponda ad un gioco d’acchito che non usa di noi altro che quella momentanea necessità. A cosa serviva tutto quel dolore? A niente, tranne a far passare una nottata. Vecchiezza o mancanza d’amore sono la stessa cosa: un subdolo furto di un diritto senza diritto, di un un’illusione senza speranza. Ma non poteva essere tutto qui. Allora, piano, con circospezione, usando solo la punta delle dita, scostò le imposte. Rivide il mare ed il sole, le dissero una cosa sola: non puoi farci niente, cara. E lei si abbandonò, non poteva faci niente.

domenica 10 gennaio 2021

Maria

 

“Sentir-me triste só por me sentir tão bem” Mi disse una sera, e io non la capivo. La sua voce dal tono basso e un po’ nasale, quelle parole dal suono gutturale e musicale nello stesso tempo, mi ammaliavano anche se erano una barriera tra me ed i suoi occhi. Mi diceva con lo sguardo più di quello che ero pronto a sentire e nel fondo dello specchio della sua anima vedevo ardere passione ed ironia come una sfida da raccogliere o fuggire all’istante. Si muoveva come sul filo di una melodia dolce e triste, un fado antico che narrava di una vita in bilico tra felicità e tristezza. Un gesto lento delle mani a ricordare le onde, i capelli a velare il viso e il mistero della lontananza di chi le stava vicino. Era un invito o una preghiera, oppure un rifiuto e un’imposizione per restare o andare via? “E lamentasse não ter mais nenhum lamento” C’era rassegnazione nelle sue parole e nello stesso tempo una disperata voglia di vivere, la richiesta di un appiglio per smentire i suoi stessi pensieri. Sembrava provasse un perverso piacere nel crogiolarsi in un dolore evocato e sublimato in dolci e melodiose parole. La presi per mano e uscimmo da quel locale nascosto in un vicolo dell’Alfama e prendemmo il tram che si inerpicava verso il Barrio Alto. Non le avevo neanche chiesto come si chiamasse e lei non lo aveva domandato a me. Nella mia romantica illusione avrei voluto che le parole non fossero necessarie, che bastasse una sincronia del cuore, un odore e una lacrima. Ridevamo mentre il vecchio convoglio per turisti ci sballottava percorrendo curve strette tra palazzi fatiscenti di quella vecchia città, e sentivamo i nostri corpi ubbidire a leggi non scritte che sembrava impossibile ignorare. “Maria,” pensavo “ti amo.” Ma non sapevo il suo nome e neanche come dirlo. E forse non era neanche vero, per nessuno dei due. Ci fermammo in Rua Garrett, prendemmo un dolcetto al caffè e con le briciole demmo da mangiare alla statua di un poeta che anche in effige dovette sopportare altro oltre quello che aveva patito in vita. Ci tenevamo per mano e ogni tanto le sussurravo all’orecchio parole nella mia lingua che sapevo lei non avrebbe capito. Ma erano dolci e lei assaporava tutta la mia emozione ricambiandomi con rapidi, timidi, sorrisi. Poi, così com’era apparsa, se ne andò. Si staccò da me dicendo: “Ai que alegria, esta tão grande tristeza!”. Non capii e non ho mai capito, ma quando ascolto un fado rivedo gli occhi ridenti e tristi di quella Maria che non si chiamava così.

sabato 5 dicembre 2020

Zapping

 

Questa sera, in televisione, hanno trasmesso un lungo concerto dei Pooh in memoria di Stefano D’Orazio. Stavo vedendo un altro canale, ma in corrispondenza della pubblicità ho fatto zapping e mi sono ritrovato su RAI1 proprio mentre attaccava “Piccola Kathy”. In quel momento anche la mia memoria ha fatto zapping ed ho capito perché mi ha colpito tanto la morte del batterista di un gruppo musicale del quale non ho mai comprato neanche un disco. Improvvisamente: Fregene, agosto 1969, io in groppa alla mia gloriosa Vespa 50 color giallo senape spinta al limite di suoi settanta orari (confesso, avevo fatto sostituire il “tromboncino” del carburatore). Quell’estate dissi a mia madre di non preoccuparsi, mi avrebbe potuto tranquillamente lasciare da solo a soggiornare nell’Hotel Villa dei Pini in quanto i proprietari erano nostri buoni amici di famiglia e, in fondo, era un po’ come se fossi a casa mia sotto gli occhi di parenti. Era una boutade alla quale non credevo neanche io e che ero sicuro sarebbe stata rifiutata, ma invece, dopo qualche titubanza, fui accontentato. Ottime persone quegli albergatori, ne ho un ricordo vivo e affettuosissimo, ma certamente non potevano controllare un ragazzo loro ospite mentre avevano un gran daffare a mandare avanti l’albergo più bello della riviera romana. Perciò, tranne qualche sporadico convenevole, i miei incontri con loro erano occasionali e perlopiù all’ora di pranzo o di cena. Per farmi sentire più a mio agio, mi dettero una bella stanza a Villa Schipa e, siccome non c’era un servizio di portineria continuo, mi fornirono della chiave con libertà di movimento in qualsiasi ora. Sono sempre stato un “giovine” avveduto e non ho mai fatto niente che un buon parroco non avrebbe assolto con qualche decina di pater/ave/gloria, ma eravamo in piena beat generation, non sentivo le briglie sul collo e pertanto ci sarebbe voluto uno molto, ma molto, più tonto di me per non approfittarne un po’. Posso dire solamente che quando mamma mi veniva a trovare, non riusciva a spiegarsi il motivo per il quale, nonostante fossi al mare da tanti giorni, non ero abbronzato quasi per niente. Un uccellino (fetente e spione) avrebbe potuto spiegarle che da Toni ci andavo solo nel pomeriggio, spesso tardo, per una partita a pallavolo e che il mio orologio biologico si era inspiegabilmente spostato sul fuso orario di Anchorage dove il loro giorno corrisponde alla nostra notte e viceversa. A quel tempo Fregene rivaleggiava con Forte dei Marmi e dintorni come località più alla moda dove trascorrere le vacanze, ed i cantanti che andavano per la maggiore facevano prima tappa alla Bussola di Focette per poi continuare il tour alla Nave, l’Oasi o il Tirreno. Si parla di Mina, degli Aphrodite’s Childs, degli Showmen (ok, prima di storcere la bocca, senti:  https://www.youtube.com/watch?v=cy8crYdtrPQ&list=OLAK5uy_mJe2RrFeD7B0-dT2DYYpHZ5kliMFByEbs&index=13 ). Noi ragazzi, fra tutte le location, preferivamo il Tirreno per la semplice ragione che c’era una recinzione dal lato del parcheggio, ma solo una rada e bucatissima incannucciata dalla parte del mare. Quindi, attenti agli sguardi dei camerieri, non erano poche le volte che con gli amici ci imbucavamo sedendoci subito tra le altre persone con l’espressione più innocente e vaga, come fossimo appena tornati dal bagno. E lì vennero anche i Pooh con ancora Riccardo Fogli ed un look da “scappati di casa” che era esattamente lo specchio dei tempi. Verso la fine del concerto, forse all’una di notte, cantarono piccola Kathy e poi si congedarono da un pubblico che li salutò con un tiepido applauso. Forse fu l’effetto del bicchiere di whisky spillato dalla bottiglia che ci eravamo portati da fuori dividendo la spesa e le sorsate, sarà stata la dolcezza di una notte d’estate che sembrava promettere qualsiasi cosa, fatto sta che uscii dal locale euforico e pieno di un’energia incontenibile. Saltai sopra la vespetta come se fosse l’Harley di easy rider e aprii a manetta su Viale Viareggio. Mentre la velocità mi scompigliava i capelli e mi faceva lacrimare, cantai a squarciagola: “Ohh, Ohh Piccola Katy…Ohh, Ohh Piccola Katy …”. Una falena, od altro insetto nottambulo di notevole dimensione, vide la mia bocca spalancata scambiandola per il garage di casa sua e ci si infilò dentro, senza alcuna esitazione. Sbandai pericolosamente, sputacchiai come un lama incazzato ed assaggiai la mia prima, ed ultima, tartare di lepidottero. Come dimenticare? Ecco perché Stefano d’Orazio rimarrà sempre nei miei ricordi e, andando via, ha portato con se una briciola della mia giovinezza.

 

 

 

 

mercoledì 2 dicembre 2020

Un Natale diverso

 

-Vieni caro, ti racconto una favola.

-Bene, nonno.

-C’era una volta, - cominciò a raccontare il nonno – un bambino che doveva attraversare un bosco. Il sentiero che stava percorrendo era invaso dalle foglie cadute e spazzato dal vento così che, ben presto, il ragazzo perse l’orientamento e si mise a piangere.

-Ma nonno, quel bambino non aveva un cellulare 4G con localizzatore, Google Map e Waze?

-No, figliolo… cominciamo da capo. – Il vecchio, visto l’inizio impervio, pensò di prendere un’altra strada. - C’era, sempre una volta, un soldatino di piombo…

-Soldatino? Intendi un Trasformer Grimlock o Megatron? – Questa volta fu il nonno a non comprendere. Guardò il nipotino come se fosse un piccolo alieno con il quale risultava difficile interagire.

-La vuoi sentire ‘sta cavolo di favola, oppure no? Beh, allora taci! Ricomincio. – Il piccolo sfogo aveva accigliato l’anziano parente ma, partendo di nuovo verso il regno della fantasia, ridistese i tratti del volto sforzandosi di apparire sereno ed affettuoso. – C’era…ok, no. Diciamo che la storia si svolge ai giorni nostri. In realtà sono più tuoi che miei questi giorni, ma lasciamo andare. – Il bambino non aveva voglia di dormire e qualsiasi scusa era la benvenuta per perdere tempo, anche dare spago al nonno. Gli voleva bene, ma a volte non lo capiva. Era troppo severo, specialmente a tavola mentre si mangiava, o fin troppo buono quando lo giustificava sempre. Al piccolo sembrava di trattare con un dinosauro vissuto nel pleisto… quello, insomma.

– Gabriele, un bambino più o meno della tua età, ricevette un messaggio sul palmare.

-Ohh così va bene, nonno. Vai avanti. – Cambiare la prospettiva delle sue favole era un’ardua sfida per il vecchio ma, imperterrito, proseguì.

-Sullo schermo c’era scritto: “Raggiungimi in Finlandia, vicino al Polo Nord. E’ una cosa molto importante. Bella, zio!” In questo caso il “bella” non era inteso come aggettivo qualificativo di genere femminile, mentre lo “zio” non faceva riferimento ad alcun grado di parentela, come ben sai.

-Certo, zio!

- Non mi confondere. Dicevo: la comunicazione arrivava da Gianni, un suo compagno di scuola che da qualche giorno era assente dalle lezioni. Ma per Gabriele, che viveva a Roma con i genitori, sparire per andare a migliaia di chilometri di distanza era praticamente una “mission impossible”.

-Come il film?

-Esatto. Ma il nostro protagonista non si dette per vinto e, dopo averci pensato su tra un Oreo al cioccolato ed uno classico alla vaniglia, finalmente prese una decisione. Ficcò nello zainetto un pile e i calzettoni da montagna, si mise in tasca tutti i soldi che aveva da parte e, con il telefonino, chiamo un taxi. “All’aeroporto, presto” disse al conducente. Arrivato al desk della Finnair…

-Che è: Finnair? E c’era un teschio?

-Macché teschio, desk: biglietteria. Finnair: linee aeree finlandesi. Mettiti giù, chiudi gli occhi e taci. – Proseguì. - Gabriele doveva comprare un passaggio per il Polo, ma non aveva i soldi a sufficienza. Compose il numero della madre: “Mammina…” “Dimmi, caro.” Rispose subito la genitrice. “Senti, mammina cara, devo comprare dei libri per la scuola. Mi dai il numero della tua carta di credito, il CVV e la scadenza?” “Certamente, figlio mio, te li mando subito per whatsapp.” L’ingenua brava donna dette tutte le credenziali al figlio senza badare al SMS di conferma per l’avvenuto pagamento che le giunse poco dopo.

-Furbo!

-Sì, furbo, ma non si fa. Intesi?

-Certo, nonnino.

-Ambè! Procedo. Saltiamo il viaggio, il trasferimento a Rovaniemi e di come quella carta di credito esaurì il suo plafond in pochissimo tempo, per ritrovare Gabriele vicino ad una casa di legno in mezzo ad una distesa di neve tanto bianca che sembrava fatta di zucchero filato.

-Stai correndo troppo, nonno. Rova…che?

-Ah, ah, ah! Rovaniemi: è un paesino in Lapponia dove c’è la casa di Babbo Natale.

-Ohhh! Figo! E poi? – Il nipotino si stava appassionando.

-Faceva freddo, lassù vicino al Polo. La natura sembrava ferma, addormentata, in attesa di un risveglio promesso ma ancora lontano. La notte regnava silente, mentre l’oscurità si stemperava in mille riflessi d’argento. Il cielo di velluto blu era trapunto di una miriade di sfaccettati diamanti dal nome di stella che brillavano di una luce tremula e soffusa. La luna, grande come il viso di una persona amata, specchiava un sole nascosto rimbalzando raggi scremati dal calore e filtrati con la poesia. Le ombre di qualche sparsa roccia o di solitari abeti si allungavano come inquiete presenze su di un palcoscenico d’indaco e seta. La neve riluceva di scintille baluginanti, come se una mano fatata l’avesse seminata con infinitesimali frammenti di un cristallo più puro e prezioso di quanto qualsiasi manifattura di Boemia abbia mai creato. L’aria era tersa e limpida, contaminata solo dal vapore di un respiro subitamente disperso da un refolo di vento, senza odore o consistenza. Il silenzio era rotto solamente dallo sgocciolio di precarie calaverne dall’aspetto di trina in incerto appiglio su scheletrici rami, mentre una solitudine priva d’angoscia infondeva la pace predisponendo gli animi alla preghiera. In quel mondo in equilibrio era l’uomo ad essere l’intruso, un punto di confusione in un insieme perfetto ed immutabile.

-Non ho capito. – Disse il nipotino.

-Scusa, mi sono lasciato andare. Volevo dire che era tutto molto bello, ma proseguiamo. Gabriele aveva appuntamento con l’amico proprio lì e, dopo un po’ che l’aspettava, si sentì battere sulla spalla. “Bella Gabriè! Finalmente sei arrivato. Vieni sediamoci su quel tronco che c’ho una notizia bomba” I due amici si appoggiarono su un albero caduto a terra. “Allora, dimmi, che è successo?” Gianni, con gli occhi brillanti per l’eccitazione, radunò le idee e cominciò. “Vedi quella casa laggiù? Lì abita Babbo Natale, ma quest’anno, la sera del ventiquattro dicembre, non uscirà e non porterà nessun regalo in giro per il mondo.” Era quello che i giornalisti chiamano uno scoop: una rivelazione tanto clamorosa quanto inaspettata. “E perché mai?” Incalzò Gabriele. “Perché Babbo Natale…ha il covid e sta in quarantena! Intendiamoci, non si sente proprio male male, ma alla sua età deve stare riguardato e curarsi. Anche perché se andasse in giro rischierebbe di contagiare ‘na marea di persone. Siccome è vecchio ma responsabile, pare abbia annullato il giro della consegna dei doni.”

-Era malato anche lui? – Chiese il nipotino.

-Eggià, piccolo caro. Questo virus maledetto non guarda in faccia a nessuno.

-E Gianni come l’aveva saputo?

-E’ esattamente la domanda che Gabriele fece all’amico, e lui gli rispose: “Tramite facebook. Mi è arrivata la richiesta di amicizia da parte di un elfo. In un primo momento pensavo fosse un nik, ma poi, chattando e postando, ho capito che era uno vero. Qualche giorno fa se n’è uscito con questa rivelazione pregandomi di tenere il segreto. Però io non potevo far finta di niente, così ho pensato di venire qua per accertarmi dell’accaduto e ti ho chiamato per darmi una mano.” “Hai fatto benissimo.” Rispose Gabriele. “Ma adesso come ci muoviamo?” “Facciamo la cosa più semplice – rispose Gianni – suoniamo al campanello della casa e chiediamo come sta Babbo Natale. Dopodiché decideremo come comportarci.” “Sei sicuro?” “Abbastanza” Ribatté Gianni, ma si vedeva che era intimorito.

Il portoncino si aprì di conseguenza al breve scampanellio che Gabriele osò dopo aver preso il coraggio a due mani. Il ragazzo e l’amico rimasero sulla soglia della casa con gli occhi spalancati e un “Oh” sulle labbra muto ma espressivo come lo stupore dipinto sul loro volto. Da fuori, lo chalet di Babbo Natale appariva grandicello ma niente di particolare, non più di una baita di montagna come tante, ma dall’altra parte dell’uscio si apriva uno spettacolo del tutto inaspettato. Uno stanzone grande come la sala d’aspetto di un aeroporto si allargava per decine di metri mentre il fondo si intravedeva lontano almeno…tanto lontano. La vasta area era suddivisa in corridoi, forse una ventina, e per ogni corsia scorreva un nastro trasportatore carico dei giochi più inverosimili e colorati. Si scorgevano scatole di costruzioni, automobili di ogni dimensione, aeroplani telecomandati, bambole, pupazzi, antenne di aggeggi elettronici e qualsiasi altro oggetto fosse stato sulla lista dei desideri dei bambini di tutto il mondo. Un piccolo esercito di elfi si muoveva affaccendato come una squadra di formiche ben addestrate, ciascuno compreso nel proprio compito in una confusione ordinata che dimostrava un’esperienza di anni. In sottofondo delle musiche natalizie si confondevano con il rumore tipico di una catena di montaggio. Improvvisamente l’immancabile voce di Mariah Carey fu interrotta dall’annuncio di un altoparlante: “L’aiuto elfo Gluggagaegir è pregato di accogliere i visitatori.” Un piccolo gnomo col cappello a cono verde e le orecchie a punta apparve come d’incanto sotto al naso dei ragazzi che sembravano delle statue immobilizzate dalla sorpresa. “Allora –disse Glugg…chiamolo G.- che volete? Ci mancavano due rompiscatole in questo momento! Siete morti? Rispondete!” Il primo a riprendersi fu Gianni. “Uh, ecco, noi veramente…” “Cosa?” “Volevamo sapere se è vero che Babbo Natale sta male e che quest’anno non poterà doni.” Questa volta a stupirsi fu l’elfo. La notizia doveva rimanere segreta, non avrebbe dovuto trapelare niente, ed invece quei due sapevano tutto. “Aspettate qui.” Disse G. e corse via veloce come un lucertola impaurita. Non passò molto tempo che da una porticina su di un lato del capannone uscì una piccola elfa (si chiamano così le donne del popolo degli elfi? Boh!). Sarà stata alta poco più del comò in camera da letto e forse altrettanto larga. Grassottella, ma dall’espressione viva e simpatica, con due lunghe trecce bianche che indicavano come non fosse proprio giovanissima. “Mi chiamo Sugarplum Mary e sono l’assistente della moglie del principale. Come fate a sapere di Babbo Natale?” Gabriele parlò a sua volta: “Gentile signora elfessa, dopo le spiegheremo, ma ci dica è vero?” Lei stette un momento con gli occhi bassi facendo intuire tutta la sua preoccupazione e poi rispose. “Ebbene sì, ragazzi. Siamo in produzione come al solito, ma quest’anno non ci sarà la distribuzione, Metteremo tutto in magazzino in attesa di tempi migliori.” I due amici si resero conto solo in quel momento che quanto avevano temuto era una cruda realtà. Andava a monte il Natale, Gabriele non avrebbe potuto avere il Red Dead Redemption della PS4 e Gianni si sarebbe sognato la Jump Force.

-Ma che davvero? Nonno, ma davvero, davvero?

-Ehh, che ci vuoi fare, nipote mio? Pare che le cose stessero proprio così. Però, sai, gli elfi sono bassi di statura ma molto intelligenti. Sugarplum Mary improvvisamente ebbe un’idea. “Aspettate qui.” Disse ai due amici e muovendo freneticamente le corte gambette, corse via oltre quella porta da cui era sbucata poco prima. A Gabriele e Gianni non importava attendere, erano assolutamente affascinati dallo spettacolo intorno a loro che forse nessun altro bambino aveva mai visto prima. Non trascorse molto tempo che la elfessa tornò. Mostrava un sorriso furbo negli occhietti vivaci. “Venite con me.” Disse loro, e li condusse nei meandri della fabbrica di Babbo Natale.

-Dove li portò?

-Questo non si è mai saputo, ma ti darò una buona notizia.

-Sputa!

-Prego? Il sopracciglio del nonno s’inarcò in modo pericoloso.

-Scusa, nonno. Volevo dire: vai avanti, qual era sta notizia?

-Beh, sai quando nei western lo sceriffo appunta sul petto di due altri uomini una stella di latta e li nomina suoi vice? Ebbene i ragazzi uscirono dall’ufficio di Babbo Natale vestiti di rosso e con una piccola cometa sul bavero delle casacche. Il Natale, nonostante il maledetto Covid, si tenne ugualmente con regali per tutti i bambini del mondo. La sola differenza con gli altri fu che a bordo della slitta trainata da Rudolph e dalle renne sue compagne c’erano due piccole figure invece della solita col corpaccione. Furono tutti contenti: Babbo Natale perché non aveva mancato il suo compito, anche se per interposta persona; Gabri e Gianni per un’avventura insperata e magica; i bravi bambini per i pacchi sotto l’albero ed anche le renne perché, per una volta, non fecero tanta fatica a trasportare il loro panciuto padrone. Anche quella notte risuonò il solito ’”OH, OH, OH!”, era soltanto gridato da un paio di voci diverse, ma nessuno ci fece caso.

-Fine. Piaciuta?

-Me ne racconti un’altra?

-No! A letto e dormi! – Anche la pazienza di un nonno ha un limite!